Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della nostra musica. Nella prospettiva e nella speranza di poter costruire in futuro un blog a più mani sulla Musica Jazz.
Un evento
organizzato dall’Università di Padova per porre a tema l'improvvisazione
nel suo statuto ontologico e concettuale e nelle varie forme ed
espressioni in cui si manifesta nelle scienze, nelle arti, ma anche nelle
professionalità e azioni quotidiane. L'appuntamento è scandito in tre momenti: una Conferenza Internazionale, un
Concerto jazz e un Workshop.
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ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001 –
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001.
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una telefonata anonima agli agenti del commissariato di Warmoesstraat, segnalò il ritrovamento di un corpo senza vita sul marciapiede laterale dell’Hotel Prins Hendrik di Amsterdam.
Gli agenti intervenuti, scrissero sul rapporto che il corpo era stato ritrovato di fianco ad uno di quei caratteristici paletti allineati sul marciapiede, riverso sul fianco destro in posizione fetale, con una maglietta a maniche corte ed un paio di pantaloni gessati.
Il cranio era fracassato ed il viso ricoperto di sangue.
Accanto al cadavere c’erano un paio di occhiali dalla pesante montatura in tartaruga.
Le condizioni del corpo sembravano di un uomo sui trent’anni, la sua posizione e lo sfondamento del cranio, fecero pensare che fosse caduto da una delle finestre dell’albergo.
Non avendo documenti, non fu possibile identificare il cadavere.
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Solamente la mattina dopo, Venerdì 13 Maggio 1988 alle ore 08:00, l’ispettore Rob Bloos si presentò all’albergo per una breve indagine e per chiudere il rapporto.
Quando la receptionist disse che il cliente di una camera, chiusa dall’interno, non rispondeva alle sue telefonate, l’ispettore decise di forzare la serratura ed entrare.
Nella stanza il letto era intatto, ed era presente un solo bagaglio,
una custodia rigida di una tromba.
All’interno c’era il dorato strumento, un orologio, cinquanta fiorini olandesi, un braccialetto, un accendino, meno di un grammo di eroina ed un pezzo di carta con sopra scritto Chet Baker.
Il resto che si conosce sulla figura di Chet Baker è Storia,
mistero, gossip o leggenda.
Ma la musica di Chet è reale, incisa una volta per tutte tra i solchi di centinaia di vinile.
Più reale forse dell’uomo che l’ ha interpretata, del quale, ai più, è stato possibile conoscere solo un’immagine.
Questo che segue è il mio ricordo di Chet e della sua bellissima musica,
in forma di ballata.
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1.Deep in a Dream
“... then from the ceiling, soft music comes stealing;
we glide through a lover’s refrain.
You’re so appealing, that I’m soon revealing
My love for you over again...”
Ho conosciuto Chet una sera, alla fine del novembre 1987.
Io che, appena diciottenne, ascoltavo il punk dei C.C.C.P. che in quell’anno avevano pubblicato “Socialismo e Barbarie”, io che in maggio avevo visto a Firenze i Litfiba del Live registrato sul disco “Aprite i Vostri Occhi”, io che avevo appena comprato “Kiss me Kissme Kiss me” dei The Cure e “Tender Prey”, l’ultimo di Nick Cave and the Bad Seeds.
Io amavo la musica, ma non conoscevo il Jazz,
e Chet Baker non sapevo nemmeno chi fosse.
Ma Alice si, e non ci mise molto a convincermi
“lo devi sentire cantare…” mi disse, “…ti farà innamorare con una sola nota.”
Lei, con quegli occhi maliziosi e quella voce morbida e musicale, avrebbe fatto fare qualunque cosa a chiunque.
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Il locale si trovava in Corso Vittorio Emanuele, ricavato dallo scantinato di un vecchio palazzo romano, piccolo e pieno di fumo. Noi arrivammo tardi, a concerto già iniziato e, nonostante fosse pieno di gente, si sarebbe potuto sentir cadere uno spillo.
I musicisti erano praticamente in mezzo alla gente, con i tavolini attaccati alle ginocchia. Quello che stava suonando aveva una chitarra, una rada barbetta, pochi capelli unti e lunghi e un assurdo maglione da sci, verde e celeste.
