A blog on the Jazz, seen, played and recorded in Italy

La traccia che state ascoltando è GARINEIPAULUS 
Tra i musicisti che hanno traghettato la musica Jazz dalla prima era 
Tra i grandi ospiti stranieri che suonarono con musicisti italiani, mi piace ricordare :E, dal prossimo post, anche jazz from italy cambia veste editoriale,



sul finire dell’estate del 1945, nacque la prime delle riviste musicali dedicate alla musica afro-americana : Musica e Jazz[4], fondata da Gian Carlo Testoni, autorizzata dal Comando delle truppe alleate.
Cinquanta, è stato "JAZZ inciso in Italia"[5] di Giuseppe Barazzetta, poi il "Quarant'anni di Jazz in Italia" di Adriano Mazzoletti del 1946[6].
Nota al post:
oggi, 19 Novembre, ho ricevuto da Alessandro – membro dello staff del Maestro Trovajoli –
l’informazione che il bellissimo brano che trovate qui sopra "AFTERNOON BLUES"
- per me fino ad oggi RARA traccia - è stato appena pubblicato per la
Riviera Jazz Records a cura del “sempre poco citato” Adriano Mazzoletti, con altre "perle" del periodo.
Qui la scheda tecnica ed il link :
titolo: UMBERTO CESARI, NUNZIO ROTONDO, ARMANDO TROVAJOLI
codice: RJR CD 012
OSCILLAZIONI TRA POPOLARITÀ E DIVIETI
In Italia nel ventennio ’20 – ’40, nascono e si affermano due “strani” fenomeni, il fascismo ed il Jazz.

Due eventi in forte contraddizione - dittatoriale e coercitivo l’uno quanto libero e democratico l’altro – che non hanno punti in comune se non la nascita della radio ed il suo utilizzo, che hanno incrociato il loro cammino più volte e, sicuramente, hanno segnato la cultura di un secolo.
Nonostante la forte e sprezzante avversione del primo nei confronti del secondo, è proprio tra il ’38 ed il ’45, periodo in cui vengono emesse leggi e divieti del Regime alla musica afro-americana, che il Jazz vive il periodo di massima popolarità nel nostro paese,
almeno fino agli anni a cavallo tra i decenni Sessanta e Settanta,
dove la liberazione del free avrebbe aperto una strada Europea al Jazz.
Cominciamo dall’inizio :
Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini diede luogo alla nascita del Movimento Fascista,
con il nome di Fasci di Combattimento (sic!).
Nel 1917 assistiamo alla nascita della discografia jazz con l’incisione a New York della
Original Dixieland Jazz Band - diretta dall’italoamericano Nick La Rocca -,
e già nel 1919 troviamo in Italia documenti discografici di incisioni jazz [1].
Tra il 1922 e il 1925, Mussolini svolge un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato,
delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura.
Nell’agosto del 1924, nasce l’URI Unione Radiofonica Italiana per volontà di una figura di rilievo nel ventennio fascista, Galeazzo Ciano.
Il regime e la sua propaganda, punta molto sull’uso della radio, unico elemento di erogazione dell’informazione e della cultura, gratuito.
Il 1° Febbraio 1926, la stazione di Milano in diretta radiofonica, trasmette il primo programma musicale della Jazz Band del Maestro Stefano Ferruzzi. Un’ora dopo, dall’antenna della radio sul Monte Parioli di Roma si diffonde la musica dell’Orchestra jazz del maestro Amedeo Escobar.
E ancora l’orchestra Jazz Columbia del Maestro De Risi o la Mediolana Jazz Band nata sempre nel ’26 per iniziativa di un appassionato, Mario Mantovani[2].
Nel 1928 l’URI diventa EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) con più stretto controllo pubblico,
e nel 1929 nasce il primo film-sonoro, “Il cantante di Jazz” con Al Jolson.
Negli anni ‘30, inoltre, si creano delle orchestre radiofoniche che inglobano strumenti della tradizione europea e “nuovi” fiati di provenienza americana, come quelle
di Vaccari, Mascheroni, Pippo Barzizza o di Cinico Angelini.
Insomma, jazz in radio ce n’era, ma si passava tutta musica dal vivo.
Questo ostacolava la vendita del disco, quindi su pressioni dei grandi imprenditori, si è scelto di incorporare l’industria discografica in quella radiofonica.
All’interno della radio italiana, sotto la presidenza di Giancarlo Vallari, nasce la prima etichetta discografica pubblica, la CETRA.
Tra le orchestre che usufruiranno del binomio produzione discografica/radiofonica,
è quella Barzizza-Cetra che dimostra il più alto profilo jazzistico+1.
Ovviamente il riferimento musicale è al Duca del Jazz ma, a differenza di Duke Ellington,
Barzizza non concede molti assolo ai suoi orchestrali, prediligendo un suono d’insieme.
Di notevole interesse è l’interpretazione dello stile Jungle, grazie all’apporto di sordine sugli ottoni e l’utilizzo dei suoni onomatopeici, sia nei titoli che nel cantato, in puro stile scat italiano.
Ricordiamo Ba-ba-baciami piccina, il frivolo Tuli-tuli-tulipan,
e il “motivetto” che fa dudu dudu dudududu dudu.

