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Uscì da quella stanza nel bel mezzo di un assordante silenzio.
Sarebbe potuto rimanere, in fondo quello spazio tra una parola ed un’altra era quello che più amava del linguaggio.
Il silenzio faceva rimbombare quello che si erano appena detti prima e dava una nuova forma a quello che sarebbe potuto nascere dopo, dopo quel silenzio.
Ed invece uscì, proprio nel bel mezzo preciso, spaccando il silenzio senza emettere suono alcuno, eppure azzeccando la nota giusta, decidendo di abbandonare il discorso quando fu certo di aver vinto.
Se ne rese conto nell’istante in cui tutti credevano avesse perso.
Prima di quel momento lo guardavano distratti, loro, certi del potere che formava il consenso, forti di quella moneta che creava tranquillità sociale, spavaldi nel loro falso e ingrigito ricatto in doppiopetto.
Si lanciavano occhiate complici tra di loro, giravano gli occhi per la stanza e, ogni tanto, si soffermavano sul suo viso, per poter scorgere un’ombra di cedimento, mentre lui si guardava fisso le mani.
Le muoveva sempre quelle mani, sicure nell’incertezza dei propri passi, forti della loro piccola taglia, rigide, ad angolo retto sulle tranquillànti aspettative sinuose che tutti si aspettavano.
Loro parlavano di futuro assicurato e, di nuovo, lo fissavano appena un attimo, in attesa di uno spiraglio di convincimento, ma lui niente, e allora quelli continuavano a tessere le sue lodi, guardandolo sempre più interrogativi e speranzosi, lasciando mille domande aperte, perché cercavano quegli inutili chiacchierii di cui erano ghiotti, e gli promettevano più del doppio di quello che avevano già pattuito.
Ma lui pensava che aveva davvero bisogno di meno della metà di quello che aveva già ottenuto, per vivere meglio, e se ne stava in silenzio e allora loro insistevano, lo spronavano, si aspettavano di sentirlo ripetere ciò che sapevano era bravo fare, ancora, una volta di più, e ancora.
In fondo era ciò per cui lo pagavano, dicevano, ed avrebbero aumentato nuovamente l’offerta ad un solo suo cenno, perché volevano che parlasse come loro, che fosse uno di loro, perché volevano convincerlo a spostarsi su quello che credevano, loro, fosse il lato migliore della strada, e gli promettevano che lo avrebbero portato al successo, che gli avrebbero donato la fama che, così dicevano loro, lui si meritava.
Sorrideva dentro di lui, seduto in quella stanza, pensando che questo continuo attacco ripetuto di frasi standard era in realtà la loro unica difesa, ed era sereno di fronte a quella raffica di vecchie parole perché sentiva, davvero, che loro non avevano più niente da dire. O almeno niente di nuovo.
Pensava a qualche anno fa, quando non lo prendevano nemmeno in considerazione anzi, credevano fosse pazzo.
Lui, quel tipo taciturno che non si integrava, che non partecipava, che si disinteressava della vita di quel chiuso universo, che parlava con un linguaggio tutto suo, e che forse metteva a rischio persino i loro stessi valori.
E lui, imperterrito, continuava.
In fondo gli veniva facile, doveva solo essere com’era.
Allora gli mostrarono le pianificazioni, gli fecero vedere mille pagine di grafici di sviluppo, gli additarono il suo nome inserito in diversi piani di successione, in molteplici incontri impossibili, gli garantirono il loro supporto e gli raccontarono lungamente il suo futuro, splendido e vincente, fino almeno al 2012.
E lui aspettava,
respirando tra una loro parola ed un’altra, mirando già alla sua ultima nota, pregustando il movimento, esitando sul percorso, ma conoscendo già la fine della canzone.
In quel momento si sarebbe voluto alzare in piedi e ballare intorno a quel lungo tavolo, quantomeno per vedere i loro colli contorcersi nell’impossibile ricerca di una spiegazione, per godere dello spalancarsi dei loro occhi spenti.
Ma sapeva che doveva restare là, perché stava suonando con loro, nonostante essi percepissero solo un “normale” silenzio, lui stava improvvisando la nuova melodia della sua vita.
A quel punto, con un rullare di voci, gli presentarono un contratto in bianco, dove la cifra, loro dicevano, l’avrebbe potuta scrivere lui.
Era il loro colpo di scena, era l’assolo migliore che riuscivano a fare, e si aspettavano un chinare di testa, bramavano l’applauso, loro.
Lui invece alzò gli occhi, allontanò la sedia di colpo, come colpito da una leggera scarica elettrica, ma senza fargli emettere nessun suono, si alzò in piedi ed uscì, proprio nel bel mezzo preciso di quel silenzio d’attesa, quando fu veramente certo di aver vinto, nel momento in cui tutti credevano avesse perso, facendoli piombare per la prima volta in quell’assoluto, bellissimo silenzio, e lasciandoli lì, ad ascoltare l’eco delle loro parole, ad immaginare, soltanto, quello che avrebbe potuto suonare lui dopo.
Fuori era il crepuscolo, e c’era la sua Nellie ad attenderlo.