Dietro, in piedi, un ragazzo con una folta capigliatura riccioluta, l’unico di loro in giacca e cravatta, sembrava appeso al contrabbasso, la testa buttata all’indietro e gli occhi piccoli, trasformati da delle lenti molto spesse.
Il terzo, seduto con una tromba appoggiata sulle gambe, era così assorto che sembrava dormisse. Le mani gonfie, una sigaretta dimenticata tra le dita, stivali da cowboy e degli occhiali troppo grandi per il suo viso scavato, segnato come una roccia graffiata dal mare dopo millenni di vento.
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Poi, senza aprire gli occhi e muoversi troppo, cominciò a sussurrare
“… la sigaretta mi brucia, mi sveglio
la mano non è ferita ma è il mio cuore che soffre;
ma noi ci ameremo ancora come facevamo una volta,
quando io sogno, profondamente te…”
Mi persi un po’ tra le parole che trovavo sdolcinate, ma era il suo modo di cantarle, come fossero dedicate ad ognuno di noi, come se le stesse dicendo piano, intimamente, ad ogni singola persona che si trovava lì, che mi catturò.
Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, neanche quando Alice mi trascinò tenendomi per mano, facendosi largo tra un mare di gente, fino a raggiungere un tavolo vicinissimo a loro tre, con su scritto “Riservato Miss J”.
In quel momento, molto lentamente, il tipo seduto con gli occhiali alzò la sua tromba. Forse per un gioco di luci, o perché eravamo molto vicini, ma quel movimento mi affascinò, svelandomi tutta la bellezza di quello strumento.
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Curve morbide, levigate e perfette, tubi che si incrociano e si ritorcono su se stessi con una naturalezza che non svela complessità, e poi, la lucentezza.
Mille riflessi la fanno esplodere, tra guizzi di luce che si rincorrono accecanti e oscuri lati d’ombra, invertendo le parti in un cambiamento in continuo movimento, su una superficie sempre cangiante, che riflette lui e, cattura e deforma tutti noi.
Poi, avvicina la tromba alle labbra e, senza alcuno sforzo, comincia a suonare.
Attacca con un soffio caldo, da cui nasce un suono basso, rotondo, soffuso e continuo.
Gli occhi sempre chiusi e le dita, gonfie, che si muovono incredibilmente agili, creando una variazione di suoni che sembra impossibile fare usando solo tre tasti.
La tromba non segue la melodia del cantato, soltanto rifacendolo, ma scende in profondità, esplorando stanze nascoste che la voce non aveva considerato, ricreando un’atmosfera di intima complicità, di dialogo privato, come se suonasse solo per me.
Solamente per uno di noi alla volta.
Poi una voce alle spalle, normale e quindi sgradevole, mi riporta alla realtà “Seduto, per favore”.
Non me ne ero neanche accorto, ma mi ero innamorato.
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2.Zingaro
“…com seus mesmos tristes, velhos fatos
que num àlbum de retratos
eu teimo em colecionar … ”
Non mi sono ancora seduto che il tipo con la tromba, incurante degli applausi, riprende a suonare.
Subito cala il silenzio, e in tutto il locale è come se il tempo si fosse fermato.
Ci sono solo io, lui e il suo suono.
Nasce una melodia lenta ed avvolgente, che Alice in un sospiro mi presenta come “… bossanova …”.
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La tromba inizia lenta, indietro nel tempo anzi, sembra addirittura fuori.
In realtà, ma questo lo capirò solo dopo sei o sette minuti, il suo suono è tra il tempo, decidendo se spingerlo avanti o obbligare tutti ad attenderlo, a pendere dalle sue labbra.
Disegna il tema, con un’esecuzione apparentemente noncurante, distaccata e proprio per questo profondamente affascinante, con un suono senza vibrato, quasi parlato,
facendo solo le note necessarie, senza aggiungere niente,
come se quella fosse la prima ed ultima volta che lui suonasse quella canzone.
Poi, con un arpeggio leggero entra la chitarra, ripete il tema tessendo un tappeto di note minime, cristalline, semplici ed ariose che dialogano con la tromba, che replica il pezzo come prima, eppure ancora nuovo.
