Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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E non perché non trovo argomenti, anzi, ne ho già un paio pronti, uno sulla ricchezza interpretativa degli standard ed un altro su una delle orchestre jazz più originali ed importanti, oltre che tra le prime, del nostro paese, la 013 di Piero Morgan (vi dice niente questo nome?).
Ma non è questo il punto.
Non riesco ad essere sereno, non vedo niente di tranquillo e di positivo all’orizzonte e questo mette in dubbio l’utilità di parole – e musiche – rassicuranti, di note tecnicamente perfette e dolci ma, per me in questo momento, poco appassionate.
È come se dovessi mettere al mondo un figlio oggi, cosa gli direi per farlo stare sereno?
Come farei a non sentirmi in colpa per quello che sarà il suo mondo, io che non ho fatto niente per migliorarlo e, anzi, sono stato a guardare?
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Vedo un panorama triste, un futuro fatto di soprusi e repressione.
Vedo l’Africa, la Madre di tutte le terre, usurpata dei suoi frutti, sfruttata, prosciugata di tutte le sue ricchezze, abusata in tutte le sue forme.
Vedo l’America che mostra i muscoli, per nascondere i suoi crimini e le sue paure.
Vedo la Cina che, come una tenia gigante e incontrollata, dovrà per forza mangiare tutte le risorse del globo per sopravvivere, non c’è altro modo.
Vedo l’Europa seduta, che sta ad osservare quello che succede nel mondo e non riesce a comprendere neanche quello che sta accadendo tra i suoi inutili confini.
Vedo questo nostro paese come un buco nero, che ha inghiottito anni di lotte e di conquiste, che è ricaduto in un tempo oscuro, fatto di superficialità, povertà, violenza e persecuzione.
Vivo in questa epoca di profitti, di false verità, di paura del diverso, di ostentazione dell’avere e di volgarità dell’essere.
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Bene, questo è sotto gli occhi di tutti, non sono un pensatore illuminato o un visionario, ma c’è dell’altro, ed è questo che è strano. È strano perché dovrei essere solo arrabbiato per questo, invece vivo una continua oscillazione tra tante sensazioni. Provo sì rabbia, ma allo stesso tempo gioia di vivere, sono schifato eppure gusto la mia possibile partecipazione ad un processo di miglioramento, sono triste ma anche felice di poter ragionare su queste cose, vorrei essere fuori da tutto questo eppure sento la passione nascere dentro.
E questi sono i momenti in cui la mia creatività, il mio piacere della discussione, i miei appassionati sentimenti danno i frutti migliori.
E allora mi chiedo: cosa posso fare?
cosa faccio io?
Cosa scrivo di utile che faccia pensare su questo blog?
A cosa serve la “mia arte”, e come uso i miei strumenti?
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Tempo fa, commentando un post dell’amico BeBop, citavo le parole di Archie Shepp riguardo l’attentato razzista alla chiesa di Birmingham, Alabama, del 15 settembre 1963.
"La morte di tre bambine e il crollo di una chiesa non possono non lasciare una traccia nella vostra esperienza culturale. Ecco che cosa intendo per avanguardia"
E facevo notare anche che quando Coltrane incise Alabama, pezzo bellissimo dedicato al ricordo dello stesso accadimento, la sua musica non vibrava di rabbia o di passione rivoluzionaria.
Modi diversi di intendere l’uso della musica come ponte, tra il momento storico ed il suo significato culturale e sociale, un ponte tra il musicista ed il pubblico.
Ma, in ogni caso, c’è la partecipazione attiva agli accadimenti, l’interesse reale, sublimato dall’arte,
al proprio futuro, dopo aver fatto i conti con il passato.