Avrebbero passeggiato insieme fino a quasi mezzanotte, stretti, senza dire una parola.
Veleggio come un'ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l'inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s'addormenta mai.
Mezza vita alle tue spalle, alcuni amici cari che soffrono della tua stessa nostalgia, una carta di credito bloccata, trenta messaggi in segreteria che sembrano tutti uguali, troppe passioni chiuse in un cassetto, un lavoro che offre sicurezze ma mina sempre più in profondità le tue certezze, dodici mensilità insolute di telefono, il cuscino ortopedico ed il voltaren sul comodino, un futuro superficiale e di plastica come una notte con un trans a pagamento, gli amici d'infanzia lontani una vita, una casa con l'affitto da pagare, un maledetto PC che fa le bizze, un cellulare tenuto spento una volta al mese per un senso di libertà, un'utilitaria che sarà tua tra altre 26 rate e la tua donna che si è addormentata ancora una volta da sola.
Manco da un po’, su splinder, ma non vorrei che pensaste che io vi abbia abbandonati.
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Barnett Newman, Right Here, 1954
È solo che mi sono spostato un po’ più in la, dalla parte che in questo momento sento più giusta, su una piattaforma dove la condivisione della propria passione è reale, e già sufficiente a se stessa, senza il necessario bisogno di troppi commenti aggiuntivi, sempre molto gradevoli, ma sempre più spesso di rappresentanza, e a volte leggeri fino al superfluo.
Lì ho “trovato” un mondo dove lo scambio è reale, magari limitato quasi esclusivamente alla musica, ma che offre davvero un panorama delle incisioni discografiche vario, essenziale, misto e bastardo e, proprio per questo, fottutamente ricco.
Qui c’ero quasi solo io a trattare la musica in questo modo, raccontandola, facendola sentire ed anche vedere.
Questa “unicità”, a livello di competitor, poteva anche essere conveniente per il mio blog, ma come stimolo personale era sempre più blando e la mia ricerca, sempre pensata come un ponte tra il conosciuto e l’ignoto, mancava dell’altro appoggio.
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Edward Hopper, Camere vicino al mare, 1951
Questo non vuol dire che chiudo su splinder, anzi.
Qui è dove è iniziato tutto e qui ci sono le mie vere emozioni, le forme della mia coscienza messe a nudo.
Proprio in questo periodo sto concludendo un post sulla “guida per comprendere la mia vita”, cioè su una “guida per ascoltare ed amare la musica jazz”… vedete, le due cose spesso si mischiano nella mia testa e in quale altro posto posso fare autoanalisi per 4,08€ al mese?
Qui ci sarò sempre, magari con meno frequenza di prima, ma con la stessa passione per le emozioni.
Ma di là c’è la musica, musica dappertutto, e la musica è la mia vita, appunto.
Insomma, se non avete nessun bulimico bisogno di leggere le mie sceme parole, aspettatemi pure qui, ma se volete continuare da subito ad ascoltare le mie rare selezioni musicali, cliccate su http://jazzfromitaly.blogspot.com/.
Oppure passate solamente ogni tanto, per sapere almeno se sono morto.
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Basquiat, Worthy Constituens, 1986
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On air:
Scétate
by Tullio De Piscopo, from "Future Percussion"
Carosello Jazz from Italy 21038
January 1978
Tullio De Piscopo (drums), Larry Nocella (tenor sax), Giorgio Cocilovo (g), Luigi Bonafede (p),
Lucio Terzano (bass), Luis Agudo (perc)
Non so quanti di voi sussulteranno al nome di Santucci & Scoppa.
First reprint on DIRE, 1977
Veramente, dall’altra parte di questo piccolo blog, non riesco a capire in quanti proverete quel sottile brivido che certa musica riesce a dare, non solo all’inizio, quando comincia a solleticare le strutture subcorticali del vostro cervello o mentre risale verso la corteccia uditiva dei due emisferi cerebrali, ma attraverso tutto il processo dell’elaborazione musicale, che coinvolge anche l’ippocampo, che è il centro della nostra memoria.
Non sono in grado di capirlo perché, anche conoscendo un poco i vostri gusti, non conosco i vostri trascorsi, ma riesco ad immaginare benissimo che, se state ancora leggendo queste righe, a quest’ora starete battendo il piede sotto la scrivania del vostro ufficio o tamburellando a tempo sul tavolo della vostra camera.
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Al Folkstudio
Anzi, non solo vi immagino, io vi vedo tutti, con la testa ciondolante, gli occhi socchiusi, la bocca che lancia impercettibili segnali e tutto il movimento concentrato tra il bacino e le spalle, con la sedia che inizia a scricchiolare, perché è impossibile resistere al mitico groove di Santucci & Scoppa.
Francesco “Cicci” Santucci (tp) & EnzoScoppa (tenor sax), nascono entrambi a Roma, dove si incontrano già nel 1958, dando vita, insieme a Sandro Brugnolini, alla Modern Jazz Gang.