Tra i solisti e i piccoli complessi significativi per lo swing italiano di quel periodo, dobbiamo segnalare Cosimo Di Ceglie, Franco Mojoli, Michele D’Elia e, su tutti quello di Gorni Kramer, primo fisarmonicista jazz, e padre inconsapevole di quella corrente musicale “glocal”, fusione di musica globale e locale, come espresso con cura e competenza nel lavoro di Luca Cerchiari[3]
Di Gorni Kramer parlerò in maniera più approfondita in un altro post,
la sua figura è così importante che non è possibile inglobarla qui.
A metà degli anni ’30, seguendo una corrente di apprezzamento della musica jazz in tutta Europa, anche in Italia si assiste ad un fiorire di interessi e di ricerche.
Per la prima volta Louis Armstrong suona in Italia,
al Teatro Chiarella di Torino il 14 gennaio 1935.
E, nella stessa città, nasce il primo “circolo Hot Club”.
L’anno dopo nasce il “circolo Jazz Hot” a Milano e i pionieri e gli appassionati, nonostante fossero una piccola élite, si riuniscono per ascoltare i dischi, per commentare, per scambiarsi informazioni.
Tra questi vanno ricordati Roberto Nicolosi e Luigi Arduino a Genova,
Mario Olivieri, Jack Cappelli, Paolo Moresco e Franca Danesi a Roma,
Livio Cerri a Pavia, Ezio Levi e Giancarlo Testoni a Milano.
I milanesi scrivono a quattro mani un’importante opera divulgatrice[4]
ed organizzano una delle incisioni storiche+2