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Accanto a me Alice, ad occhi chiusi, sentendo la musica con tutto il suo corpo, in maniera naturale come se stesse respirando, canta a voce bassissima
“…vou colecionar mais um soneto…
outro retrato em branco e preto
a maltratar meu coração…”
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È solo quando la chitarra va in assolo che, doppiando il tempo, la canzone si colora di tinte caraibiche, di malinconie latine e ballabili, permettendo cosi alla tromba di interpretare la melodia liberandola, con la stessa bellezza e fragilità del volo di una farfalla.
Per ultimo, il tipo al contrabbasso ricostruisce il tema dalla base, dal tempo e dal suo ritmo, dalla carnalità delle vibrazioni, che si spandono intorno e toccano delicatamente le corde più profonde, tornando all’origine, dove tutto è nato.
In quel momento, finalmente, il tipo con la tromba apre gli occhi piccoli, vispi e furbi, come quelli dei bambini sanno essere, ma su un viso stanco e troppo vecchio. Poi, guardando nella nostra direzione, sorride, stirando la pelle del suo viso finora accartocciata, trasformando la sua bocca piccola e ben disegnata in una stretta fessura, dedicando un affascinante sguardo alla mia compagna.
Nasconde una tragica bellezza quello sguardo, la disperazione dei vinti e la forza di chi deve per sempre continuare a provare, per non morire dentro, per rinascere ogni volta.
Finisce il pezzo, lui si alza, ringrazia il pubblico e se ne va, lasciando sulla sedia la sua tromba, ammaccata, graffiata e bella quanto lui.
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Il pubblico applaude, fischia, batte i piedi e lo chiama per nome in un tripudio di follia, tutto per vederlo, per rivederlo ancora una volta.
E infatti lui rientra.
Con un sorriso compiaciuto si offre ancora a noi, ringrazia, prende con dolcezza la sua tromba, si siede e, in un rispettoso silenzio, si accende lento una sigaretta.
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3.My Funny Valentine
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Le luci sul piccolo palco sono spente, solo il pulsare della brace della sigaretta che si infuoca e si affievolisce mi ricordano che il tempo passa.
Sempre al buio, pianissimo in crescendo, parte il contrabbasso. Un suono legato, lungo, che con l’arco trascina le note in una lenta melodia, che passa dall’acuto al grave con una consistenza terrena, reale, quasi tangibile.
Poi la chitarra accenna appena il tema. Una breve sequenza di note che si insinua dentro, con la stessa semplice intensità di quelle musiche che, una volta ascoltate, restano in testa tutta la giornata.
“…Myyy…
funny Valentine,
sweeet
comic Valentine ...
youu maaaake me smiiile with my heart...”
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Quando Chet inizia a cantare, gli altri due cedono il passo, restando nell’ombra di un accompagnamento discreto, riconoscendo alla voce la stessa valenza di uno strumento, con una musicalità ed un senso del ritmo che gli permette di andare avanti da solo, con la bocca attaccata al microfono come se stesse sussurrando nell’orecchio della sua amata.
Allunga le vocali quasi a voler rendere interminabile quella dedica d’amore
“… yooour looks are laughable,
unn... photograa... phable
yet, you’re myyy fa-vo-urite work of art...”
Tocca di nuovo alla chitarra il ruolo di elevare la musica ad uno stato etereo, un tocco limpido, luminoso, lieve e quasi azzurro, che trasporta la canzone ad un’altezza irraggiungibile per qualsiasi strumento di legno. Riparte dalla prima battuta e, in un assolo dondolante, mi dona l’immagine di un amore che conoscevo, ma di cui non conservavo memoria.
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“… is your figure leess thaan greek?
iiiis your moouth a little weak?
... when you ooopen it to speack,
aa-aaare you smart...”
É solo quando il pizzicato denso e scuro del contrabbasso mi vibra dentro che mi ricordo di non essere solo con Chet.
Guardo accanto a me Alice, il suo profilo africano forte eppure cosi armonico, le sue labbra lisce e arrotondate come le dune di un deserto sconosciuto, affascinanti e pericolose.
