Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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Poi ci sono i dischi, gli sguardi, i sorrisi e le facce dei tanti uomini che hanno riversato nel Blues i loro dolori, le loro paure, ma anche l’amore, la gioia ed il desiderio.
Desiderio di quello che non si ha più, o di quello che non si ha mai avuto.
Su tutto una dolce e consolante malinconia, perché se star bene significa ostinarsi a vivere la vita in questo modo, tanto meglio dubitare, soffrire per quello che non potremmo mai avere e provare, noi piccoli manovali dell’arte, ad alleviare il dolore con il racconto e con la musica.
Ma è una fatica di Sisifo, sempre uguale, controvento, solitaria e dolorosa.
I paesi scandinavi, nel contesto europeo, sono sempre stati tra i territori più fertili per la musica Jazz, sia negli anni precedenti al conflitto mondiale che, successivamente, fino ai nostri giorni.
Molti sono stati i musicisti internazionali che hanno scelto la Scandinavia come spazio libero ed utile per la propria musica, su tutti mi piace ricordare Don Cherry e Gorge Russell.
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La Danimarca ha dato i natali a musicisti del calibro di Kai Ewans o Leo Mathisen attivi già alla fine degli anni ’20, successivamente troviamo il contrabbassista Niels-Henning Ørsted Pedersen, il trombettista Palle Mikkelborg, il chitarrista Pierre Dørge e molti altri.
Inoltre Copenaghen ha il pregio di ospitare il Jazzhus Montmartre, dove si sono esibiti praticamente tutti i migliori uomini del Jazz, e più a lungo personaggi come Dexter Gordon, Johnny Griffin, Clark Terry, Chet Baker e Thad Jones.
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Anche la Norvegia, nonostante che sia stato l’unico paese scandinavo a subire l’invasione tedesca durante la guerra ed il relativo isolamento culturale imposto, ha visto emergere tra i suoi “figli” nomi come Svein Oevergaard, Calle Engstroem e Gunnar Sønstevold già negli anni ’30, il saxofonista Jan Garbarek, il chitarrista Terje Rypdal e la cantante Karin Krog poi, fino a Nils Petter Molvær, Arve Henriksen, Tord Gustavsen o Kristin Asbjørnsen oggi.
Ma su tutti, è la Svezia ad offrire i suoi frutti migliori, ed anche oggi è il paese che lascia sbocciare le voci più interessanti di quello che chiamiamo ancora Jazz.
O forse dovrei dire, il Nuovo Suono del Jazz.
Sicuramente, uno dei motivi di questo, è la totale estraneità agli avvenimenti bellici, che permise così lo sviluppo di quest’arte bellissima in completa libertà.
E sono proprio questi due ultimi nomi di cui vi voglio parlare, perché in questi giorni ho ricevuto i loro dischi entrambi editi dalla ACT Music, grazie a David della Egea Records che li distribuisce, e credo che siano tra le cose più belle, oltre che più interessanti che mi potevano capitare tra le mani.
Per cui, per il tempo che meritano, Jazz from Italy è onorato di cambiare veste in Jazz from Sweden.
Queste sono le mie impressioni all’ascolto.
Esbjörn Svensson Trio
LEUCOCYTE
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Questo è l’ultimo disco di uno dei gruppi più interessanti ed innovativi del panorama musicale, probabilmente il trio che meglio indica la nuova strada che il Jazz potrà intraprendere.
E non è un caso che questa strada parte dall’Europa.
I Leucociti, globuli bianchi, sono una parte del sistema immunitario umano in grado di proteggere il corpo da agenti patogeni e infezioni.
Questi globuli devono continuamente rinnovarsi per svolgere al meglio la loro preziosa funzione.
La musica di questo fantastico trio non poteva avere titolo migliore anche se questo fosse stato il loro primo disco.
