Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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“…Sono andato a lezione di armonia dal signor Gigino; egli mi ha detto che se mi procuro dei versi e mi viene in mente un motivo potrei, col suo aiuto, comporre qualche canzonetta e poi portarla da un editore e farla pubblicare.
Le prime volte anche gratis e col tempo potrei anche guadagnare;
comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe,
ripeto se riuscissi, un discreto guadagno….”[1]
Questo, all’età di quattordici anni, annotava sul suo diario Piero Umiliani,
uno dei più grandi musicisti del ‘900,
uno tra i più celebri compositori di colonne sonore, noto in tutto il mondo,
un pianista elegante e di talento,
un uomo intelligente e modesto.
Un Maestro, insomma.
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“…a quattordici anni prendevo lezioni di pianoforte classico,
ma ascoltare sulle frequenze di Radio Londra quella musica, fu un sogno.
Un giorno, in un piccolo negozio trovai “Hot Duke”, considerato un disco proibito.
All’epoca nessuno conosceva Duke Ellington ed era illegale ascoltare Musica Americana…
Io avevo diciassette anni e crescevo in un paese diviso in due.
A Bologna c’erano i nazisti, mentre a Firenze erano già arrivati gli alleati. Alla fine quando arrivarono le truppe americane a Firenze portarono con se i “V-discs”.
Per noi era una liberazione, in tutti i sensi.
Si suonava a tutte le ore, si poteva cantare la sospirata libertà.
È così che ho scoperto il ritmo e il sound di questa musica…” [2]
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Con queste poche parole,
Piero Umiliani descrive il suo ingresso nel mondo della musica,
ed il suo amore per il jazz, che mantenne intatto per tutta la vita.
Da subito gli fu riconosciuto il suo talento e la sua professionalità, e già a diciannove anni entrò nell’albo della SIAE. Questo gli diede la possibilità di scrivere nuovi arrangiamenti be-bop su classiche composizioni jazz.
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“… erano spartiti che io pubblicavo con le mie edizioni, le Omega.
Venivano distribuiti in tutta Italia alle varie orchestre, che suonavano nei locali ed io prendevo una percentuale sull’esecuzione…”
In quegli anni suona con varie orchestre, tra cui quella di Pippo Barzizza, del M. Francesco Ferrari (che trasmetteva da Radio Firenze) e con il complesso di Claudio Gambarelli.
Dopo la laurea in giurisprudenza (1949) suona ed incide su iniziativa del Jazz-Hot Club di Milano con gli “Amici del Jazz – A.D.J.” per l’etichetta Durium. [3]
Dalla stessa formazione è tratta “Invenzione”, a firma di Umiliani,
la prima rara traccia che state ascoltando, registrata il 22 ottobre 1952 a Milano con: Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. s), Piero Umiliani (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Sonetto (drums).
Poi il Maestro si trasferì nella capitale del cinema
“…nel 1952 una mia amica mi presentò Trovajoli che aveva bisogno di una persona per scrivere gli arrangiamenti. Così mi trasferii a Roma, sotto la guida di Armando, con il quale nacque un’amicizia vera…”
Due anni dopo incise il suo primo disco con la RCA,
dal titolo “Dixieland in Naples” [4]
“… si trattava di arrangiamenti di tipo dixieland per canzoni napoletane.
È un disco di cui ancora oggi vado fiero. Piacque molto anche alla RAI, che lo trasmetteva due volte alla settimana. Dopo poco tempo entrai come interno alla RAI, con un quintetto alla Benny Goodman…”
Registrato con Nino Culasso (tp), Giancarlo Becattini (trne), Baldo Maestri (cl) ed altri, questo è un disco particolare, ante-litteram, nel quale Umiliani vestiva di swing classiche canzoni come “funiculì, funiculà” e “munasterio ‘e Santa Chiara”, dove riusciva a donare soffuse luci da ballads a “scalinatella” e “anema e core”.
