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sabato, 21 giugno 2008

PAESAGGIO ITALIANO CON PLASTICA

Mario Schifano, con anima, 1963


MusicPlaylist

Oggi abbiamo fatto una di quelle riunioni plenarie, straordinaria ed importante.
 
Dopo circa nove anni, l’Azienda in cui lavoro, ci dice che il fatturato non è quello che ogni anno il business plan prevede, che il profitto netto si è ridotto sotto la soglia dell’accettabile, che andiamo incontro ad un periodo difficile in cui, chi non raggiungerà le ottime performance richieste, dovrà dire ciao al suo posto di lavoro, per il bene della maggioranza.
Dice che i tredici punti vendita, aperti in poco più di una decina d’anni nel nostro paese, fanno fatica a mantenersi.
 
E si che, fino a sei mesi fa, noi seguivamo un progetto di espansione che prevedeva di aprire altri tre punti vendita in due anni, store che mediamente fatturano 105.000.000 di euro l’anno, con un investimento in risorse umane mediamente di 400 addetti per unità, con molte ore lavorate dedicate alla formazione, con meeting internazionali spesso svolti in alberghi termali o siti di vacanza, con incentivi economici e premi di produzione, con feste aziendali per le quali si investivano fino a 60.000 euro.
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Mario Schifano, smalto-su-carta, 1963
 
Ma oggi, dice, l’aumento delle materie prime, della benzina dei trasportatori, delle utenze necessarie a mantenere aperto un posto di 36.000 m2 ha raggiunto i livelli di allarme.
Il costo della vita e la conseguente diminuzione del potere d’acquisto, la disoccupazione, la concorrenza sul mercato non ci garantiscono più le ottime vendite di una volta.
Questo, con la voce dello store manager, ci stava dicendo l'azienda.
 
Per cui, la scelta in cui investire i "pochi" profitti è, praticamente dice, obbligata.
Non ci possiamo più permettere aumenti d’ore e nuovi contratti, anzi, rischiamo pure noi dello zoccolo duro.
Per cui, tutto l’utile realizzato sarà re-investito nell’apertura di nuovi punti vendita e, chi non realizza utili non è utile a questa azienda, cosi diceva, per cui una volta usciti da questa stanza, o si è con noi, o si è fuori di qui.
 
Cosi oggi ci siamo detti.
.
Splendido e astratto con anima, 1963
 
Come se investire in risorse umane fosse una perdita, nella logica del profitto.
Come se la difficoltà degli italiani di trovare un lavoro fosse una scoperta degli ultimi sei mesi, come se l’ovvietà di non riuscire a tirare avanti con il nostro misero stipendio fino alla fine del mese sia piovuta dal cielo, come se il fatto che la benzina aumenta sempre di più e, allo stesso tempo si costruiscono e vendono sempre più macchine invece di trovare soluzioni alternative, sia un improvviso acquazzone, come se il fatto di vendere e comprare continuamente cose inutili, che spesso non ci possiamo neanche permettere, ma rateizzare si, sia la normalità.
 
Ci sono persone, in paesi a noi vicini, che devono vivere con due dollari al giorno.
Ci sono nazioni che hanno come PIL lo stesso valore del fatturato annuo di tre dei nostri punti vendita.
Ci sono uomini per i quali il profitto netto non esiste, perché anche respirare rappresenta un costo e, sulla voce entrate, non riescono a scrivere neanche il valore del proprio corpo.
 
Questo pensavo mentre ci salutavamo ed uscivamo dalla stanza.
A forza di lavorare in un centro commerciale, si crede che il mondo reale sia qua dentro e che fuori non ci sia nulla, pensavo.
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Mario Schifano, 4 particolari di paesaggi, 1970
 
Poi ho timbrato, e sono uscito fuori nel parcheggio, che è un po’ più in alto rispetto al livello della strada che scorre sotto.
Nel cielo volteggiava una busta di plastica, un sacchetto di quelli che si usano per la spesa, su cui c’era scritto Auchan, Carrefour, Ipercoop o IKEA, o forse niente.
 
Mi sono seduto per terra, appoggiato alla mia macchina, e sono rimasto a guardare quella danza libera ed inutile in quel cielo cosi azzurro per più di dieci minuti.
 
