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giovedì, 25 dicembre 2008

NUOVI SENTIMENTI - Giorgio Gaslini Ensemble & Quartet (New Feelings)


 

Io non ho mai creduto a Babbo Natale.
Cioè non ho mai creduto ad un signore che, da solo e per tutto l’anno, fabbrica regali di cui poi ne fa dono indistintamente a tutti, dico tutti i bambini.
Anche nell’altra favola lì, quella del paradiso o l’inferno, prima o poi un giudizio c’è, per cui non è possibile che esista un magnate che, senza giudicare, o volere altro in cambio, ti faccia del bene.
A meno che non sia una gigantesca operazione di marketing ed il signore, di cui sopra, non scarichi interamente il costo dell’operazione dalle tasse.
 
Secondo me è difficile credere a questo anche quando si è bimbetti, ma poi qualcuno ti fa trovare sul tavolo una montagna di regali, diffonde in giro bontà a prezzi alti e foto di questo omone barbuto e sorridente e tu, ingenuo, scettico e piccolo uomo, inizi a credere che forse esiste davvero.
D'altronde, a quell’età, non hai coscienza dei tuoi coetanei africani dei quali, per esempio in un paese come la Sierra Leone, il 18% muore prima di festeggiare il primo compleanno. 
Chiedete a loro, o ai loro fratelli, se credono in Babbo Natale.
Sarà perchè non hanno visto i regali?
.
Insomma, credere a Babbo Natale è un pò come credere all’esistenza del terrorismo così, tout court.
Per me è sempre stato difficile.
Uomini che piazzano bombe tra altri uomini o si lanciano con aerei impazziti sulle torri alte della società moderna così, per un ideale, mica per difendersi da attacchi decennali, da scarnificazioni culturali, da embarghi insostenibili, da invasioni coatte e recidive, dal prosciugamento dei propri patrimoni in cambio di briciole di carità. No, lo fanno così, per niente.
Ma poi qualcuno fa scoppiare delle bombe in giro, diffonde terrore e foto segnaletiche (magari lombrosiane, esotiche ed extraordinarie) e tu inizi ad aver paura, e pensi che forse, il terrorista, esiste davvero.[1]

 
A casa mia non abbiamo mai creduto a Babbo Natale.
 
Sarà perché a natale i regali che ci scambiamo noi sono sempre stati dei semplici nutrimenti, niente di superfluo e nessuna illusione.
Per esempio quest’anno ho ricevuto un litro di olio buono, un chilo di parmigiano, tre o quattro confezioni di caffè e i soliti, utilissimi calzini.
Certo, ho anche ricevuto il bellissimo Siena Jazz Eye, il catalogo della mostra omonima che illustra la grafica delle copertine dei dischi di Jazz o tutto il meglio di Carosello che, oltre al morbido mondo dei ricordi, illustra l’arte della pubblicità, quando ancora la pubblicità era anche arte.
Nutrimenti per il corpo o per la mente, ma sempre semplici nutrimenti.
 
Infatti la spesa me l’ha regalata mia madre, che sa quanto è dura andare avanti, ed i due libri la mia donna e mia sorella,
che davvero mi conoscono e mi amano.
Quale Babbo Natale.

Babbo Natale, il babbo di questa società consumistica di oggi, è un generico, una macchietta della vita moderna, un superficialone che in realtà privilegia l’opulenza e la quantità a scapito della qualità.
È un cabarettista fallito nella sua arte a buon mercato e un uomo di successo presso un pubblico a buon mercato.
È un furbetto che, con la scusa della bontà per tutti, ha messo in piedi un impero commerciale, fatto di illusioni a buon mercato (che sono semplici trucchi che durano poco, mica sono i sogni), che sparge fumo per gli occhi e trappole per gli uomini liberi.
Il suo laboratorio incantato, con la facciata da baita innevata, con i gentili gnomi che lo aiutano, in realtà è una copertura per una delle tante fabbriche sparse per il mondo in cui si sfrutta la mano d’opera minorile per l’iperproduzione volta al profitto, per il consumismo inutile e fine a se stesso, niente a che vedere con il bello, l’utile o il necessario.
La sua squadra di lavoro, altro non è che un branco di iene affamate che seguono il capobranco solo perché ne hanno paura, perché si ingozzano degli avanzi che lui lascia e sperano, un giorno, di prendere loro quell’ambìto primo posto.
Niente a che vedere con unità, fratellanza e affiatamento.
 
