Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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Erano anni oramai che preparavo e disfacevo le mie valige.
I viaggi di lavoro erano diventati così frequenti che questo gesto si era svuotato di ogni significato altro, se non quello di calcolare i giorni e le sufficienti quantità di cambi da inserire in valigia.
Oramai riuscivo a riempire la valigia in meno di quindici minuti e addirittura avevo sviluppato una tecnica che mi dava la facoltà di una rotazione fisica degli indumenti all’interno dello stesso spazio, direttamente collegata alla pianificazione dei miei cambi d’abito.
Questo mi permetteva di mantenere la mia valigia sempre in ordine, anche nell’ultimo giorno di viaggio, e di avere sempre pronto il calzino da abbinare alla camicia o alla cravatta, con la massima efficienza, senza perdere neanche un secondo del mio tempo prezioso, nell’indecisione o nella casualità degli abbinamenti.
Ma questa volta no, ed io non riuscivo a capire come poteva succedere.
Era da ieri che tenevo la valigia aperta nel salone, ai piedi del divano blu. Da ventiquattr’ore, questo mero oggetto di lavoro teneva le sua fauci spalancate, in attesa del suo calcolato contenuto.
Io gli giravo attorno, a volte mi abbassavo anche, ma non ero riuscito a poggiare al suo interno, nemmeno una coppia di calze.
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Eppure tutt’intorno avevo ordinatamente disposto otto mutande, altrettanti calzini, dieci camicie ma solamente sette cravatte, tre completi appena ritirati dalla lavanderia, due maglioni per il free time e la mia piccola borsa da bagno.
Tutto fermo in garbato raccoglimento, tutti in trepida attesa di vedere l’avverarsi di un destino già scritto perché, guardando bene, anche la cerniera precisa, comoda e rassicurante, oggi aveva assunto l’aspetto di una famelica dentatura, pronta a scattare al mio primo tentativo.
Dovevo solo decidere quale parte di me offrire per prima.
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E invece niente, era come se, per la prima volta in molti anni, non riuscissi a calcolare le quantità necessarie da mettere al suo interno, o era come se non volessi dare forma al tempo. Addirittura, ieri sera dopo quattro o cinque bicchieri, mi ero addormentato sul divano, con la valigia ai miei piedi, come un affezionato animale domestico, ma al risveglio lei aveva mostrato ancora la sua vera, ingorda forma.
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Ora erano solo le nove del mattino, ma sentii l’esigenza di allungare con lo scotch il mio latte, di accendermi la prima sigaretta per cercare un po’ di lucidità che mi facesse uscire da quest’incubo, che non era terminato insieme alla notte prima.
Ma non c’era tempo da perdere, sarei partito domani.
Allora raccolsi tutti gli indumenti da terra, li poggiai sul tavolo della cucina, ora investito in pieno dal sole e, come in un rito sacrificale, feci la mia scelta.
I calzini e le mutande no, non potevo fare modifiche, erano la cosa più necessaria, ma le camice, in fondo, per quei pochi giorni erano troppe, e così le cravatte.
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Le guardai una ad una, versandomi ancora dello scotch con meno latte ed un poco di acqua, sollevandole delicatamente con le mani, nel massimo rispetto della loro condizione, come se questo fosse sufficiente a giustificare la mia scelta.
Ne scelsi sei, dividendole in due gruppi, ed eliminai anche tre cravatte.
Quando terminai la conta un raggio di sole fece lacrimare i miei occhi,
ma nonostante questo, presi il mucchio tra le braccia e mi avviai verso il salone.
Mi inginocchiai di fronte a lei, convinto della mia scelta e quasi riuscivo a non sentirmi in colpa.
Stetti così per alcuni interminabili secondi, con tutto il mio peso su un solo ginocchio, in un precario equilibrio reso possibile solo dal contrappeso delle camicie sulle braccia distese e sapevo che, qualora le avessi appoggiate al suo interno, tutto il mio corpo avrebbe smarrito quel senso di unità e sarebbe precipitato in un abisso infernale.
Allora, con uno scatto di reni mi alzai in piedi, ritraendo le braccia e rimanendo sorpreso nel notare che la valigia non aveva nemmeno tentato di chiudere la bocca ma, impassibile, si era lasciata sottrarre il suo lauto pasto.
Impassibile…pensavo, crudele, avrei dovuto dire.
Era solo questione di tempo, e lei giocava come fa il gatto con il topo, tanto sapeva che, prima o poi, avrei dovuto riempirla.
In fondo sarei partito domani.
Ero già passato, due bicchieri fa, allo scotch liscio.
La lancetta dell’orologio era allo stesso posto di dove l’avevo trovata al mio risveglio, però più vicina a domani che a ieri, ed io non avevo ancora vinto il mostro.
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Allora chiamai mio padre.
Avevo quarant’anni, oramai, e da quando avevo cambiato città per lavoro, lo sentivo sempre meno. Non so bene perché pensai di chiamare proprio lui, in fondo quel vecchio che ne poteva sapere di valige e di importanti viaggi di lavoro, lui che aveva sempre vissuto nel suo piccolo mondo. Comunque, anche se non pensavo potesse davvero aiutarmi, lo chiamai, forse perché non mi venne in mente nessun altro a cui chiedere aiuto.
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Mentre aspettavo che rispondesse guardai fuori, ed il cielo era pieno di stelle.
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Al quinto squillo avevo quasi perso la speranza, poi invece sentii dall’altra parte del telefono “Roberto!”
“Ehi pà” dissi io, “come facevi a sapere chi fosse?”