Era da tanto che non vedevo questo cielo così bello...
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Note alla selezione musicale:
1) Si Dolce è il Tormento, from Paolo Fresu/Uri Caine "THINGS", 2006 Blue Note
2) Nature Boy, from Enrico Rava Sextet "Happiness is...", 2002 Stunt Record



postato da: jazzfromitaly alle ore 00:02 | link | commenti (30)
categorie: racconti
sabato, 14 giugno 2008

SENTIMENTAL SWING

Giacometti, Giorgio-Soavi-1963


MusicPlaylist

È proprio strano che esco da questo posto, pieno di gente, e mi sento solo.
Proprio questo pensavo ieri, mentre salivo le due rampe di scale che separano gli spogliatoi, dal parcheggio dipendenti.
 
Comunque, anche oggi è andata, pensavo.
 
Fuori mi accolse un cielo cupo, pesante, carico di nuvole di un colore stranamente rossastro, polveroso.
È proprio strano, quando sono entrato c’era il sole.
Tanto, dopo una giornata così, non faccio niente, mi infilo in macchina ed in cinque minuti sono a casa, pensavo.
 
Metto nel lettore il primo cd che trovo nel cassettino sotto il sedile, accendo la macchina e, come in un rito atavico, una MS.
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Giacometti, Caroline-1962
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 Il parcheggio è ancora mezzo pieno, siamo almeno quattrocento colleghi qui dentro e, mediamente, accedono sette/ottomila visitatori al giorno eppure, pochi sorrisi, rare amicizie, scambi educati ma totalmente superficiali.
Un mondo di solitudine.
Per fortuna che c’è D, pensavo mentre guidavo e guardavo questo cielo così rosso, come la terra che avevo toccato in Africa.
D, quella terra rossa se l’era riportata indietro, non come un souvenir, ma con l’attenzione e l’affetto che si dedica ad una cosa naturale, viva, e l’ha usata per nutrire il nostro amore.
 
La musica nell’automobile ha un sapore agrodolce, la canzone ha un andamento sereno, ma la melodia possiede una sottile inquietudine, il ritmo è scandito con gioia, ma è il suo respiro che è malinconico. Oscilla in continuazione tra euforia e tristezza, indecisa sul suo vero essere, come questi sprazzi di campagna che scorrono alle mie spalle, mentre imbocco il grande raccordo anulare.
È strano, ho fatto io questa compilation eppure, oggi, questa canzone mi sembra nuova e sconosciuta, o forse è per via di questo cielo, che sembra voglia piovere terra, pensavo ieri mentre guidavo e non riuscivo a tenere gli occhi sulla strada.
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Jean-Genet-1955
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 Poi passo sotto un cavalcavia e, in un attimo, una volta dall’altra parte, finalmente, inizia a piovere, forte.
Strano, ma è meglio così, la pioggia lava via i pensieri, è come un sentimento liberatorio, anche se sembra un pianto violento, pensavo così forte che quasi mi vado a schiantare con le macchine che all’improvviso si erano fermate in una di quelle solite code che si creano sul G.R.A.
 
Bloccati, un attimo prima si andava ed ora siamo fermi, come una grossa e stupida mandria che non sa dove andare, che non sa quale direzione seguire se non quella imposta dai guardiani o dal guard rail, immobili, senza futuro.
Siamo tanti qui, ognuno isolato nel suo mondo/abitacolo, vicinissimi eppure cosi soli. Che strano, nessuno che guarda l’altro, pensavo ieri mentre tornavo in macchina dal lavoro, sotto una pioggia rossa che sembrava sangue, solo in macchina con la musica a palla.
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Giacometti, Annette-1964
 
Poi accanto a me, tra la siepe di pitosforo che separa le due corsie del grande raccordo anulare, vedo passare un rinoceronte. Poi un altro e ancora uno, più piccolo.
Subito dopo passano gli elefanti, le tigri, i facoceri, gli gnu, le iene, i babbuini, le antilopi, le zebre, gli scimpanzé, le giraffe. Per ultimo passano gli ippopotami.
Che strano, loro vanno e noi siamo qui immobili, penso.
 
