Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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ed un appassionato approfondimento su questo particolare aspetto,
a cominciare dalla traccia che state ascoltando,
Our love is here to stay[1]
un brano di Gershwin che vede Tenco,
impegnato in una interpretazione vocale in inglese,
suonare il suo sax alto.
Luigi nasce a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938, e
nel 1948 con la famiglia si trasferisce a Genova.
Qui Tenco cresce ed intreccia i rapporti con le persone che saranno suoi amici e compagni d’avventura musicale e personale.
Durante gli anni del liceo mette in piedi il suo primo gruppo musicale conosciuto,
che si ispira al nome e di uno dei padri della musica jazz.
Nel 1953 nasce il “ Jerry Roll Morton Boys Jazz Band”
che vede Luigi al clarinetto, che la leggenda vuole fosse tenuto insieme dagli elastici, il suo compagno di banco al liceo Bruno Lauzi al banjo,
Alfred Gerard alla chitarra e Danilo Dègipo alla batteria.
Il quartetto suonava brani come Sweet Georgia Brown e Route 66 di
Nat King Cole o Savoy Blues di Kid Ory.
Non ci sono incisioni di questa prima esperienza, ovviamente dilettantistica,
ma l’amore per il jazz e per la libertà che esso rappresentava,
viene espressa nei ricordi degli amici musicali di Luigi, come Giorgio Gaber :
"Il Jazz in fondo ci faceva sentire un po' più nobili. Era uno dei pochi universi in cui ci si potesse riconoscere. Ci serviva per oltrepassare una musica leggera deteriore, impraticabile. Dovevamo per forza individuare un filone nuovo, che in pratica emerse da un miscuglio di jazz e altro
che poteva ricordare un Nat King Cole”
o quelli di Gino Paoli :
In fondo eravamo più jazzisti che altro: la nostra estrazione era quella. Ed eravamo anche un po' tutti praticanti: io suonavo la batteria, Luigi il sax, Bruno Lauzi il contrabbasso.
Comunque il jazz rappresenta un'esperienza senz'altro decisiva per tutta la parte genovese della canzone d'autore. Abbiamo cominciato suonandolo - per quanto ci era possibile, perché nessuno di noi era un grande musicista - ma soprattutto ascoltandolo, con grossi sacrifici, perché negli anni Cinquanta comprare un disco di jazz non era poi così facile: non bastava entrare in un negozio e chiederlo...
Questa musica straordinaria esercitava però su tutti noi un fascino irresistibile.
Significava anzitutto libertà, affrancamento dalla musica imperante, inutile, abbastanza schematica e limitata, oltre che troppo frivola, che avevamo ereditato dal ventennio fascista. Pensa che trauma passare d'un colpo a questa cosa incredibile, fuori dagli schemi, questa musica che nasceva nel momento stesso in cui veniva suonata!"
Successivamente Tenco conosce Marcello Minerbi, che suonava alla “Cambusa di Capurro e che accolse Luigi ed il batterista Coppola nel suo nuovo trio,
soprannominato “Trio Garibaldi”.
In questo modo il jazz entra in maniera più professionale nella vita di Tenco.
Intanto, con l’aiuto di Minerbi stesso, andò a Milano nel negozio di Monzino, e comprò un “vero” strumento, un sax contralto Selmer Aristocratic,
lo stesso che imbracciava Charlie Parker e Paul Desmond, i suoi idoli musicali.
Poi, tra il 1956 ed il 1958, fece un'altra esperienza di stampo jazz.
In quegli anni, anche se occasionalmente, entrò a far parte del
Modern Jazz Group [1]
il complesso del pianista Mario De Sanctis,
con Alberto Cameli al sax tenore, Attilio Oliva al sax baritono,
Fabrizio De André alla chitarra, Carlo Casabona al contrabbasso e
Corrado Galletto alla batteria.
Questa formazione eseguiva un repertorio del jazz moderno, che andava da Miles Davis alla musica di Lee Konitz, dal be-bop di Bird al “filone” West Coast che aveva i suoi capostipiti in Bud Shank, Dave Brubeck, Gerry Mulligan e Chet Baker,
grande amore di Luigi.
Spesso suonavano al Teatro Genovese o al Teatro Duse, e dividevano il palco con una delle più note band di jazz tradizionale, la Riverside Syncopators Jazz Band
capitanata del trombonista Lucio Capobianco.
Il pubblico, come sempre, si divideva tra i tanti amanti della tradizione e
i pochi cultori del modernismo.
Suonare jazz in quegli anni, con un repertorio non semplice segnò per sempre la concezione musicale dei partecipanti.
Le scelte di Tenco sono sempre state all’avanguardia,
la musica di Luigi era già senza tempo.
Questa specifica formazione musicale, questo amore per il jazz
ha creato l’humus dove si svilupperanno tutte le canzoni di Luigi Tenco
negli anni successivi.
Questo spiega perché le sue canzoni più famose abbiano una struttura armonica che ben si adatta al jazz.