Ha i capelli raccolti che scoprono la linea del collo, che parte dalla spalla e sale, perfetta, fin dietro l’orecchio, dove la pelle è delicata e sensibile.
Il solo del bassista fa tornare la canzone reale, disegna le forme e colora la pelle della mia Valentine, che non è più astratta nella mia mente, ma accanto a me in carne e sangue, e mi fa pulsare di vita.
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Poi lei chiude gli occhi e, un secondo dopo, il suono della tromba riempie il locale e tutti gli spazi vuoti dentro di me, trasportandomi fuori da tutto, con un suono a volte incerto, caldo e naturale come il vento che si ode tra le foglie, come la brezza che si gode di fronte al mare.
Ripete l’inciso con poche note inevitabili.
Eppure c’è dentro tutta la canzone, una melodia di quelle che non si possono dimenticare, densa e rassicurante, sensuale e romantica come solo certi ricordi sanno essere.
Lui incarna tutte e due le facce della canzone, la porta in alto rendendola spirituale come pura poesia e la riporta nella realtà, tra le lenzuola ancora tiepide di un letto vuoto, donandogli carnalità.
Lui è la canzone.
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Dopo, in un sospiro riprende a cantare
“… don’t change a hair for me
not if you care for me
stay, little Valentine, stay...
each day is ... a Valentine’s day...”
Termina la frase delicatamente, come uscendo da dentro di lei, e non c’è stacco tra le sue parole ed il silenzio che segue. Restiamo tutti ancora assorti, come se quel silenzio facesse parte della sua musica. Lui rimane piegato sul microfono, le labbra che ancora lo toccano, gli occhi chiusi. Solo dopo qualche secondo, interminabile, di quiete, il pubblico si rende conto che la canzone è terminata.
Tra gli applausi Alice si alza e mi dice
“…vieni, ti faccio conoscere Chet.”
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Note alla selezione musicale:
mi sarebbe piaciuto registrare quel concerto ma, all’epoca,
la mia passione doveva ancora nascere e questo blog non era che un sogno inutile.
Perciò la scaletta, nonostante riprenda quei brani, è così composta:
“Blue room”, only vocal – 1’25”
from Deep in a Dream the Ultimate Chet Baker Collection –
Pacific Jazz 2002
“Deep in a Dream of You” – 6’38”
from LP Deep in a Dream of You - Moon MLP 026
Chet Baker (tp, v.) Jacques Pelzer (fl) Harold Danko (p)
Isla Eckinger (b)
Rome, Italy, 1976
“Portrait in Black and White (Zingaro)” – 15’30”
from LP Memories, Chet Baker in Tokio – Paddie Wheel K28P 6491
Chet Baker (tp, v.), Harol Danko (p), Hein Van Der Geyn (bass),
John Engels (drums)
Tokio, Japan, June 14th, 1987
4. “My Funny Valentine” – 7’15”
from LP Chet Baker Sings Again – Timeless SJP 238
Chet Baker (tp, v.), Michel Graillier (p), Riccardo Del Fra (bass),
ca nun ce stà cchiù musica ‘a quanne è muorte ‘o free
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‘O vero free era chillo ‘e ‘na vota, tuccava ‘o core ‘o vero free
pure l’Americane s’o cantavano,
pè miezz’e nire ieve chella museca
ma mò ca e tiempe belle so fernute
‘o core mie fernesce ‘nzieme ‘o free
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‘O vero free era chilo ‘e ‘na vota, tuccava ‘o core ‘o vero free
ma ‘a tristezza cchiù grossa che m’accide
è ca ‘sti piscature ‘e Margellina
nun canteno cchiù free ma sule rock
ma sulamente ‘o rock”
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*Il testo di Mario Schiano, interpretato sul disco "Swimming Pool Orchestra" dal mitico Trottolino, nome d'arte di Umberto D'Ambrosio, è tratto dal libro intervista a Mario Schiano
1. "E' sempre Primavera/Matrice Due" dal LP Partenza di Pulcinella per la Luna, VISTA n. 7 - TPL1 1117, 1974.