Mi guardo intorno per vedere cosa fanno gli altri uomini chiusi in macchina, ma nessuno mi guarda. Assorti nei loro pensieri, persi in un mutismo relazionale tamburellano con le dita sul volante, guardano dritti davanti a loro, hanno la testa buttata all’indietro sul sedile, ma nessuno mi guarda, nessuno li vede. Solo una bambina, sul sedile posteriore di una macchina accanto a me, mi fissa con gli occhi sbarrati ed impauriti. Io gli sorrido, come per tranquillizzarla, la madre al volante mi guarda senza vedermi, si gira, la toglie dal seggiolino e la mette seduta davanti, accanto a lei.
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Giacometti, Isahu-Yanaihara
 
La fila riprende a muoversi, piano, quello con il SUV dietro di me suona affinché io mi sbrighi a guadagnare il metro e mezzo che mi separa dall’altra macchina ferma davanti, il cielo si apre ed esce uno spicchio di sole.
La prima canzone è finita ed ora inizia a suonare un pianoforte.
Mi metto gli occhiali da sole, questa la riconosco, è Luca Flores, penso.
 
Metto la prima e mi viene da piangere.
Che strano.
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Giacometti, Il cane 1951
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Note alla selezione musicale:
STIMELA (COAL TRAIN) by Hugh Masekela, recorded on April 1974 at Los Angeles, from original LP "I Am Not Afraid" - Blue Thumb BTS 6015.
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HOW FAR CAN YOU FLY? (LADDER) by Luca Flores, recorded on March 19th, 1995, from "For Those I Never Knew" - SPLASC(H) 439.2

postato da: jazzfromitaly alle ore 21:56 | link | commenti (24)
categorie: racconti
giovedì, 12 giugno 2008

MUSIC IS THE WEAPON

Citazioni & Lezioni.

“La migliore lettura dell’arte è l’arte stessa”
da Real Presences di Gorge Steiner, Chicago 1989.
.
FelaFelaFela
 .
“La differenza tra il critico jazz e lo storico del Jazz è che
il primo si occupa di cose nuove in modo vecchio,
mentre il secondo tratta cose vecchie in modo nuovo.”
Da Black, Brown and Beige - Solo una banale coincidenza - di Guido Michelone, pubblicato su “Jam Session”, Lampi di Stampa, Milano 2004.
.
Fela Kuti
.
“…molto tempo fa
gli Africani non trasportavano merda,
prima che venissero a colonizzarci,
erano gli europei a trasportare merda.
Sono loro che ce l’hanno insegnato.
Le multinazionali che si sono stabilite qui
rilasciano grandi dichiarazioni alla stampa per fregarci meglio.
Hanno un metodo infallibile:
trovano un africano corrotto e gli danno un milione di naira.
Lui, a sua volta, dà qualche briciola a quelli che lo circondano e diventa il capo.
Come un ratto sfugge a destra e a manca;
e pian piano la bestiola sale nella scala del potere perché è amico dei giornalisti,
amico del Segretario di Stato,
amico dei ministri,
amico del capo di Stato.
Ecco dove hanno inizio le nostre sciagure:
distrazioni di fondi pubblici, inflazione, confusione, oppressione.
È il percorso che hanno seguito Obasanjo e Aiola,
due membri dell’internazionale dei ladri.
Li combatteremo, perché ne abbiamo abbastanza di portare la loro merda.”
da International Thief Thief by Fela Anikulapo Kuti
.
Fela Kuti, No Agreement, Cover
 .
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postato da: jazzfromitaly alle ore 17:43 | link | commenti (9)
categorie: fela kuti, mother africa, afro jazz
mercoledì, 04 giugno 2008

When the jazz return of Motherland Africa...

.
...and it leaves again.
.
hemba african helmet 



MusicPlaylist

Eccomi,
torno ancora a scrivere su queste pagine,
perché sento di volerlo fare, perché so di doverlo fare.
 
Abbandonare le mie passioni certe, per scoprire quello che “suona” intorno a me è,
in questo momento, l’unica cosa che mi sembra importante, ed utile.
Il mio pensiero civile e politico è ancora attonito rispetto agli accadimenti del mondo e di questo piccolo paese, sorpreso dalle scelte che a me appaiono ancora dettate dalle esigenze strettamente personali, e di bieco profitto, senza il minimo interesse per la vita degli altri e per i bisogni reali di tutto il mondo.
 
