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Quando manco da queste pagine, è perché aspetto che ci sia quello scatto emozionale che possa dare un senso alle mie parole.
Potrei anche scrivere esclusivamente con la tecnica, in effetti questo blog è nato come spazio musicale, per cui potrei campare di rendita solo descrivendovi di volta in volta l’ascolto di un vecchio disco o dandovi l’annuncio di una nuova uscita discografica, ma è dalle emozioni che mi lascio trasportare, per cui quando queste oziano, io le lascio stare.

In questi giorni ho letto molto ed ho approfittato per mettere a posto i miei libri, inserendone alcuni anche sugli scaffali di una libreria elettronica che, se ne avete voglia, potete visitare ciccando qui.
Una cosa inutile, oziosa, che occupa il mio tempo quando non so cosa altro fare.
Ma si sa, l’ozio è una grande e rara virtù, per cui anche se le mie emozioni sembrano latitare, tutto questo spazio libero nella mia testa mi ha costretto a mettere a posto anche i miei pensieri ed a riflettere ancora più assiduamente sulle emozioni.

Nascono da eventi esterni al nostro essere e ci vuole una determinata predisposizione all’ascolto o sono insite nei nostri pensieri profondi e dobbiamo solo sapere come fare per farle venire in superficie?
Dove si annidano queste sensazioni?
È il cuore o la testa che le fa liberare in volo?
Esiste un interruttore che ne regola il flusso?
E voi sapete dove si trova il vostro?
Ecco, queste sono le domande che mi sono posto in questi giorni, e cercando la radice, risalendo alla sorgente di questo sentimento, mi sono tornati alla mente una serie di momenti, o suggestioni degli stessi, che hanno in qualche modo nutrito la mia esistenza.
Il pericolo di precipitare nel vuoto emozionale ha dato origine a questi ricordi, che hanno fatto sì che le emozioni tornassero prepotentemente a galla, tracimando gioia o sofferenza, superando il limite del privato, riversandosi, ancora una volta, nella scrittura.

Una cosa è certa, per quanto mi riguarda.
Le emozioni si nutrono dell’insicurezza, come la più bella e vera musica Jazz, e nessuno di noi sa con certezza qual è il momento in cui sgorgano o conosce la loro fine.
Ma se proviamo a seguirne le tracce ritroviamo, se non il luogo dove queste nascono, almeno un flebile percorso che ci avvicina il più possibile al momento dell’origine e, forse, allo scrigno dove cerchiamo di conservarle.
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Il più lontano nella memoria, ed inspiegabilmente il più forte, è stato un ricordo legato alla mia famiglia.

Eravamo in macchina, una millecento blu, con i sedili di pelle rossa bordeaux, ed andavamo al mare, a Ladispoli, credo.
Io ero dietro, e guardavo la strada e le macchine dal vetro posteriore, come fanno molti bambini. Ero affascinato da quello scorrere di immagini, attratto dalla velocità con cui il mondo conosciuto cambiava sotto i miei occhi e spariva dalla mia vista. Il vento caldo di un’estate romana riempiva l’auto, ed il rumore confondeva i discorsi dei miei genitori .
Tutto scompariva dietro di noi, ed io non provavo nessuna paura, perché il mio mondo, tutto, era in quella vecchia 1100.
Mio padre alla guida, mia madre sul sedile accanto con mia sorella seduta in braccio ed io dietro, a controllare che nessuno ci superasse, ad osservare i pochi caseggiati che incontravamo sulla strada mentre diventavano piccolissimi e sparivano all’orizzonte.
Io non avrò avuto più di sette anni, ed il mio mondo era perfetto.

Ad un certo punto, non ricordo come, la macchina sterzò bruscamente, fino a uscire dalla strada principale e, dopo alcuni metri nello sterrato, si fermò di colpo.
Io mi voltai giusto in tempo per vedere la figura di mio padre scendere dalla macchina ed incamminarsi verso la campagna.
Ricordo lo sguardo vuoto di mia madre, i pianti di mia sorella che squarciavano un silenzio d’agosto ed una luce accecante che entrava dallo sportello che aveva lasciato aperto mio padre.
La sua figura lontana, si faceva sempre più piccola.
Non ho mai saputo cosa fosse successo in quella macchina, o meglio, su quei sedili davanti, maledetto il mio mondo di fantasia che mi aveva distratto dalla vita vera, ma ricordo, come fosse ora, la sensazione di vedere in un istante il proprio mondo che va in frantumi e la propria sicurezza disperdersi nel vento.