E’ in questa formazione che, fino al 1962, oltre ad un effettivo affiatamento, ad un particolare gusto per gli arrangiamenti, che costituiranno il loro marchio di fabbrica futuro, ed un insolito e coraggioso piacere compositivo, almeno per quegli anni degli inizi quando i jazzmen di casa nostra erano soliti emulare i grandi d’oltreoceano, loro costruiranno la strada per l’affermazione di una delle coppie più importanti e belle del nostro jazz.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
“…la vostra musica è meravigliosa, ma perché non suonate mai un pezzo americano? Ce ne sono di bellissimi…”
Questa, dai ricordi di Sandro Brugnolini, era la domanda che più spesso veniva rivolta loro dai jazz fan dell’epoca.
“…in fondo, ci costruiamo tutti i brani da eseguire per puro egoismo; e cioè per protrarre il piacere che ognuno di noi prova durante l’improvvisazione, anche nel corso dell’esposizione del brano…” e questa, la sua solita e bellissima risposta, resa ancora più esplicita nello splendido “Miles before and after” del 1960.
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MJG "Miles before and after" - Rome 1960 - ADVENTURE AV-LM 300/003
Santucci & Scoppa, negli anni sviluppano anche un eccellente tecnica strumentale, come dimostrano le collaborazioni con Amedeo Tommasi in “Zamboni 22” (1960), o in “Jazz allo Studio 7” di Romano Mussolini (1962), ma è grazie alla caratteristica di suonare solo e sempre la musica creata da loro, che la mitica coppia si ritroverà catapultata nel pantheon del jazz mondiale, con una modernità ed un taglio trasversale alle etichette musicali, come dimostrano già nel 1962, quando licenziano un EP dedicato ai poeti moderni americani, quelli della beat generation, per intenderci.
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Rome 1962 - SIL 4091 (EP)
Poi arrivano gli anni ’70, quelli chiamati anni di piombo, da qualcuno, ma che dovrebbero essere ricordati come gli anni elettrici, dove tutto scorreva con una energia unica, con un mai ripetuto spirito di aggregazione, con un elevato livello culturale condiviso tra i molti strati delle diverse classi sociali, con una rara inventiva originale.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
Anni quelli che, nonostante tutto, sono oggi invidiabili rispetto allo stantio movimento artistico, desiderabili al posto del pattume culturale propostoci, anni nei quali, Santucci & Scoppa, registrano insieme il meglio della loro produzione.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
Prima con la FLY ReCORD di Aldo Sinesio, il futuro produttore della HORO, con il quale registrano nel 1971 “Looking Around” e subito dopo “Mondo Operaio”, entrambi con Franco D’Andrea al pianoforte ed alle tastiere, Bruno Tommaso al basso e Bruno Biriaco alla batteria.
Queste due rare sonorizzazioni, sono state raccolte e ristampate nella serie “Jazzissima vol. 1” della BLACK CAT RECORDS e, seppur bellissime, interamente composte ed improvvisate da loro, devono sottostare alle “regole” dei commenti musicali, per cui alternano lati oscuri e siderali (Trip) a frenetici ritmi (Run Run), armonie globali (Deep Look) a reinterpretazioni del folk puro (Nuraghi).
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"Looking Around" - Rome 1971 - FLY RECORD AS 55
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Poi, nel giugno del 1971, viene registrato a Roma “On The Underground Road”, il disco n° 10 della DIRE, contenente la splendida musica che state ascoltando, ed è l’apoteosi.
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Qui, al quintetto che aveva registrato per la FLY, si aggiungono Joel Vandrokenbrak (org) e Roberto Podio con Gegé Munari alle percussioni.
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Questo vinile, dato alle stampe nel 1972 e originariamente prodotto da Piero Umiliani, anche se pubblicato da Tito Fontana per la DIRE, è riuscito ad avere due meritate ristampe, la prima della DIRE stessa nel 1977 e la seconda, nel 1995, per l’etichetta RIGHT TEMPO.
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Second reprint on RIGHT TEMPO ATCL 807 - 1995
Le tracce sono bellissime, con un groove trascinante, come in “What’s Hatching” che apre il disco, ed una ballabilità rara nel mondo del jazz, come in “Camel Walk” o in “Tip Cat”.
Ma tutto il disco ha l’energia del fuoco, l’intensità del sole, la profondità del mare, la forza del vento…
Altro che anni di piombo.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
In seguito i due incideranno ancora insieme diverse sonorizzazioni, tra cui “Toward the Peace” per la METROPOLE.
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"Toward the peace" - Rome 1972 - METROPOLE SM 7004
“Olimpiade” per la SOUND WORKSHOP di Umiliani,
“Do It Yourself” per la CAM
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"Do it yourself", 1979 - CAM SAG 9098
ed alcuni dischi per la RRC/FLY inseriti nella collana “Viaggio attraverso i problemi dell’uomo”, con titoli come “Lavoro”, "Guerra", “Traffico” ed altri, tutti ambitissimi dai collezionisti di tutto il mondo, come documentano le aste registrate su popsike
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Poi ognuno prende la sua strada, anche se si incrocia spesso, come nel 1975 per il disco di Kenny Clarke uscito per la HORO – Jazz a Confronto 20, per i dischi che Scoppa registra con la PENTAFLOWER nei tardi anni ‘80, dove Santucci partecipa con la sua voce, ora ancora più morbida, fino a quel raro incontro tra i due del 1996, registrato con il titolo “Honey”.