2. "Life Saver" dal LP Jazz a Confronto n.8, HORO - HLL 101 08
3. "Apollon 4" registrazione inedita della colonna sonora del film di Gregoretti "Una fabbrica Occupata", registrato a Roma nel febbraio 1969, CD allegato al libro "Un Cielo di Stelle"
4. "Apollon 5" registrazione inedita della colonna sonora del film di Gregoretti "Una fabbrica Occupata", registrato a Roma nel febbraio 1969, CD allegato al libro "Un Cielo di Stelle"
5. "B" dal CD Uncaged, Splasc H CDH 357, 16 aprile 1991
6. "Lover Man" dal LP Old Fashioned, Carosello Jazz from Italy CLE 21043, Roma 5 giugno 1978
“In assoluta indipendenza dal troppo rapido variare delle mode e dei gusti, la nostra etichetta vuole rappresentare un preciso punto d’osservazione sul cangiante panorama del jazz d’oggi.
Non una storia di questa musica dunque, ma semmai un largo florilegio di quanto in essa c’è di attuale, di vivo. [1]”
Così, quasi quarant’anni fa, veniva presentata al pubblico una delle più prestigiose etichette italiane di jazz, attiva nel decennio degli anni Settanta, che ha contribuito a dare all’Italia un posto di rilievo nel panorama jazzistico internazionale.
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Quelle “quattro righe” portano la firma di Aldo Sinesio, regista cinematografico, appassionato di jazz e poi “anomalo” produttore.
“…verso la metà degli anni Quaranta, con la guerra ancora in corso, il jazz si poteva ascoltare alla radio, benché fosse proibito. Tra i primi musicisti che ho ascoltato, ricordo un giovanissimo Charlie Parker.
Ma, all’epoca, la mia vera passione era il cinema." [2]
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Aldo Sinesio, siciliano, espatriò a New York, andando a vivere nel Greenwich Village, che negli anni Cinquanta ribolliva nell’enfasi della ricerca culturale, palcoscenico naturale di molti di quegli artisti che, sperimentando nuovi linguaggi, scriveranno la storia contemporanea.
“…era incredibile: la musica nasceva ad ogni angolo di strada. Poteva accadere di entrare in un club fumoso e trovarsi di fronte a Sun Ra. Un concerto poteva iniziare con tre o quattro musicisti e finire con una jam di dieci, quindici persone. Era il centro del mondo…" [3]
E lui voleva essere parte attiva di quel mondo che animava la sua passione, divisa tra cinema e jazz.
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“Uno dei miei primi documentari a sfondo sociale aveva per titolo
“Pane di Zolfo”. La musica che utilizzai era quella di Trane…”
“Pane di Zolfo”, non un titolo a caso e la musica, non una qualsiasi ma John Coltrane.
Il pane, è uno degli alimenti “poveri” fondamentali della cultura gastronomica italiana ed anche il più rappresentativo.
Senza pane non si va a tavola, sarebbe inconcepibile.
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Le miniere di zolfo, per quasi duecento anni hanno profondamente segnato - nel bene e nel male - l'economia, la storia e la cultura di quella parte della Sicilia compresa nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Enna e sono anche tristemente ricordate nell’opera di un altro grande siciliano, Luigi Pirandello, in "Ciàula scopre la luna" [4]. Questa novella, dalle tinte di critica sociale, racconta tramite la vicenda di un “caruso”, Ciàula,
il sistema di estrazione dalle miniere che ha contribuito a sviluppare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile.
I carusi erano bambini da 7 ai 12 anni, che dalle profondità delle gallerie portavano i carichi di zolfo sulle spalle. La loro paga consisteva in una somma esigua anticipata alla famiglia in cambio dell'uso del bambino. A causa di questo debito il caruso riceveva solo acconti, quasi sempre in natura, come farina, olio e spesso solo pane.
Il pane e lo zolfo.
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Sinesio, nato in una realtà difficile come quella siciliana, una volta tornato in Italia voleva cambiare il mondo attraverso il linguaggio della sua passione, il cinema politico, raccontando di tradizione e sfruttamento.