E probabilmente anche perché diversi musicisti italiani hanno dedicato il proprio amore in jazz alle canzoni di Luigi,
oltre ad essere un doveroso omaggio alla sua universale poesia.
Il primo a registrare una sua traccia fu Giorgio Gaslini, che nel 1964 incise per la Emi - Voce del Padrone
"Mi sono innamorato di te"nel suo
"12 Canzoni d'amore Italiane",
con Dino Piana al trombone,
Gianni Bedori al flauto,
Lorenzo Nardini al sax e
un quartetto d'archi, oltre al pianoforte del Maestro.
.
Una rilettura particolare di “Un giorno dopo l’altro” è incisa tra l’aprile ed il maggio 1989 da Nino de Rose,
nel suo disco “Italian Jazz Singers” edito dalla SPLASC(H). [2]
Qui, insolitamente il pianista preferisce attribuire una tinta carioca, sia nel canto che nella melodia alla canzone, donandogli un nuovo tempo medio e
una veste di calda bossa nova.
.
La stessa traccia viene registrata nello
stesso anno, dal duo composto da Danilo Rea al pianoforte
e Roberto Gatto alla batteria, nel disco IMPROVVISI. [3]
.
Poi, nel maggio 1989 Beppe Castellani include ben tre canzoni di Luigi nel suo "Italian Standards" [4] oltre a due di Gino Paoli. Il tenorsassofonista è accompagnato da Giorgio Signoretti alla chitarra, il grande Ares Tavolazzi al contrabbasso e Riccardo Biancoli alla batteria. Le tracce sono "Mi sono innamorato di te", "Se sapessi come fai" e “Un giorno dopo l’altro”.
Neanche un anno dopo, sempre per la stessa label,
Castellani licenzia un secondo LP [5] dedicato agli evergreen italiani,
che esce nel marzo del 1990 ed è quasi un omaggio monografico alla musica di Tenco, del quale registra quattro tracce su cinque.
Questa volta i titoli sono “Ragazzo mio”, “Tu non hai capito niente”,
"Vedrai vedrai" e "Ho capito che ti amo".
In entrambi i lavori, il quartetto “sente” l’anima delle ballad nelle canzoni
di Luigi Tenco, e riesce a trasmettere lo stesso mood crepuscolare con l’intensità della voce al sax tenore del leader.
Grazie anche agli altri componenti, la musica assume una valenza armonica adeguata ad una rilettura jazz, specialmente l’energica batteria di Biancoli e il basso di Ares Tavolazzi, possente e concreto come le parole di Luigi ma anche leggero e divertito quando “gioca” con la propria voce doppiando il suo assolo in pizzicato,
con lo stesso spirito della musica spesso allegra di Tenco.
Nel maggio del ’90 il sempre poco ricordato Luca Flores, incide due toccanti versioni delle musiche di Tenco.
“Averti tra le mie braccia”
e la bellissima, commovente “Angela”,
la seconda traccia che state ascoltando in questa piccola antologia.
Il disco è SOUNDS AND SHADES OF SOUND[6], registrato con
Lello Pareti al basso e Piero Borri alla batteria,
un etichetta fondamentale per la diffusione del jazz italiano.
Il Trio colora la prima canzone di uno swing fresco,
che si esprime sul tempo veloce.
Invece Flores, sempre in un ottimo stile jazz, sottolinea gli accenti romantici interpretando “Angela”,
si sente il suo rispetto per la melodia classica, fa risuonare echi alla Debussy, e mantiene alta l’emozione nella cantabilità del pezzo,
così fa anche Lello Pareti nel suo intenso assolo.
Nel 1991 è il contrabbassista Furio Di Castri
ad inserire una canzone di Luigi in un suo disco. In Trio con Stefano Cantini al sax soprano e Roberto Ciammarughi al piano
, incide “Averti fra le braccia” [7]
Nel 1993 è il pianista Stefano Battaglia che incide in Italian Ballads vol.1 [8]
due canzoni di Tenco, in duo con il magico sax di Lee Konitz.
La rara traccia “Mai” e “Mi sono innamorato di te”
Due toccanti versioni vengono poi incise in solo
dal pianista Renato Sellani [9]
La prima “Vedrai, vedrai” è inserita in un sentito medley dedicato a Genova, città adottiva di Luigi e di nascita di Gino Paoli e Umberto Bindi,
ai quali sono dedicate le altre due tracce.
Poi c’è “Lontano, lontano”
E qui Sellani accenna con grande eleganza di tocco la canzone,
poi improvvisa sulla melodia, donandoci classici legati e note cristalline che esprimono bene la sua poesia e la dedica a Tenco.
Poi, per volere del produttore Paolo Piangiarelli e la sua Philology,
nasce quello che lui stesso definisce il Tenco Project.
Una dedica d’amore sconfinato,
un investimento sentito che darà memorabili prodotti musicali.
Nelle note di copertina del primo volume, Piangiarelli racconta che aveva pensato il disco con la voce di Tiziana Ghiglioni, un pianista da definire ed il sax di Massimo Urbani che, messo a conoscenza del progetto, ne fu entusiasta.