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Ma questo,
questo disco è un regalo che vi voglio fare, ma è anche un test per valutare la vostra salute mentale: se arrivati a “Tangana”, la traccia n°2 del lato B, non avete buttato all’aria la vostra scrivania o non ballate come forsennati intorno al distributore del caffè, allora probabilmente siete stati lobotomizzati.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
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Questo post lo dedico ai miei amichetti in musica:
a Maurizio, per il suo beat coinvolgente,
a Manuel, per il suo musicale sguardo oltre,
a Costantino, per la sua voce ruggente.
A D+ gli ho dedicato una vita, che se ne fa di un disco in più?
Quando ho creato questa categoria, non sapevo esattamente cosa desideravo, ma ero certo di cosa assolutamente non volevo.
Non volevo che alcune gemme andassero perse tra i Fuori Catalogo,
non volevo che, per gli assurdi meccanismi dell’industria musicale, alcune delle pagine del nostro jazz andassero per sempre smarrite,
e nemmeno volevo che la mia collezione di vinile restasse cosa morta sugli scaffali della mia passione privata.
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Questo disco, con il numero uno stampato grande sulla copertina, non solo è uno dei rari gioielli di cui vi parlavo, ma è anche uno dei capitoli più importanti della Storia italiana di questa musica, per almeno due motivi.
Il primo è che questo è il disco di debutto in piano solo di Renato Sellani, registrato nel 1968, l’anno in cui Sellani esce dal mitico quintetto Basso & Valdambrini sostituito da Ettore Righello, che anticipa e afferma tutta la sua futura ricerca poetica, sospesa tra eleganza classica e geniale inventiva, spesso proprio in solitudine.
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Il secondo motivo è che questo disco, dato alle stampe nel luglio del 1971, inaugura la DIRE di Tito Fontana, la prima tra le etichette italiane che documenteranno lo sviluppo del Jazz di casa nostra.
A questa seguirà la HORO di Aldo Sinesio, con il suo primo disco registrato da Irio De Paula nel dicembre 1972 e, subito dopo, la CAROSELLO Jazz from Italy che pubblicherà l’incontro live di Bud Freeman con la Milan College Jazz Society nel suo primo disco del 1975.
Ma torniamo alla DIRE. “l’idea mi è venuta a seguito della grande passione che io ho per il jazz e proprio per il fatto che questo povero jazz non era proposto quasi da nessuno e tanto meno da quei grossi discografici che guadagnano i soldi con i dischi «normali», ma che evidentemente amano solo le cose che rendono.”
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Balthus - Autoportrait - 1949
Questo racconta Tito Fontana a Guido Gazzoli, in un’intervista pubblicata su Musica Jazz nel maggio 1978.
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Fontana, industriale ma anche pianista e compositore, aveva uno studio in Corso Venezia, dove spesso riceveva amici e musicisti.
Intorno a lui, nello Studio 7, ogni martedì si incontravano il compositore e chitarrista Alberto Rota, il pianista Sante Palumbo, ma anche Enrico Intra e Franco Cerri.
In poco tempo quel fatidico studio divenne un punto di riferimento per tutti i jazzisti di passaggio, o residenti a Milano.
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Da lì a varare una label sofisticata ed elegante come il suo produttore ci vuole poco. Vedono la luce così i primi dieci dischi della DIRE che, nonostante la grafica minimale che numera “semplicemente” le produzioni, si arricchisce di una cura di pregio delle cover, tutte con copertina apribile su cartoncino lucido, con grandi primi piani dell’artista stampati all’interno, e si impone con naturalezza sul mercato internazionale.
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Seguendo i gusti di Fontana, il primo ciclo ci presenta diversi pianisti, tra cui Guido Manusardi e Maurizio Lama, oltre al già citato Sellani che è presente anche nel disco di Renata Mauro. Troviamo poi Flavio Ambrosetti, Franco Cerri, Giorgio Azzolini in Big Band, Giancarlo Barigozzi, il trio di Gordon Beck/Ron Mathewson/Daniel Humair e lo splendido disco di Santucci & Scoppa.
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Dopo questo sfolgorante inizio, la DIRE prende la sua prima lunga pausa.
“ho ricominciato perché i miei amici mi hanno spinto a non mollare e soprattutto perché mi sono sentito aiutato dall’amico musicista Claudio Fasoli”.
Questo dirà Fontana ancora a Gazzoli, nell’intervista citata.
Infatti, il catalogo DIRE si svilupperà con le incisioni di Franco D’Andrea, Dado Moroni, Enrico Pieranunzi, Gianni Basso, Enrico Intra, Franco Cerri, Claudio Fasoli e molti altri, continuando a documentare lo stato del jazz italiano fino agli inizi degli anni Novanta.
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Balthus - Nu au repos - 1977
Poi, l’oblio.