“… ma l’Italia non era – e non è ancora – un paese libero, ed incontrai notevoli difficoltà. Quando capii che non potevo lavorare con il cinema politico nel mio paese, pensai che il jazz, non avendo parole ma solo musica, poteva essere un valido compromesso. Dopo aver lavorato per un breve periodo nella RAI come collaboratore esterno, capii che non era il mio ambiente e cominciai a produrre sonorizzazioni per sottofondi con la Fly Records. I proventi di questa etichetta venivano reinvestiti nel progetto della HORO Records, un’etichetta solamente di jazz…" [5]
La HORO Records nasce a Roma nel 1972 ed è, per me,
l’equivalente italiano della impulse! Americana.
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Il sound inciso nei dischi delle due labels, è intriso dello spirito di quegli anni, fatto di sperimentazione musicale e di indignazione politica.
Entrambe sono riuscite ad amalgamare i diversi stili musicali ed i tanti approcci personali in una sonorità precisa e moderna, le cui tracce sono importanti ancora oggi.
Provate a fare i nomi delle due labels a qualsiasi appassionato di jazz,
che sia americano, giapponese o bergamasco.
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Per la impulse registrò sia Duke Ellington che McCoy Tyner,
Earl Hines come Keith Jarrett, sia Pee Wee Russell che Pharaoh Sanders.
Sui dischi HORO troviamo sia Renato Sellani che Sun Ra,
Gianni Basso come Archie Shepp, Oscar Valdambrini come Lester Bowie.
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Le due labels, sono caratterizzate per la devozione alla musica d’avanguardia, ultima significativa direzione presa dal jazz.
Su etichetta impulse abbiamo praticamente tutto John Coltrane,
per la Horo registrò il primo disco a proprio nome Massimo Urbani.
Ed anche nel brand io trovo similitudini:
Arancione e nero per la impulse,
“…a significare il fuoco e l’ebano, la furia e l’orgoglio” [6]e
Rosso, nero e bianco per la HORO.
Il rosso della passione e della politica, il nero ed il bianco come due opposti necessari al jazz ed uniti nel confronto.
“… concentrai tutte le mie forze e l’esperienza accumulata tra gli Stati Uniti e l’Italia, per iniziare a produrre dischi di artisti che avevo già incontrato a New York o qui. Quando iniziai tutti credevano che sarei fallito nell’arco di pochi mesi, invece eccomi qua, con un catalogo da far invidia alle più importanti major discografiche…” [7]
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L’etichetta prosegue il suo “percorso” fino a tutto il ’79, registrando Mario Schiano, Steve Lacy, Enrico Rava, Johnny Griffin, Giancarlo Schiaffini, Lee Konitz, Piero Umiliani, Gil Evans, Giorgio Gaslini, Max Roach, Giancarlo Barigozzi, Sam Rivers, Enrico Pieranunzi, Roswell Rudd e l’elenco potrebbe continuare. Grandi personaggi fatti incontrare in studio, messi a confronto in Italia, registrati con progetti inediti quasi sempre negli storici “Studi TITANIA” di Roma.
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“… ci pare importante sottolineare che la novità essenziale della collana è quella di non utilizzare in nessun caso nastri già incisi per altre case e variamente pubblicati: ogni brano contenuto in un qualsiasi disco HORO è stato appositamente registrato per noi, dando inediti e stimolanti risultati per quanto riguarda l’incontro, nei nostri studi, di personalità jazzistiche di diversa estrazione…" [8]
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E infatti, sui dischi HORO, troviamo piccole gemme che hanno per titolo “Blues for Sinesio” e “Roma Today” di Lee Konitz, “Music Inn Blues” di Johnny Griffin, “Calypso in Roma” di Don Pullen, “Open City- Città Aperta” e “Volare” di Ran Blake,
L’impegno e la passione di questo straordinario produttore, hanno dato vita ad una settantina di dischi memorabili.
“il primo fu Frank Rosolino, un grande trombonista. Con un musicista del suo calibro in catalogo, fu tutto più facile. Al secondo, Johnny Griffin, gli chiesi di registrare con me, e quando lui mi chiese il perché gli risposi che lo aveva già fatto Rosolino, e lui accettò. Ancora ricordo l’incontro con Gil Evans, un gran signore. Non mi conosceva, e l’accordo fu preso in una hall di un piccolo albergo romano.
Alla fine erano gli stessi musicisti a chiamarmi prima di venire in Italia.”