“Un padre è sempre legato a suo figlio, Robè” disse con quella sua voce bassa e fumosa “sa sempre cosa vuole, ovunque esso sia, ricordatelo”
“Domani parto” gli dissi tutto d’un fiato, e lui senza attendere “era ora, è una vita che saresti dovuto partire, ed anche io lo avrei dovuto fare”
Pensai a quanto poco ci conoscevamo, con quest’uomo.
In realtà io ero in viaggio di lavoro per la metà del mio tempo e lui mi era sempre sembrato un sedentario, uno che non aveva desideri di nuove scoperte.
“Ma quando pà, quando saresti voluto partire?” gli domandai
“Ohh, è stato molto tempo fa, figlio mio” mi disse, “è stato quando hanno iniziato a ristagnare i pensieri della gente, quando nessuno in questo paese investiva più sulla cultura, ed io vedevo intorno a me solo arroganza, incompetenza e bramosia di successo. Tu eri molto piccolo ma forse, se avessi scelto meglio, ti avrei cambiato la vita…”
“Ho capito, pà, ma il fatto è un altro” dissi io, interrompendolo “io devo partire domani, ma ho un problema, non ci riesco, non riesco a…”
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“Lo so” continuò lui, “non è mai semplice figliolo, ma in fondo cosa perderesti?
La tua casa ancora da pagare, le beghe matrimoniali del nostro premier, il tuo lavoro provvisorio, le inutili discussioni se le veline hanno più cervello che culo, l’epilogo del caso Corona, le elezioni europee di giugno, i vari rigurgiti sul grande fratello, i plastici di Vespa, le mille e mille trasmissioni sul calcio piene di preparatissimi esperti, le code per il centro commerciale e le uscite con gli amici che chiacchierano, chiacchierano, spesso senza dire niente? Cosa, figlio, dimmi cosa ti trattiene qui?”
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“aspetta un attimo, papà” gli dissi riempiendomi l’ennesimo bicchiere “la questione è un’altra, il fatto è che non riesco a scegliere…”
“Roberto” mi interruppe di nuovo, ed ora la sua voce era autoritaria come nei miei ricordi d’infanzia “non sei più un bambino, e oggi la possibilità di scegliere il tuo futuro è una tua responsabilità. Devi scegliere con la tua coscienza, la meta è solo una questione di punti di vista. Potrebbero essere buone tutte o nessuna, dipende solo da chi sei, e chi sei veramente forse non lo so neanche io, ma tu lo devi sapere, in fondo al tuo cuore c’è la risposta.
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hai sentito di quella donna che si è uccisa per non essere espulsa dall'Italia?” continuò “Ecco, sembrava che lei non avesse possibilità di scelta e questo paese, con le sue leggi folli, l’ha spinta nella decisione più drastica, ma in fondo l’unica che per lei rappresentava la libertà. Noi siamo sempre fermi a guardare, ma lei ha scelto, figlio mio, ha pagato a caro prezzo la sua libertà ma ha scelto. Dovremmo prendere esempio, anche se non era una di noi, o forse sì, non lo so più, ma comunque noi non siamo da meno”
“Ma papà…” balbettai appena.
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“Adesso devo lasciarti” mi disse l’uomo che era mio padre “ma tu scegli, o finirai come una di quelle valige abbandonate nei depositi bagagli delle stazioni, dimenticato da tutti su uno scaffale con un cartellino legato ad un dito. E noi non siamo come una valigia vuota, vero figlio mio?”
“No papa, noi non siamo come una valigia vuota” gli dissi guardando ai piedi del divano blu.
“Fammi sapere solo come andrà, non importa dove.
A presto figliolo, ti voglio bene” disse lui, “ti voglio bene anch’io, papà” risposi.
Appena attaccato pensai che ero stato proprio uno stupido a chiamare lui. Cosa poteva saperne mio padre di queste questioni? E poi ora si era davvero rincoglionito, stava ore ed ore a discutere sui massimi sistemi invece di preoccuparsi dei suoi calli, della prostata o del rischio infarto.
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In quel momento mi venne in mente che non sentivo quel vecchio da molto tempo, forse da troppo, anzi non lo sentivo precisamente da Natale, quando gli avevo regalato un telefono nuovo ed avevamo passato la serata a memorizzare i numeri dei suoi conoscenti sulla rubrica.
Lui non capiva l’utilità di memorizzare così tanti numeri, perché tanto, diceva, non lo chiamava mai nessuno.
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Poi facemmo delle prove con il mio cellulare e rimase stupito dal fatto che sul display appariva il nome di chi lo stava chiamando.
Ogni volta che squillava, lui indicava il telefono con un dito e, sorridente diceva “Roberto!”
Credits:
Label: Cramps records
Catalog#: 5207 306
Format: LP
Country: Italy
Released: 1979, february
Mario Schiano, Tommaso Vittorini
(ideazione, testi, musiche, canzoni, sceneggiatura e regia)
con Clara Murtas, Toni Cosenza, Mauro Vestri
e con Filippo Bianchi, Robert W. Carroll, Gino Castaldo,
Gina Croce, Gabriella Fornaciari
tutte le immagini sono di Alberto Sughi, in ordine di pubblicazione:
Pensieri improvvisi sulla libertà, il desiderio, l’informazione, la musica e sul prenderlo nel culo.
Marchel Duchamp "Si Prega di Toccare" 1947
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Questo post nasce un po’ per caso, all’improvviso, dovrei dire.
Non che l’informazione, la musica e la libertà non siano argomenti interessanti e spesso contemplati su questo blog, ma è sulla sottile differenza tra il desiderio profondo di averlo nel culo e sul trovarselo invece conficcato nel profondo del proprio intimo, con la scusa di parlare di libero mercato, della crisi del calcio o dell’influenza suina, e magari farselo pure piacere, che mi vorrei soffermare.