Un pezzo di Storia smarrita, diversi documenti sonori irreperibili, alcuni capolavori perduti.
LOST MASTERPIECES, appunto.
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Quando ho creato questa categoria, non sapevo esattamente cosa desideravo, ma ero certo di cosa assolutamente non volevo.
Questo disco è il motivo n°1
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DIRE FO 333 - First Reprint - 1978
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Credits:
Label: DIRE
Catalog#: FO 333
Format: LP
Country: Italy
Released: 1971, July
Recorded on 1968
At “Studio 7”
Produced by Tito Fontana
Renato Sellani (p)
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Tracklisting:
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A1) Invitation (Kaper)
A2) Lush Life (Strayhorn)
A3) A Meno Che (Fontana)
A4) I’ll Remember Clifford (Golson)
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B1) ‘Round About Midnight (Monk)
B2) I Fall In Love Too Easily (Styne/Cahn)
B3) Nostalgia (Rota)
B4) Tribute To Someone (Hancock)
Ve lo avevo promesso che avrei dedicato una categoria speciale ai tanti dischi di Gianni Basso che sono stati stampati solo in vinile, ed eccola qua.
LOST MASTERPIECES
È assurdo pensare che, in una società dalle ipertrofiche produzioni, alcune gemme del Jazz di questo paese rischiano l’oblìo perché, a detta di tanti, non hanno mercato.
Oggi, al telefono con Renato Sellani, il Maestro paragonava il jazz ed il pop alla Formula 1 ed alla Atletica leggera.
Sponsor e belle donne in uno e divertimento e sudore nell’altro.
Cos’altro dire…
Per fortuna alcuni appassionati hanno iniziato a ristampare quello che è stato definito il periodo d’oro del Jazz italiano, quando è iniziato tutto, ma sugli anni Settanta, fino al finire degli Ottanta, c’è ancora il silenzio.
La contraddizione è ancora più evidente, dal momento che sono gli anni in cui il nostro Jazz è diventato adulto.
Ma crescere significa pensare…
Io non potevo che iniziare da qui.
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Credits:
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Label: HORO
JAZZ a confronto 3
Catalog#: HLL 101-3
Format: LP
Country: Italy
Released: 1973, February
At “Titania Studio”
Produced by Aldo Sinesio
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Gianni Basso (tenor sax),
Franco D’Andrea (p), Bruno Tommaso (bass), Bruno Biriaco (drums)
Se non capite cosa intendo dire, non vi preoccupate, è normale, siete di questo mondo.
Lui no.
Nunzio era venuto da un altro mondo, da un universo fatto di Poesia, Amore, Fratellanza e Genialità.
Non può essere lo stesso, no?
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Se ancora non mi comprendete, non vi rammaricate, dico davvero,
ma alzate gli occhi al cielo.
Nunzio è quella stella luminosa e cangiante che, per una strana e rarissima anomalia celeste, è scesa tempo fa sul nostro piccolo pianeta, ed oggi è tornata a casa, nel mondo che più gli si addice.
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Non vedete che il cielo piange di gioia per il ritorno del suo figliolo prediletto?
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Se ancora non vi ci raccapezzate, allora per voi non c’è speranza.
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, agosto 1888
Non sapeva più da quanto tempo se ne stava da solo in quella stanza, forse ore, minuti o addirittura giorni.
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Non era preoccupato per questo, era abituato ad aspettare il suo turno, però questo non possedere il senso del tempo lo confondeva.
Aveva vissuto tutta la sua vita intorno al tempo, cadenzando il respiro per spaccare il secondo, oppure restandogli appena un poco indietro, per dare modo alle impressioni di formarsi con calma, fino a spingerlo avanti, con forza e decisione per ricreare il tempo a sua immagine e somiglianza.
Ora invece Gianni non sapeva più da quanto tempo se ne stava immobile in quella posizione, forse ore, minuti o addirittura giorni.
Allora provò ad aprire un poco gli occhi.
Intorno a se solo una stanza vuota, come quella sedia al suo fianco, e una luce forte, densa e biancastra che lo colpiva direttamente in faccia.
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Capì che il suo momento era arrivato e che, anche se era steso su un letto e non aveva con se il suo strumento, doveva iniziare il suo assolo.
Gianni suonava come quando aveva iniziato.
Certo pensava diversamente ora, aveva passato sessant’anni a soffiare sangue e saliva in quel tubo cromato d’ottone, ma la sua voce era sempre la stessa, una voce ricca e generosa, calda e rilucente anche quando scendeva negli abissi più oscuri della sua personale ricerca.
Questo perché lui stesso era un uomo coraggioso, solare e sensibile, ma soprattutto perché era un cercatore di emozioni, un donatore di sentimenti, un minatore del jazz che si era dedicato alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’animo umano.
Terminò il suo assolo quando sentì finalmente un rumore, sperando di veder comparire intorno a se i suoi compagni di sempre, per continuare a respirare, ancora una volta, insieme.
Mr. G.B. con Oscar Valdambrini e Giorgio Azzolini
Gianni sorrise a quegli sconosciuti che gli si erano avvicinati, loro invece lo fissavano preoccupati.