Purtroppo, Massimo ci lasciò prima di realizzare questo lavoro, e quindi non sapremo mai quali perle ci avrebbe potuto donare, lui così innamorato della melodia…
Ma il progetto andò comunque avanti e,
nel dicembre del 1993 la Philology registra quello che è per me il capolavoro dell’interpretazione della musica di Tenco in Jazz.
“Tiziana Ghiglioni canta Luigi Tenco” [10]
con la nostra voce più bella del jazz italiano, quella della Lady del Jazz
Tiziana Ghiglioni, appunto,
Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso, Paolo Fresu alla tromba e flicorno e Umberto Petrin al pianoforte.
Poesia pura, emozione palpabile, tanto sentimento e vera musica.
In “Ciao amore, ciao” che è la terza traccia che ascoltate,
c’è la sintesi di tutto il disco,
tutta la poetica di Tenco,
con il coraggio per il viaggio, il dolore per lontananza, la poetica rurale tanto cara a Luigi e le domande, le mille domande inevitabili che affollavano la sua mente
…saper se domani si vive o si muore…
Su tutto però, la forza dell’amore.
E poi, in musica c’è quello che intendo per capolavoro.
La voce di Tiziana lucente, a volte dolente, che da sola vale il disco,
il piano di Petrin, che cura insieme a Trovesi tutti gli arrangiamenti,
Trovesi che al sax alto, lo stesso strumento di Luigi,
ci ricorda la tradizione, impersonando la canzone,
facendola vivere di pura energia e poesia sonora.
Fresu che entra in punta di piedi nell’universo tenchiano,
prima con una nota lunga, in respirazione circolare, a creare un soffio sonoro,
e poi, in sordina libera l’anima, con grande partecipazione e superba melodia.
Senza stacchi, il quartetto ci dona un’altra perla tanto cara a Tenco
“Lontano lontano”
e qui è Tiziana che prima con umiltà espone il testo con enorme rispetto,
senza sovrapporre la sua personalità alle parole di Luigi,
poi omaggia il musicista con la sua voce, strumento tra gli strumenti,
che si manifesta nuova, incontaminata ed interpreta in puro jazz,
con la più bella forma e con la più alta sensibilità.
Un capolavoro, appunto.
La stessa etichetta produce il secondo capitolo del Tenco Project nel 1996.
Il disco è “L’altro Tenco” [11]
ed esce a nome di un’altra toccante voce del nostro panorama jazzistico, la romana
Ada Montellanico che registra con
Fabio Zeppetella alla chitarra,
Piero Leveratto al basso e Fabrizio Sferra alla batteria un disco particolare in tutti i sensi.
Intanto perché affronta i temi di Luigi meno noti, dell’altro Tenco appunto, e poi perché si avvale di due special guest, la tromba di Enrico Rava e, in due brani delle tastiere di Enrico Pieranunzi, con il quale più avanti produrrà un altro lavoro sempre dedicato alla musica di Tenco.
Nel disco la voce di Ada, è intima, accarezza le parole e dona loro la giusta luce,
calda e crepuscolare al tempo stesso.
La tromba di Rava, spesso in controcanto alla voce, colora i temi e li impreziosisce di sublimi gocce lucenti, portando la melodia in alto, nel posto che gli spetta.
“Triste sera”
è un piccolo gioiello che ascoltate come quinta traccia
ed è emblematica per descrivere il rapporto della musica di Tenco con il jazz.
La ritmica offre un groove trascinante,
Ada Montellanico interpreta il pezzo con vitalità e sano swing,
Enrico Rava racconta, mantenendo tutta la sua impronta,
i suoi acuti ed i suoi “voli” melodici.
Nel febbraio del 1998 per lo stesso progetto, vede la luce
“Tenco in Jazz” [12]
sempre con la splendida voce di Tiziana Ghiglioni in quartetto con
Giovanni Ceccarelli al pianoforte, Attilio Zanchi al contrabbasso e
Gianni Cazzola alla batteria.
Nel 2000 il pianista Renato Sellani
dedica un intero disco alla musica di Luigi Tenco [13].
Lo incide in trio con Massimo Morioni al basso e Massimo Manzi alla batteria. Qualche preziosa gemma ce la dona ancora Tiziana Ghiglioni,
voce ospite in qualche traccia.
Anche Stefano Bollani ha dedicato una sua particolare rilettura a
“Un giorno dopo l’altro”.
Chiara, trasparente eppure solida come un cristallo.
La canzone è contenuta nell’album LES FLEURS BLEUS [14] inciso dal pianista con
Scott Cooley al contrabbasso e Clarence Penn alla batteria.
Questa volta è in duo con il "suo" chitarrista Giorgio Signoretti e in una ricca ed affascinante conversazione poetica, riescono a trovare nuove strade nell'universo di Tenco, senza ripetersi.[15].
Nel 2005 Gianluigi Trovesi registra di nuovo “Angela”[16]
in Trio con Umberto Petrin al pianoforte e Fulvio Maras alle percussioni ed elettronica,
ed è un ritratto di intensa melodia nella forma a lui più congeniale.
