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martedì, 04 novembre 2008

DREAM AND DREAMS

Little Nemo by Winsor McCay
Prefazione.
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Ho sempre avuto uno strano rapporto con i sogni, nel senso che ho sempre creduto nel valore delle emozioni e dei trascorsi affettivi a dispetto della ragione e delle cognizioni che essa ci impone, ma non ho mai vissuto l’esperienza dell’inconscio nel momento in cui, per tutti, questa si manifesta, cioè nel sonno.
O almeno non ne serbo ricordo.
[…]  

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L’ultima volta che ho avuto il mio giorno libero, ho deciso di uscire di casa senza alcun riferimento con il mio mondo attuale.
Ogni tanto lo faccio, cioè lascio a casa la borsa con i documenti, le chiavi della macchina, il cellulare e la mia agenda.
Anche le chiavi di casa le ho nascoste nel vaso del giardino.
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Ho preso solo le sigarette, nelle quali ho infilato qualche soldo ed ho iniziato a camminare senza meta, senza tempo.
Solo i miei pensieri mi tenevano fortemente ancorato alla realtà.
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Little Nemo by Winsor McCay
 
Nel traffico riconoscevo la mia interminabile diaspora, nei volti tesi ritrovavo tutto il mio isolamento, nelle strade della città nessun suono amico, ma solo un rumore metropolitano nevrotico ed asfittico.
Solo quando passo Porta Maggiore, sento iniziare a diluire la mia ragione.
La grandezza di queste mura ti trasporta per forza di cose indietro nel tempo.
Proseguo per Piazza Vittorio e qui sono le tante lingue, gli odori sconosciuti, i mille colori che si insinuano nei miei ricordi a trasportarmi altrove. Il mio corpo cammina su via Carlo Alberto ed incontra Santa Maria Maggiore che mi si para davanti con la sua magnificenza troppo concreta e terrena, senza la grazia che merita una basilica dedicata alla Madonna.
Gli giro intorno come fosse una scultura, cercando una crepa nella forma architettonica che mi conduca alla sua parte morbida, nel suo interno di leggenda, e forse nella mia anima.
 
È solo quando siedo alle sue spalle, sulla sua scalinata, evitando lo sguardo fisso e altezzoso del suo obelisco che mi torna in mente la leggenda.
L’attuale basilica è costruita sui resti di un’altra chiesa, che era stata eretta da Papa Liberio. Si racconta che la Madonna stessa sia apparsa in sogno a Liberio, confidandogli che gli avrebbe indicato in forma miracolosa il luogo dove costruire un tempio per permettere il suo stesso culto.
La notte tra il 4 ed il 5 agosto del 358 d.c., una nevicata assolutamente fuori stagione, imbiancò la cima del colle Cispio, a nord di colle Oppio, all’Esquilino. Nella neve ancora fresca, papa Liberio tracciò il perimetro della chiesa originaria.
Di questo edificio, oggi, non si conservano tracce, se non nei racconti della leggenda e nella memoria dei romani.

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Un significato dentro l’altro, un luogo che nasconde leggende, un’immagine che in realtà ne rappresenta un’altra.
È qui che inizio a pensare al sogno, ma sempre con il mio distacco critico, dal momento che è troppo strano il fatto che io penso ai significati nascosti nelle fondazioni della Chiesa, che tra i tanti significati del ventre mollo del Vaticano io vada a pensare ad una leggenda sulla Vergine maria, che è già una leggenda lei stessa.
 
Mi alzo e riprendo a camminare, giù per via Panisperna, che scende quasi parallela a via Nazionale, fino ai fori.
Ad un certo punto, tra i vari ristoranti con i menù per turisti, sulla porta a vetri di un locale vedo una locandina con un’immagine a me cara e con su scritto:
La materia di cui sono fatti i Sogni.
Conferenza dibattito sulla nuova psicanalisi.
 