Un vinile che non ho più, purtroppo, scambiato o perso in chissà quale occasione,
di cui mi è rimasta solo la copertina, ma con dentro un disco della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Forse qualcuno ha pensato che fosse comunque uno scambio equo,
folkloristicamente parlando […]
Nel 1954, i fratelli Taviani gli commissionarono le musiche per un loro documentario, nacque così “Piccola Suite americana per quattro ance”,
il suo primo commento musicale per immagini.
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In quegli anni Umiliani registra molto, e si avvale dei jazzisti più importanti del panorama italiano come:
Giulio Libano (tp), Glauco Masetti (alto s, cl.), Eraldo Volontè (ten. s), Alceo Guatelli (bass), Gilberto Cuppini (drums) per il disco “da Roma a New York”, registrato il 25 marzo 1957 [5]
Poi, il 21/22/23 giugno del 1958, Umiliani incide la sua musica per un film che darà il via alla cosiddetta commedia all’italiana, la prima colonna sonora che porta il jazz nelle sale cinematografiche italiane.
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“…erano in pochi a suonare il jazz, forse Piccioni in qualche tema.
Il mio primo film fu I Soliti Ignoti di Mario Monicelli, e mi fu chiesta una musica allegra e jazzata. Presi il lavoro molto alla leggera, proposi dei temi che avevo già composto, li feci sentire al regista e in soli quindici giorni avevo pronta la colonna sonora. Il film stentava a trovare una distribuzione e tutto faceva supporre che non avrebbe avuto alcun successo, invece quando uscì fece il botto…”
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Il tema che apre “I Soliti Ignoti” è “Blues for Gassman”, che qui ascoltate nella sua versione intera, oggi rimasterizzata dalla Easy Tempo, che all’epoca occupava l’intera facciata A del raro EP [7], e che venne utilizzato, in vari spezzoni, a commento di tutta la pellicola.
“Blues for Gassman”, come per i più celebri standard, è stato ripreso più volte da diverse formazioni, a cominciare dal Quintetto Basso & Valdambrini più Lars Gullin nel 1962. Una versione, più moderna e tirata, ce la offre il Rosario Giuliani Quartet, nell’album “Tension” (SC309) uscito per la Schema Records nel 1999,
Il film “I Soliti Ignoti” uscì all’estero con il titolo di “Big Deal on Madonna Street”,
titolo ispirato dal fatto che l’audace colpo si svolgeva in Via delle Madonne,
dove c’era il Monte di Pietà.
Molte discografie, riportano a questo titolo per la collaborazione tra Piero Umiliani e Chet Baker, ma qui c’è da fare un po’ di chiarezza.
Intanto, basta vedere il film per capire che la magica tromba di Chet,
in questo film non c’è.
Poi ci sono due tra i più importanti testi sul jazz italiano da poter consultare,
tra i primi a compilare una dettagliata discografia delle incisioni jazz fatte nel nostro paese.
Secondo Giuseppe Barazzetta, che nel 1960 segnalò la colonna sonora sul volume “Jazz inciso in Italia” [8], a questa incisione a nome di Piero Umiliani e i suoi solisti, partecipò Gino Marinacci al sax baritono e prob. Berto Pisano al contrabbasso.
Neanche Livio Cerri, che nel 1962 diede alle stampe “Jazz in Microsolco” [9],
Chet Baker collaborò in molte altre colonne sonore composte da Umiliani.
Il loro primo incontro fu in “Urlatori alla sbarra”,
di Lucio Fulci, uscito il 13 marzo 1960. Un film dove un gruppo di giovani beat, tra cui Mina, Celentano, vogliono organizzare a tutti i costi uno spettacolo musicale.
Chet Baker nel film interpreta la parte di se stesso, nelle vesti de “l’americano”,
un beatnik sempre fatto, che si addormentava dappertutto, con la sua tromba in mano.