.
.
Nello stesso anno è uscito l’ultimo importante lavoro sulla musica di Tenco
a firma di Ada Montelanico ed Enrico Pieranunzi [17].
Con lo stesso mood intimo della precedente collaborazione, e con rinnovata ricerca poetica, ci donano una nuova, dolce emozione.
Qui i brividi ci vengono mossi non solo per la musicalità dello straordinario ensemble, con Paul McCandless alle ance, Bebo Ferra alla chitarra,
Luca Bulgarelli al contrabbasso e Michele Rabbia alle percussioni, oltre agli
Arkè String Quartet in alcune tracce,
ma soprattutto dal fatto che vengono musicati per la prima volta quattro brani inediti di Luigi Tenco.
La musica di Tenco è senza tempo,
l’anima musicale di Luigi è ancora con noi.
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Libri su Luigi Tenco consultati:
·“Morte di un cantautore” di Mario Luzzatto Fegiz – gammalibri, 1976
·“TENCO” di Aldo Fegatelli – Franco Muzzio Editore, 1987
·“Luigi Tenco – Vita breve e morte di un genio musicale”
di Aldo Fegatelli Colonna – Oscar Mondatori, 2002
·“Luigi Tenco – Io sono uno, canzoni e racconti”
a cura di Enrico de Angelis – Baldini & Castoldi 2002
[1]Questa esperienza è ben descritta nel libro di Luigi Viva “Vita di Fabrizio De André”, Feltrinelli 2000.
[2]NINO DE ROSE E FRIENDS “Italian Jazz Singers” – SPLASC(H) Records H 189, Roma 1989.
[3] ROBERTO GATTO & DANILO REA “IMPROVVISI” – Gala Records - 1989
[4]BEPPE CASTELLANI QUARTET “ITALIAN STANDARD” - IL POSTO Records JPR 1112
[5]BEPPE CASTELLANI QUARTET “ITALIAN STANDARD 2” - IL POSTO Records JPR 1115
[6]LUCA FLORES TRIO “SOUNDS AND SHADES OF SOUND” (SPLASC(H) Records CD H 320-2)
[7]FURIO DI CASTRI “WHAT COLOR FOR A TALE” - SPLASC(H) CDH 351
[8]STEFANO BATTAGLIA & LEE KONITZ “ITALIAN BALLADS VOL.1” – Philology W 61 – March 1993
[9]RENATO SELLANI “THE STUDIO SOLO ALBUM” Italian Mood Charter One - Philology 143 - 1993.
[10]TIZIANA GHIGLIONI CANTA LUIGI TENCO (Philology W 60.2)
[11]ADA MONTELLANICO QUARTETTO “L’ALTRO TENCO” (Philology W 85.2)
[12]TIZIANA GHIGLIONI "TENCO'N JAZZ" (Philology W 118.2) - 1998
[13]RENATO SELLANI “PER LUIGI TENCO" - (Philology W 185) - 2000
Una gemma della musica jazz incisa in Italia, che ha contribuito all’affermazione del free jazz del nostro paese – almeno per la critica militante – e, soprattutto,
ha innalzato il valore della musica collettiva,
del gesto puramente artistico dell’invenzione melodica e,
attraverso l’urgenza espressiva,
l’importanza della voce del proprio strumento
sopra tutte le regole.
Almeno su quelle della musica eurocentrica, che prevedono accademica scrittura e guidata armonia.
Il disco, che in copertina riporta un’opera del pittore Renzo Margonari, che firma anche le note di copertina, nasce nei primi giorni del 1973 per l’etichetta TOMorrow,
una sussidiaria della RCA, che con questa label ha inciso solo questo disco e
quello dei BLUE MORNING (ZSTOM 2000, 1973) formazione romana con
Sandro Ponzoni (basso) e Alfredo Minotti (batteria).
Un opera variegata SUD,
registrata in Quintetto, Ottetto e Big Band da un importante collettivo, che comprende oltre il titolare Mario Schiano : sax alto, (flauto in # 2); Tommaso Vittorini : sax tenore (in # 1-2-5-6, arrangiamento # 6); Maurizio Giammarco : sax soprano (in # 1-2-3-6);
Massimo Urbani : sax alto (in # 1-2-6); Toni Formichella : sax baritono (in # 1-2-4-5-6); Eugenio Colombo : sax alto, flauto (in # 6); Massimo Bartoletti : tromba (in # 6); Roberto Antinolfi : tromba (in # 6); Gaetano Delfini : tromba (in # 6); Guido Anelli : trombone (in # 6); Ruggero Pastore : trombone (in # 6); Bruno Tommaso : contrabbasso; Roberto Della Grotta : contrabbasso (in # 6); Afonso Alcantara Vieira : batteria; Mandrake : tumbadora
SUD.
Già il titolo è una dichiarazione.
L’attenzione, la dedica, l’amore in sintesi per tutte le terre, i popoli e la loro musica,
che si trovano a SUD delle concezioni storico/politiche nel mondo.