Mi sono fermato solo perché sulla locandina troneggiava una splendida tavola di Little Nemo, opera del magnifico Winsor McKay.
Sinceramente non mi sono mai interessato di psicoanalisi, anzi.
E poi, sempre più raramente incontro uomini che sanno anche solo raccontare l’Arte, uno dei tanti misteriosi linguaggi espressivi umani, figurarsi trovare qualcuno che sappia spiegare l’inconscio.
Ma ve l’ho detto, quel giorno non avevo un cazzo da fare e volevo proprio allontanarmi da tutto quello che rappresenta la mia realtà, per cui sono entrato.

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Dentro, due tipi dietro ad un tavolo, tentavano di dare forma all’inafferrabile.
Una sparuta platea prendeva appunti.
Io mi sono seduto dietro, solo con i miei pensieri.
Mi venivano presentati i signori ES, IO e il S-IO, ogni tanto afferravo al volo dei concetti, come contenuto manifesto e contenuto latente, memorizzavo parole come “drammatizzazione”, “simbolizzazione”, “condensazione”, “dispersione”, sentivo parlare di leggi che regolano i sogni, affrontare tentativi di decifrazione degli stessi o approfondire teorie.
 
A “La svolta post-moderna in psicoanalisi” mi sono alzato e sono uscito.
 
Fuori ho guardato ancora il disegno di McKay, con i retini del colore fuori fuoco, ma ugualmente bello, ed ho ripreso a camminare, questa volta senza pensare a niente, tantomeno a quello che avevo ascoltato che niente aveva toccato nel mio cuore.
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Little Nemo by Winsor McCay
 
Infatti, in un attimo mi sono ritrovato in Corso Vittorio Emanuele e lì, con un gesto spontaneo ho girato a sinistra per Campo de’ Fiori, senza fermarmi ho attraversato piazza Farnese e sono arrivato in via Giulia, di fianco a dove scorre il fiume.
Quando ho incontrato Ponte Sisto, attraversarlo fu un piacere, un po’ come tornare a casa.
 
Oramai gli ocra ed i rossi di questa città avevano smorzato i toni, e le terre sembravano colorarla tutta, dai suoi palazzi agli stretti vicoli.
E proprio in una delle sue strette viuzze, che la scorrono come vitali arterie, che sono stato rapito, catapultato nel sogno, quello vero, fatto di emozioni e sensazioni intime.
 
Da qualche finestra, affacciata sul vicolo, si sentiva un pianoforte.
 
Una musica dolce, con un cuore interno sommesso e ripetuto, che poi si espande e costruisce la melodia, che acquistava la solenne forza di uno spiritual, mantenendo il suo nucleo semplice di origine, di fonte, di radice.
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Qualcuno suonava un blues, ma non come siamo abituati a sentirlo.
Lo descriveva con altre forme celandone il significato che, se disposti ad accoglierlo nel cuore, si manifestava con tutto il suo splendore ed il suo intenso sapore simbolico, capace di trasportarci nel passato, quello della prima infanzia, nella nostra profondità più intima.
La melodia, nuova eppure conosciuta da sempre, riusciva a dare ritmo a quelle corde emozionali che teniamo nascoste, le faceva risuonare con delicatezza e lirico tocco, le accordava in sintonia con il tutto.
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È stato il momento più bello.

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Ero così affascinato ed assorto che non mi accorsi di quel gocciolare di note alte, di quella lunga pausa, che poteva indicare la fine del brano o utilizzare il silenzio come riverbero delle note appena toccate.
 
Infatti la musica riprese, ancora dolcemente poetica ma con un’ombra spigolosa. Un incedere sinistro che, questa volta, non accarezzava i ricordi, li scuoteva dolcemente obbligandoli a risalire a galla dalla nostra coscienza.
Io pensai alla mia infanzia, ai miei sogni di bambino che voleva scoprire la vita ed il meraviglioso mondo, al mio piacere nella lettura del fantastico attraverso i pochi “giornaletti” che mi venivano regalati, ed alle prime emozioni in musica che provavo ascoltando i dischi di Mina, De Andrè, Gaber o i notturni di Chopin che mio padre teneva nel mobile basso.
 