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Ma il suo vero guadagno è stato il rispetto dei maggiori artisti della scena jazz internazionale che, praticamente, hanno tutti inciso per lui.
“…una volta stabilita la parte economica si comportavano da veri professionisti. Durante la trattativa avevano la sicurezza e la consapevolezza di essere tra i più grandi del mondo. In quel momento, la maggior parte di loro, stava godendo di una fama internazionale che gli permetteva di chiedere qualunque cosa. Capivano subito con chi avevano a che fare e non avevano la presunzione di sparare cifre improponibili per un piccolo produttore.”
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Ed anche della critica, che ha riconosciuto l’importanza della produzione HORO, citata dal New York Times e recensita da critici internazionali come Nat Hentoff e Ira Gitler. Le note sul retro di copertina, di questi bellissimi LP, documentano il periodo con scritti di Roberto Capasso, Enrico Cogno, Gian Mario Maletto, Marcello Piras, Franco Fayenz, Walter Mauro, Mario Luzzi, Gianni Gualberto….
Tra i solchi di questi vinile, nella grafica di queste copertine,
tra le note autografe che occupano tutto il retro del disco,
c’è la Storia del Jazz.
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La musica della HORO si è sviluppata su tre serie,
delle quali la più importante, una vera e propria collana organica è,
a mio parere, la serie JAZZ a Confronto.
“…proprio perché la collana non intende essere aperta solo ad alcune esperienze e preclusa ad altre, si chiama JAZZ a Confronto:
confronto di idee, di generazioni, di stili, di suoni, di ispirazioni. Una serie che vuole registrare su disco senza alcuna discriminazione, il miglior jazz di tutto il mondo, sperando che questa meravigliosa musica del popolo esca definitivamente fuori dall’isolamento dove l’ignoranza ed il potere politico/economico vorrebbero lasciarla…” [9]
Queste parole, sempre a firma di Aldo Sinesio, sono scritte sulle buste interne di protezione del vinile, dove di solito trovano posto dei messaggi promozionali.
Qui, invece, c’è una vera e propria dichiarazione politica e d’intenti,
tra l’altro mantenuti.
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Dal 1980, non c’è stata più alcuna nuova produzione a firma di Sinesio.
Fino ad oggi, tutti i dischi dell’etichetta HORO, non sono mai stati ristampati in CD e vengono battuti alle aste per collezionisti anche per diverse centinaia di euro.
Io sono a conoscenza di un solo titolo ristampato esclusivamente per il mercato giapponese [?]
Diversi forum internazionali cercano il contatto con Aldo Sinesio,
il quale si deve essere preso una pausa
“…quando penso alle cose che ho fatto rivivo un sogno. Ora sono pronto a ricominciare, a rimettere il catalogo in commercio, gestendo il tutto da un sito internet. Inoltre ci sono diverse etichette interessate al mio catalogo. Sono rientrato da poco dagli USA per questo motivo…” [10]
Qualcuno di voi ha notizie?
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Brani musicali:
“Canto Ritrovato” dal LP
Jazz a confronto n. 8 HLL 101-08 di Mario Schiano e Giorgio Gaslini,
Roma 12 Febbraio 1974:
Mario Schiano (alto s), Bruno Tommaso (bass), Giorgio Gaslini (p)
“Costa Bruciata” dal LP
Jazz a confronto n. 26 HLL 101-26 di Stafford James, Roma 31 Luglio 1975:
Stafford James (bass), Enrico Rava (tp), Dave Burrell (p), Beaver Harris (drums)
“Pastoral” dal LP
Jazz a confronto n. 6 HLL 101-06 di Giancarlo Barigozzi, Milano Dicembre 1973:
Giancarlo Barigozzi (sopr. s), Bruno Tommaso (bass), Gianni Cazzola (drums)
“Chiaroscuro” dal LP
Jazz a confronto n. 5 HLL 101-05 di Giancarlo Schiaffini, Roma Giugno 1973:
Giancarlo Schiaffini (trne), Massimo Urbani (alto s), Maurizio Giammarco (sopr. s), Martin Joseph (p), Bruno Tommaso (bass), Michele Iannaccone (perc.)