E sì perché quando si affacciò alle grandi platee il Trio di Esbjörn Svensson, gli e.s.t. per intenderci, era il 1999 (anche se il loro primo lavoro risale al 1993) ed il Jazz, come sempre ha fatto, cercava di affrontare l’ennesima evoluzione del suo linguaggio, ancora una volta dagli USA.
Prima con il grande movimento degli M-Base, collettivo che da metà degli anni ’80 ha portato avanti l’idea di una nuova musica fondata sulla multimedialità e sull’estemporaneità della performance con protagonisti come Steve Coleman, Cassandra Wilson, Greg Osby, Robin Eubanks tra gli altri.
Poi, nei primi anni ’90 si affacciarono i giovani leoni del new-hardbop,
musicisti di talento come Roy Hargrove e Joshua Redman che avevano rinnovato la scena ma che, alla fine di quella decade, avevano diluito inevitabilmente la loro forza innovatrice.
Insomma, dalla madre patria del Jazz non scorreva più linfa vitale.
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È in quel contesto che l’arrivo degli svedesi e.s.t. portò una ventata di aria buona nel jazz, e lo fece utilizzando una nuova sintassi che rigenerava ancora una volta il linguaggio originale di questa musica mai ferma, nella sua forma più classica, il piano trio.
“cosa può un piano trio essere oggi che non sia stato prima?” ebbe a dire Pat Metheny all’ascolto degli e.s.t.
Non è sufficiente pensare che questo sia dovuto esclusivamente alla nazionalità del trio, anche se bisogna riconoscere che l’Europa, dagli anni ’70 in poi, ha partecipato in modo fondamentale all’evoluzione della musica di origine afroamericana, perdendo quel principio di emulazione che l’aveva caratterizzata al principio.
E neanche l’utilizzo di strumenti “anomali”, dall’elettronica o il radio transistor fino alle modulazioni vocali, possono giustificare l’ascolto di una voce nuova e bella come questa.
Si, sono elementi rilevanti, ma non basta.
Il valore della musica del trio di Esbjörn Svensson va ricercato nella bellissima cantabilità dei temi, nell’utilizzo di ritmiche fortemente coinvolgenti, come e più del rock e, su tutte queste qualità, nella vasta capacità d’invenzione solistica del leader e di capacità improvvisativa del trio.
Questo forse è il nuovo percorso che intraprenderà il Jazz e questo LEUCOCYTE lo rappresenta al meglio.
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Il sound unico degli e.s.t., la complice interazione tra i musicisti, l’emergere di una sola sensibilità musicale, hanno dato vita a quello che è, secondo me, il progetto più interessante del panorama.
Si dice che questo fantastico interplay e questa inesauribile vena creativa, fosse stimolata (oltre che dai tredici anni di vita del trio) da continui incontri totalmente liberi e senza finalità produttive dei componenti che, durante le pause dei loro tour, si riunivano in studio a suonare in piena spontaneità, senza utilizzo di arrangiamenti o di parti scritte, solamente lasciando “respirare” loro musica.
Anche molte composizioni che trovano posto nei lavori del passato, sembra che si siano sviluppate e, definitivamente fissate su disco, grazie proprio a questo atteggiamento genuino e caratterizzante nei confronti della loro creatività e splendida composizione.
LEUCOCYTE è la registrazione di due giornate di jam session del trio presso il “301 Studios” di Sydney, Australia.
Ascoltate la lirica introduzione al disco in “Decade”, lasciatevi pulsare dentro il basso di “Earth” o la poesia del pianoforte in “Contorted” e tutta la poderosa ritmica di “Premonition” vi risuonerà nell’anima.
Godetevi il pianismo ricco di echi jarrettiani e l’ironia del suo mugugno in “Jazz” e lasciate andare il lettore avanti, a volume alto, nel futuro di questa musica fino alla suite di “Leucocyte”, divisa in quattro movimenti tra cui “Ad Mortem”, nel quale trova posto un’unica cellula naturale del pianoforte che si sviluppa come un mantra in altre sonorità, stritolate e rese echi siderali dall’elettronica, fino all’ultimo brano, “Ad Infinitum”, che afferma una consapevolezza e lascia una speranza già nel titolo.