Non era un sorriso per mascherare l’imbarazzo, da sempre cercava gli sguardi complici dei suoi colleghi e, anche se non si era mai completamente abituato, da anni sentiva gli occhi calorosi dei suoi ammiratori su di lui.
Lui era così, aperto a tutto e, solo apparentemente, faceva tutto come se niente fosse mai davvero importante.
Ma quella situazione era davvero strana, per questo li guardava incuriosito e sorrideva.
Lui aveva sentito da vicino la voce di Chet Baker, aveva inciso la sua insieme a quelle di Dusko Gojkovic, Slide Hampton, Lars Gullin e Buddy Collette, aveva diviso il palcoscenico della vita con gente del calibro di Gerry Mulligan, Dizzy Gillespie, Helen Merrill, Maynard Ferguson, Kenny Clarke, Art Farmer, Sonny Stitt e molti altri.
Mr. G.B. con Chet Baker
In Italia era cresciuto suonando al fianco di Gorni Kramer, Armando Trovajoli, Franco Cerri, Giampiero Boneschi, Roberto Nicolosi, Piero Umiliani e tutti i ragazzi scimmia del jazz.
Ma questa formazione qui era davvero curiosa, più che imbarazzante.
Curiosa, pensava, intanto perché i tre uomini avevano il camice bianco.
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Non che questo fosse per lui un problema, anche se la sua vicenda personale era sbocciata intorno agli anni Cinquanta, quando la camicia e la cravatta erano d’obbligo, Gianni aveva attraversato praticamente tutta la storia di questo secolo, ed era abituato ad altre improvvisazioni o a più spettacolari “stranezze” che non ad un camice per abito di scena.
Ciò che lo incuriosiva, invece, era il fatto che gli uomini non avessero con loro nessuno strumento.
Mr. G.B. con Valdambrini e Armando Trovajoli
Questo era davvero bizzarro per lui, e si chiedeva cosa mai avrebbero potuto fare loro quattro insieme senza i loro strumenti.
Poi quegli uomini iniziarono a collegare dei fili tra il suo corpo ed alcuni apparecchi elettronici, a leggere freneticamente lunghi rotoli di particolari trascrizioni che venivano stampati lì per lì dalle stesse macchine ed infine indossarono degli strani attrezzi e si disposero intorno a lui.
Gianni sorrise a quegli sconosciuti, non aveva alcuna paura a buttarsi in una ignota avventura e, anche se si sentiva mancare le forze, era pronto ad iniziare un nuovo racconto.
Doveva solo aspettare che partisse la musica.
Mr. G.B. con Idrees Sulieman
Per ora, l’unico suono che riusciva a sentire era un tenue beep, ripetuto e costante.
Il nuovo, pensava Gianni, questo aspetto aveva segnato tutta la sua vita.
Lui, astigiano doc, aveva passato la sua adolescenza con la famiglia in Belgio, dove in quegli anni vivevano anche Bobby Jaspar, Django Reinhardt, René Thomas, Toots Thielemans e Jacques Pelzer.
Come avrebbe potuto lui, un ragazzo affascinato dalla musica, non innamorarsi del jazz?
Junior G.B. al clarinetto, all'albergo Savona ad Alba
Quando tornò in Italia era già stato stregato dal tenore leggero di Lester Young, e lo diceva a tutti incidendo quei 78 giri con Vittorio.
Ma erano pochissimi a comprendere il suo linguaggio, giusto qualche sognatore come Nunzio Rotondo e Umberto Cesàri.
Il nostro piccolo paese era appena scosso dal dixieland revival, animato dagli appassionati dello swing tradizionale di New Orleans ed invece Gianni, che aveva ascoltato il futuro attraverso le voci di Stan Getz e Zoot Sims, suonava avanti, molto avanti.
A quei tempi per lui, abbagliato dai riflessi dorati della West Coast californiana, animato dal sanguigno ritmo bebop dei fratelli afroamericani, non fu facile farsi accogliere dal vasto pubblico, ma tutti i musicisti accorrevano ad ascoltarlo e questo, oltre al suo carattere paziente, ma deciso e tenace come il Barbera migliore, lo spingeva a continuare sulla sua strada.
Beep… beep… beep...
Ci mise molto anche a convincere Oscar, “lo struzzo Oscar”, a suonare con lui in pubblico.
Ci mise molto Gianni, fino alla nascita di quel “Sestetto Italiano” che, in diverse forme, disegnerà il futuro del jazz moderno nel nostro paese.
Poi, da quel giorno, restarono fianco a fianco per più di vent’anni e non c’era appassionato in tutto il mondo che non si alzava in piedi al nome di quella mitica accoppiata.
Signore e Signori, Basso & Valdambrini.
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Vent’anni.
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni. Chissà dov’è ora Oscar, e chissà se questi giovani in camice bianco ci hanno mai sentito suonare insieme.
Sorrise apertamente a quegli sconosciuti, loro invece si voltarono ed uscirono dalla stanza.
Basso Valdambrini Quintet
Ora era di nuovo solo, e lui non ci era abituato.