Nel centro del brano, le stesse note suonate alte, metalliche, ripetute, mi portano alla mente il disagio di non avere avuto una stanza tutta per me, dal momento che dormivo in un letto che scendeva giù dal mobile del salotto insieme a mia sorella più grande ed anche, quando feci la scoperta della mia sessualità, la paura di essere da lei scoperto mentre mi toccavo piano nel mio letto.
Mi torno in mente anche quando, qualche anno dopo, ebbi il primo fermo rifiuto di mio padre ad una mia richiesta di iscrivermi ad una scuola d’arte.
 
Oggi, questi due dolori, mi hanno lasciato in eredità un assoluto senso di libertà sul sesso, che vivo senza censure o vergogne, ed un amore sconfinato per l’Arte tutta, da me sempre fortemente desiderata, anche se spesso cerco la mia solitudine in spazi vuoti, come quando chiudo la porta del bagno anche se sono solo in casa.

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Non riesco ad immaginare chi stia suonando questo pianoforte, un ragazzo piegato sui suoi sogni, un uomo che ha passato i suoi anni studiando la tradizione classica della musica europea, una donna elegantemente dritta sulla sua schiena, che descrive i suoi desideri senza mai guardare in faccia la tastiera.
Sono spiazzato, sto vivendo la gioia ed il dramma privato di qualcuno che non solo non conosco ma che non riesco neppure ad immaginare, trasformando le sue idee melodiche in forti simboli visivi personali, e tutto questo accade insieme, condensato in questa forma astratta che è la musica ascoltata, che si manifesta in questo spazio fisico che il vicolo rappresenta ma che in realtà diviene un luogo dell’anima, dove stò sperimentando inconsce alchimie sconosciute, dove la mia anima ha deciso di incontrarmi e di parlarmi a lungo, senza mezzi termini, costi quel che costi.
 
E la musica continua.
 
Questa volta è un colpo al cuore, un brano che parte in tonalità di re minore, quella di un requiem. Ed io penso ai miei sogni abbandonati lungo il fiume.
Le pitture dal vero che facevo a Debora in vicolo del Cinque, la tromba che suonavo da solo sotto il ponte dell’isola Tiberina, il fascino di cercare parole nuove per creare il racconto delle mie emozioni. Ora più niente, solo la veglia della ragione, i mostri della normalità.
 
Non basta la forma impetuosa e classica che la melodia prende, perché io so che c’è sempre un tentativo di modificazione del significato da parte del sogno.
Il fatto è che bisogna vedere il centro del sogno, cercare di scoprirne il vero senso, che il sogno stesso ha cercato di disperdere, creando disordine, aggiungendo molti elementi che operano per travestire il nucleo centrale, per non far riconoscere all’IO il cuore del sogno.

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Io, in questo vicolo, ho conosciuto molto di più che se avessi preso una laurea in psicologia.
È stato doloroso, ma almeno ho capito.
Questo brano rappresenta la marcia funebre dei miei sogni.
 
È solo quando un passante si avvicina e fa per mettermi in mano dei soldi che mi accorgo che stò lacrimando.
Il mio corpo cerca di sfogare il dolore attraverso il pianto e quest’uomo qui, pensa che qualche moneta sia sufficiente a calmarlo.
 
Pover’uomo, lui vede solo il mio corpo, non sente la mia anima che urla dal dolore.
 
Nonostante la musica continui, decido di andarmene, devo tornare a casa, trovare la mia tana e leccarmi le ferite.
Questa volta prendo la metropolitana, il mio corpo è sfinito e a lui non è toccato niente in confronto.
Intorno a me tutto è fermo ed immobile.
Solo il metrò mi permette di percepire ancora il tempo che scorre e anzi, sembra partecipare anche lui a mettere più distanza possibile tra me ed i miei sogni.
In un attimo sono a casa, nella normalità più assoluta, lontano dal vicolo dei miei ricordi.