La pubblicazione del disco, purtroppo, è successiva alla morte del pianista e leader Esbjörn Svensson, ma questo non deve essere interpretato come un testamento o come un omaggio alla scomparsa.
La musica qui racchiusa, è un battesimo, è l’ennesima prova che il Jazz è vivo, sempre nuovo e vegeto, se creato con gli strumenti della vera Arte che, come dicevo all’inizio, difendono il Jazz da morte certa.
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Musicisti:
Esbjörn Svensson: grand piano, electronics, transistor radio.
Dan Berglund: double bass, electronics.
Magnus Öström: drums, electronics, voice.
Brani:
01.Decade
02.Premonition
I. Earth
II. Contorted
04. Jazz
05. Still
06.Ajar
07. Leucocyte
I. Ab Initio
II. Ad Interim
III. Ad Mortem
IV. Ad Infinitum
Oddjob
SUMO
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Random.
Non è una funzione che uso spesso sul mio lettore CD.
Ma mi piace farlo quando ho un disco nuovo, di un gruppo che non conosco tra le mani.
E lo ammetto, fino a ieri io gli Oddjob non li conoscevo, ma oggi mi sono entrati nel sangue.
Random.
#03. Golden Silver presenta il tema rilassato, su un tappeto ritmico deciso, caratterizzante, poi delicatamente si astrae con i suoni sintetici, creando una texture avveniristica su cui fluttua la musica del quintetto, che sembra prodotta fra cent’anni.
Sorrido e aspetto.
Random.
Lo faccio perché ritengo che un disco, se è buono, lo è in mezzo, all’inzio ed alla fine.
Certo, dietro c’è la scelta del musicista di organizzare i brani, di creare l’atmosfera con il primo pezzo per introdurre il lavoro intero. Ma questa è ragione, ed io per sapere se un disco è buono, uso il sentimento, non uso la ragione.
Quella viene dopo, quando ne parlo o lo de-scrivo.
Random.
#02. The Big Hit.
Già il titolo la dice lunga, accattivante nella sonorità iniziale dettata all’unisono dal sax e dalla tromba, felicemente danzante in ¾.
Solo l’improvvisazione, geniale e sghemba del pianoforte, ti fa pensare ad un quintetto jazz, poi la tromba, lucente ed argentea, offre un linguaggio nuovo ed apre al tema collettivo, affascinante, ripetuto e bello. Ed infatti le mie casse fremono, il mio cuore palpita in sintonia, sento per la prima volta un riff che conoscevo già, indimenticabile e che mai più ascolterò, uguale a se stesso.
Questo è il pezzo giusto
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Random.
#05. Småland, il tema è scandito lentamente, è una carezza sulla memoria, è un carillon dei sentimenti che si riflettono tenui, vibranti di emozioni, sulla superficie dei ricordi, accecanti di un blu elettrico.
Random.
Oddjob, un quintetto Jazz con un syntheseizer ed altri strumenti che sembrano assemblati in funzione Random, appunto.
Tromba, Moog, Saxofono, Glockenspiel, piano & Hammond, e uno zither.
Random.
#07. Punch è un dialogo vitale tra il sax e la batteria, con un groove trascinante, energico, ritmico, che trasforma la mia stanza in un posto in prima fila all’Apollo Theatre di quarant’anni fa, nel cuore del funky più assoluto.
SUMO. Forse è questo il segreto, texture futuribili, strumenti tradizionali, atmosfere da club e musica già suonata, domani.
Random.
#06. Painkiller
Trova di nuovo spazio la cellula tematica di “the Big Hit”, ma in una luce nuova, improvvisa e ritrovata. La tromba, in sonorità senza tempo, ricorda alcune aperte improvvisazioni di Don Cherry, l’organo sa di sermoni antichi, il basso spalanca la porta del futuro, Jimmy Smith, il fratello del groove, balla con questi ragazzetti svedesi.