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Venerdì sono andato ad un concerto unico, quello di Toumani Diabatè organizzato dagli amici di T.P. Africa. Un concerto bellissimo, che avrebbe meritato l’auditorium di Roma, l’attenzione dei media, ed un pubblico più numeroso. Due ore di poesia unica, di improvvisazione felice e di una valenza culturale enorme, come ben sintetizzato dalle parole di Giulio Mario Rampelli
“…I dischi non possono rendere l’atmosfera che si crea in presenza di un djeli e del suo strumento, gli occhi chiusi, rapiti all’interno, le mani agili che pizzicano le corde, le melodie notturne e le cascate di note che cadono e volano improvvise. E’ un viaggio nello spazio e nel tempo, guidato da chi conosce altre dimensioni, antiche storie, memorie cancellate…”
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Ebbene, Toumani, questo uomo straordinario figlio di diverse generazioni di griot, che da sempre sfida se stesso nella ricerca musicale tra le radici e la modernità, ad un certo punto ha detto:
“…nel mio Paese, il Mali, abbiamo subìto per anni il colonialismo.
Era difficile, loro avevano il potere e le armi, ma mio padre ed i miei parenti si sono ribellati ugualmente, hanno combattuto questo clima di soprusi e di repressione con i loro strumenti.
Sì, i miei antenati hanno fatto la resistenza con la Kora, il Balafon, la M’bira, quelle erano le loro armi, questi sono i miei strumenti…”
Angel, il personaggio musicista di “Cages” di Dave McKean, uno dei romanzi grafici più belli degli ultimi tempi, dal quale sono tratte molte delle immagini che accompagnano questo scritto,
durante un concerto così si rivolge al suo pubblico:
“… è facile vivere per la luce sfavillante del possesso. È facile nascondersi nel buio della fede. Fingendo che tutto ciò che si aggira e sguscia nella notte sia frutto solo dell’immaginazione.
È facile restare dove sei già. Mettere radici. Vegetare. Essere un tubero.
È facile perché tutta l’avidità, l'ignoranza, la negazione del mondo è nata con la prima bugia.
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È molto più difficile andare avanti per illuminare altre parti del buio che ci circonda.
È difficile perché devi accettare che se porti una candela accesa, la cera ti brucerà la mano.
Alla fine del giorno il dolore è parte del processo di rivelazione…”
Ecco, è questo che mi aspetto dai musicisti che amo.
È a questo che, credo, serva l’Arte.
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E non mi compatite, non mi biasimate, che questa non è una questione personale.
La mia vita procede benissimo, il mio lavoro continua a darmi soddisfazioni ed io cerco di arrecare meno danni possibili a chi mi sta intorno, le mie passioni si nutrono e crescono, il mio amore è al mio fianco e continua a regalarmi attimi preziosi di vita insieme oltre che immagini bellissime che, nella realtà, non scorgo all’orizzonte.
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Ma voi l’avete mai vista l’Africa?
Avete mai sentito la sua voce?
Avete guardato dentro ai suoi occhi?
Non vi provocano dolore le mosche che gli succhiano via la vita?
Ce la fate ancora a sentirla urlare?
Questa questione ci riguarda tutti.
Voi cosa fate?
Cosa dite ai vostri figli, che cosa pensate?
Voi dormite sereni?
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“…la paura, ecco cosa impedisce alle persone di sollevarsi. Spesso invocano le loro responsabilità familiari per non impegnarsi attivamente nella lotta. Fin quando ci saranno la paura, l’esercito e le violenze, ci saranno tristezza, lacrime e sangue…”
Felà Anikũlapo Kuti on “Sorrow Tears and Blood”
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Note alla musica:
intanto una premessa, vi aspetterete solo jazz italiano, come vi ho abituati, ma in questo momento le appartenenze geografiche sono la cosa meno interessante ed utile per me, perciò troverete certamente del buon Jazz, è nel mio cuore, ma c’è dell’altro.
Questa non è una selezione musicale, questo è uno stato d’animo.
“Alabama” di John Coltrane
dal LP Coltrane Live at Birdland, 18 Novembre 1963, Impulse
John Coltrane (ten. s., soprano), McCoy Tyner (p),
Jimmy Garrison (bass), Elvin Jones (drums).