Perché non solo di SUD geografico si tratta.
Schiano non descrive una zona, non si concede al racconto folkloristico - anche se d’appartenenza essendo Lui nato a Napoli nel 1933 - ma colora un clima, esprime una latitudine musicale, innanzitutto.
Lo fa con un organico che coralmente partecipa alla costruzione di quest’opera e con una sezione ritmica che rimanda echi africani.
Non solo ai ritmi di quei popoli colonizzati e schiavizzati dai bianchi,
che hanno dato origine al blues e che sono a logico appannaggio di tutta la musica afroamericana,
quella che, con giustificato orgoglio verrà definita
GREAT BLACK MUSIC,
ma, soprattutto, a quei ritmi africani che hanno invaso le nostre coste,
lasciando indelebili ricordi di tamurriate nere e di ‘o sarracino impressi sulla nostra terra e nella nostra cultura.
.
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Come al solito Schiano va controtendenza,
offre controindicazioni.
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Approfitta quindi dell’emancipazione del linguaggio jazz tutto, per far affiorare quella che lui stesso definisce “memoria remota” e così definire la nuova identità jazzistica italiana, mediterranea o,
più precisamente, SUD europea.
Schiano si appropria del grido liberatorio del jazz contemporaneo,
ma non dimentica le radici popolari della propria musica.
Connette così, sullo stesso solco vinilico, le varie e diverse modalità musicali,
solitamente separate dai confini imposti e supera anche i limiti temporali,
elaborando con il suo ricordo, in equilibrio tra vecchie canzoni popolari e nuovi suoni,
una musica densa, senza tempo eppure tenacemente moderna,
che offre gli stessi stimoli sia al cervello che al cuore.
Apre il disco SA BRUSCIA, una traccia in ottetto – quella che state ascoltando - composta dal grande contrabbassista cagliaritano Marcello Melis, già compagno di Schiano negli anni dello storico “Gruppo Romano Free Jazz” e fra i primi a ragionare sul rapporto tra la musica tradizionale ed il jazz.
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Annuncia il tema il contrabbasso di Tommaso.
Poi parte il suono collettivo a ripetere il tema-riff e,
di volta in volta cede il passo, nel centro,
alla voce di turno,
come nelle antiche,
corali forme di espressione musicale tradizionale.
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Il primo ad entrare nel cerchio è ovviamente Schiano,
che imbracciando l’alto, afferma subito la sua urgenza espressiva e la libertà dagli schemi, portando la musica oltre,
tutto.
Poi, lentamente torna all’inciso e passa la nota a Tommaso Vittorini che al tenore ridisegna il riff, grezzo, spesso nell’impasto del suo suono, e lo colloca in un area più riconoscibile,
oscillante tra swing e hard bop, mantenendo inalterata la primitiva valenza del tema.
.
Ora è il turno della ritmica, che aveva creato un tappeto sonoro sin dall’inizio,
adesso è il suo momento.
Mandrake alla tumbadora, un tipo di congas che proviene
dalla Regla Bantù,
prende posto al centro del cerchio e si lascia andare al suo assolo,
che è l’origine del suono,
il tamburo che parla,
che qui si colora di tinte latine e caraibiche,
a metà strada tra noi e l’Africa.
.
Senza distacco entra la batteria di Vieira, che già trasporta il suono arcaico del tamburo nell’occidente, dove la batteria - così come la conosciamo - è stata inventata, e il suo assolo riporta il tutto in una moderna sintesi, con l’uso equivalente dei piatti e delle pelli.
Il basso di Tommaso, con poche linee, ristabilisce dove siamo.
Perché è il soprano di Maurizio Giammarco ad essere protagonista, ora.
Espone chiaro il tema, all’inizio con ricordi di “suoni flautati” poi,
lo colloca qui, nell’ora e adesso, facendo leva sulle sue moderne esperienze,
memore dei vari esperimenti della musica creativa europea, lasciando in un eco il riff alla collettività, che lo ripete ancora e, lo fa emerge con spirito di gruppo, come voce composita e grande e forte dei diversi aspetti, ma tesi verso un unico obiettivo,
l’affermazione del global, dal punto di vista del local.
Siamo nel 1973, eravamo oggi.
Oggi finalmente il disco rivede la luce,
grazie agli sforzi ed alla squisita sensibilità di un GRANDE produttore di Jazz Italiano.
Quel Signor Peppo Spagnoli, che con la sua SPLASC (H) records, ha documentato il suo amore per questa musica, ed ha permesso la sua diffusione in tutto il mondo dagli anni ’80 ad oggi.
Come racconta lui stesso a Flavio Caprera su JAZZiT,
importante magazine diretto dal preparato, arguto e sempre interessante Vincenzo Martorella,
“… ho dovuto penare per arrivare al master originale, consultando inutilmente prima un collezionista e poi la casa discografica RCA. (…) finalmente sono arrivato all’avvocato Micocci, possessore del demo originale che, tramite il figlio perché lui è scomparso, mi ha ceduto e permesso di ristampare uno dei documenti più importanti del jazz italiano d’avanguardia…”
Un grande, Peppo Spagnoli, non solo discografico,
ma vero amante e figura storica del nostro jazz.