Ok, è un disco perfetto, allora leggo le notes e ricomincio.
Questa volta da #1.
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Su tutti spicca la tromba di Goran Kajfeš che soffia sonorità metalliche, schegge di suono che trovano posto nell’ancestrale ricordo dei balcani e si dirigono nel futuro del mondo. In alcuni brani usa un Glockenspiel, un metallofono della famiglia dello xilofono, con la stessa sonorità delle campane, se percosso o di un carillon, se pizzicato.
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Per “ruskträsk” Johansson, è il suo compagno ideale, che risponde in mille lingue con il sax baritono, tenore o soprano, oltre che con i flauti o il clarinetto ai messaggi di Kajfeš, accompagnando, superando e inventando controcanti perfetti.
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Poi Daniel Karlsson, tremulo al piano acustico come un angolo monkiano di cristallo, potente con l’hammond dall’anima soul, come in questa #12. Nostradamus, dedicata più al mitico “Funky President” che all’oscuro profeta di cui porta il nome, che ricorda la tanto amata blue note e che, usando anche il vibrafono, ci trasporta in atmosfere da club anni ’60.
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Questo è possibile grazie anche al moog di Peter Forss che, principalmente con il basso, dona un battito pulsante, pastoso, denso e rotondo che da forma a tutto il suono degli Oddjob.
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Infine c’è il ritmico Janne Robertson, ostinato ed energico, che inventa un nuovo tempo con la batteria e le percussioni, come in questo #01. Kingston che, brevemente, apre il disco, e ricrea armonie celestiali con lo zither, una cetra austriaca.
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In un paio di brani è la special guest, Stoffe Wallman, che al synth offre un trattamento ancor più particolare alle voci del quintetto, creando una superficie sonora in cui la distorsione, lo stiramento, il ripetrsi e l’alternarsi dei suoni e dei silenzi, tessono uno sfondo ideale per lo sviluppo espressivo degli strumenti.
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Mi congratulo con Siegfried Loch che ha voluto gli Oddjob nella sua attenta ACT, offrendogli il primo disco di respiro internazionale, battendo il tempo, segnando il futuro.
Musicisti: Goran Kajfes, trumpet, cornet, glockenspiel
Per "Ruskträsk" Johansson, saxophones, flutes, clarinet
Daniel Karlsson, piano, organs, vibraphone
Peter Forss, bass, moog
Janne Robertson, drums, percussion, zither
Special Guest:
Stoffe Wallman, synthesizer (tracks 3 and 12)
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Brani:
. 01. Kingston
02. The Big Hit
03. Golden Silver
04. Sewerside Blues
05. Småland
06. Painkiller
07. Punch
08. The Day TV Stood Still
09. Where Did You Sleep Last Night
10. Salvador
11. Like Josef
12. Nostradamus
Sul Jazz Scandinavo, leggete anche Jazz pà Svenska, apparso sul blog Dark Intervals.
Musica Jazz di Ottobre dedica la cover (e finalmente una bella cover!)
ad un gigante del Jazz che ci ha lasciati, recensisce un libro sulla storia della sua vita appena dato alle stampe ed annuncia che nel prossimo numero dedicherà a questo musicista “un più adeguato ricordo”.
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E si, perché la notizia e grossa, ma è niente in confronto alla statura musicale di Johnny Griffin, soprannominato the “Little Giant”,
morto il 25 Luglio scorso in Francia, dove risiedeva, e dove solo quattro giorni prima, ad ottant’anni suonati, si era esibito dal vivo.
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Ora, non vorrei inaugurare una nuova rubrica (che dite, Jazz Obituary potrebbe andare?) o fare il coccodrillo ritardato sull’improvvisa scomparsa di un grande del Jazz.