La musica di Umiliani, qui insolitamente “leggera” per sostenere i cosiddetti “urlatori”, nelle tracce “Improvvisando in Blues”, “Motorizzazione” e “Furtivamente” si colora di jazz anche grazie alla tromba di Chet Baker.
Film da ricordare, soprattutto, per la scena finale di Chet, che in un parco assolato abbraccia una ragazza cantando in italiano “Arrivederci” di Umberto Bindi e per la partecipazione su pellicola della Modern Jazz Gang (Cicci Santucci, Enzo Scoppa, Antonello Vannucchi, Giorgio Rosciglione e Gegé Munari).
Non per molto altro.
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Nello stesso anno ritroviamo i due nel film “L’Audace Colpo dei Soliti Ignoti”, divertente seguito de “I Soliti Ignoti” realizzato il 30 novembre del ‘60 per la regia di Nanny Loy, pubblicato negli USA con il titolo “Fiasco in Milan” ed in Francia come “Hold-up à la milanaise”.
Qui c’è la loro prima importante collaborazione.
La tromba di Chet è fortemente evocativa in “Sentirsi solo”,
crea un’atmosfera di rilassamento in “Relaxin’ with Chet” e subito dopo di “Tensione”, donando un aria swing a tutta la pellicola.
Su tutte c’è il tema, ripreso più volte, de “i soliti ignoti” che nella scena della valigia con gli ottanta milioni riesce a colorare la rocambolesca fuga di un’insolita
“armata piedeamaro” in una perfetta scena da crime story .
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Poi, nel 1962, esce “Smog” film di Franco Rossi, con Annie Girardot ed Enrico Maria Salerno nei panni di un avvocato divorzista, che per ventiquattrore si aggira in una Los Angeles oscura, nostalgica e mostruosa, come non si era mai vista. Qui la collaborazione tra Chet Baker e Piero Umiliani si fa più stretta e complessa.
“…le difficoltà le creavo io stesso quando mi piaceva veramente il film. Entrava in gioco la passione per il cinema e cosi mi cimentavo a rendere il tema più sofisticato del solito. La storia di questo film mi piaceva molto e la produzione aveva molto denaro da investire. Così ebbi la possibilità di lavorare con una grande orchestra: c’era anche Chet Baker alla tromba. Feci cinque o sei temi con lui, si trovò molto bene a lavorare con me; un grande professionista.”
Al disco partecipa anche Helen Merrill, e nell’orchestra troviamo molti nomi del jazz italiano come:
Nini Rosso, Nino Culasso, Baldo Panfili, Beppe Curraro (tp), Enzo Forte, Ennio Gabbi, Mario Minada (trne), Bill Gilmore (valves trne), Marcello Boschi, Baldo Maestri (alto s), Marcello Cianfanelli, Ivan Vandor (ten. s), Gino marinaci (bar. s), Franco Chiari (vibes), Enzo Grillino (g), Beppe Carta (bass), Roberto Zappulla (drums). Ne nasce una musica jazz, cupa e bellissima, per me il frutto più bello della loro collaborazione.
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Nel 1964 esce “Intrigo a Los Angeles”[10]
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film “fantaspionistico” di Romano Ferrara dove due agenti del F.B.I., sono incaricati di ricercare un professore scomparso misteriosamente dopo la scoperta di un'importante formula contro le radiazioni atomiche. Tra i titoli mi piace ricordare “Tipi sospetti”, “Movimento con swing” e “Jazz Bar”.
In questo disco, i due registrano insieme per l’ultima volta.
Quasi tutta la loro musica è stata raccolta, per volere di Umiliani stesso, sul LP “Italian Movies”, uscito nel 1988 per la Liuto Records, poi ristampato in CD grazie alla collaborazione tra la liuto records e la right tempo.