Ma questo nessuno ce lo fa vedere, per cui voi non ci credete, vero?

 
E voi credete invece che una stupida trasmissione dove si aprono pacchi, un gioco molto simile a quello che si svolge la sera di natale in molte case, dove non devi sapere niente, sperando di cambiare vita così, senza pensare a niente, riesca a regalare fino a 500.000€, quando il massimo che riesce a fare il nostro governo è offrire una Social Card da 40€ al mese ad una delle sue fasce più deboli?
 
Voi credete che la Sardegna buona sia davvero quella del Billionaire o, quella cattiva, sia ancora quella dell’anonima sarda con i suoi rapimenti?
Nessuno parla dell’insostenibilità dei poligoni sperimentali, degli insediamenti NATO e delle molte morti e malformazioni per via dell’utilizzo di uranio da parte dei militari nella nostra più bella isola?

 
Come è possibile che conosciamo i nomi, le passioni, le lettere d’amore e persino i soprannomi dei protagonisti della strage di Erba, che abbiamo visto più e più volte il freddo plastico, il gruignolesco palcoscenico, la perfetta ricostruzione della sanguinosa scenografia dell’omicidio del piccolo Samuele e sappiamo poco o nulla del Petrolchimico di Marghera (157 morti e 103 malati tra gli operai nonchè un disastro ambientale con 120 discariche abusive e 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici riversati in laguna), del vero perché dell’ampliamento della base militare di Vicenza (una delle 113 basi militari USA nel nostro paese, veri depositi di ogive nucleari, di cui lo Stato italiano sovvenziona il 41% dei costi di manutenzione), dei cantieri navali di Monfalcone (tra i primi ad utilizzare in maniera industriale l’amianto, la cui nocività nel mondo era nota già dal 1940 ma, in Italia messo fuori legge solo negli anni ’70, di cui i lavoratori non sono mai stati messi al corrente), del poligono interforze del Salto di Quirra (frazione di Villaputzu, 150 abitanti, venti persone colpite da tumori al sistema emolinfatico), dell’assurdo ricatto occupazionale dell’ILVA (ex Italsider) fabbrica alla diossina di Taranto?
 
Vogliamo parlare degli allarmi di Confindustria e di come venga manipolata la legge sulla flessibilità per creare precariato?

 
Insomma, io non ho mai creduto a Babbo Natale, almeno non a quello in cui vogliono credere tutti, a quello che ci hanno sempre fatto vedere, bello, grasso, sorridente e pacioso.
Preferisco altre figure, magari più impegnate e talvolta scomode, meno graziose nell’immediato ma di una bellezza profonda, magari poco condivisibili (al limite dell’asocialità) ma certamente vere, importanti ed uniche, che ci regalano piccoli barlumi di coscienza, squarci di sanità mentale, stralci di vita quotidiana che rasentano la tragedia e, allo stesso tempo, la più alta delle poesie.
Persone come Massimo Carlotto, che in Perdas de Fogu utilizza l’arte del racconto per far luce su un’inchiesta che la magistratura non compie, come Roberto Saviano che con il suo Gomorra ha messo a disposizione di tutti le analisi e le lastre, già fatte ma tenute nascoste, di una società malata di una malattia mortale come la camorra, come Ascanio Celestini che in Parole Sante ha dato voce, e l’unica veste di rispetto, agli oltre cinquemila lavoratori della Atesia, tenuti nascosti agli occhi dei più e lontani da tutti i salotti televisivi dove si parla di precarietà come nuova forma mobile di lavoro.
 