“Black and Brown Cherries” di Abdullah Ibrahim
da South Africa, Luglio 1983, enja 5007
Abdullah Ibrahim (p.), Carlos Ward (alto s), Essiet Okun Essiet (bass), Don Mumford (drums)
“Hasta Sempre / Fischia il Vento” di Giorgio Gaslini Quartet
dal LP Concerto della Resistenza, Università Statale di Milano, 24 Aprile 1974 –
Edizioni Cultura Popolare VPA 101
Giorgio Gaslini (p), Gianni Bedori (ten. s., soprano),
Bruno Tommaso (bass), Andrea Centazzo (perc.)
“Oleodotti a Sud Est” di Claudio Lo Cascio New Jazz Society
dal LP South-East Pipe-Lines, 1975 - Edizioni Cultura Popolare VPA 102
una telefonata anonima agli agenti del commissariato di Warmoesstraat, segnalò il ritrovamento di un corpo senza vita sul marciapiede laterale dell’Hotel Prins Hendrik di Amsterdam.
Gli agenti intervenuti, scrissero sul rapporto che il corpo era stato ritrovato di fianco ad uno di quei caratteristici paletti allineati sul marciapiede, riverso sul fianco destro in posizione fetale, con una maglietta a maniche corte ed un paio di pantaloni gessati.
Il cranio era fracassato ed il viso ricoperto di sangue.
Accanto al cadavere c’erano un paio di occhiali dalla pesante montatura in tartaruga.
Le condizioni del corpo sembravano di un uomo sui trent’anni, la sua posizione e lo sfondamento del cranio, fecero pensare che fosse caduto da una delle finestre dell’albergo.
Non avendo documenti, non fu possibile identificare il cadavere.
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Solamente la mattina dopo, Venerdì 13 Maggio 1988 alle ore 08:00, l’ispettore Rob Bloos si presentò all’albergo per una breve indagine e per chiudere il rapporto.
Quando la receptionist disse che il cliente di una camera, chiusa dall’interno, non rispondeva alle sue telefonate, l’ispettore decise di forzare la serratura ed entrare.
Nella stanza il letto era intatto, ed era presente un solo bagaglio,
una custodia rigida di una tromba.
All’interno c’era il dorato strumento, un orologio, cinquanta fiorini olandesi, un braccialetto, un accendino, meno di un grammo di eroina ed un pezzo di carta con sopra scritto Chet Baker.
Il resto che si conosce sulla figura di Chet Baker è Storia,
mistero, gossip o leggenda.
Ma la musica di Chet è reale, incisa una volta per tutte tra i solchi di centinaia di vinile.
Più reale forse dell’uomo che l’ ha interpretata, del quale, ai più, è stato possibile conoscere solo un’immagine.
Questo che segue è il mio ricordo di Chet e della sua bellissima musica,
in forma di ballata.
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1.Deep in a Dream
“... then from the ceiling, soft music comes stealing;
we glide through a lover’s refrain.
You’re so appealing, that I’m soon revealing
My love for you over again...”
Ho conosciuto Chet una sera, alla fine del novembre 1987.
Io che, appena diciottenne, ascoltavo il punk dei C.C.C.P. che in quell’anno avevano pubblicato “Socialismo e Barbarie”, io che in maggio avevo visto a Firenze i Litfiba del Live registrato sul disco “Aprite i Vostri Occhi”, io che avevo appena comprato “Kiss me Kissme Kiss me” dei The Cure e “Tender Prey”, l’ultimo di Nick Cave and the Bad Seeds.
Io amavo la musica, ma non conoscevo il Jazz,
e Chet Baker non sapevo nemmeno chi fosse.
Ma Alice si, e non ci mise molto a convincermi
“lo devi sentire cantare…” mi disse, “…ti farà innamorare con una sola nota.”
Lei, con quegli occhi maliziosi e quella voce morbida e musicale, avrebbe fatto fare qualunque cosa a chiunque.
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Il locale si trovava in Corso Vittorio Emanuele, ricavato dallo scantinato di un vecchio palazzo romano, piccolo e pieno di fumo. Noi arrivammo tardi, a concerto già iniziato e, nonostante fosse pieno di gente, si sarebbe potuto sentir cadere uno spillo.