Potrei anche stare qui a raccontarvi che Griffin a sedici anni soffiava già come un demonio nella Big Band di Lionel Hampton, che è stato tra i sassofonisti più rappresentativi della scena Hard Bop, scritturato dalla Blue Note prima e dalla Riverside poi, che ha inciso con Coltrane, Monk, Max Roach, Lockjaw Davis o la Clarke-Boland Big Band.
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Ma preferisco di no, magari in un’altra occasione, non qui, perché se anche lui non c’è più, è rimasta la sua musica ed allora lascio parlare quella, registrata in un’occasione particolare in Italia, ed incisa su un disco mai più ristampato, il volume 10 della serie “Jazz a Confronto” della HORO di Aldo Sinesio.
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Siamo nel 1974, in quello stesso anno Miles Davis incide un siderale “Dark Magus”, Keith Jarrett il sospeso “Belonging” con il quartetto europeo e la Mahavishnu Orchestra aveva appena registrato “Birds of Fire”, il capolavoro del Jazz Rock.
Erano anni in cui il Fender creava armonie psichedeliche, il basso offriva ritmi spezzati ed elettrificati, anni in cui ci si interrogava sulla morte del Jazz (lo si fa sempre ma il jazz cambia corpo e non muore mai), in cui si cercava nei NUCLEUS di Ian Carr o nelle note latine di Gato Barbieri una nuova via per questa musica.
L’onda elettrica del Jazz-Rock o del progressive coinvolge anche i musicisti italiani, come i Perigeo che nel 1974 incidono “Genealogia”.
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Ebbene, in quel caldo aprile, il Piccolo Gigante suona per una settimana al Music Inn di Roma, piccolo e storico locale di Pepito Pignatelli, proprio con la ritmica del Perigeo e cioè con Franco D’Andrea al pianoforte, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Bruno Biriaco alla batteria.
Sarà per la vecchia bellezza di questa città, per il primo sole che rende tutto più sonnolento o perché, dall’alto della sua statura un gigante come Griffin può permettersi di tutto, fatto sta che il piccolo gigante non cerca il modernismo a tutti i costi, non si perde tra le novità e anzi, fa sue le idee delle nuove correnti e suona la sua musica, senza età.
Puro Jazz.
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Sentitelo questo disco, per la prima volta tutto in formato digitale, ascoltatelo bene il primo brano, questo "Music Inn Blues" così tirato che, allo stesso tempo, vi lancia in alto nel cielo e vi riporta a casa, godetevi le due ballads che vi toccheranno il cuore e poi, nell’ultima traccia, ditemi se non c’è la felicità di un piccolo gigante.
“Per chi non crede nell’hard bop, dunque, un documento prezioso su cui meditare. Per chi non crede nel Jazz italiano, anche. Per chi non crede nel Jazz, invece, temo ci sia poco da fare. Qui non c’è alcun tentennamento “third strem”, arrangiamenti pomposi o orchestrazioni elaborate, elucubrazioni a mezza via tra l’India e Stockhausen.
Questa è una delle rare occasioni in cui ci troviamo a festeggiare una grande personalità della musica, senza commiati od omaggi postumi, nel ruolo che a lei stessa è più congeniale, con un repertorio bellissimo e poco conosciuto, ma fortemente voluto dall’artista stessa perché veramente rappresentativo della sua carriera.
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Omara, che oggi appare come un’elegante ed aggraziata signora, è una rivoluzionaria della canzone, un’artista contro, perché ha partecipato alle sorti della sua isola d’origine con le armi a lei più congeniali, la sua voce, la poesia, la canzone.
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È per questo che questa recensione trova spazio su Jazz from Italy.