Per me questi sono i veri regali, opere che offrono un tassello di sapere, un briciolo di conoscere, un pacco di condividere.
 Come il disco che state ascoltando, “Nuovi Sentimenti”, una suite scritta da Giorgio Gaslini nell’inverno tra il 1965 ed il 1966, incisa con i maggiori protagonisti del jazz moderno mondiale, come Don Cherry, Gato Barbieri, Steve Lacy e un giovanissimo Enrico Rava.
.
Giorgio Gaslini - New Feelings
 LP cover of second edition on EMI - 1974
.
.
Pensate all’Italia di quegli anni, dove ovviamente i concerti di Charles Mingus con Eric Dolphy suscitavano pareri fortemente contrastanti e invece, Duke Ellington con Ella Fitzgerald riempivano le sale (a 5.000£ a poltrona, l’equivalente di un paio di scarpe, quando lo stipendio medio era di 80.000£ al mese).
Se nel ’64 si era decretata la fine del miracolo economico, il ’65 vede le imprese in piena recessione e l’inizio del fangoso intreccio tra affari e politica.
Il 1966 è l’anno dove si assiste alla sanguinosa offensiva degli USA al Vietnam, l’anno dove viene nominato per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un ministro di colore, Robert Weaver (mossa anche di propaganda per arruolare giovani afroamericani alla guerra),
dove si discute la legge per l’istituzione della scuola materna statale (che è una realtà in tutta europa, mentre in Italia è fortemente osteggiata dalla chiesa a favore degli asili privati).
 Il ’66 è l’anno dove l’Arno rompe gli argini e colpisce al cuore Firenze,
dove si incomincia a parlare del “pianeta Cina”,
l’anno in cui la Montecatini e la Edison si fondono nella Montedison, la più ambita società italiana dove si scateneranno i primi grossi appetiti condivisi tra la politica e l’industria italiana.

 
Nel 1966 si svolse anche la sedicesima edizione del Festival di Sanremo, vinta da Domenico Modugno che in coppia con Gigliola Cinguetti cantano “Dio come ti amo”.
Ma per fortuna è anche l’anno di “Uccellacci e uccellini” di Pasolini, del primo LP di Fabrizio De Andrè, di “Blow Up” di Michelangelo Antonioni, del primo “Ci ragiono e canto” della coppia Dario Fo e Franca Rame, è l’anno in cui Mario Schifano dipinge la serie “compagni, compagni”.
 
Anno in cui si manifestano sofferenze, dove si ispirano rivolte culturali, dove si posano micce che si accenderanno poco più avanti.
 
Il ’68, infatti, è futuro prossimo.
 
Se non vedete analogie, è solo perché non ve le hanno mai volute far vedere, ma se aprite bene gli occhi, le troverete tutte intorno.
 
Per cui fa bene Gaslini a mettere in piedi un’opera del genere, ad indicare dei valori nuovi, a legare la sua opera alla vita ed ai problemi del momento storico in cui viene prodotta, immergendola pienamente in un contesto politico al quale la musica è indissolubilmente legata, del quale ne fa parte.
 
“con questa opera l’autore ci offre il privilegio di riflettere sui termini di un linguaggio che guarda con coraggio al futuro, rischiando anche di essere urtante…” [2]
 
Gaslini sembra affermare che abbiamo bisogno di qualità creativa, di impegno culturale, di organici senza confini che parlino la stessa lingua, di iniziare a pensare a come agire anziché, semplicemente assistere, di partecipare ed inventare le future pagine musicali, invece che continuare a leggere le parti scritte dagli uomini del passato.
 
Questo disco dice anche che abbiamo bisogno di dignità e di rabbia,
di NUOVI SENTIMENTI,
appunto.
 
Voi invece oggi, avete ancora bisogno di Babbo Natale?

 
GIORGIO GASLINI - Ensemble & Quartet
NUOVI SENTIMENTI - New feelings
 
Giorgio Gaslini (p), Don Cherry (pocket tp), Steve Lacy (sop. s), Gato Barbieri (ten. s), Gianni Bedori (alto s, fl), Enrico Rava (tp), Jean-François Jenny Clarke (bass), Franco Tonani (drums), Ken Carter (bass), Aldo Romano (drums).
 