I musicisti erano praticamente in mezzo alla gente, con i tavolini attaccati alle ginocchia. Quello che stava suonando aveva una chitarra, una rada barbetta, pochi capelli unti e lunghi e un assurdo maglione da sci, verde e celeste.
Dietro, in piedi, un ragazzo con una folta capigliatura riccioluta, l’unico di loro in giacca e cravatta, sembrava appeso al contrabbasso, la testa buttata all’indietro e gli occhi piccoli, trasformati da delle lenti molto spesse.
Il terzo, seduto con una tromba appoggiata sulle gambe, era così assorto che sembrava dormisse. Le mani gonfie, una sigaretta dimenticata tra le dita, stivali da cowboy e degli occhiali troppo grandi per il suo viso scavato, segnato come una roccia graffiata dal mare dopo millenni di vento.
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Poi, senza aprire gli occhi e muoversi troppo, cominciò a sussurrare
“… la sigaretta mi brucia, mi sveglio
la mano non è ferita ma è il mio cuore che soffre;
ma noi ci ameremo ancora come facevamo una volta,
quando io sogno, profondamente te…”
Mi persi un po’ tra le parole che trovavo sdolcinate, ma era il suo modo di cantarle, come fossero dedicate ad ognuno di noi, come se le stesse dicendo piano, intimamente, ad ogni singola persona che si trovava lì, che mi catturò.
Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, neanche quando Alice mi trascinò tenendomi per mano, facendosi largo tra un mare di gente, fino a raggiungere un tavolo vicinissimo a loro tre, con su scritto “Riservato Miss J”.
In quel momento, molto lentamente, il tipo seduto con gli occhiali alzò la sua tromba. Forse per un gioco di luci, o perché eravamo molto vicini, ma quel movimento mi affascinò, svelandomi tutta la bellezza di quello strumento.
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Curve morbide, levigate e perfette, tubi che si incrociano e si ritorcono su se stessi con una naturalezza che non svela complessità, e poi, la lucentezza.
Mille riflessi la fanno esplodere, tra guizzi di luce che si rincorrono accecanti e oscuri lati d’ombra, invertendo le parti in un cambiamento in continuo movimento, su una superficie sempre cangiante, che riflette lui e, cattura e deforma tutti noi.
Poi, avvicina la tromba alle labbra e, senza alcuno sforzo, comincia a suonare.
Attacca con un soffio caldo, da cui nasce un suono basso, rotondo, soffuso e continuo.
Gli occhi sempre chiusi e le dita, gonfie, che si muovono incredibilmente agili, creando una variazione di suoni che sembra impossibile fare usando solo tre tasti.
La tromba non segue la melodia del cantato, soltanto rifacendolo, ma scende in profondità, esplorando stanze nascoste che la voce non aveva considerato, ricreando un’atmosfera di intima complicità, di dialogo privato, come se suonasse solo per me.
Solamente per uno di noi alla volta.
Poi una voce alle spalle, normale e quindi sgradevole, mi riporta alla realtà “Seduto, per favore”.
Non me ne ero neanche accorto, ma mi ero innamorato.
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2.Zingaro
“…com seus mesmos tristes, velhos fatos
que num àlbum de retratos
eu teimo em colecionar … ”
Non mi sono ancora seduto che il tipo con la tromba, incurante degli applausi, riprende a suonare.
Subito cala il silenzio, e in tutto il locale è come se il tempo si fosse fermato.
Ci sono solo io, lui e il suo suono.
Nasce una melodia lenta ed avvolgente, che Alice in un sospiro mi presenta come “… bossanova …”.
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La tromba inizia lenta, indietro nel tempo anzi, sembra addirittura fuori.
In realtà, ma questo lo capirò solo dopo sei o sette minuti, il suo suono è tra il tempo, decidendo se spingerlo avanti o obbligare tutti ad attenderlo, a pendere dalle sue labbra.