Ecco, questo desiderio di comprendere le sfumature dell’animo umano e le mutevoli trasformazioni del gusto, è nato un po’ per caso.
Ma andiamo con ordine.
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Marcel Duchamp "Ruota di Bicicletta" 1913
Era da tempo che desideravo parlarvi di Mazzon, ma per il rispetto che nutro per la creatività di questo nostro musicista, nella ricerca di una certa sintonia, più sui contenuti impliciti nella sua musica che non nelle forme esplicite dei suoi pezzi, ed anche per un umile tentativo di partecipazione allo sviluppo del concetto di jazz come linguaggio, processo a cui lui ha contribuito notevolmente, non trovavo le parole adatte, ed ho accantonato l’idea, come migliaia di pagine del mio diario che restano private.
Poi, qualche tempo fa è venuto nella mia città il grande Roberto Del Piano, l’amico bertop, e passeggiando per una San Lorenzo assolata, il nostro discorso, che ovviamente verteva anche sui temi musicali, ha improvvisamente generato il nome di Guido Mazzon, con il quale Del Piano ha condiviso incontri musicali e personali.
Tralascio qui le considerazioni, tra un rigatone ed un carciofo alla romana, sui nostri gusti personali, chi un po’ ci conosce trarrà le proprie conclusioni, ma quello che mi interessa riportare in questo ambito è che tutte e due, che riconoscevamo una certa durezza al primo approccio con l’uomo Mazzon, non potevamo non attribuire alla sua ricerca musicale un elevato senso civico, un rigore formale, una libertà partecipata ed un gustoso senso dell’ironia.
Già le sue formazioni dal nome di “Precarious Orchestra”, “Unità Musicale” e “Gruppo Contemporaneo”, parlano da sole.
Questo in qualche modo volevo dire e, insomma, l’ho scritto, eppure mi sembrava non bastasse, anzi sembrava il solito discorso di appassionati su un musicista per musicisti.
Allora ho salvato il file prematuro e l’ho lasciato lì, nel cassetto virtuale a decantare.
Marcel Duchamp "50 cc Air De Paris" 1919
Poi ho letto “Ninfomane e incazzata”, l’ultimo post di pornoromantica, che gioca già dal titolo sui trucchi della comunicazione, sfruttando una delle sua migliori arti, quella di far convivere il desiderio ed il piacere sessuale con il pensiero civico, in un personale tentativo di elevare l’animo e la coscienza umanoide che circonda il web, il sesso e tutto lo scibile umano.
Qui infatti, a dispetto del titolo che privilegia l’ipersessualità femminile, è l’incazzatura che Carolina vuole raccontare, l’angoscia che assale un essere pensante, quando sempre di più si rende conto che ce lo stanno mettendo nel culo e, cito, oltretutto (figuriamoci) senza vaselina.
Cosa c’entra questo discorso con Mazzon, direte voi?
Magari con il desiderio e con il culo, pure pure, ma con l’informazione, la musica e la libertà?
Marcel Duchamp "Etant Donnés: La Chute de l'Eau. Le Gaz d'Eclairage" 1946/1966
E invece c’entra perché Carolina, che di solito riesce a far sorridere con i suoi scritti dai titoli deliziosi come in “Pompino perfetto vs pompino improvvisato” , che cerca instancabilmente di educarci alla parità dei sessi come in “Leccare la patonza da 0 a 10”, che ha il coraggio di affrontare e di sfatare molti luoghi comuni come in “In culo oggi sì” e in “Barzotto è bello!” , aprendoci la strada ad avventure che nella vita ci aiutano a diventare grandi, fino ad arrivare ad affrontare l’annoso conflitto tra padri e figli, elegantemente risolto in “Siediti comodo, papà”, trova molti punti di contatto con la scelta dei titoli di Mazzon, come “Ed ora parliamo di libertà”, “C’era una volta un Re”, “Uffa!”, “Tema per il «Che»”, “Ecologia-Ecologia”, “Il fascino discreto dell’avanguardia” e “3/4 di rivoluzione”.
Titoli che lui, come lei, usa per spiazzare gli ascoltatori passivamente omologati, per mettere a nudo gli allineamenti ottusi ai diktat della cultura dominante, titoli che usano per attrarre e poi sorprendere, ovviamente improvvisando sul contenuto e mantenendo molto rigore nella ricerca.
Ecco, chissà se a Mazzon piacerà il parallelo, e se a Carolina andrà bene questa mia collocazione di lei, sullo stesso piano di lui, rispetto al mondo.
Marcel Duchamp "Perchè non starnutire Rrose Sélavy?" 1921
Ci siamo l’ho finito, mi sono detto, ma poi, salvando per l’ennesima volta il file, ho pensato che questa non è una fine, che forse non ho detto niente, che non ci capirete molto e penserete che confondo la libertà con un ragionamento sconclusionato e la rabbia con un bruciore di culo.
Possibile che sia così difficile descrivere un sentimento come la libertà, per me, cittadino di una repubblica che l’ascrìve direttamente in molti articoli che formano la sua costituzione?
Marcel Duchamp "Scolabottiglie" 1914
Ok. È meglio che lascio perdere, un altro non finito.
Veramente non capisco perché butto il mio tempo per lasciare un segno così labile dopo una giornata intera di lavoro, quando potrei sdraiarmi sul divano, davanti alla televisione.
Forse perché ho rinunciato alla televisione già diverso tempo fa, quando ancora non esisteva Pandora, quando era già evidente che per la completa realizzazione del Progetto per la Propaganda 2, questo nostro elettrodomestico era stato scelto come cavallo di Troia.