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L’amore ed il rispetto di Piero Umiliani, per il grande trombettista ed amico, è forte:
“Chet Baker era un uomo triste, che provava una gioia enorme quando suonava: era eternamente in bilico tra l’inferno della droga ed il paradiso della sua musica. Quando lo incontrai per la prima volta, Chet si dimostrò molto dolce e, dopo aver passato un po’ di tempo in prigione a Volterra, iniziò a parlare in italiano. L’ultima volta che l’ho visto era un piccolo vecchietto rilassato. Mi disse «caro Maestro…». Gli risposi ridendo che se io ero un maestro Lui sarebbe stato molto di più. Sono lusingato dalla nostra collaborazione. Io gli ho dato tre note e Chet ne ha tirato fuori qualcosa di bello: l’idea era mia, ma la creatività tutta sua.” [11]
Ma torniamo alla musica del Maestro.
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“Bach’s Idea”, viene incisa dal Quintetto Piero Umiliani sul disco “Italian Jazz of Roaring Fifties” [12], un LP che raccoglie dodici incisioni italiane registrate tra il 1952 ed il 1955. Qui Umiliani suona sia il pianoforte che il vibrafono.
Altre due tracce vedono luce sul doppio LP “Jazz in Italia – Quattro dimensioni” [13], un’antologia uscita nel 1959.
I temi di Umiliani sono “Do Re Mi Re Do” registrato con l’Orchestra e “Tema d’Amore” inciso al pianoforte.
Nel 1960, conduce in RAI la rubrica televisiva “Moderato Swing”, una trasmissione, oggi purtroppo impensabile, dove Umiliani ed il suo complesso presentava al grande pubblico il jazz con l’accompagnamento di Nino Culasso e Nini Rosso (tp), Gino Marinacci (fl., bar. s), Enzo Grillino (g), Berto Pisano (bass, Sergio Conti (drums). Dalla puntata con Helen Merrill come ospite, è stato inciso un LP per la RCA, dal titolo “Parole e Musica” [14], dove la cantante interpreta i grandi standard con l’insolita presentazione in italiano dei testi a cura di Enrica Gravili e con la lettura di Fernando Caiati.
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Nel Novembre dello stesso anno, registra la sua musica per la Cetra-Fonit nella serie “Jazz in Italy”, la storica ed importante collana curata da Piero Novelli e Nicola Cattedra, che si sviluppò in 15 EP ed un LP, incisi tra il dicembre 1959 ed il luglio ’61. Umiliani (p) incide sul n°12 [15], dal titolo “Piccola Suite Americana”, con Baldo Maestri (cl) Marcello Boschi (alto s) Ivan Vandor, Marcello Cianfanelli (ten.s) Gino Marinacci (bar. s) quattro titoli: Charleston, Blues passacaglia, Slow, Boogie woogie.
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Nel frattempo Piero Umiliani lavora molto per il cinema, usando diversi nomi
“…io producevo troppo, ed alla RAI non potevano passare troppi brani firmati dallo stesso autore. Così mi firmavo con i nomi più strani, Zalla, Moggi, Peter O’Millian, e tanti altri che ora non ricordo…” componendo le colonne sonore de: Il Vigile (1960), Venere Creola (1961), Boccaccio ’70 (1962), Omicron e Mondo matto al neon (1963), Bianco, Rosso, Giallo e Rosa (1964), Una bella grinta (1965) ma a differenza di altri grandi Maestri non abbandona mai il jazz, anzi.
In tutti questi anni continua a comporre, suonare ed incidere con tutti i nomi del jazz italiano, sperimentando nuove strade al pianoforte, all’organo Hammond, al sintetizzatore. Il periodo che va dal 1960 mal ’66, è documentato da diversi album editi dalla sua etichetta OMICRON.