Disegna il tema, con un’esecuzione apparentemente noncurante, distaccata e proprio per questo profondamente affascinante, con un suono senza vibrato, quasi parlato,
facendo solo le note necessarie, senza aggiungere niente,
come se quella fosse la prima ed ultima volta che lui suonasse quella canzone.
Poi, con un arpeggio leggero entra la chitarra, ripete il tema tessendo un tappeto di note minime, cristalline, semplici ed ariose che dialogano con la tromba, che replica il pezzo come prima, eppure ancora nuovo.
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Accanto a me Alice, ad occhi chiusi, sentendo la musica con tutto il suo corpo, in maniera naturale come se stesse respirando, canta a voce bassissima
“…vou colecionar mais um soneto…
outro retrato em branco e preto
a maltratar meu coração…”
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È solo quando la chitarra va in assolo che, doppiando il tempo, la canzone si colora di tinte caraibiche, di malinconie latine e ballabili, permettendo cosi alla tromba di interpretare la melodia liberandola, con la stessa bellezza e fragilità del volo di una farfalla.
Per ultimo, il tipo al contrabbasso ricostruisce il tema dalla base, dal tempo e dal suo ritmo, dalla carnalità delle vibrazioni, che si spandono intorno e toccano delicatamente le corde più profonde, tornando all’origine, dove tutto è nato.
In quel momento, finalmente, il tipo con la tromba apre gli occhi piccoli, vispi e furbi, come quelli dei bambini sanno essere, ma su un viso stanco e troppo vecchio. Poi, guardando nella nostra direzione, sorride, stirando la pelle del suo viso finora accartocciata, trasformando la sua bocca piccola e ben disegnata in una stretta fessura, dedicando un affascinante sguardo alla mia compagna.
Nasconde una tragica bellezza quello sguardo, la disperazione dei vinti e la forza di chi deve per sempre continuare a provare, per non morire dentro, per rinascere ogni volta.
Finisce il pezzo, lui si alza, ringrazia il pubblico e se ne va, lasciando sulla sedia la sua tromba, ammaccata, graffiata e bella quanto lui.
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Il pubblico applaude, fischia, batte i piedi e lo chiama per nome in un tripudio di follia, tutto per vederlo, per rivederlo ancora una volta.
E infatti lui rientra.
Con un sorriso compiaciuto si offre ancora a noi, ringrazia, prende con dolcezza la sua tromba, si siede e, in un rispettoso silenzio, si accende lento una sigaretta.
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3.My Funny Valentine
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Le luci sul piccolo palco sono spente, solo il pulsare della brace della sigaretta che si infuoca e si affievolisce mi ricordano che il tempo passa.
Sempre al buio, pianissimo in crescendo, parte il contrabbasso. Un suono legato, lungo, che con l’arco trascina le note in una lenta melodia, che passa dall’acuto al grave con una consistenza terrena, reale, quasi tangibile.
Poi la chitarra accenna appena il tema. Una breve sequenza di note che si insinua dentro, con la stessa semplice intensità di quelle musiche che, una volta ascoltate, restano in testa tutta la giornata.
“…Myyy…
funny Valentine,
sweeet
comic Valentine ...
youu maaaake me smiiile with my heart...”
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Quando Chet inizia a cantare, gli altri due cedono il passo, restando nell’ombra di un accompagnamento discreto, riconoscendo alla voce la stessa valenza di uno strumento, con una musicalità ed un senso del ritmo che gli permette di andare avanti da solo, con la bocca attaccata al microfono come se stesse sussurrando nell’orecchio della sua amata.
Allunga le vocali quasi a voler rendere interminabile quella dedica d’amore
“… yooour looks are laughable,
unn... photograa... phable
yet, you’re myyy fa-vo-urite work of art...”
Tocca di nuovo alla chitarra il ruolo di elevare la musica ad uno stato etereo, un tocco limpido, luminoso, lieve e quasi azzurro, che trasporta la canzone ad un’altezza irraggiungibile per qualsiasi strumento di legno. Riparte dalla prima battuta e, in un assolo dondolante, mi dona l’immagine di un amore che conoscevo, ma di cui non conservavo memoria.