Ma è il momento di ripartire, di trovare la giusta cura ai nostri mali, di cercare nuovi segni, di girare pagina.
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Art by Debora Diana
 .
Riparto quindi attraversando i dubbi, cercando di scoprire cosa si nasconde dietro il visibile, sperimentando tra i confini, superando i limiti imposti dalla consuetudine della conoscenza.
È facile stare ad osservare il conosciuto, compiacersi dei segni riconoscibili, farsi cullare da quello che ci vogliamo sentire dire.
Ma per me è più importante andare, cercare terre sconosciute, provare comprendere altri linguaggi, godere dei nuovi suoni. Questo, per ora, possiede più fascino, anche se richiede maggiore impegno e può sembrare più difficile.
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Francis Bacon, Self-Portrait,1972
 
La musica, si sa, è un pò la colonna sonora della nostra vita, e commenta e sottolinea meglio di mille parole.
Il mio pensiero musicale, rispetto ai temi di questo blog, è in esilio.
Non mi riconosco nei pensieri e negli atteggiamenti della maggior parte delle persone di questo paese, posso trovare accoglienza nella musica dei suoi figli?
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african mask
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 In questi giorni, mi trovo a posare sul piatto dischi dei Blue Notes, di Randy Weston, di Mongezi Feza, di Abdullah Ibrahim, dei Brotherhood of Breath, di Omar Sosa, di Dudu Pukwana, di Fela Kuti, di Johnny Dyani, di Don Cherry.
Meno frequentemente ascolto John Coltrane, Duke Ellington, Archie Shepp, Max Roach, il Gillespie del periodo afro-cuban.
Sono già troppo mediati, nonostante la loro grandezza.
E raramente faccio girare il primo Enrico Rava, ma lui è cittadino del mondo, o cerco i suoni del grande Nunzio Rotondo, ma lui si sa, è un marziano del jazz.
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Bacon, Michel-Leiris,1976
 .
E allora faccio un viaggio, distaccandomi momentaneamente dal mio amore certo ed assoluto, un viaggio che non ha una destinazione di arrivo, ma di sicuro ha due punti fermi: il Jazz e l’Africa.
In mezzo molti scali, come l’America e l’Europa, e mille possibili tratte da percorrere.
 
È uno spostamento inteso come metafora dell’incertezza, come un obbligo al movimento, un bisogno di cambiamento, un viaggio con la volontà di correre i rischi ed il brivido delle scoperte. Un viaggio che si preannuncia bello, ricco e doloroso, non per abbandonare il conosciuto, ma per ricercare nuove valenze, per ascoltare voci sincere, per condividere paure e passioni, per scoprire l’origine e per poi ripartire, tornando al futuro.
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Fang Mask
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 In Italia, l’unico che ha approfondito con passione e conoscenza questo rapporto è Luigi Onori, con il suo “Il Jazz e l’Africa” [1], al quale questo mio scritto deve molto.
 
Si sa che il Jazz è nato proprio per lo scambio tra culture altre, è germogliato in luoghi dove avvenne l’incontro tra diverse esperienze e linguaggi, si sa che ha dato i risultati migliori in situazioni di difficoltà.
Di tutto quello che si è generato dall’incontro/scontro tra la Cultura africana e quella americana (ed europea), la musica resta indubbiamente il frutto più ricco, importante e genuino, ed attraverso di essa possiamo raccontare anche l’evoluzione della società contemporanea.
“… la musica è stato l’unico vettore originato dalla cultura africana che non poteva essere sradicato, era la dimostrazione dell’esistenza dell’uomo afro-americano e della cultura afro-americana, e nell’evoluzione formale della musica nera si può vedere non solo l’evoluzione del nero come elemento culturale e sociale della cultura americana, ma anche l’evoluzione di quella stessa cultura.” [2]
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Bacon-Self-portrait
 .
In Africa non sarebbe mai nata questa musica che noi chiamiamo Jazz, ed in America neppure, se non ci fosse stato l’uomo africano.
È nell’esilio che nasce l’urgenza espressiva, il legame con le radici, il bisogno dell’affermazione della propria identità, mutuata dal viaggio, sia quando questo è totalmente forzato, quattro secoli di schiavitù, sia quando viene indotto durante gli anni dell’apartheid.
 