Questo sì che è stato facile, altro che raccontare in un post la libertà.
È bastato staccare l’antenna.
Marcel Duchamp "Con Rumore Segreto" 1916
E guardate che non l’ho buttata via, è lì accanto, raccolta in una piccola roccia, sempre a disposizione, perché uno potrebbe smettere di fumare anche continuando a comprare tutti i giorni le proprie sigarette, se volesse.
Eppure, nonostante sia a portata di mano, il desiderio di attaccare l’antenna alla finestra sul mondo che non c’è, si allontana giorno dopo giorno, con episodi inequivocabili e sgradevoli come la censura a Enzo Biagi, i telegiornali della vergogna, o i grandi fratelli che mi fanno tanta pena, come la censura a Sabina Guzzanti, o le frequenze rubate dal colosso mediaset a Europa 7, distanze aumentate dalla censura a Vauro ai mille arcani sulla scomparsa dell’informazione, che sono di più e ben più misteriosi persino dei segreti di Fatima, tipo:
perché non mandano in onda in prima serata, Biùtiful Cauntri, che è un punto di vista sull’Italia vista dalla Campania, al posto dei proclami in pompa magna sulla messa in funzione del termovalorizzatore di Acerra, che invece è un punto di vista sulla Campania vista dall’Italia?
Cioè, perché ce rincojoniscono de bucìe e non ci fanno vedere film come ZEITGEIST?
Già, la televisione.
Marcel Duchamp "La Sposa Messa a Nudo dai Suoi Scapoli, anche (Il Grande Vetro)" 1912/'15/'23
Pasolini diceva che il rapporto della TV con i suoi spettatori è esattamente quello che non dovrebbe essere.
Cioè che è:
«tipicamente autoritario: infatti tra video e spettatore non c’è la possibilità di dialogo. Il video è una cattedra, e parlando dal video si parla, necessariamente, ex cathedra.
Non c’è niente da fare, il video consacra, dà autorità, ufficialità. Anche i personaggi comici, umili, stanno lì con l’aria di aver ricevuto una benevola manata sulla spalla da chi è più potente di loro: anzi, da chi è Potente per eccellenza. Insomma il video rappresenta l’opinione e la volontà di un’unica fonte d’informazione, che è quella appunto, genericamente, del Potere. E tiene così in soggezione l’ascoltatore».
E ancora:
«essa infatti, quale fonte di informazione centralistica, è manipolata per ragioni extra-culturali, e la sua diffusione deve tener anticipatamente conto del bassissimo livello medio della cultura dei destinatari» [1]
Marcel Duchamp "Macinatrice di Cioccolato" 1914
Ecco che torna Mazzon, forte e chiaro, che di Pier Paolo è cugino e che lo ricorda innanzitutto con la stessa sublime Poesia, con la sua costruzione del suono, fortemente attaccato alle radici eppure nuovo, che lascia lo stesso segno con il suo approccio visivo al mondo, crudo, sarcastico, sempre uguale ed ogni volta cangiante, che cerca di raccontare la realtà, sfruttando il mezzo tecnico e dello spettacolo e non fa del becero spettacolo con l’esibizione della povera pratica quotidiana.
Guido Mazzon ricorda Pasolini anche in un suo libro [2], dove parla di libertà, del desiderio, dell’informazione, della musica, del suo mondo insomma e di molto altro.
Marcel Duchamp "Fresh Widow" 1920
«Forse si può dire il mondo solo se lo si è costruito completamente nel proprio linguaggio. Altrimenti si è fatalmente destinati a percorrere le solite routines personali, inconsce, restando all’interno di un mondo già detto (da altri) e soltanto condivisibile (con gli altri). Lo spazio per la creatività si trova soffocato e la parte più interessante del mondo, cioè quella non ancora conosciuta, rimane ineffabile. È attraverso lo sforzo del linguaggio che invece si può costruire il mondo o codificarlo per renderlo comune; ed è nell’atto proprio del dire che risiede il gesto poetico che costruisce, in quanto il dire è suono, significato, forma, oggetto e soggetto costituente. È cioè mattone, calce, legno, progetto, idea, architetto e muratore. Ciò che non è detto resta là, in un limbo di cose inespresse che in un certo senso non esistono: per rendere al mondo una cosa bisogna almeno dirla »[3]
Marcel Duchamp "9 Stampi Maschi" 1914/1915
Ecco, lo voglio dire, secondo me la libertà esiste, ed ha i suoni di Mazzon, le parole di Pasolini, gli occhi aperti su quello che non ci vogliono far vedere, l’amicizia di bertop, la curiosità di borguezed anche il culo, splendidamente pensante, di Carolina.
Però bisogna cercarla, conquistarla, costruirla, difenderla, alimentarla e saperla vedere, appunto.
Spetta a voi, insomma, scoprire la differenza tra il prenderlo nel culo e il ritrovarselo conficcato nel profondo.
Potrebbe non sembrare facile, ma in fondo basta un click.
Marcel Duchamp "Fontana" 1917
p.s.
se neanche voi riuscite ad arrivare alla fine a questo post, ad ascoltare tutto il disco di Mazzon, a desiderare di raccontare altri gridi ed altri link che si aggiungano a queste libere chimere, allora non c’è speranza.
Però una cosa ve la devo dire:
fate uno sforzo, non scegliete la via più semplice, ma quella più vera e profumata, anche se può apparire oscura e tortuosa e arrivate almeno fino a qui. Già l’ascolto del primo pezzo che apre il lato B del disco, ne vale la pena, perché vi resterà nel cuore.
pp.ss.