Beep beep… beep beep… beep beep
Gianni era sempre stato circondato da amici e le sue idee migliori erano nate proprio pensando a vasti gruppi, la sua facilità di immaginazione si nutriva delle tante e differenti voci che, unite, formavano le migliori delle grandi orchestre.
Quando si separò da Oscar, la sofferenza fu insopportabile.
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Loro due, insieme, avevano costruito il futuro di questa amata musica e avevano formato quasi una famiglia del jazz, con il grande Dino, Berto e Gil prima, ed i sodali Renato, Giorgio e Gianni, o Lionello, per lungo tempo.
Poi, dopo vent’anni, qualcosa è cambiato e la comunicazione tra loro due non era più la stessa.
Tutto quello che prima indicava sintonia e fratellanza di respiro, adesso sembrava un ostacolo.
Vent’anni.
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Vent’anni avevano offuscato perfino i ricordi.
Mr. G.B. con Valdambrini e Dino Piana, in partenza per N.Y.
Per Gianni tutto era iniziato grazie alla Taverna Messicana, un posto magico, la prima vera Cave italiana.
Per Oscar invece, tutto aveva potuto avere inizio perché in quella Taverna lì, tutti andavano per la droga e le mignotte, per cui loro potevano improvvisare, ripetere ed inventare di nuovo, e nessuno protestava perché erano lì per ben altri traffici.
Oscar diceva che nel nostro paese non sarebbe mai nato un solista a livello americano, perché siamo la quart’ultima nazione al mondo in fatto di educazione musicale e perché il nostro folklore non è utilizzabile per il jazz.
Gianni affermava che il jazz è, ora, figlio del mondo e che sarebbero stati proprio i ragazzi a dire la parola nuova e risolutrice.
Oscar rinfacciava ai giovani la loro debolezza e l’estremo bisogno di droga per costruirsi dei paradisi artificiali, lontani dalla realtà.
Gianni sosteneva che per i giovani d’oggi erano solo cambiati i bisogni.
L’eroina aveva preso il posto dei mondi artificiali che la religione e la politica ci propinavano da secoli.
Italian Jazz Stars
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni.
Seguiva il suo cuore, lui, che in quel momento pulsava libero, raddoppiava il tempo e desiderava conoscere giovani sonorità.
Per questo non esitò un momento ad uscire di scena, ma l’amore per suo fratello Oscar rimase invariato e la sofferenza fu insopportabile.
Avrebbe voluto incontrare ancora Oscar, lo avrebbe voluto qui, in questo momento.
Quando si aprì la porta Gianni ebbe un sussulto, ma non poteva essere lui.
Oscar non avrebbe mai indossato un camice bianco su di un palco.
L’uomo si avvicinò in silenzio, alzò il suo strumento appuntito e trasparente e poi si chinò su di lui.
Gianni non riuscì più a tenere gli occhi aperti.
Beep … beep… beep
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889
Ora tutto vorticava, un frenetico sapore aveva preso il posto del solito tranquillo gusto, la musica non era più accompagnamento o sottofondo ma comunicava direttamente con il cuore del mondo, alterando gli schemi mentali imposti, scardinando gli accordi della consuetudine.
Certo, c’era sempre quel romanticismo e quello spirito d’avventura che aveva colorato i primi anni, ma ora tutto era dilatato, amplificato, portato agli eccessi proprio per dimostrare le infinite possibilità di questo linguaggio universale.
Oggi non servivano più i dialoghi intimi e privati, ora si doveva alzare la voce per affermare di essere qui ed ora, si aprivano le porte a tutti, si usava lo stesso slang che veniva urlato nei cortei per strada, ed il jazz, finalmente, aveva la forza e la capacità per smettere di essere intrattenimento o emulazione dei vecchi modelli e diventava, sotto gli occhi di tutti, arte pura.
Oggi si doveva partecipare per poter cambiare e Gianni era lì, come sempre piazzato al centro del palco, con un piede fortemente radicato nella tradizione, mentre con l’altro spingeva forte la sua amata musica nell’evoluzione di se stessa e del mondo che non la poteva più ignorare.
Mr. G.B. con Dizzy Gillespie
Gianni sentiva ancora viva l’emozione di quella serata al Centro Pirelli con Renato, Giorgio e il grande Gil, dove aveva voluto soffiare la stessa rabbia e passione di quelli che gli altri consideravano i capiscuola, e che lui sentiva come fratelli.
I suoi fratelli di sempre, diceva.
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Ed allora via, con lo stesso linguaggio del cangiante Miles, dell’unico Trane, di Sonny il colosso, di McCoy l’architetto delle emozioni, dell’immenso Bird.
Via, volava via con loro Gianni, li sentiva vicino anzi, adesso era proprio insieme a loro, sempre più vicino e suonava al loro fianco, come solo lui sapeva, con la sua voce, con il suo linguaggio, quello del grande G.B.
Per un attimo nella sua mente, si affollarono i compagni che avevano percorso con lui quella nuova strada.
Vide Franco, Dodo, Tullio, Julius e Luciano, poi ancora Lucio, Mario e Giancarlo, il caro amico Giancarlo...