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Omara Portuondo, la Grande de Cuba, è apparsa alla ribalta internazionale, quasi per assurdo, solo nel 1999, e grazie al cinema, quando insieme a Ibrahim Ferrer interpretò la commovente versione di “Silencio” nel film/documentario di Wim Wenders, Buena Vista Social Club, che prende il nome dall’omonimo locale dell’Habana (Cuba), riservato esclusivamente all’etnia di colore, dove si esibivano i più importanti musicisti dell’isola.
Fu Nick Gold che nel 1996, quarant’anni dopo la chiusura dello storico locale, riunì gran parte di quei musicisti sotto il nome dell’Afro Cuban All Stars e, grazie anche all’interessamento del chitarrista Ry Cooder, accese di nuovo le luci della ribalta su quelle stelle, producendo il primo album a loro nome.
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Ma Omara Portuondo prestava la sua voce all’arte già nel 1948, con il gruppo Los Loquibambla, composto da sua sorella Haidé, César Portillo del la Luz, José Antonio Méndez ed il pianista Frank Emilio Flynn, quando interpretava brani famosi nordamericani, dando vita al filone che verrà denominato “movimiento del filin”, importando a Cuba il feeling della bossa nova influenzata dal jazz.
Nel 1951 Omara è con il “Cuarteto Orlando de la Rosa” con il quale esce per la prima volta dalla splendida isola caraibica, andando in tournee negli Stati Uniti.
Nel ’52 si unì alla pianista Aida Diestro e con le voci di Haidé, Elena Burke e Moraima Secada oltre la sua, fece vivere il “Quartetto Las d’Aida”, probabilmente uno dei gruppi più importanti della storia della musica cubana, che rimase attivo per più di quindici anni, incidendo il loro primo disco nel 1957 con l’Orchestra di Chico O’Farril.
È con le “Las d’Aida” che Omara effettuerà altre tournee, come quella del 1959 al “the Fontane Bleu” di Miami dove incontrerà musicisti del calibro di Nat “King” Cole, tanto per fare un nome, e nel 1960 in Europa.
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Nel 1959 Omara Portuondo incise il primo disco a suo nome, “Magia Negra”, dove le influenze del jazz si palesarono, con le interpretazioni di Caravan di Duke Ellington, The Man that Got Away di H. Arlen & Ira Gershwin e That Old Black Magic di Harold Arlen & Johnny Mercer, che da il titolo all’album.
Ma due anni dopo, quella che venne chiamata “la crisi dei missili”, costrinse Omara Portuondo a rientrare a Cuba e comportò un lungo isolamento dell’isola, pratico e culturale, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Il suo rientro forzato ed i nuovi impulsi che la Rivoluzione diede alla cultura cubana, fece nascere una presa di coscienza in Omara, che decise di raccogliere il testimone della musica di Cuba, colmando il vuoto lasciato da tutti quei musicisti che avevano abbandonato l’isola.
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In quegli anni entrò a far parte della “Orquestra Aragòn”, una delle più importanti di Cuba, oltre che continuare la sua carriera in solitario attraverso diverse incisioni per la label cubana EGREM, fondata nel 1964 e per molto tempo l’unica realtà discografica di Cuba che, per l’embargo imposto dagli USA e “accettato” dal mondo occidentale, ha sempre avuto difficoltà ad essere distribuita fuori dall’isola, come “Esta es Omara Portuondo” del 1967, “Omara 1974”, “Y tal Vez Omara Portuondo” del ’81.
Nonostante una carriera come questa, un’artista della sua levatura che ha cantato sempre ed inciso molto era conosciuta solo dai pochi fortunati che l’avevano vista esibirsi dal vivo o dai pochissimi possessori dei suoi dischi e, praticamente, sconosciuta ai più, fino a quando, per ironia della sorte, grazie all’interesse di un americano, il chitarrista Ry Cooder appunto, la sua grande arte venne riportata sotto le luci dei palcoscenici internazionali.