Nonostante una forte coscienza di appartenenza, e gli scritti di Marcus Garvey che predicavano il ritorno in Africa già nei primi anni ’30, il mito dell’Africa - nell’immaginario culturale - viene usato in maniera superficiale ed esotica, passato attraverso il tritaculture della società bianca colonialista, che ne propone un’immagine caricaturale, accettata purtroppo anche da alcuni dei maggiori esponenti del popolo africano, come Louis Armstrong, protagonista insieme alla sua musica di questa animazione di Dave Fleischer realizzata nel 1932.
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Dobbiamo attendere la metà del secolo scorso per iniziare a scorgere un barlume di orgoglio dell’appartenenza alla cultura africana, ed un riconoscimento trasversale tra l’Africa e la cultura globale, passando per il Jazz.
 
Già negli anni Quaranta, con la rivoluzione del bebop e con l’adesione all’Islam di molti afro-americani si evincono i primi approcci di una rivendicazione culturale.
Nel ’43 Duke Ellington raccontò in musica la storia dei Neri e le sue sfumature, attraverso la suite “Black, Brown and Beige”.
Sempre al Duca, nel ’47, fu commissionata una suite per celebrare il centenario dell’unica nazione indipendente africana, la Liberia.
Nel ’56 Armostrong fu invitato in Ghana dal primo ministro Kwame Nkrumah, ai festeggiamenti per la liberazione del paese e fu accolto come un sovrano, come possiamo vedere nel video qui sotto.
.

.
Ora Louis Armstrong è un musicista affermato, ed il suo essere africano è motivo di orgoglio al punto che, prima di ripartire per gli USA dichiarerà : “d’ora in avanti vorrei tornare a casa almeno una volta l’anno”.
 
Finalmente, nel decennio tra gli anni Sessanta e Settanta, c’è una vera e propria presa di coscienza del popolo africano, in America e in tutto il mondo.
Supportati a vicenda, anche se con tesi diverse e che perseguono diverse direzioni, personaggi come Amiri Baraka, John Coltrane, Martin Luther King, Archie Shepp, Malcom X, Max Roach, James Baldwin, Sun Ra prima, Randy Weston, gli AEOC e Ishmael Reed poi, costruiranno un nuovo stile di vita, opposto a quello della American Way of Life.
Questo è il decennio più sanguinoso e creativo del Novecento, il momento in cui l’identità sarà mitizzata e spiritualizzata, la musica darà vita ad un flusso libero e vitale, il giorno in cui si accetta che “…il dolore è parte del processo di rivelazione…” e si prende coscienza.
.
Suku helmet
 .
Il seme è gettato, il terreno è reso fertile dai suoni e dalle parole di molti, e dal sangue di troppi. Bisogna solo curare le radici, continuare ad innaffiare, partecipare al futuro, come dice meglio di me Aminata Traorè, scrittice e donna del Mali
“…noi Africani abbiamo imparato molto dalla storia e dalla vita. Ne sappiamo molto di più di chiunque altro su schiavitù, colonialismo e neoliberalismo e anche sulle menzogne che le cosiddette nazioni ricche e civilizzate continuano a spargere su di noi. Per dominarci, prima a livello mentale e poi dal punto di vista economico e politico, hanno distrutto la nostra autostima, ma oggi sappiamo che loro sono ricchi perché noi siamo stati deboli. E proprio questa consapevolezza del passato ci permette di resistere e cambiare la nostra vita.”
.
Bacon, Muriel-Belcher,1966
 .
Dagli anni Settanta ad oggi, molte sono le testimonianze, gli studi, le opere d’arte che danno il giusto valore storico culturale ad una terra che è probabilmente la patria delle origini stesse della civiltà, oltre ad essere la più ricca del globo, non solo per quanto riguarda “…le nostre risorse naturali, ma la nostra tradizione, un patrimonio che dimostra quanto sia sbagliata l’idea che il denaro può risolvere ogni problema. Ancora oggi in Africa i legami sociali sono molto forti così come la capacità di vivere con poco. In molte aree rurali l’approviggionamento di cibo ed acqua e l’agricoltura sono realizzati secondo un modello di sviluppo sostenibile. Da qui la nostra capacità di sopravvivere, nonostante il debito e la violenza politica cui siamo sottoposti.” [3]
.
african mask
 