Come scritto nel precedente post, i dischi jazz in Italia venivano pubblicati già dal 1920, su labels come la Odeon (Swing Series), la Columbia e la Brunswick (americane), la Pathé (francese) la Parlophon (anglo-tedesca, rappresentata in Italia dalla Cetra).
Il culmine della produzione discografica del jazz italiano di quegli anni si avrà dal 1937 al ’41, con le etichette Grammofono-La Voce del Padrone, Odeon (serie dei “Maestri del Ritmo”) e, su tutte la FONIT Fonidisco italiano dei F.lli Trevisan, che nel dopoguerra si fonde con la Cetra. 
Curiosamente,
proprio negli anni di inasprimento della politica estera fascista e del varo delle leggi razziali, nel 1938.
E sì, perché nell’ottica di un protezionismo esasperato dell’economia nazionale, anche la produzione culturale deve essere allineata ai parametri del regime.
Nel Luglio 1938 il Giornale D’Italia pubblica “Il Manifesto degli Scienziati Razzisti”,
nell’ottobre una dichiarazione del Gran Consiglio fascista vieta i matrimoni di italiani con uomini e donne di razze non ariane.
Il Ministero per la Stampa si trasforma in Ministero della Cultura Popolare (Minculpop) ed assume il controllo totale degli organi di stampa, dell’Istituto Luce e della SIAE.
Vengono censurati i film internazionali di produzioni “giudaico-americane”, come la Paramaunt, la Warner Bros e la Metro e, attraverso pressioni ed emendamenti si cerca di salvaguardare la “dura e fiera” canzone fascista da “tutta la paccottiglia straniera” che non si può più trasmettere in Radio.
Quindi la musica jazz, di provenienza afro-americana, viene messa “sotto controllo”.
Una parte della critica, sottomessa ai voleri del regime, elabora teorie e proclami e si spende per denigrare il valore della musica jazz, o “gez” come venne più volte chiamata.
Il libro più asservito fu “Jazz Band” di Anton Giulio Bragaglia[5], che fruttò in cambio all’autore la direzione del nuovo Teatro delle Arti di Roma.
Ma anche sulle pagine dei quotidiani e nei discorsi alla radio i detrattori continuarono
la loro “cieca” battaglia.
“… il Commissario dell’Opera Nazionale Dopolavoro ha proibito in via assoluta le ultime danze d’importazione straniera e ha disposto seri provvedimenti per la riforma delle Orchestrine escludendo da esse la Jazz-Band che è, occorre riconoscerlo onestamente, l’abbrutimento della musica…”
da “L’Amico dei Musicisti” .
“… il jazz è fenomeno di barbarie, oppio e cocaina…” il compositore Pietro Mascagni in un discorso alla radio[6]
Già sul finire degli anni ’30, i musicisti nostrani subivano sempre più pressioni e censure, in merito alla programmazione da loro suonata nelle radio. 
Ricorda Gorni Kramer:
“… era una continua lotta con i dirigenti. Ogni giorno dovevamo presentare la scaletta delle nostre esecuzioni ad una commissione di censura. Non dovevano esserci canzoni straniere, non autori ebrei, vietatissimi il jazz. Noi prendevamo i classici del jazz e li trasformavamo: titoli italiani, italianizzati i nomi degli autori o inventati. Per un po’ è andata bene, poi qualcuno ha cominciato a far girare la voce, e così richiami negli uffici della censura, romanzine dapprima, poi minacce e anche allontanamento dalla radio…” [7]
Nonostante tutto, si riusciva a suonare e a incidere il Jazz internazionale,
Louis Armstrong divenne Luigi Braccioforte, Benny Goodman – Beniamino Buonuomo e, c’era sempre Del Duca.
I classici si chiamavano Con Stile – In the Mood, Le tristezze di San Luigi – St. Louis Blues,
Manna dal cielo – Pennies from Heaven e così via, come descritto altre volte.
Nel 1940, con l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, il regime aumenta il controllo e la censura sul materiale discografico.
Nel 1942 si emette il decreto la “Disciplina per la diffusione del disco fonografico” e si vieta ogni traccia di cultura “giudaica”.
Il Jazz diventa fuorilegge, insomma.
Vengono fatti sparire i 78 giri e le matrici dai magazzini della radio, e distrutti quelli nei depositi della Cetra, Parlophon e Voce del Padrone.
Avvengono sequestri e azioni punitive da parte della polizia fascista, con arresti e distruzione degli strumenti e sequestro dei dischi e degli spartiti.
Un altro esempio della censura è su quelle canzoni italiane considerate di fronda al regime.
Abbiamo parlato di Crapa Pelada riletta da Kramer-Alvaro.
Un altro autore che fu messo sotto sorveglianza per il suo lavoro fu Mario Panzeri, In collaborazione con Kramer nasce “Maramao perché sei morto” (1939), composta dopo la morte del gerarca Costanzo Ciano: il titolo del brano fu scritto da alcuni studenti sul piedistallo del monumento che il governo aveva deciso di costruirgli a Livorno.
Nel 1940 scrisse “Pippo non lo sa”: nel protagonista, si riconosce (o si vuole riconoscere) Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, che amava passeggiare impettito in divisa.
Anche tra i cantanti, quelli che scelgono di interpretare il repertorio della canzone americana, vengono mal visti dai tirapiedi del regime. D’esempio è la storia di Natalino Otto (Codognotto il suo vero cognome) che anche questa merita un post a parte. Qui diremmo solo che la sua fù la prima voce di chiara derivazione jazz, dovuto anche al fatto dei suoi frequenti viaggi sulle navi della tratta Genova – New York. L’avversione nei suoi confronti culmina in una contestazione dei fasci durante una serata con Kramer ed il Quartetto Cetra a Bergamo.
Otto, allontanato dal lavoro in radio, esprime il suo dissenso con l’ironia che lo contraddistingue, in una canzone scritta da Romero Alvaro, unica nel suo genere, dove giocando sul doppio senso Amore e Musica,
i due autori alludono alle censure del fascismo a carico del Jazz.
Questa è la traccia che oggi vi posto:
NO JAZZ voce Natalino Otto,
1944 su etichetta Fonit Cetra