Sempre se ce l’avete, un cuore.
Credits:
Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february
È passato più di un anno e, ovviamente, diverse cose sono cambiate.
Innanzitutto sono cambiati i miei tempi, piegati dalle correnti della vita, ed è sicuramente mutato il paesaggio intorno a me, sempre più innaturale e lontano.
Ovviamente si sono modificati i miei gusti, e meno male, mi viene da dire, altrimenti sarei un conolophus subcristatus del jazz, immobile sul costone roccioso della musica più mutevole del mondo.
Nuovi amici si sono avvicinati al mio cortile e, immancabilmente, altri non ne hanno fatto più ritorno.
Poi, ancora, è cambiato il mio lavoro, e questo ha variato sostanzialmente i miei equilibri.
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Tutto questo in poco più di un anno, eppure ritrovo le stesse tracce.
Sento, infatti, che non è cambiato il mio ritmo più intimo, né tantomeno il nutrimento che ogni giorno, contro tutte le intemperie, coltivo instancabilmente e mi sforzo di continuare ad offrire a me stesso.
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Insomma, nonostante tutto, per me, scelgo sempre il miglior cibo per l’anima.
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Voi, trovate ancora erba buona in questo misero mondo o cercate di migrare verso altri luoghi di desiderio?
A Seveso la diossina avvelena e distrugge giorno per giorno la vita di un’intera zona. Non è il risultato di un incidente dovuto al caso ma l’ultimo atto di un processo chimico inquinante prodotto dall’Icmesa e che durava dal 1945, con la complicità dei pubblici poteri.
La piccola Stefania Senno, fotografata dal settimanale tedesco "Stern" il 18 Luglio 1976 a Seveso
Seveso (come Manfredonia, Porto Marghera o Borgo Priolo) è solo l’esempio più clamoroso di una lunga catena di avvenimenti delittuosi. In Italia (in media) ogni anno un milione e mezzo di lavoratori sono vittime di infortuni sul lavoro; quattromila muoiono; decine di migliaia restano invalidi. È il risultato dell’organizzazione capitalistica del lavoro che ha lo scopo programmato di trasformare il lavoro umano in profitto.
Una fabbrica non produce solo oggetti di consumo, macchinari o servizi: produce anche malattie, infortuni, morti, distruzione dell’ambiente. Solo l’iniziativa dei lavoratori può imporre un’altra organizzazione del lavoro, capace di rispettare i bisogni dell’uomo produttore.
Jenny Saville "Hem" 1998/1999
Nelle lotte degli ultimi dieci anni la nuova coscienza operaia, superando la logica della “monetizzazione” (più rischi, più soldi) ha affermato un nuovo principio: «La salute non si vende, la nocività si elimina».
È così cresciuto un movimento fondato sul controllo operaio dell’ambiente di lavoro, sul rifiuto della delega ai tecnici nella soluzione dei problemi della salute e della nocività. Protagonista è il “gruppo omogeneo”, il collettivo operaio che, a partire dal recupero della propria esperienza, dà vita a momenti di mobilitazione e di cosciente presenza politica, in collegamento con il territorio e con l’iniziativa del movimento democratico per la riforma sanitaria.
A che punto è oggi questo movimento?
Quali risultati ha raggiunto e quali problemi nuovi ha davanti a se?
Sull’insieme di tali questioni il Comitato interassociativo per i circoli aziendali (Cica) ha prodotto un film intitolato «La salute non si vende».
Jenny Saville "Entry" 2004/2005
Il Cica è un organismo unitario espresso da tre grandi associazioni democratiche: Arci, Enars-Acli, Endas, che operano per un profondo rinnovamento nel campo culturale e ricreativo. In collaborazione con le organizzazioni sindacali, il Cica va costruendo un movimento per la conquista dei vecchi Cral aziendali da parte dei lavoratori.
L’obiettivo è sottrarli alla tutela interessata del padronato e dell’Enal attraverso una gestione democratica, con la qualificazione culturale delle loro iniziative, costruendo un loro collegamento con il territorio circostante.
La regia de «La salute non si vende » è di Giuseppe Ferrara, autore di chiara ispirazione democratica a cui si debbono opere come «Il sasso in bocca» e «Faccia di spia».
Com’è giusto per una produzione direttamente espressa dall’associazionismo democratico, tuttavia, il film è il frutto di un lavoro collettivo non solo sul terreno tecnico, ma anche su quello ideativo. Ci si è avvalsi, tra l’altro, della consulenza del Centro ricerche e documentazione rischi e danni del lavoro della Federazione Cgil, Cisl, Uil.
Il film unisce ad un notevole valore espressivo e narrativo una singolare efficacia documentaria sulla realtà della condizione di lavoro nel nostro paese, sull’evoluzione storica che essa ha conosciuto, sulle lotte e la coscienza dei lavoratori.
Jenny Saville "Hibrid" 1997
Questo disco presenta i brani musicali originali composti da Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film. Ad essi sono affiancate alcune interviste a lavoratori.
È possibile, secondo voi, incontrare per la prima volta due stelle nella stessa notte?
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Certo, direte sempre voi, la notte è piena di stelle.
Ma il fatto non è tanto se le stelle ci siano o meno, che poi a me sembrano sempre di meno.
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Il fatto a cui alludo è la volontà di cercarle, la difficoltà di trovarle e la voglia di starle a guardare.
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E si, perché bisogna essere curiosi per cercare le stelle, coraggiosi per avventurarsi negli spazi sconosciuti e veri, non nei cieli noti di cartapesta, ed ancora bisogna essere infaticabili in confronto alle migliaia di piccole fatiche quotidiane, per mantenere vivo il desiderio di percorrere strade nuove e non lasciarsi trasportare dalla corrente molle della facilità.