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Dopo la partecipazione al progetto Buena Vista Social Club, Omara Portuondo calcò i palcoscenici più belli del mondo, in compagnia di Ibrahim Ferrer, Compay Segundo, Rubén Gonzàlez, Orlando “Cachaìto” Lòpez ed Manuel “Guajiro” Mirabal e fu protagonista del terzo lancio del progetto, con il disco “Buena Vista Social Club presents… Omara Portuondo” che nel 2000 venne accolto con grande entusiasmo di critica e successo di pubblico.
Il 2002 vede la partecipazione di Omara al Festival Jazz del Giappone, in compagnia di artisti come Wayne Shorter, Herbie Hancock, Michael Brecker e Danilo Pérez ed una sua tournee in solitario.
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L’anno dopo Omara Portuondo da un’ulteriore svolta alla sua carriera, tornando a collaborare con musicisti brasiliani e latinoamericani come Carlos Emilio, Manuel Galbàn, Amadito Vàldes, Emilio Del Monte e molti altri, ed accogliendo “nelle sue grazie” giovani talenti cubani come Roberto Fonseca, che aveva inciso il suo primo disco nel 1999, “Tiene que Ver”, e che licenzierà il suo capolavoro nel 2007 dal titolo “Zamazu”.
Il disco è “Flor de Amor” e viene presentato come una raccolta in musica di lettere d’amore della divina voce del Buena Vista Social Club, dedicato dalla stessa Omara a Celina Gonzàlez, meravigliosa interprete della musica campesina cubana.
Un ritorno alle origini con la consapevolezza acquisita e la notorietà internazionale che gli era dovuta.
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Poi nel 2008, finalmente, esce “Gracias” registrato a L’Avana, prodotto dalla Montuno e distribuito in Italia da EGEA, un’etichetta discografica che si contraddistingue nel panorama per le intense attività che hanno per oggetto la musica tutta.
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Come dicevo all’inizio di questo scritto, con “Gracias” celebriamo i sessant’anni di carriera di Omara Portuondo, una carriera che sintetizza e dona valore all’essenza stessa della musica cubana.
Un lavoro in cui Omara ha voluto rendere grazie alle tematiche a lei più care, a quelle canzoni che hanno commosso questa bellissima donna, a quegli autori che hanno fatto grande la canzone cubana, la sua canzone.
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Nel disco troviamo brani come “O que serà” di Chico Buarque, “Ámame como soy” di Pedro Pablo Milanés Arias, “Rabo de Nube” di Silvio Rodrìguez Domìnguez, o la splendida title track di Jorge Drexler, scritta apposta per Omara Portuondo.
Non solo nel repertorio Omara ha scelto i testi e gli autori più cari, ma anche tra i musicisti ha voluto i più diversi, interessanti, possibili interpreti dei suoi sentimenti come il cubano Roberto Fonseca al pianoforte, l’israeliano Avishai Cohen al contrabbasso, l’indiano Trilok Gurtu alle Tablas, al Caxixis o al Djembé, il brasiliano Swami Jr, chitarrista e arrangiatore in quasi tutti i brani. E ancora, per un evento importante come questo disco, la Portuondo ha invitato altre guest come Chico Buarque che duetta con Omara nella sua splendida “O que serà”, il bassista camerunese Richard Bona ospite in “Drume Negrita” ed ancora Chucho Valdés & Cachaìto Lopez in “Nuestro Gran Amor” tema toccante scritto dal figlio di Omara.
Insomma un disco importante, con illustri ospiti, e con un booklet tra i più belli mai stampati, per rendere grande la sua festa perché, è ovvio, con la musica di Omara Portuondo, è festa grande.
Richard Bona: vocal, double bass & percussion on #13
Plus strings on #1, #7, #12:
Bernardo Bessler, Michel Bessler, Antonella Lima Pareschi, Daniel Paiva Guedes, Silva Felipe Fortuna Lopes Prazeres, Ricardo Amado Da Silva, José Alves Da Silva: violin.
Jesùina Noronha Passaroto, Marie Christine Bessler: viola