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“… is your figure leess thaan greek?
iiiis your moouth a little weak?
... when you ooopen it to speack,
aa-aaare you smart...”
É solo quando il pizzicato denso e scuro del contrabbasso mi vibra dentro che mi ricordo di non essere solo con Chet.
Guardo accanto a me Alice, il suo profilo africano forte eppure cosi armonico, le sue labbra lisce e arrotondate come le dune di un deserto sconosciuto, affascinanti e pericolose.
Ha i capelli raccolti che scoprono la linea del collo, che parte dalla spalla e sale, perfetta, fin dietro l’orecchio, dove la pelle è delicata e sensibile.
Il solo del bassista fa tornare la canzone reale, disegna le forme e colora la pelle della mia Valentine, che non è più astratta nella mia mente, ma accanto a me in carne e sangue, e mi fa pulsare di vita.
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Poi lei chiude gli occhi e, un secondo dopo, il suono della tromba riempie il locale e tutti gli spazi vuoti dentro di me, trasportandomi fuori da tutto, con un suono a volte incerto, caldo e naturale come il vento che si ode tra le foglie, come la brezza che si gode di fronte al mare.
Ripete l’inciso con poche note inevitabili.
Eppure c’è dentro tutta la canzone, una melodia di quelle che non si possono dimenticare, densa e rassicurante, sensuale e romantica come solo certi ricordi sanno essere.
Lui incarna tutte e due le facce della canzone, la porta in alto rendendola spirituale come pura poesia e la riporta nella realtà, tra le lenzuola ancora tiepide di un letto vuoto, donandogli carnalità.
Lui è la canzone.
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Dopo, in un sospiro riprende a cantare
“… don’t change a hair for me
not if you care for me
stay, little Valentine, stay...
each day is ... a Valentine’s day...”
Termina la frase delicatamente, come uscendo da dentro di lei, e non c’è stacco tra le sue parole ed il silenzio che segue. Restiamo tutti ancora assorti, come se quel silenzio facesse parte della sua musica. Lui rimane piegato sul microfono, le labbra che ancora lo toccano, gli occhi chiusi. Solo dopo qualche secondo, interminabile, di quiete, il pubblico si rende conto che la canzone è terminata.
Tra gli applausi Alice si alza e mi dice
“…vieni, ti faccio conoscere Chet.”
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Note alla selezione musicale:
mi sarebbe piaciuto registrare quel concerto ma, all’epoca,
la mia passione doveva ancora nascere e questo blog non era che un sogno inutile.
Perciò la scaletta, nonostante riprenda quei brani, è così composta:
“Blue room”, only vocal – 1’25”
from Deep in a Dream the Ultimate Chet Baker Collection –
Pacific Jazz 2002
“Deep in a Dream of You” – 6’38”
from LP Deep in a Dream of You - Moon MLP 026
Chet Baker (tp, v.) Jacques Pelzer (fl) Harold Danko (p)
Isla Eckinger (b)
Rome, Italy, 1976
“Portrait in Black and White (Zingaro)” – 15’30”
from LP Memories, Chet Baker in Tokio – Paddie Wheel K28P 6491
Chet Baker (tp, v.), Harol Danko (p), Hein Van Der Geyn (bass),
John Engels (drums)
Tokio, Japan, June 14th, 1987
4. “My Funny Valentine” – 7’15”
from LP Chet Baker Sings Again – Timeless SJP 238
Chet Baker (tp, v.), Michel Graillier (p), Riccardo Del Fra (bass),
ca nun ce stà cchiù musica ‘a quanne è muorte ‘o free
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‘O vero free era chillo ‘e ‘na vota, tuccava ‘o core ‘o vero free
pure l’Americane s’o cantavano,
pè miezz’e nire ieve chella museca
ma mò ca e tiempe belle so fernute
‘o core mie fernesce ‘nzieme ‘o free
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‘O vero free era chilo ‘e ‘na vota, tuccava ‘o core ‘o vero free
ma ‘a tristezza cchiù grossa che m’accide
è ca ‘sti piscature ‘e Margellina
nun canteno cchiù free ma sule rock
ma sulamente ‘o rock”
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*Il testo di Mario Schiano, interpretato sul disco "Swimming Pool Orchestra" dal mitico Trottolino, nome d'arte di Umberto D'Ambrosio, è tratto dal libro intervista a Mario Schiano
1. "E' sempre Primavera/Matrice Due" dal LP Partenza di Pulcinella per la Luna, VISTA n. 7 - TPL1 1117, 1974.