Joan Mirò - Costellazione
Poi però bisogna incontrarle, e quando succede è un segno, non solo una coincidenza.
Ebbene, io l’altra sera, per la prima volta e non sapendo ancora bene come, le ho viste davanti a me, sopra di me, affianco a me e pure tutte intorno, riflettere la loro luce stellare, anche se così terrena, unica e rara eppure familiare, così vicina e così lontana allo stesso tempo, ma non il mio, e neppure il vostro di tempo, ma quello ampio ed infinito delle costellazioni, che non si lascia costringere dai calendari o tantomeno dagli ingranaggi degli orologi.
Giuseppe Biasi - Jazz - 1931
Una era di una grandezza spaventosa, anche se ai più sarà apparsa fragile nel suo involucro di molti anni.
Era forte, elegante e primitiva come nessun’altra, che generava costellazioni di suoni toccando, in orbita, universi già esistenti che dopo il suo passaggio non saranno più uguali.
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L’altra bruciava velocemente per la sua stessa luce, lasciando intense scie che aprivano a mondi cari e sconosciuti.
Indicava direzioni con il solo riflesso del suo passaggio, generando una forza centripeta che ti attirava dentro, creando naturale aggregazione.
Una sapeva di spezie piccanti, di carne agrodolce, di legumi saporiti e di antichi caffè, il tutto avvolto in uno sciamma bianco.
L’altra aveva la freschezza delle verdure di campo, l’aroma di una grigliata tra amici e il perlage rustico e naturale di una genuina Romanella, elegantemente fasciato in un gessato nero.
Entrambe odoravano di Storia antica, ma si esprimevano in lingue futuribili, conoscevano gli aspetti della tradizione eppure rompevano gli schemi frastagliandoli in molteplici free forms impossibili da catalogare, suonavano bene, veri e propri solisti di quello strambo collettivo che si è venuto a generare solo grazie alla sensibilità degli sguardi.
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E tutte e due, al loro passaggio, ti sporcavano le mani.
Giuseppe Biasi - Jazz - 1931
L’altra sera ho incontrato, per la prima volta, due stelle e non è importante che io stia a specificare quale sia l’una e quale invece era l’altra, perché la cosa che conta è stata la loro saggia vecchiezza universale, il loro sguardo scintillante sul futuro, la loro voglia, il coraggio e la curiosità che hanno nel solcare i cieli scuri di questa vita, che appare piccola e in ombra, in confronto della loro luce.
Tutto questo sotto lo sguardo di GM e RBKing, gli amici di TP Africa, e nell’eco del caro borguez, fortemente presente nella sua assenza.
Spero possa capitare anche a voi una notte come questa, però dovrete smettere di guardarvi i piedi ed alzare gli occhi al cielo dell’immaginazione.
Magnus da "Il Principe nel suo Giardino"
Ecchime.
Ed a pensarci bene dopo tutta questa via semplicemente sto tra il sole e l’ombra
(che decadente ancora parlo de me è morto rajiv ghandi e
ancora io parlo)
della storia meravigliosa dell’anima (de li mortacci) mia.
Ah come starei bene a vive se fossi morto
mò capisco i faraoni con le tombe piene di profumi d’orchidea di musiche di gino paoli e di televisioni
Ma la bellezza la conosci tu com’è
(stupido: essa quando si mischia cor peccato finisce sur mercato)
definizione di peccato: quello che entra da un buco e esce da un altro buco
Finalmente, mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti [1], o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” [2].
Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. [3]
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz [4] mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” [5], agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.
Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.
Barazzetta al centro, con un giovane Lee Konitz
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Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno [6], e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini [7] o di Rudy Rabassini [8], perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
“…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.”
Cover Art by Arrigo Polillo
Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.
Barazzetta con Stan Kenton
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Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.
"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."
Cover Art by Guido Crepax
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Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz.
Barazzetta con Buddy Collette
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Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.
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Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.”
Cover Art by Guido Crepax
Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:
ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”
Barazzetta al centro tra Gorni Kramer e Benny Goodman
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Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:
voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz». Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.”
Cover Art by Guido Crepax
Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:
“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?”
Barazzetta con Charles Mingus
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Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):
“ Caro Giuseppe, AIUTO!
Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 [9]. Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…”
Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
In queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.
Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
Marcello Riccio (cl), Umberto Cesàri (p), Giorgio Battistella (vib),
Pino Liberati (bass), Peppino D’Intino (drums)
Rome 1959, January 26
A3) Original Lambro Jazz Band
“Ole Miss”
Peppino Ferrario (tp), Herman Meyer (second tp), Renato Gerbella (cl), Francesco Cavallari (trne), Carlo Manto (p), Raffaele Linares (bass), Mario Pratella (banjo), Claudio Clerici (drums)
Milan 1958, January 28
A4) Milan College Jazz Society
“Down Home Rag”
Giorgio Alberti (tp), Gianni Acocella, Luciano La Neve (trne), Bob Valenti (cl), Carlo Bagnoli (ten. sax), Vanni Moretto (p), Luigi Bagnoli (bass), Luigi Allievi (drums)
Milan 1959, January 29
A5) Modern Jazz Gang
“Arpo”
Cicci Santucci (tp), Sandro Brugnolini (alto sax), Alberto Collatina (valve trne), Carlo Metallo (bar. sax), Leo Cancellieri (p), Sergio Biseo (bass), Roberto Podio (drums)
Rome 1959, January 26
A6) Flavio Ambrosetti and His All Stars
“Thou Swell”
Raimond Court, Sergio Fanni (tp), Flavio Ambrosetti (alto sax), Marcel Peters (bar. sax), Gorge Gruntz (p), Eric Peter (bass), Daniel Humair (drums)
Milan 1959, February 14
A7) Modern Flaminia Quintet
“What’s New”
Checchino Tommassini (alto sax), Giovanni Spalletti (vib), Raffaele Giusti (p),
Sandro Santoni (bass), Lionello Bionda (drums)
Milan 1958, October 18
B1) Quintetto Basso – Valdambrini
“Almost Like Being In Love”
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. sax), Renato Sellani (p),
Aurelio Ciarallo (cl), Carlo Zoffoli (vib), Walter Branchi (bass), Roberto Petrin (drums)
Rome 1959, January 26
[1] Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia
[2] AAVV, Jazz e cultura mediterranea, ISMEZ,
[3] Musica & Jazz
[4] Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Giuseppe Barazzetta, Enciclopedia del Jazz, Messaggerie Musicali Milano, 1953
[5] Giuseppe Barazzetta, Jazz inciso in Italia, Messaggerie Musicali, 1960
[6] Enrico Cogno, Jazz Inchiesta Italia, Cappelli editore, 1971
[7] Franco Mondini, Sulla strada con Chet Baker e tutti gli altri, Lindau, Torino 2003
[8] Rudy Rabassini, Piccola Storia del Jazz a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2007
[9] Mingus at Monterey, Live at Jazz Festival, California, Jazz Workshop 001/002 , re-issue on Prestige P-24100, 1981
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Nota alla selezione grafica:
le cover pubblicate in questo post, sono una parte dei dischi che Barazzetta ha curato, scrivendo anche tutte le note di copertina, durante la sua consulenza presso la Carisch, dal 1954 al 1960.
Le fotografie sono tratte dal volume "Una vita in quattro quarti".
“è musica ammattita e gambe storte, suoni fischianti, arrugginiti, fischi di sirene e crepitare di motori, rauchi, assordanti, cui corrisponde la frenesia di un gestire corbellone e minchionato, avventuroso e truffaldino.”[1]
ca
“È nefando e ingiurioso per la tradizione, e quindi per la stirpe, riportare in soffitta violini, mandolini e chitarre per dare fiato alle trombe e ai sassofoni, per percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda! È stupido, è ridicolo, è antifascista andare in sollucchero per le danze ombelicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga d’oltre oceano!
Dobbiamo crearle noi, le nostre forme di vita, d’arte e di bellezza, così come ci stiamo creando la nostra forma di governo, le nostre leggi e le nostre originalissime istituzioni.” [2]
Jan Matulka, Negro Jazz Band, 1926
ca
“Ed ecco gli italiani imitare a iosa quelle quasi musiche, quei motivi catalettici, quei maneggi di trombone o contrabbasso, gli italiani musicanti intendo io, proprio quelli che, dimenticato il padre e il suol, si son buttati ad «italianizzare» i concerti americani. «Italianizzare»; dicono alcuni che son del mestiere.
Quale necessità ci sia, Dio solo lo sa.
Ed ecco i musicanti italiani, con bello spirito, paragonare, superficialmente sempre, terra terra, quei canti alla patina della parola, al riflesso delle vocali, ai suoni onomatopeici insomma, quasi che gli italiani si fossero messi in mente di gareggiare con i negri.”[3]
Sem (Georges Goursat), White Bottoms, 1927
ca
“Con provvedimento del Ministero della Cultura Popolare, viene proibita la vendita di dischi fonografici riproducenti canzoni e ballabili di autori americani e inglesi. Esso fa seguito ad un precedente divieto di pubblica esecuzione di musiche i cui autori siano ebrei o sudditi dei paesi nemici.
Il provvedimento sarà accolto con soddisfazione da quanti, moltissimi, erano nauseati dal contagio delle canzoni sceme, grottescamente cantate, barbaramente musicate.
È un’azione di bonifica del gusto, auspicata ripetutamente dal Popolo d’Italia, che ora si attua fra il compiacimento generale.”[4]
Hugh Hirtle, Exotic Adventures vol.1, n°2, 1958
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“La culla del piccolo Romano, nella natia Romagna, ha cominciato ad oscillare all’ombra della quercia tradizionale piantata dalle mani stesse del Padre. Oh simbolo magico del mito. Altrove genitori infetti da snobita esterofilia avrebbero convocato miss e damerini per strofinarli al suono di un cacofonico jazz americano”.[5]
ca
“In casa si ascoltava di tutto. Mio padre preferiva la musica sinfonica e quella lirica, mio fratello Bruno la lirica, io, mia sorella Anna Maria e l’altro fratello, Vittorio, amavamo tutta la musica, ma in particolare il Jazz. Iniziai il mio rapporto con la musica nel 1941, comprando un sax contralto, strumento che vedevo nei film e che speravo di poter imparare con l’ausilio di un componente della banda dei vigili urbani. Ma la cosa non funzionò e passai al pianoforte.
Nel 1943 ascoltai la canzone «Ma l’amore no», interpretata da Alida Valli. Mi piaceva, e allora cercai di riprodurne le note sulla tastiera, suonando sempre lo stesso accordo. Poi lo «spostai», e scoprii di fatto la chiave che racchiudeva il mistero delle note, vale a dire la tonalità. Da quel giorno incomincia a suonare dalla mattina alla sera.
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Mio padre fu contentissimo di sentirmi suonare il pianoforte: suonavo blues e standard americani, ma anche canzoni italiane.