“…prima avevo solo la Edizioni Omega, che avevo intestato a mia madre; poi quando abbiamo cominciato a fare dischi, ho cambiato il nome in Omicron, ed ho intestato il tutto a mia moglie. Ora l’etichetta si chiama Liuto Records…”
Per la Omicron, è uscito “Piccola Jam” [16] , registrato tra Roma e Milano tra il 1962 ed il ’66. A questo disco partecipano, in differenti sessioni, Cicci Cantucci, Oscar Valdambrini, Nini Rosso (tp), Giancarlo Barigozzi (fl), Glauco Masetti (alto sax), Eraldo Volontè (ten sax), Dino Piana (trne), Enzo Grillini (g), Franco D'Andrea (p), Marcello Majorana o Giorgio Azzolini (bass), Roberto Podio o Lionello Bionda (drums).
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Poi è stato dato alle stampe “Big Band Blues” [17], registrato a Milano nel marzo 1963 ed a febbraio del ’66. Qui troviamo Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso e Eraldo Volontè (ten. s), Glauco Masetti (alto s), Giancarlo Barigozzi e Lorenzo Cardini (bar. s), Dino Piana e Mario Pezzotta (trne), Franco D'Andrea (p), Giorgio Azzolini (bass), Lionello Bionda (drums).
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Una selezione di brani incisi su questi due LP, è stata ristampata in CD, con il titolo “Piccola Jam”, dalla Easy Tempo.
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Alla fine degli anni Sessanta, la sua musica commentò un film-inchiesta che fece scandalo, “Svezia, inferno e paradiso”, diretto da Luigi Scattini. Per quella colonna sonora Umiliani collaborò con Gato Barbieri, prima che il saxofonista prestasse la sua voce al famoso tema de “Ultimo Tango a Parigi”.
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In “Svezia, inferno e paradiso” c’è Mah Nà Mah Nà, il brano meno rappresentativo della grandezza di Piero Umiliani, ma sicuramente il più famoso.
“…erano tre note che evidentemente in quel momento funzionavano… nacque da un’idea molto banale. Mancavano cinque minuti alla fine del film, avevo praticamente inciso tutto il resto, quando dissi al resto dell’Orchestra, i soliti Carlo Pes, Antonello Vannucchi, Marcello Majorana, Roberto Podio ed Alessandro Alessandroni, che volevo incidere un ultimo pezzo, un brano con queste tre note. Curiosamente, io non inserii mai questo tema nelle colonne sonore che pubblicai all’epoca in Italia per la mia etichetta. Furono gli americani, in fase di assemblaggio della colonna sonora, ad accorgersi di questo brano: lo montarono tre volte e gli diedero il nome di Mah nà Mah nà. Da quel momento diverse trasmissioni televisive americane ne hanno fatto uso. La più famosa era il Muppets Show…”
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Il brano, è uno di quelli che ha maggiormente contribuito ad ascrivere la musica del Maestro nel revival della lounge music e dell’easy listening. Diverse versioni sono state remixate dai più famosi Dj come U.F.O., Paolo Scotti, Gak Sato, DjMassive,
Dj Smash, Claudio Coccoluto, The Karminsky Experience etc. etc. ed edite a cura della RIGHT TEMPO.
Ancora jazz.
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Nell’aprile del 1974, suonando la tastiera elettrica ed il Moog, Piero Umiliani registra il suo omaggio alla musica di Duke Ellington, sul disco Jazz a Confronto n°35 per la mitica HORO di Aldo Sinesio[18], trasformando le classiche tracce del Duca in un mix di jazz ed elettronica con un travolgente groove moderno.
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Alcune di queste incisioni sono state ristampate nel 2001 dalla Right Tempo, in un CD dal titolo “Ode to Duke Ellington”.
In seguito incide qualche altra colonna sonora, tra cui “il Corpo”(1974), “Eva Nera”(1976), “Odio le Bionde”(1980), “Bollenti Spiriti”(1981).
Poi, dal 1981, entra in un semi-ritiro che durerà per molti anni, fino alla riscoperta da parte di Rocco Pandiani della Easy Tempo, che ha ristampato molti dei suoi dischi.