Eppure, come abbiamo detto, quelli furono gli anni del culmine della popolarità del Jazz italiano.
“… esaminando il repertorio inciso dalle orchestre, ci si domanda come, nel periodo tra il 1938 e il 1942, così poco tenero verso la musica americana, molti dei direttori orchestrali riuscissero ad inserire nelle trasmissioni radiofoniche e a incidere brani jazzistici…” [8]
Poi, finalmente, la guerra termina nell’aprile del 1945 e con essa anche il fascismo.
Il Jazz invece, continua vivo e vegeto.
Ma questo è un altro post!
[1] Vedi post “Le Origini del Jazz in Italia”
[2] Pino Maffei in “Musica Jazz” del settembre 1952
+1 “La bacchetta di Barzizza” 3CD a cura di S. Bonagura, Selez. Del Reader’s Digest/Comuzzi, RDCD 228, 2002
[3] Luca Cerchiari "JAZZ E FASCISMO" Dalla nascita della radio a Gorni Kramer. - 2003 L'EPOS - Collana I suoni del mondo 4
[4] Ezio Levi-Giancarlo Testoni, “Introduzione alla vera musica Jazz”, Magazzino Musicale, Milano 1938
+2 ORCHESTRA DEL CIRCOLO “JAZZ HOT” DI MILANO Columbia (CB 7892) Maggio 1936
[5] Anton Giulio Bragaglia Jazz Band”, Corbaccio, Milano 1929
[6] per entrambe le citazioni: Riccardo Schwamenthal, postfazione a Mike Zwerin, “Musica Degenerata” – EDT 1993
[7] Vittorio Franchini, “Gorni Kramer. Una vita per la musica” – Fondazione Sanguanini Rivarolo, Rivarolo Mantovano, 1996
[8] Mazzoletti Adriano, “Il Jazz in Italia. Dalle origini al dopoguerra” – Laterza, Roma-Bari, 1983
Ciao,
eccomi da voi per un altro post di High Fidelity Tracks.
Non sò per Voi, ma per me non è stata una giornata delle migliori ed ora mi vorrei soltanto rilassare. E allora cosa c'è di meglio di un intramontabile STANDARD?
Cosa dà più serenità, calore e quel senso di sicurezza se non una canzone d’amore, sentita, conosciuta e suonata mille volte??
La traccia che per me funziona sempre è
MY FUNNY VALENTINE.
Questa canzone, composta da Richard Rodgers con il testo di Lorenz Hart è stata incisa in oltre 1300 album e da più di 600 artisti.
Tra questi mi piace ricordare :
la versione del 1955 di Frank Sinatra, sull’album Songs for Youg Lovers;
quella di Ella Fitzgerald, incisa nel 1956 sul disco Ella Fitzgerald Sings the Rodgers & Hart Songbook;
il duo Bill Evans & Jim Hall che nel 1962 la registrano su Undercurrent;
quella live di MILES DAVIS (tp), Gorge Coleman (ten. s), Ron Carter (bass), Herbie Hancock (p), Tony Williams (drums) il 12 Febbraio 1964 al Lincoln Center’s Philharmonic Hall (THE COMPLETE CONCERT 1964 – Columbia CL 2306 ora disponibile in doppio CD, Columbia 471246);
ancora l’interpretazione di Elvis Costello nel ’79, quella struggente di Nico che chiude il disco Camera Oscura del 1985,
la perfezione del Trio di Keith Jarret nel ‘96 etc etc.