2. "Life Saver" dal LP Jazz a Confronto n.8, HORO - HLL 101 08
3. "Apollon 4" registrazione inedita della colonna sonora del film di Gregoretti "Una fabbrica Occupata", registrato a Roma nel febbraio 1969, CD allegato al libro "Un Cielo di Stelle"
4. "Apollon 5" registrazione inedita della colonna sonora del film di Gregoretti "Una fabbrica Occupata", registrato a Roma nel febbraio 1969, CD allegato al libro "Un Cielo di Stelle"
5. "B" dal CD Uncaged, Splasc H CDH 357, 16 aprile 1991
6. "Lover Man" dal LP Old Fashioned, Carosello Jazz from Italy CLE 21043, Roma 5 giugno 1978
“In assoluta indipendenza dal troppo rapido variare delle mode e dei gusti, la nostra etichetta vuole rappresentare un preciso punto d’osservazione sul cangiante panorama del jazz d’oggi.
Non una storia di questa musica dunque, ma semmai un largo florilegio di quanto in essa c’è di attuale, di vivo. [1]”
Così, quasi quarant’anni fa, veniva presentata al pubblico una delle più prestigiose etichette italiane di jazz, attiva nel decennio degli anni Settanta, che ha contribuito a dare all’Italia un posto di rilievo nel panorama jazzistico internazionale.
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Quelle “quattro righe” portano la firma di Aldo Sinesio, regista cinematografico, appassionato di jazz e poi “anomalo” produttore.
“…verso la metà degli anni Quaranta, con la guerra ancora in corso, il jazz si poteva ascoltare alla radio, benché fosse proibito. Tra i primi musicisti che ho ascoltato, ricordo un giovanissimo Charlie Parker.
Ma, all’epoca, la mia vera passione era il cinema." [2]
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Aldo Sinesio, siciliano, espatriò a New York, andando a vivere nel Greenwich Village, che negli anni Cinquanta ribolliva nell’enfasi della ricerca culturale, palcoscenico naturale di molti di quegli artisti che, sperimentando nuovi linguaggi, scriveranno la storia contemporanea.
“…era incredibile: la musica nasceva ad ogni angolo di strada. Poteva accadere di entrare in un club fumoso e trovarsi di fronte a Sun Ra. Un concerto poteva iniziare con tre o quattro musicisti e finire con una jam di dieci, quindici persone. Era il centro del mondo…" [3]
E lui voleva essere parte attiva di quel mondo che animava la sua passione, divisa tra cinema e jazz.
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“Uno dei miei primi documentari a sfondo sociale aveva per titolo
“Pane di Zolfo”. La musica che utilizzai era quella di Trane…”
“Pane di Zolfo”, non un titolo a caso e la musica, non una qualsiasi ma John Coltrane.
Il pane, è uno degli alimenti “poveri” fondamentali della cultura gastronomica italiana ed anche il più rappresentativo.
Senza pane non si va a tavola, sarebbe inconcepibile.
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Le miniere di zolfo, per quasi duecento anni hanno profondamente segnato - nel bene e nel male - l'economia, la storia e la cultura di quella parte della Sicilia compresa nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Enna e sono anche tristemente ricordate nell’opera di un altro grande siciliano, Luigi Pirandello, in "Ciàula scopre la luna" [4]. Questa novella, dalle tinte di critica sociale, racconta tramite la vicenda di un “caruso”, Ciàula,
il sistema di estrazione dalle miniere che ha contribuito a sviluppare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile.