Nascono così le opere di Gorge Russell, di Yusef Lateef, dei Brotherhood of Breath, della Dedication Orchestra, dei Viva La Black oltre quelle cinematografiche di Spike Lee, dei romanzi di Toni Morrison ed i molti studi come “Atena Nera” di Martin Bernal, “The Power of Black Music” di Samuel A. Floyd, “Black Atlantic” di Paul Gilroy tra gli altri.
.
Bacon, Isabel-Rawsthorne
 .
In tutto questo, il viaggio è il fulcro centrale, la crux direbbe Trane.
Viaggio mentale, spirituale, emotivo e fisico da e verso l’Africa, concetto/metafora tra diaspora, schiavitù, modernità e musica, uno dei mezzi più importanti di autocoscienza.
E poi è in viaggio che si fanno gli incontri più interessanti, è in quella linea – retta o spezzata - che tracciamo tra un punto di partenza ed uno di arrivo che si incontra il non conosciuto, che ci si può sorprendere dell’altro, che ci si arricchisce del diverso da se.
 
Ecco, voglio intraprendere questo viaggio, è di questo che voglio arricchirmi,
è questo che penso di fare.
Oppure, all’improvviso, scenderò e cambierò direzione.
 
Voi venite?
.
Art by Diana Debora
 
 .
Note:
La selezione musicale che ho preparato, descrive perfettamente i miei sentimenti e le mie intenzioni.
La prima è una lunga traccia malinconica e poetica quanto forte ed affascinante.
Segue una piccola e festosa improvvisazione collettiva,
L’ultima è una lunga, felice, traccia in armonia con il tutto.
Descrive la scoperta e la ricchezza dei nuovi incontri, a partire dagli strumenti che si ascoltano, la kora della tradizione africana e la tastiera elettrica Yamaha DX-1.
 
Nella musica africana, i musicisti sono elementi importantissimi della società.
La loro musica può essere medium per l’esperienza mistica, accompagna le funzioni religiose, stimola le coscienze, è parte integrante della festa come della guerra.
Per questo le “canzoni” sono così lunghe, e per lo stesso motivo i suoi ritmi sono ripetuti all’infinito, per essere certi che il messaggio sia chiaro e venga percepito tanto nel corpo che nello spirito.
.
Hemba helmet
Apre la selezione “Ishmael” di Abdullah Ibrahim (dollar brand),
dall’album Africa, Tears and Laughter, enja 3039, 11 Marzo 1979.
Abdullah Ibrahim (vocal, piano, soprano s), Talib Qadr (soprano s., alto s., vocal)
Greg Brown (bass), John Betsch (drums).
 
La seconda traccia è “MRA” dei Brotherhood of Breath, dal loro album omonimo, RCA 1971. Questa è una delle formazioni più interessanti oltre che perfetta per descrivere la possibilità degli incontri, l’inutilità dei riferimenti razziali e la ricchezza di tutte i linguaggi del mondo, Al suo interno trovano posto i Sudafricani Chris McGregor, Mongezi Feza, Dudu Pukwana, Harry Miller e Louis Moholo, gli inglesi Gary Windo, Marc Charig, Evan Parker, Harry Beckett (nato nelle Barbados), l’austriaco Radu Malfatti.
 
 
La terza traccia “Kanatente” è opera di uno dei più felici incontri, quello tra l’afroamericano Herbie Hancock ed il griot africano Foday Musa Suso, nato nel Gambia, tratta dall’album Village Life, CBS 26397, Agosto 1984.


[1] “Il Jazz e l’Africa” di Luigi Onori – Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, Viterbo 2004.
[2] “Il Popolo del Blues” di LeRoi Jones/Amiri Baraka – Einaudi, Torino 1968.
[3] Aminata Traorè in “I veri poveri siete voi”, intervista di Adriana Polveroni, La Repubblica delle Donne, n°401 – 2004.

postato da: jazzfromitaly alle ore 17:13 | link | commenti (34)
categorie: mother africa, afro jazz