Solo per non dimenticare,
la sua etichetta che conta più di novecento titoli in catalogo,
sul finire del 1984, incide “STREAMS” di Tiziana Ghiglioni, la nostra Lady del Jazz.
Quel disco, fa “scoprire” al produttore il pianista Luca Flores, ed anche l’inimitabile voce di Maurizio Caldura Nunez al sax tenore e soprano.
.
L’anno dopo licenzia il primo dei dischi di Paolo Fresu,
quel “OSTINATO” che è una bellissima dichiarazione d’intenti,
da parte di entrambe, forse.
.
E ancora, documenta tutta la musica suonata da Luca Flores,
dallo splendido MATT JAZZ QUINTET,
al commovente disco in piano solo
“FOR THOSE I NEVER KNEW” purtroppo postumo.
..
.
Vi lascio con un concreto dubbio, che in quegli anni ha arrovellato le menti degli appassionati,
ed ha diviso le penne dei critici.
Come avrete notato, i primi undici giri di questo 33, portano sul vinile il segno del tempo.
Non un banale graffio, ma un rigonfiamento con conseguente deformazione della superficie.
In una delle tante cene a casa mia, dove il piatto gira sempre, qualcuno ha dimenticato una sigaretta accesa poggiata su questo disco.
Gesto di affermazione del concetto free,
o sbadata cialtroneria?
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jazzfromitaly
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Se avete trovato queste pagine di vostro gradimento questo è il link per votare:
Oggi vi lascio una traccia che, comunemente viene definita uno standard.
ESTATE di Bruno Martino, in una delle interpretazioni di Chet Baker [1].
Nel Jazz e in tutta l’Arte VERA, la re-interpretazione è ricerca pura,
al pari dell’improvvisazione o dell’astrazione.
...
“Per me l’Arte è un’ossessione della vita e poiché siamo degli esseri umani,
siamo noi il soggetto della nostra ossessione”
Francis Bacon
...
Questo post è dedicato a Debora,
compagna di una vita.
[1] “Live from the Moonlight” recorded at Moonlight Club Macerata, Italy, November 24th, 1985 Philology 214 W 10/11 – Chet Baker (tp), Michel Grailler (p), Massimo Moriconi (bass) -
ma il blog ha generato una serie di contatti che non mi aspettavo,
e sono nate nuove collaborazioni.
Ho appena concluso due approfondimenti con interviste inedite a due Maestri della musica in Italia, e sono in attesa della loro approvazione per la pubblicazione su queste pagine.
Oggi vi presento un grande ospite,
una stella del jazz internazionale,
che in trent’anni ha inciso e suonato molte volte nel nostro paese,
lasciando tracce profonde nei cuori degli appassionati e ricordi indelebili nei musicisti che hanno avuto la fortuna di suonare ed incidere con lui.
Nel 1955, due mesi dopo la morte per overdose di Dick Twardzik,
dotatissimo pianista del suo quintetto “europeo” [1],
Chet Baker suona in Italia alla Taverna Duomo di Milano,
dal 31 dicembre al 15 gennaio.
Nella nuova formazione, troviamo al piano Francy Boland
(che più avanti avrebbe formato una famosa Big Band con Kenny Clarke),
il contrabbassista Eddie De Haas, Charles Saudrais alla batteria e,
Jean-Louis Chautemps al sax tenore.
Poi, a metà gennaio, il quintetto suonò al Teatro Eliseo di Roma e,
successivamente al Conservatorio Cherubini di Firenze, dove la sua musica fu registrata e pubblicata (diversi anni dopo) in due LP dell’etichetta Replica [2] .
Qui Chet suona lunghi brani bop, con una “lucente” improvvisazione straordinaria e, nei brani lenti o cantati, è profondamente lirico.
Chi conosce anche minimamente la biografia di Chet Baker, sa che seguirlo nei suoi molti spostamenti, improvvisi e veloci, è impresa non facile.
Per fortuna abbiamo i DISCHI,
che documentano le date.
Dopo quelli del ’58 incisi a New York per la Riverside, ritroviamo l’anno dopo Chet a Milano, dove suonò molto al Santa Tecla, al Circolo della Rinascente e partecipò a diversi Festival tra cui quello di Bologna, accompagnato dal Quintetto di Lucca. Partecipò anche ad una tournee con Caterina Valente [3]
In quell’anno incise due LP in Italia,
il primo è “Chet Baker Sextet & Quartet” [4],
con Glauco Masetti (sax contralto), Gianni Basso (ten sax), Renato Sellani (p), Franco Cerri (bass) Gene Victory (drums). La musica registrata in Sextet, è stata pubblicata anche su etichetta JAZZLAND
(JLP 18) con il titolo “Chet Baker in Milan”.