…pianissimo, in crescendo parte il contrabbasso. Un suono legato, lungo, che con l’arco trascina le note in una lenta melodia, che passa dall’acuto al grave con una consistenza terrena, reale, quasi tangibile.
Poi la chitarra accenna appena il tema. Una breve sequenza di note che si insinua dentro, con la stessa semplice intensità di quelle musiche che, una volta ascoltate, restano in testa tutta la giornata.
Quando Chet inizia a cantare, gli altri due cedono il passo, restando nell’ombra di un accompagnamento discreto, riconoscendo alla voce la stessa valenza di uno strumento, con una musicalità e un senso del ritmo che gli permette di andare avanti da solo, con la bocca attaccata al microfono come se stesse sussurrando nell’orecchio della sua donna.
Allunga le vocali quasi a voler rendere interminabile quella dedica d’amore.
“… yooour looks are laughable,
unn...photograa...phable
yet, you’re myyy fa-vo-urite work of art...”
Tocca di nuovo alla chitarra il ruolo di elevare la musica ad uno stato etereo, un tocco cristallino e lieve, che trasporta la canzone ad un’altezza irraggiungibile, per qualsiasi strumento di legno.
Ancora il pizzicato denso e scuro del contrabbasso che vibra dentro, fa tornare la canzone “reale” e poi…
Poi,
finalmente, la voce della tromba, rotonda, che riempie gli spazi, trasportandomi fuori da tutto, con un suono a volte incerto, caldo e naturale come il vento che si ode tra le foglie, come la brezza che si gode di fronte al mare.
Ripete l'inciso brevemente, solo con le note necessarie,
eppure c'è dentro tutta la canzone, una melodia di quelle che non si possono dimenticare, densa e rassicurante, sensuale e romantica come solo certi ricordi sanno essere.
Termina la frase delicatamente, come uscendo da dentro di Lei, e non c’è stacco tra le sue parole ed il silenzio che segue. Quel silenzio fa parte della sua musica.
Solo dopo qualche secondo di quiete, interminabile, parte l’applauso.
Questa però la potete trovare.
La versione che vi “posto” invece è una rara registrazione su EP 45rpm,
veramente difficile da trovare :
probabilmente la sezione ritmica del Flaminia Quintet:
Raffaele Giusti (p), Sandro Santoni (bass), Wilder Petroselli o Lionello Bionda (drums)
Milano, 1958 Astraphon E 1248,
poi Hollywood HE 3002 EP.

E sì, Enrico Sbricioli in arte Jimmy Fontana, poco più che ventenne lascia la provincia marchigiana per entrare a far parte di una delle più importanti jazz-band della capitale. Più tardi si dedicherà alla canzone italiana, e nel 1965 incide "Il mondo", da lui scritta e magistralmente interpretata; di questa canzone saranno oltre cento le versioni pubblicate in tutto il mondo.
Anche Lui ha amato il Jazz !
Il Jazz Italiano, non nasce solamente come un’imitazione di quello nato in America nello stesso periodo,
ma come una confluenza di memorie sinfoniche,
di melodie di canzoni nostrane, e “improvvisazione” jazz.
Nuove e approfondite ricerche (su tutte, il corposo e unico nel suo genere, libro/documento IL JAZZ IN ITALIA di Adriano Mazzoletti EDT 2004) datano l’arrivo del Jazz in Italia nel dicembre del 1917, con l’esibizione di un certo pianista americano, Griffith sergente dei marines, con una grossa orchestra allo YMCA, in via Francesco Crispi, di Roma, praticamente negli stessi mesi in cui la Original Dixieland Jazz Band incideva a New York il primo disco di jazz conosciuto al mondo.

Tra i musicisti di quell’orchestra c’era un giovanissimo banjoista, Vittorio Spina, probabilmente il primo italiano a suonare la nuova musica americana in Italia.
L’anno dopo a Milano, “iniziano le gesta”
di Arturo Agazzi, meglio noto come Mirador.
La diffusione del Jazz,
è strettamente collegata allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, come la Radio ed il disco, ed è grazie a questi che ha lasciato documentata traccia.
Un inciso è d’obbligo:
per me i DISCHI sono gli unici documenti che attestano l’attendibilità della informazioni sulla musica.
Non avendo potuto ascoltare di persona i “suoni delle origini”, mi rifarò a quelle rare antologie che raccolgono la musica jazz suonata nel nostro paese negli anni precedenti l’avvento del microsolco.
Inoltre, ho la fortuna di conoscere e di avvalermi del lavoro di alcuni “storici” del Jazz in Italia (citati in bibliografia),
che non finirò mai di ringraziare per il tempo dedicato a questa “impresa”.