I carusi erano bambini da 7 ai 12 anni, che dalle profondità delle gallerie portavano i carichi di zolfo sulle spalle. La loro paga consisteva in una somma esigua anticipata alla famiglia in cambio dell'uso del bambino. A causa di questo debito il caruso riceveva solo acconti, quasi sempre in natura, come farina, olio e spesso solo pane.
Il pane e lo zolfo.
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Sinesio, nato in una realtà difficile come quella siciliana, una volta tornato in Italia voleva cambiare il mondo attraverso il linguaggio della sua passione, il cinema politico, raccontando di tradizione e sfruttamento.
“… ma l’Italia non era – e non è ancora – un paese libero, ed incontrai notevoli difficoltà. Quando capii che non potevo lavorare con il cinema politico nel mio paese, pensai che il jazz, non avendo parole ma solo musica, poteva essere un valido compromesso. Dopo aver lavorato per un breve periodo nella RAI come collaboratore esterno, capii che non era il mio ambiente e cominciai a produrre sonorizzazioni per sottofondi con la Fly Records. I proventi di questa etichetta venivano reinvestiti nel progetto della HORO Records, un’etichetta solamente di jazz…" [5]
La HORO Records nasce a Roma nel 1972 ed è, per me,
l’equivalente italiano della impulse! Americana.
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Il sound inciso nei dischi delle due labels, è intriso dello spirito di quegli anni, fatto di sperimentazione musicale e di indignazione politica.
Entrambe sono riuscite ad amalgamare i diversi stili musicali ed i tanti approcci personali in una sonorità precisa e moderna, le cui tracce sono importanti ancora oggi.
Provate a fare i nomi delle due labels a qualsiasi appassionato di jazz,
che sia americano, giapponese o bergamasco.
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Per la impulse registrò sia Duke Ellington che McCoy Tyner,
Earl Hines come Keith Jarrett, sia Pee Wee Russell che Pharaoh Sanders.
Sui dischi HORO troviamo sia Renato Sellani che Sun Ra,
Gianni Basso come Archie Shepp, Oscar Valdambrini come Lester Bowie.
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Le due labels, sono caratterizzate per la devozione alla musica d’avanguardia, ultima significativa direzione presa dal jazz.
Su etichetta impulse abbiamo praticamente tutto John Coltrane,
per la Horo registrò il primo disco a proprio nome Massimo Urbani.
Ed anche nel brand io trovo similitudini:
Arancione e nero per la impulse,
“…a significare il fuoco e l’ebano, la furia e l’orgoglio” [6]e
Rosso, nero e bianco per la HORO.
Il rosso della passione e della politica, il nero ed il bianco come due opposti necessari al jazz ed uniti nel confronto.
“… concentrai tutte le mie forze e l’esperienza accumulata tra gli Stati Uniti e l’Italia, per iniziare a produrre dischi di artisti che avevo già incontrato a New York o qui. Quando iniziai tutti credevano che sarei fallito nell’arco di pochi mesi, invece eccomi qua, con un catalogo da far invidia alle più importanti major discografiche…” [7]
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L’etichetta prosegue il suo “percorso” fino a tutto il ’79, registrando Mario Schiano, Steve Lacy, Enrico Rava, Johnny Griffin, Giancarlo Schiaffini, Lee Konitz, Piero Umiliani, Gil Evans, Giorgio Gaslini, Max Roach, Giancarlo Barigozzi, Sam Rivers, Enrico Pieranunzi, Roswell Rudd e l’elenco potrebbe continuare. Grandi personaggi fatti incontrare in studio, messi a confronto in Italia, registrati con progetti inediti quasi sempre negli storici “Studi TITANIA” di Roma.
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“… ci pare importante sottolineare che la novità essenziale della collana è quella di non utilizzare in nessun caso nastri già incisi per altre case e variamente pubblicati: ogni brano contenuto in un qualsiasi disco HORO è stato appositamente registrato per noi, dando inediti e stimolanti risultati per quanto riguarda l’incontro, nei nostri studi, di personalità jazzistiche di diversa estrazione…" [8]