Il secondo si chiama “Chet Baker Sings and Plays with Len Mercer” [5]
con Masetti, Cerri, Victory, Mario Pezzotta (trne), Fausto Papetti (bariton sax), e orchestra d’archi, con arrangiamenti e conduzione di Ezio Leoni e Giulio Libano.
Il disco è stato pubblicato con lo stesso titolo e diversa cover per l’etichetta americana UP-Front (UPF – 176),
con il titolo “Chet Baker with Fifty Italian String”per la JAZZLAND (JLP 21),
con il titolo “Angel Eyes” per la Scepter Records (SPS 540),
con lo stesso titolo e diversa cover per l’etichetta inglese DJM (2016)
La documentazione della musica di Chet Baker su disco è smisurata,
ad oggi si contano più di duecento incisioni a suo nome,
con diverse ristampe nel tempo in tutto il mondo, e molti LIVE usciti postumi.
Capirete come sia complicato compilare una discografia dettagliata.
Nel 1959, Piero Umiliani scelse Chet Baker come tromba solista per la colonna sonora del film di Nanny Loy “Audace colpo dei soliti ignoti”.
Sempre con lo stesso autore incide nel 1960 le musiche per il film
“Intrigo a Los Angeles”(CAM – cms 30-104).
Chet collaborò più volte con il Maestro Umiliani, come possiamo ascoltare su
“Italian Movies” (Liuto LRS 0063 1) e “SMOG” del 1962 (Rca LPM 10320),
ristampato per la StudioUno (STN 1008) nel 1999,
da cui è tratta la traccia che state ascoltando.
In seguito, fu chiamato da diversi grandi compositori, per commentare in musica i film italiani, come “Totò di notte n1” di Armando Trovajoli, e “Una vita violenta” di Piero Piccioni.
Nel 1960 Chet Baker viene scritturato alla Bussola di Focette, in Versilia,
dove suona per tutta la stagione estiva con il Trio di Romano Mussolini (p),
con Carlo Loffredo (bass) e Roberto Podio (drums).
Poi c’è il “troppo noto” arresto nella stazione di servizio di San Concordio Contrada ed il relativo processo mediatico e penale, che si svolse a Lucca nell’aprile del ’61,
e che trattenne Chet Baker per undici mesi nelle prigioni italiane.
Nel dicembre del 1961, tornato in libertà, trovò molti amici che lo aspettavano.
I primi furono Giovanni Tommaso, Amedeo Tommasi, Franco Mondini e
Antonello Vannucchi, che gli organizzarono un concerto di rientro alla normalità al Teatro Comunale di Lucca.
Un mese dopo, il 5 gennaio 1962,
Chet inaugura il nuovo studio di registrazione della RCA,
al 12° chilometro della via Tiburtina a Roma.
Insieme al pianista Amedeo Tommasi,
Bobby Jaspar (tenor sax), René Thomas (g), Benoît Quersin (bass) e Daniel Humair (drums), registra uno splendido disco con un titolo propiziatorio
Già nell’introduzione, annuncia l’amore per le origini,
il blues da dove tutto è nato.
Poi quel senso agrodolce, come sospeso tra notorietà e sconfitta,
il tutto raccontato con un’indimenticabile melodia,
e quell’ostinato riff, proprio del blues e di chi deve - comunque - andare avanti.
Sempre nel ’62, suonò con una Big Band diretta da Ennio Morricone, ed incise per la Rca un EP con quattro canzoni [7]
Chet trascorre diversi anni in giro per l’Europa,
subisce altri arresti ed espulsioni da alcuni paesi e rientra negli Stati Uniti.
Registra ancora, è ovvio, con la Limelight, la Prestige, la Word Pacific, ma l’attenzione del pubblico americano non è più la stessa degli anni ’50,
ed in Europa non può rientrare.
Quindi, sparisce per alcuni anni.
Si parla della separazione con sua moglie Carol,
di un “troppo famoso” pestaggio a San Francisco dove gli fecero saltare tutti i denti, del suo lavoro in incognito presso una pompa di benzina,
disperso nei profondi USA.
C’è molta letteratura superficiale su questo, e poca musica, per me.
Poi un salto nel tempo,
e, dalla metà degli anni Settanta,
Chet Baker torna con la sua musica che,
per me,
rappresenta il periodo migliore.
Inizia a suonare seduto,
con poche lunghe note necessarie,
il microfono spinto fin dentro la campana della tromba,
per non perdere nessuna sfumatura.
La sua voce,
che ha conservato l’esile poesia,
ora sembra un tenero flusso ininterrotto,
che lega insieme le parole, le polverizza e le soffia via,
piano
nel microfono,
sempre attaccato alle labbra,
in un delicato bacio sonoro.
Gli occhi chiusi,
per non distrarsi,
per guardarsi dentro,
nel fondo delle emozioni.
In Italia Chet ri-appare al Festival di Pescara, nel luglio del ’75 dove registra un’unica, stupenda traccia [8], quella “My Funny Valentine” che sempre più spesso,
uscirà come un respiro dalle sue labbra.