Gli anni che vanno tra il 1919 e il ’24, furono di grande cambiamento e affermazione della musica da ballo in Italia.
La musica d’oltreoceano, quella suonata per intrattenere nei viaggi sulle navi, aveva portato grandi novità ed una propensione al divertimento.
Le orchestre, sulla scia di quelle americane, si attribuirono nomi tipo “Syncopated” o “Jaz Band” ma la musica era rivolta esclusivamente alla danza e non prevedeva variazioni o improvvisazione spontanea (prerogativa di quello che noi chiamiamo Jazz), ma semplicemente la ripetizione del tema, eseguito a turno da tutti gli strumentisti.
Le discografie più attente, citano diversi dischi di jazz stampati in Italia ma, quasi sempre, erano ristampe di dischi americani, fabbricati appositamente nel nostro paese da grandi label tipo la Columbia, la Grammofono/La Voce del Padrone, la Odeon, in esigue quantità.

Il Jazz italiano inciso nel decennio che và dagli anni ‘20 ai ’30, non solo era pochissimo ma, era inciso da piccole etichette (oggi diremmo indie) come la Fonotecnica, la Persic Fono Roma, la Fonotipia. Quei rari 78 giri sono stati mandati al macero da ignoranti direttori artistici e dirigenti di case discografiche e, successivamente, distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo rende ancora più ardua la reperibilità delle incisioni del periodo 1920-45.

Fino a qualche anno fa quindi, si credeva che il primo disco jazz inciso in Italia era “Venutiana” un’incisione del Maggio 1936 su etichetta Columbia (CB 7892)
dell’ORCHESTRA DEL CIRCOLO “JAZZ HOT” DI MILANO, un complesso di studio riunito per iniziativa di Ezio Levi e Giancarlo Testoni (fondatori del Circolo), con Oscar De Mejo (p), Cosimo Di Ceglie (g), Michele D’Elia (bass) tra gli altri.
Oggi, le ricerche di storici, appassionati e collezionisti, permettono di retrodatare la prima incisione di jazz italiano su disco almeno al 25 aprile 1919.
Si tratta di “At the Jazz Band Ball” di La Rocca e Shields incisa dall’Orchestra milanese del Teatro Trianon diretta dal maestro Nicola Moleti su disco de La Società del Grammofono, etichetta Green Label (R 8371).
Questo non per onore di primati, ma per documentare che
il Jazz in Italia esiste da sempre.
Oggi, è possibile ascoltare parte del materiale inciso in quegli anni sui dischi della serie JAZZ IN ITALY della Riviera Jazz Record, a cura di Adriano Mazzoletti. Qui troviamo le orchestre (Ambassador’s, Blue Star, Di Piramo, Moleti, Carlini, Ferri, Mediolana, Louisiana, Mirador), i grandi solisti (Galli, Rizza, Morea), gli espatriati (Deiro, Rumolino, Abriani, Formiggini, Curti), gli stranieri in Italia (Riviera Five, Herb Flemming, Harry Flemming).
Un discorso a parte lo merita il periodo tra il 1938 e il ’45, per le intolleranze ed i divieti del regime fascista.
Ma questo è un altro post.
La traccia che ascoltate è CRAPA PELADA dell’Orchestra Circolo Ambasciata di Milano, incisa a Milano nel 1936 su Columbia DQ 1873 facciata CB 7502 da: Gorni Kramer (acc., voice), Nino Impallomeni (tp), Aldo Rossi (alto s., cl.), Libero Massara (ten. s), Romero Alvaro (p., vl, voice), Armando Camera (g), Ubaldo Beduschi (bass), Giuseppe “pinun” Ruggeri (drums), Vitorio Belleli (voice).
Il brano è sicuramente memore del sound orchestrale Ellingtoniano e, più spiccatamente nella melodia di “It Don’t Mean a Thing if it Ain’t Got That Swing” dello stesso Duke, ma nel titolo e nel testo fa satira popolare, con un gusto surreale
(Crapa pelà l’ha fa i turtei
Ghe ne dà minga ai so’ fradei, oh-oh-oh-oh
I suo’ fra dei fan la frittata
Ghe ne dà minga a Crapa pelada,, oh-oh-oh-oh)
e con una moderna interpretazione vocale “scat”,
ritmico-onomatopeica di puro stile jazzistico.
Jazz italiano,
appunto.