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Egli voleva però che io imparassi a leggere bene la musica, cosa che lui sapeva fare. Il che invece, per quanto mi riguarda, a tutt’oggi non è ancora accaduto.”[6]
James Blanding Sloan, Jazz – the New Possession, 1925
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Credits:
Label: Family Records
Catalog#: SFR-RI 639
Format: LP
Country: Italy
Released: 1972
This is a first reprint on album
“Jazz allo Studio 7”
printed by RICORDI MRJ 8002
Tracklisting:
Side A – Romano Mussolini All Stars
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Gianni Sanjust (cl), Cicci Santucci (tp), Enzo Scoppa (tenor sax), Franco Tonani (drums)
and Dino Piana (trne)
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Recorded at Studio 7, Milan, on 1962 April 21th
A1) Yes, Boy (R. Mussolini) – 3’00”
A2) ¾ di Gioia (R. Mussolini – C. Loffredo) – 3’52”
A3) Nice Day (Buddy Collette) – 3’18”
A4) Jordu (Duke Jordan) – 3’05”
A5) San Thomas (Sonny Rollins) – 3’40”
A6) Full di Dame (R. Mussolini) – 1’45”
Side B – Romano Mussolini Trio
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Franco Tonani (drums)
Proprio oggi, in questo stesso giorno di due anni fa, Tony Scott lasciava questa forma di vita, per come la conosciamo noi, per raggiungere i suoi più grandi amici che gli avranno certamente tenuto un posto d’onore lassù, come meritava, nell’olimpo del Jazz.
E sì, perché Anthony Joseph Sciacca aveva il Jazz nel sangue, quel sangue di mille colori che gli scorreva nelle vene al ritmo sincopato di una metropoli americana, che gli alimentava il suo grande cuore italiano, che lo faceva respirare con calma ed in sintonia con tutto il mondo, dalla piccola Salemi, terra d’origine in provincia di Trapani, alla frenetica New York.
Un'armonia naturale con il tutto, che gli permetteva di esprimersi, e di farsi comprendere, sia nell'Oriente misterioso ed affascinante dove Tony ha vissuto e suonato dal ’60 al ’65, sia nell’Africa più nera, sua ritmica casa ancestrale sul finire dei Sessanta, e che lo ha portato a scoprire, o ritrovare, le sue radici anche nella città di eterna bellezza nella quale si trasferì negli anni ’70 e dove rimase fino alla fine.
Avrei potuto raccontare le sue origini, da subito intrise di musica, la sua vita da eterno girovago, il suo immenso studio ed amore per il clarinetto, strumento al quale Tony Scott è riuscito a donare nuova vita dopo che questi era stato “relegato” ad un suono di tipo tradizionale.
Avrei potuto raccontare degli incontri magici e speciali con Charlie Parker, Lester Young, Bill Evans, John Coltrane o anche con il nostro Massimo Urbani, ma non sarei riuscito a descrivere il suo amore, ricambiato, per la figura e la voce di Lady Day.
Certo, avrei potuto raccontare dei numerosi premi che gli sono stati attribuiti per ben otto anni di seguito (dal ’53 al ’60) dalle critiche internazionali, su tutte quelle di Down Beat e Metronome, delle interminabili Jam session che alimentava con il suo fare stravagante ed instancabile, della riconoscenza che i nostri più importanti musicisti gli hanno sempre riconosciuto, tra cui Franco Cerri, Marcello Rosa, Romano Mussolini e Mario Rusca.
Avrei potuto ma, come sempre più spesso mi accade in questo periodo, ritengo che le fotografie, la sua voce e, soprattutto la sua musica, possano raccontare molto più in profondità di queste o di altre mille parole.
E allora preferisco ricordarlo con questo disco raro, non solo perché fuori commercio ed inciso con Franco Cerri in esclusiva per Ugo Malobbia, grande appassionato di Jazz, non solamente perché ci permette di ascoltare direttamente le parole di Tony e neanche perché contiene una preziosa registrazione in cui Tony accompagna Billie Holiday al pianoforte.
No, preferisco condividere con voi questo disco perché documenta una traccia del suo universo musicale, fatto certamente di swing, ma soprattutto fatto di sfumature, di accenti unici, come la sua stessa voce, di sue composizioni che ha voluto dedicare ai grandi di questa musica, suoi compagni, amici, fratelli.
Perchè in questo disco, Tony stesso racconta il suo universo fatto di Jazz, insomma.
Ciao Tony, grazie, e salutame ‘a Lady.
Credits:
Label: Malobbia
Catalog#: CM 003
Format: LP
Country: Italy
Released: 1976, september
Franco Cerri (el. g., bass, vocal),
Tony Scott (cl., ten. sax, bar. sax, p., vocal)
Bunnie Foy (vocal),
Santino Palumbo (p.), Stefano Cerri (el. bass), Carlo Sola (drums)
Lino Benso (drums on “Blues Story”)
Tracklisting:
A1) Blues Story (F. Cerri, T. Scott)
A2) Lady Day (T. Scott)
A3) Satin Doll (D. Ellington)
B1) Take The «A» Train (D. Ellington)
B2) Blues for Charlie Parker (T. Scott)
B3) Stella by Starlight (V. Young)
B4) Sophisticated Lady (D. Ellington)
B5) Lester Leaps In (L. Young)
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Nota alla selezione musicale:
La traccia di apertura, è "Za-Zen",
tratta dall'album di Tony Scott "Music for Zen Meditation (and Other Joys)",
Verve V6-8634
inciso nel febbraio 1964 a Tokyo da
Tony Scott (cl.), Shinichi Yuize (koto) e Hozan Yamamoto (shakuhachi)