Poi, nel luglio 1976 il suo amico Pepito Pignatelli gli affida la gestione del suo locale, lo storico “Music Inn” di Roma.
Esiste una registrazione postuma, sul disco dal titolo “Deep in a Dream of You” pubblicato dall’etichetta svedese Heart Note (moon MCD 026-2) che sembra documenti la musica di quel mese romano.
Nel marzo del ’77 registra “The IncredibileChet Baker Plays and Sings” per la milanese Carosello ( CLN 25075)
con la sua compagna Ruth Young (che canta in due tracce) e
Bruce Thomas (p), Gianni Basso (ten. s), Jacques Pelzer (alto, fl),
Lucio Terzano (bass) e Giancarlo Pillot (drums).
Tra il dicembre ’79 ed il gennaio del 1980 avviene il primo incontro
con Enrico Pieranunzi,
e nasce uno dei suoi migliori album degli ultimi anni.
“Soft Journey” per la romana Edi Pan (NPG 805)
con Maurizio Giammarco (ten. s), Riccardo Del Frà (bass), Roberto Gatto (drums)
Nell’ottobre del 1983 è ospite nel locale di Giorgio Vanni a Milano,
dove con la sua nuova compagna Diane Vavra (sopran sax) e Nicola Stilo (fl),
Michel Graillier (p), Riccardo Del Frà (bass), Leo Mitchell (drums)
registra il LIVE Al Capolinea (jii 5)
con una superba versione di “Estate” di Bruno Martino.
Il disco è stato ristampato con una differente cover nel 1987
dalla Red Records (NS 206)
Nel 1985 incide “Symphonically” per la Soul Note (SN 1134)
con Mike Melillo (p), Massimo Moriconi (bass), Giampaolo Ascolese (drums) e l’orchestra Filarmonica Marchigiana.
Il 24 novembre dello stesso anno, con Massimo Moriconi e Michel Grailler (p), suona al Moonlight Club di Macerata.
Paolo Piangiarelli – appassionato produttore – pubblica in doppio LP questo bellissimo live per la sua etichetta, Philology (214 W10-11).
Partecipa alla registrazione del magnifico “Silence” (121 172)
inciso a nome di Charlie Haden (bass) nel novembre 1987,
per la Soul Note di Giovanni Bonadrini
con Enrico Pieranunzi (p), e Billy Higgins (drums).
Un album veramente suonato con maestria,
con il lato migliore sui tempi veloci,
ai quali non si sottrae neanche la classica ballad “My funny Valentine”.
A Recanati, tra febbraio e marzo ’88, Chet incide due splendidi dischi con Pieranunzi, ancora una volta per la Philology.
“the (He)art of the Ballad” un duo intimo e
e “Little Girl Blue” con lo Space Jazz Trio del pianista,
che comprende Enzo Pietropaoli (bass) e Fabrizio Sferra (drums).
Nel gennaio 1988 Baker partecipa ad una particolare incisione
“Chet on poetry” un disco rimasto incompiuto,
che fu successivamente completato e mixato a cura di Nicola Stilo per l’etichetta Novus.
Qui oltre a Chet alla tromba e all’inedita lettura in italiano di poesie di Gianluca Manzi e Maurizio Quercini troviamo appunto Stilo (fl., g., p),
Ancora postumi - sempre per l’etichetta di Paolo Piangiarelli - escono
“A night at the Shalimar” (W 59) con Nicola Stilo, Furio Di Castri (bass),
e Mike Melillo o Luca Flores (p).
E“Goodbye Chet” (W22) con varie registrazioni live tra il 1985 e il 1988
con Mike Melillo e Tiziana Ghiglioni.
Nel 1994, con il numero di dicembre della rivista Musica Jazz, è uscito un cd con registrazioni inedite effettuate tra il 1975 e il 1988, a cura di Piangiarelli.
Tra queste c’è una perla, SOLAR di Miles Davis, registrato da Chet Baker a
Torino il 21 aprile 1988 con Enrico Rava, Massimo Urbani e Franco D’Andrea.
Nel 1992, con ristampa nel ’99, la Dreyfus ha pubblicato
il LIVE in Bologna del 1985,
con Philip Catherine (g) e Jean-Louis Rassinfoss (bass).
Vorrei ricordare, anche se non registrato in Italia,
“Last Concert in Rosenheim” disco uscito per la Timeless con
Luca Flores (p), Nicola Stilo e Marc Abrams
il 17 aprile 1988,
un mese prima della sua morte.
Il ricordo di Chet è inciso in tutti i suoi dischi,
in Italia ce ne sono molti.
Bibliografia in Italia:
Chet Baker in Italia a cura di Paola Boncompagni e Aldo Lastella – Stampa Alternativa
Dossier monografico in Musica Jazz n11, novembre 1989 a cura di Salvatore G. Biamonte
Dossier monografico in Musica Jazz n12, dicembre 1994 a cura di Salvatore G. Biamonte
Discografia:
Thorbjørn Sjøgren - Chet: A Discography - JazzMedia ApS