“… conobbi Rocco nel ’97, lui non aveva mai sentito parlare di me. Gli feci ascoltare un tema dal titolo “Bob e Helen”, dalla colonna sonora di “La Morte Bussa Due Volte”. A lui piacque molto e decise di pubblicarlo su una delle sue compilation della Easy Tempo. Rocco è un vero appassionato, grazie a lui il mio nome ha ripreso a circolare di nuovo. Devo dire che il nostro vero successo è stato “Svezia, inferno e paradiso”, una ristampa che ha venduto molto bene, soprattutto in Giappone.
Dopo la pubblicazione di “To-Day’s Sound” la Algida ha voluto usare il brano “Lady Magnolia” per la pubblicità di un gelato. Ma è possibile che trent’anni fa nessuno fosse interessato a queste cose? Era troppo difficile?…”
Il Maestro lascia questa terra il 14 febbraio del 2001.
Mi fa piacere ricordarlo con un sorriso.
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Ringraziamenti:
Le parole di Piero Umiliani in corsivo virgolettato, dove non specificato, sono tratte dall'intervista di Al Casey - aka Alessandro Casella - su il Giaguaro maggio 2000.
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* Special thanks to ReeBeeK.
[1] Piero Umiliani Da grande vorreidiario 1940-1943
[2]Piero Umiliani, febbraio 2000 – dalle liner notes del cd “Ode a Duke Ellington”
“…Sono andato a lezione di armonia dal signor Gigino;
egli mi ha detto che se mi procuro dei versi e mi viene in mente un motivo potrei, col suo aiuto, comporre qualche canzonetta e poi portarla da un editore e farla pubblicare.
Le prime volte anche gratis e col tempo potrei anche guadagnare;
comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe, ripeto se riuscissi, un discreto guadagno….”
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"Oggi, in un piccolo negozio ho trovato “Hot Duke”.
Sono rimasto fulminato da quella musica...."
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Questo scriveva sul suo diario Piero Umiliani,
all'età di quattordici anni.
Un Maestro,
protagonista del post di prossima pubblicazione.
Note:
la prima traccia che ascoltate è tratta dal film "L'audace colpo dei soliti ignoti", registrata nel 1961 da Piero Umiliani (p), Chet Baker (tp), Nini Rosso (tp), Bill Gillmore (trne), Marcello Boschi (alto s), Livio Cervellieri (ten. s), Gino Marinacci (bar. s), Berto Pisano (bass), Jimmy Pratt (drums).
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La seconda traccia è "Dolce ed Ostinato", scritta e diretta da Piero Umiliani per grossa formazione comprendente:
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. s), Glauco Masetti (alto s), Dino Piana (trne), Franco D'Andrea (p), Giorgio Azzolini (bass) tra gli altri.
Ma si sa, questo è periodo di contraddizioni, abbiamo un debito pubblico probabilmente non risanabile e spendiamo 350 milioni di € per nuove elezioni con vecchie facce.
Allora io propongo un CD,
che gira a 78 giri.
Nel senso che recupera dei rari brani di jazz italiano,
suonati negli anni che vanno dal 1946 al ’48 ed incisi,
grazie al genovese Roberto Nicolosi, chitarrista, arrangiatore e
uno tra i primi critici musicali.
Ovviamente,
su vecchi padelloni, provenienti dalle collezioni di
Marco Pacci, Adriano Mazzoletti e Vittorio Centola.
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Nel 1945 Nicolosi, trasferitosi a Milano, oltre a suonare con l’Orchestra del momento e l’Orchestra Ceragioli, dette vita ad una rubrica radiofonica dal titolo
“Galleria del Jazz”.
Il successo della sua trasmissione, gli spalancò le porte della casa discografica ODEON, varando così una serie discografica dedicata ai jazzisti italiani,
la prima del genere in Italia.
Dal 13 febbraio 1946 al 12 giugno 1948, Nicolosi supervisionò
le otto sedute di incisione dove aveva riunito di fronte ai microfoni,
i migliori “jazzmen” italiani dell’epoca.