Perché ho conservato a lungo questa sensazione, e dove si era annidata fino ad oggi?
Un altro importante click l’ho sentito un po’ più avanti negli anni.
Avrò avuto tredici o quattordici anni e passavo almeno tre mesi d’estate nella casa che i miei avevano acquistato a Torvajanica, solitamente da solo con mia sorella più grande (i miei venivano nel week-end) o con i miei nonni.
Anche questo periodo è caratterizzato dalla ricostruzione di un mondo lontano dalla realtà.

Ero tutto il giorno al mare a costruire castelli di fantasia o ad organizzare pesche miracolose (in realtà poche manciate di granchi e telline) o per strada in bicicletta ad esplorare zone che non conoscevo, a rubare i cocomeri nel campo vicino a Pomezia, o appostato davanti edicole lontane da casa mia, in attesa del momento giusto (quando non si avvicinava nessuno) per comprare i primi giornaletti erotici
Ricordo ancora quando riuscii ad entrare nella banda del teschio rosso, un gruppo di ragazzi più grandi che si distingueva per una adesivo (appunto un teschio rosso) attaccato sulle loro biciclette o sul retro del sellino.
La prova di accettazione era superare, su una sola ruota, il canale che dall’interno portava le acque al mare, proprio sul Lungomare delle Meduse, all’inizio di via Svezia.
Il fallimento significava cadere nelle acque scure, sotto gli occhi di tutti.

Quelle, insieme alle prime sigarette, erano le emozioni più forti, o almeno quelle più consuete.
Perché in effetti, c’era un’altra cosa che mi faceva palpitare il cuore, ma non capivo perché e, forse proprio per questo, non riuscivo a gestirla.
Alla fine di via Svezia, che era una strada chiusa che finiva nei campi, c’era una casa con giardino dove una signora prendeva sempre il sole.
Noi passavamo e ripassavamo spesso davanti a quel cancelletto basso, perché, anche se eravamo abituati a vedere le signore in costume, avevamo inventato una leggenda misteriosa e segreta su quella donna che spesso ci sorrideva.

I più grandi dicevano che “quella” non andava al mare perché lì, in quella casa di cortina marrone con il giardinetto e le tende verdi, lavorava con gli uomini. Io sinceramente ero così attratto da quella pelle scura, da quei denti bianchissimi e da quel seno enorme che, quando ero nei pressi di casa sua, non riuscivo a pensare a niente.
Un giorno che passavo davanti al cancelletto in piedi sui pedali, per vedere meglio, andai a sbattere contro una macchina parcheggiata, sbucciandomi il ginocchio.
Mentre i miei amici si sganasciavano dalle risate, la signora uscì sulla strada e, alzandomi da terra, mi disse di entrare dentro per disinfettare la ferita.
Intorno a me tutti fecero silenzio e ricordo solo il ronzare della ruota della bici che continuava a girare.
Dentro, nella penombra soffusa di una casa insolitamente fresca per essere al mare, la signora si inginocchiò per passarmi dell’alcool sul ginocchio ferito.
Conservo ancora il brivido di quel bruciore.
Io continuavo a guardare la linea di congiunzione dei suoi seni e tutti quei quadri appesi alle pareti.
I seni e i quadri, la carne e la pittura.
Lei guardava i miei occhi ed il mio sangue.