“Up from the Skies” dal LP
HORO HDP 31/32 di Gil Evans, Roma 29 Luglio 1978:
Gil Evans (p., el. p), Steve Lacy (sopr. s), Arthur Blythe (alto s.), Lew Soloff (tp), Earl Mc Intyre (trne), Peter Levin (keyboards), Don Pate (bass), Noel Mc Ghee (drums)
“Blues for Sinesio” dal LP
Jazz a confronto n. 32 HLL 101-32 di Lee Konitz, Roma 17 Gennaio 1976:
Lee Konitz (alto s), Dave Cliff (g), Peter Ind (bass), Al Levitt (drums).
“Leslie” dal LP
Jazz a confronto n. 8 HLL 101-08 di Mario Schiano e Giorgio Gaslini,
Roma 12 Febbraio 1974:
Mario Schiano (alto s), Maurizio Giammarco (ten. s), Toni Formichella (ten. s),
Massimo Urbani (sopr. s), Bruno Tommaso (bass), Michele Iannaccone (drums).
che riportano il numero di serie che va da HLL 101-01 a quello di HLL 101-35, registrati a Roma tra il 1972 ed il 1976.
·Tutti i dischi hanno la copertina singola
·Questa collana ha avuto quattro serie con diversi stili grafici di copertina,
che sono cambiati negli anni.
·Anche la grafica dell’etichetta tonda del vinile (label) è cambiata di conseguenza, eccetto per la prima e la seconda serie che hanno la stessa grafica.
·Alcuni titoli delle prime tre serie sono stati ristampati dalla HORO con le diverse e successive grafiche di copertina.
Specifiche della grafica di copertina e della label
della serie “jazz a confronto”
·La grafica originale degli LP da 01 a 05 è composta da un disegno in nero di Angelo Canevari su sfondo rosso, con una fascia verticale bianca lungo tutto il lato destro, con il nome della collana ed il nome del musicista.
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Solo il primo volume della serie (HLL 101-01) è stato stampato in poche copie con la fascia verticale marrone a destra con il nome del musicista, successivamente ristampato con la fascia bianca.
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La label tonda del vinile è rossa con le scritte nere ed il logo della HORO bianco.
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Alcuni di questi cinque LP sono stati ristampati in seguito con la grafica delle copertine successive.
·La grafica originale degli LP da 06 a 12 è composta dallo stesso disegno in nero di Angelo Canevari su uno sfondo rosso, attraversato da diverse strisce bianche verticali. Il nome della collana è stampato in alto in rosso e nero ed il nome del musicista è stampato in basso in nero.
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La label tonda del vinile è rossa con le scritte nere ed il logo della HORO bianco.
Alcuni di questi LP sono stati ristampati in seguito con la stessa grafica di copertina, ma con la label tonda del vinile bianca, attraversata da una striscia orizzontale rossa, con le scritte in nero ed il logo della HORO in rosso.
·La grafica originale degli LP da 13 a 24 è composta da una grande foto del musicista, in nero, su uno sfondo a strisce orizzontali di diversi colori. Il nome della collana è stampato in basso, in bianco e nero, su una fascia rosa e quello dell’artista è parte integrante dello sfondo.
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La label tonda del vinile è bianca, attraversata da una striscia orizzontale rossa, con le scritte in nero ed il logo della HORO in rosso.
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Alcuni di questi LP sono stati ristampati in seguito con la grafica delle copertine successive.
·La grafica originale degli LP da 25 a 35 è composta da un’illustrazione materica sui toni delle terre. Il nome della collana è parte integrante dell’illustrazione, ed è posto in diagonale, il nome del musicista è stampato in alto, in bianco, su una fascia blu notte.
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La foto del musicista è diventata parte grafica del retro di copertina, stampata nero su giallo.
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La label tonda del vinile è gialla con le scritte in blu, ed attraversata da una fascia blu, sulla quale è stampato il logo della HORO in giallo.
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HORO HZ
·La collana è composta da 12 LP,
che riportano il numero di serie che va da HZ 01 a quello di HZ 12,
registrati a Roma tra il 1975 ed il 1978.
· Tutti i dischi hanno la copertina singola, laminata.