Tra questi, potete ascoltare i pionieri come Nino Impallomeni [1],
Gorni Kramer [2], Enzo Ceragioli [3] e Cosimo Di Ceglie [4],
ma anche i giovanissimi
Giorgio Gaslini [5], Franco Cerri [6] e Glauco Masetti [7].
Un CD a
78 giri.
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Perché questo originale contrasto?
Perché questo lavoro non intende altro che
essere una operazione di tipo culturale,
ed esiste grazie alla passione ed all’impegno di Luciano Macrì
Sono gli interessi – in politica diremmo i programmi – che sono tarati su frequenze diverse.
Internet non fa altro che aumentare la diffusione di un disco,
e questo dovrebbe essere il primo obiettivo di chi fa musica.
Le regole del profitto delle grandi industrie -e di tutto l’indotto discografico -
ne hanno altri, di obiettivi.
Nessuno parla mai di defiscalizzare l’IVA ai dischi,
come si fa sui libri.
La musica è considerata come un bene di lusso,
come il caviale (che poi un bene non è).
Nessun governo investe sulla cultura musicale,
figuriamoci cosa possono fare i comuni, per i festival.
Non esistono archivi istituzionali, a parte la Discoteca di Stato,
che non fa molto per conservare il nostro patrimonio culturale perché “…in Italia non esiste una normativa per il deposito obbligatorio dei documenti sonori…” [8].
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Nel nostro paese,
ancora quello di SanRemo, del belcanto, di papaveri e papere,
gli unici che costituiscono validi archivi storici,
sono i collezionisti o
alcuni enti che vivono grazie alle donazioni degli stessi.
E lo fanno con immenso piacere,
ma con grande sforzo e tutto a spese loro.
Nessuno regolarizza la distribuzione,
pochissimi danno visibilità alle etichette indipendenti,
le recensioni sulle riviste specializzate,
spesso si traducono in promozioni alle major.
La musica viene trattata, a tutti gli effetti, come un prodotto,
niente a che vedere con il valore culturale.
E come un prodotto è assoggettata alle regole della grande distribuzione, che impera, detta legge, costruisce spauracchi e ne permette la diffusione solo nei grandi megastore,
come avviene per tutti i prodotti.
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Quanto ci costa fuori stagione una vaschetta di fragole?
Quanto costa all’origine?
Paghiamo tutto noi, caro, e lo pagheremo anche negli anni a venire, per assorbire l’impatto sull’ambiente che il trasporto produce.
Non è la qualità che conta,
ma la quantità venduta.
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E la qualità è nella musica e,
solo successivamente, nel supporto.
Sulla qualità della musica,
sempre più spesso creata con esigenze di marketing che hanno come obiettivo quello di diventare una suoneria da cellulare,
non voglio approfondire.
Ognuno ha la musica che si merita.
Sul valore culturale ed artistico del supporto,
voglio spendere due parole.
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Abbiamo sminuito l’oggetto disco, facendolo diventare un mero supporto, o addirittura eliminando proprio il supporto,
a favore di un risparmio dei costi e di un aumento dei volumi.
E poi gridiamo alla catastrofe.
Vi ricordate le copertine degli LP?
Le aprivate per leggere le note e godere delle foto?
Assaporavate il tempo che passava dal lato A al lato B?
Godevate nell’ascolto fisico, della puntina a contatto con i solchi?
Ecco,
è un po’ la differenza che passa tra comprare i carciofi romani
tra marzo e aprile,
caparli, metterli a bagno con l’acqua e limone, passarli nel sale e pepe, riempirli di aglio triturato e mentuccia romana, cuocerli a testa in su nel tegame, sfumarli con il vino bianco e
mangiare “quattro salti in padella” tutto l’anno.
Eppure i carciofi sono i carciofi.
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E i negozi di dischi, quelli che vendono solo dischi,