Poi si alzò, sedendosi quasi sul tavolo della cucina, alzò una gamba, appoggiando il piede sul tavolo, e mi chiese se avevo mai baciato una donna.
Ovviamente non risposi, la testa bassa per la vergogna mi costringeva a tenere lo sguardo rivolto tra le sue gambe, anche se io non volevo altro.
Con due dita spostò lo slip scoprendo il suo sesso, e con l’altra mano abbassò la mia testa verso di lei.
Mi ricordo che la baciai come se avessi salutato mia sorella.
Un bacetto così, con lo schiocco e con le labbra serrate.
Lei rise, elegantemente ma di gusto, e mi disse di riprovare, di scoprire come era fatta dentro, di cercare il colore tenero, di usare le mani e la lingua.
Ovviamente non sapevo quali erano i punti fondamentali da stimolare con la lingua, per cui la tirai fuori dritta, come ad assaggiare appena un frutto sconosciuto.
Lei si toccava la parte alta del suo sesso e con l’altra mano continuava a tenermi dietro la nuca, dando il ritmo alla mia testa che per la prima volta, coscientemente eppure in modo del tutto inconsapevole, penetrava questo universo affascinante e sconosciuto e ri-viveva l’emozione della fase orale, attraverso la quale avevo già scoperto il mondo nei primi mesi di vita.

Ad un certo punto ebbi l’impressione di dover fare la pipì, una sensazione così forte che pensai di farmela sotto.
Mi alzai da quel pasto sconvolgente e chiesi se potevo andare al bagno, urgentemente, dove dal mio pisello non uscì assolutamente niente, se non qualche goccia trasparente e appiccicosa.
La vergogna e la confusione mi spinsero fuori da quella casa, senza neanche guardare in faccia la signora e mi ritrovai, in un secondo, in sella alla bicicletta, pedalando furiosamente fino a raggiungere il gruppo dei miei amici, superandoli.
Ci fermammo solo una volta arrivati in piazza, e lì le loro domande furono talmente tante che io non riuscii a rispondere.
Mi hanno preso in giro per diverso tempo, alludendo al fatto che non avevo scopato con la signora, che ero uno scemone, che potevo farmelo prendere in bocca e che forse ero anche un po’ frocio e cose così.
Io non aprii bocca, continuando a succhiare le mie labbra,
ma il sapore di quell’emozione lo conservo ancora.

Eccone un’altra, forte, tangibile, addirittura fisica.
È il cuore o la testa che l’ha riportata in vita?
Un sentimento forte, generato esclusivamente dal mio pensiero e dalla mia immaginazione, l’ho provato quando ho scritto
Perché, nonostante io abbia sempre amato la sua musica ed abbia avuto la fortuna di sentire il suo suono viscerale, ed indimenticabile, dal vivo, è solo quando ho raccontato quella storia che ho collocato la sue esperienza di vita, e anche la sua morte, nell’archivio delle mie emozioni private più intime.
È stato solo alla fine della lettura di quel racconto, non mentre lo scrivevo e neanche all’epoca dei funerali di Massimo, che ho provato un sentimento fortissimo di fratellanza e di malinconia, per quell’anima in pena e per quella genialità incompresa.
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È stata la scrittura a generarlo o questa è stata solo uno strumento catartico affinché l’emozione si manifestasse?
Il click più intimo e prezioso è ovviamente legato a D,
la donna della mia vita.
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Ma questo non è un ricordo o una suggestione, questa è la sola emozione per cui vale la pena vivere, e lei è qui, accanto a me, perciò non me ne vorrete se lo tengo ancora nel mio profondo essere, senza condividerlo con nessuno.
Una cosa però ve la posso raccontare, perché è ugualmente importante e oramai, per fortuna, è passata.
In questo oziare delle emozioni, io che ne comprendo a fondo il motivo rigeneratore e naturale, non mi trovo a mio agio.
Nel senso che per me è indissolubile il rapporto tra il mondo concreto e quello emozionale, morbido, tenero e vitale e, quando queste vengono a mancare, anche momentaneamente, è come se mi mancasse l’aria, è come se fossi svuotato dall’interno.
In questo periodo, quindi, dove non ho sentito alcun click, dove la realtà era sempre più sconociuta e la passione si allontanava, la mia vita ha perso il senso di essere tale.
Un giorno, sarà stato al massimo una ventina di giorni fa, in uno dei tanti inutili spostamenti tra il mio mondo di sogno e l’azienda della realtà, guidavo la macchina in autostrada senza riuscire a pensare a niente.
Cioè, non è che non pensavo a niente, che può essere serenamente bello, era proprio che non ci riuscivo.
Cercavo in ogni angolo di me stesso il ricordo di un’emozione, scavavo nei miei sentimenti alla ricerca di una sensazione possibile, frugavo nel mio profondo intimo nella speranza del più insignificante stimolo, aspettavo che il senso della mia vita si manifestasse, che il disegno si completasse.
E invece niente.