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Il vaso è rimasto immobile, le chiavi di casa sono al loro posto,
davanti al portone un pacchetto, con dei CD che ho ricevuto.
Sopra il mio nome, cognome, l’indirizzo, il codice di avviamento postale ed il nome di questa città.
Salgo le scale che mi separano dalla mia mansarda sul cielo.
Trovo sette chiamate non risposte e due messaggi in segreteria.
Apro il pacco.
 
Il primo CD si chiama Dream and Dreams, di Salvatore Bonafede.
È uno scherzo penso, o il destino è davvero beffardo.
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Dream and Dreams
 
Lo metto subito nel lettore e parte una musica dolce, con un cuore interno sommesso e ripetuto, che poi si espande e costruisce la melodia, che acquista la solenne forza di uno spiritual, mantenendo il suo nucleo semplice di origine, di fonte, di radice.
.
Qualcuno suona un blues, ma non come siamo abituati a sentirlo.
Lo descrive con altre forme celandone il significato che, se disposti ad accoglierlo nel cuore, si manifesta con tutto il suo splendore ed il suo intenso sapore simbolico, capace di trasportarci nel passato, quello della prima infanzia, nella nostra profondità più intima.
La melodia, nuova eppure conosciuta da sempre, riesce a dare ritmo a quelle corde emozionali che teniamo nascoste, le fa risuonare con delicatezza e lirico tocco, le accorda in sintonia con il tutto.
.
È il momento più bello.
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Salvatore Bonafede
 
Postfazione.
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Questo scritto, nato in principio come recensione, si è incrociato con il mio desiderio di tradurre in racconto le mie emozioni e si è trasformato in Sogno.
Avrei potuto parlarvi della ventennale esperienza in jazz di Salvatore Bonafede, della sua bellissima Palermo, del suo soggiorno negli Stati Uniti, delle sue collaborazioni importanti con nomi come Jerry Bergonzi, Joe Lovano, Dewey Redman, Cameron Brown, Enrico Rava, John Abercrombie, Paul Motian, dei quaranta dischi in cui è registrato il suo pianoforte, del suo contributo al cinema geniale di Ciprì & Maresco, del suo amore per i giganti del Jazz come Monk o Bill Evans o per i suoi contemporanei Maestri come John Taylor o Keith Jarrett, del suo bellissimo omaggio alle musiche di Nino Rota, della forte valenza ritmica e progettuale di due degli ultimi lavori a suo nome, “Ortodoxa” e “Paradoxa”, del Melos o del Belcanto, della sua grandezza musicale e compositiva ancora, come spesso capita nel nostro piccolo paese, non del tutto valorizzata.
Ma questo, in internet c’è già, ed io invece ho scelto un’altra strada.
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Little Nemo by Winsor McCay
 
Questa è solo una forma dell’esperienza delle mie sensazioni e, io che non capisco un acca di psicoanalisi, so che nemmeno Freud credeva in se stesso, in quanto riteneva che la Grande Ragione si manifestava solamente nelle oscure profondità dell’inconscio, e attraverso il Sogno e le libere associazioni, lui riusciva ad accantonare la sua piccola ragione da uomo sveglio ed a far affiorare l’inconscio a livello cosciente.
 
Per cui non pensate che il disco di Salvatore Bonafede sia un lavoro triste o malinconico, in quanto il significato vero di questa musica è nascosto tra le pieghe del vostro inconsapevole sapere e non accontentatevi di queste tre bellissime tracce, che nel disco Salvatore ne ha registrate 10, una più bella dell’altra, assolutamente da ascoltare e conservare nel cassetto delle cose preziose.
 
 
p.s.
una volta una zingara leggendomi la mano mi ha detto:
tu sogni ad occhi aperti.
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Links:
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Le illustrazioni di Winsor McCay sono tratte dal volume
"Little Nemo, 1905-2005, un secolo di Sogni"
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Little Nemo by Coconino Press
 
 
 


postato da: jazzfromitaly alle ore 02:13 | link | commenti (49)
categorie: recensioni, racconti, salvatore bonafede, cam jazz