Mr. G.B. con Tito Fontana allo Studio 7
Beep… ... beep… ... beep... ...
A Gianni gli ultimi vent’anni sembravano passati in un lampo.
Sempre in giro per il mondo a suonare la sua musica tra Copenhagen, New York, Parigi, Lubiana e Tokyo, ma lui, cittadino del mondo, solo ad Asti si sentiva davvero a casa.
Nemmeno ora era solo, perché lui non era mai veramente solo.
Adesso era circondato dai tanti membri sella sua Big Band, e dai giovanissimi Fabrizio, Andrea e Stefano.
Ora con lui c’erano anche Paolo e Paolo, i suoi ultimi produttori.
Curiosi i due Paoli, stesso nome, stessa passione eppure vite così differenti, come nel jazz.
Mai due volte la stessa nota.
Mr. G.B. con Fabrizio Bosso
Era felice Gianni, perché ora c’erano proprio tutti.
C’erano tutti perchè erano dentro di lui, più che in quella stanza, tutti tranne …
Impossibile, lei c’era sempre, era sbocciata insieme ai primi successi, Luciana ci doveva essere, lei c’era sempre stata.
Gianni si alzò di scatto, strappando dal corpo fili e tubi inerti, sbarrando gli occhi su quella stanza vuota, su quella sedia che non serviva a nulla se non c’era sopra il suo strumento.
Luciana… dove sei mia amata?
Beep beep beep… beep beep beep… beep beep beep
Luciana, la bellissima moglie
La porta si spalancò di scatto, ma erano ancora solo quegli uomini in camice bianco. Gianni sbuffò un sorriso, insieme ad un po di sangue e saliva.
Loro agitatissimi gli si fecero intorno, provarono a farlo stendere, ed a ripristinare tutti quei fili, tubi e chiavette che lo tenevano collegato a questo mondo, ma erano gesti meccanici, pura manutenzione.
Lui sapeva bene di quanta cura aveva bisogno un vecchio sassofono.
Lo avevano aperto, smontato pezzo dopo pezzo per togliere via il male, poi ricucito ed osservato.
Avevano lavorato sul suo corpo, avevano lucidato l’esterno, loro.
Ma nessuno poteva respirargli dentro come faceva lui.
Beep… ... ... beep… ... ... beep... ... ...
Era stanco Gianni, ma non voleva chiudere gli occhi mentre quegli uomini spegnevano la luce, come se lo spettacolo fosse terminato.
Non sentiva alcun applauso o richiesta di bis, per cui rimase attaccato alla vita.
Non sarebbe mai sceso da un palcoscenico prima che il suo pubblico fosse soddisfatto, non Gianni, quella era la sua vita.
Attese all’ombra della morte, fino a che da un lontano puntino luminoso si fece avanti una madonna, anzi una Lady bellissima e fiera d’ebano.
Aveva una candida gardenia che le illuminava il volto, profumava di gin e sembrava che camminasse ondeggiando attraverso un leggero fumo blue.
Gianni aveva capito tutto e non riuscì a trattenere una grossa e calda lacrima.
Lei la raccolse con una tenerezza infinita.
Lui avrebbe voluto raccontagli la sua ragione di vita, spiegargli che prima doveva finire di trasmettere agli altri tutto ciò che aveva “raccolto”, che voleva far diventare la sua città natale una delle capitali europee del Jazz.
Avrebbe voluto sapere da lei se c’era ancora qualcuno che aveva bisogno di lui.
Poi Gianni avrebbe voluto chiedere a quella Lady se gli rimaneva ancora del tempo per continuare a suonare e se lei lo poteva aiutare a non smettere ora, perché per lui smettere di soffiare il suo amore per gli altri, sarebbe stato come un fallimento.
Avrebbe voluto, ma era così emozionato che non riuscì a parlare.
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Allora lei si avvicinò al suo respiro e gli sussurrò hush now, it’s a bitter crop, baby.
Gianni, che non aveva mai sentito musica più dolce, si alzò dal letto.
Poi le strinse forte la mano, la seguì sorridendo verso l’origine di quella luce ed uscì per sempre da quella stanza.
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889
Nota alle immagini:
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le fonti sono diverse, tra cui retro copertine ed interni di LP, vecchie annate di Musica Jazz e altre pubblicazioni.
La maggior parte delle foto sono dell’Archivio Gianni Basso e sono tratte dal volume “Gianni Basso, una vita con il sax” l’unica e bellissima biografia sul Maestro, scritta da Armando Brignolo e pubblicata nel 2004 da Fabiano Editore
Nota alla selezione musicale
la discografia di Gianni Basso è sterminata tra i molti dischi a suo nome, quelli con Oscar Valdambrini e le tantissime collaborazioni.
In questo post trovate una selezione di rare e sparse tracce, prese da diversi LP mai ripubblicati in CD (tranne quattro, segnalate e bellissime, che non ho resistito ad inserire)
In futuro sarà per me un piacere pubblicare integralmente questi lavori, che rischiano l’oblio, in una speciale categoria dedicata al grande G.B.