Allora ho chiuso gli occhi, senza togliere il piede dall’acceleratore, continuando ad andare, così, per vedere cosa si provava, se almeno in quell’istante estremo riuscivo a provare una qualsiasi sensazione.
Non so quanto sia durato, ma ho fortissima la percezione di quello che ho visto e che mi ha portato a spalancare di nuovo gli occhi.
Da un bianco lattiginoso, ho intravisto una figura che riposava, nell’ovattata sicurezza delle coperte della stabilità.

Subito riconobbi la curva morbida del collo e l’orecchio piccolo e delicato di D, i suoi capelli raccolti lo lasciavano scoperto al freddo dell’insicurezza ed alla tragicità della consuetudine.
Solo i tenui ciuffi gli davano un aria leggera e spensierata.
Le palpebre chiuse sugli occhi, leggermente più scuri per via del sonno della ragione, la bocca socchiusa in un abbandono della coscienza, il suo profilo perfetto.
Era di una bellezza unica, non ripetibile, solo lei è così.

Di colpo si alzò sul letto e, voltandosi verso di me, mi guardò.
Gli occhi divennero lucidi e la bocca stentò a parlare, nel tentativo di trattenere l’emozione. La sua espressione non era arrabbiata o disperata, ma fortemente malinconica, come quella di una bimba con la quale non si è mantenuta la parola data.
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Mi disse, solamente:
…te ne vai così, senza darmi un bacio e mi lasci qui, in questo mondo vuoto?
Poi tutto il suo viso mi sorrise, gli occhi belli e grandi, la bocca rossa come le ciliegie e aggiunse:
…ma non vuoi vedere i miei capelli imbiancare?

Ecco, in quel preciso istante ho aperto gli occhi, mentre la mia macchina correva con il fianco destro addosso al guardrail e tutti mi suonavano contro.
Ho aperto gli occhi sul mio abisso, e sono voluto tornare indietro.
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Perché D, inconsapevolmente, mi ha fatto pensare che le emozioni più forti sono nelle scelte, che la forza è nel non rassegnarsi mai e che il futuro è nei sentimenti.

Io e D vent’anni fa, abbiamo acceso un mutuo.
Un impegno comune non per acquistare una casa come fanno tutti, ma per avere, ogni giorno, anche solo una panchina dove passare i pomeriggi insieme, una semplice seduta per sorreggere il nostro reciproco amore e starcene così ad osservare il panorama del domani.
Noi, tutti i giorni, versiamo la rata ai nostri respiri, il nostro capitale è fatto di sguardi, e gli interessi sono i sentimenti e, appunto, le nostre emozioni.

Voi invece, da dove traete la forza per andare avanti?
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Nota alla selezione musicale:
1) Amandoti (sedicente cover), by CCCP from Epica Etica Etnica Pathos, Virgin giugno 1990
2) Ballata per un vicolo, by Gaetano Liguori Idea Quintet from Live at Palazzina Liberty (1977), Philology W145.2
3) Amore che vieni amore che vai, by Fabrizio De Andrè from Fabrizio De Andrè vol. 3, Ricordi 1970
4) Dans la pluie, by Chat Noir from Decoupage, Emarcy Universal 2007
5) Sì nò me Moro, by Ardecore, from CD “Chimera”, il Manifesto 2007
6) Deriva, by Remo Anzovino from Tabù, Odd Times 2008
7) Cogli la mia rosa d'amore, by Rino Gaetano from Mio fratello è figlio unico, RCA 1976
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*Giusto per dovere di cronaca, i miei sono ancora insieme dopo più di trent’anni da quel giorno.
Io ho continuato ad associare un’allegra gita di famiglia ad una possibile tragedia personale e conservo ancora il retrogusto agrodolce di una domenica di agosto nella stanza segreta delle mie emozioni.