Recorded in Milan, 1966 February 4th
 
Lato 1:
1.    Recitativo e aria – 9’44”
2.    Marcia dell’uomo – 7’24”
 
Lato 2:
1.    Nuovi Sentimenti – 11’05”
2.    Rotazione – 8’10”

LP cover of first edition on EMI - 1966

.

Tutte le immagini sono opera di George Grosz (Berlino 1893 - 1959)


[1] Il parallelo tra Babbo Natale ed il terrorismo nasce da una chiacchierata con Ascanio Celestini.
[2] Franco Fayenz dalle note di copertina

lunedì, 01 dicembre 2008

Emotional Click


 

..

 

 

Quando manco da queste pagine, è perché aspetto che ci sia quello scatto emozionale che possa dare un senso alle mie parole.

Potrei anche scrivere esclusivamente con la tecnica, in effetti questo blog è nato come spazio musicale, per cui potrei campare di rendita solo descrivendovi di volta in volta l’ascolto di un vecchio disco o dandovi l’annuncio di una nuova uscita discografica, ma è dalle emozioni che mi lascio trasportare, per cui quando queste oziano, io le lascio stare.

In questi giorni ho letto molto ed ho approfittato per mettere a posto i miei libri, inserendone alcuni anche sugli scaffali di una libreria elettronica che, se ne avete voglia, potete visitare ciccando qui.
Una cosa inutile, oziosa, che occupa il mio tempo quando non so cosa altro fare.
 
Ma si sa, l’ozio è una grande e rara virtù, per cui anche se le mie emozioni sembrano latitare, tutto questo spazio libero nella mia testa mi ha costretto a mettere a posto anche i miei pensieri ed a riflettere ancora più assiduamente sulle emozioni.

Nascono da eventi esterni al nostro essere e ci vuole una determinata predisposizione all’ascolto o sono insite nei nostri pensieri profondi e dobbiamo solo sapere come fare per farle venire in superficie?
Dove si annidano queste sensazioni?
È il cuore o la testa che le fa liberare in volo?
Esiste un interruttore che ne regola il flusso?
E voi sapete dove si trova il vostro?
 
Ecco, queste sono le domande che mi sono posto in questi giorni, e cercando la radice, risalendo alla sorgente di questo sentimento, mi sono tornati alla mente una serie di momenti, o suggestioni degli stessi, che hanno in qualche modo nutrito la mia esistenza.
Il pericolo di precipitare nel vuoto emozionale ha dato origine a questi ricordi, che hanno fatto sì che le emozioni tornassero prepotentemente a galla, tracimando gioia o sofferenza, superando il limite del privato, riversandosi, ancora una volta, nella scrittura.

Una cosa è certa, per quanto mi riguarda.
Le emozioni si nutrono dell’insicurezza, come la più bella e vera musica Jazz, e nessuno di noi sa con certezza qual è il momento in cui sgorgano o conosce la loro fine.
Ma se proviamo a seguirne le tracce ritroviamo, se non il luogo dove queste nascono, almeno un flebile percorso che ci avvicina il più possibile al momento dell’origine e, forse, allo scrigno dove cerchiamo di conservarle.
.
Il più lontano nella memoria, ed inspiegabilmente il più forte, è stato un ricordo legato alla mia famiglia.

  
Eravamo in macchina, una millecento blu, con i sedili di pelle rossa bordeaux, ed andavamo al mare, a Ladispoli, credo.
Io ero dietro, e guardavo la strada e le macchine dal vetro posteriore, come fanno molti bambini. Ero affascinato da quello scorrere di immagini, attratto dalla velocità con cui il mondo conosciuto cambiava sotto i miei occhi e spariva dalla mia vista. Il vento caldo di un’estate romana riempiva l’auto, ed il rumore confondeva i discorsi dei miei genitori .
Tutto scompariva dietro di noi, ed io non provavo nessuna paura, perché il mio mondo, tutto, era in quella vecchia 1100.
Mio padre alla guida, mia madre sul sedile accanto con mia sorella seduta in braccio ed io dietro, a controllare che nessuno ci superasse, ad osservare i pochi caseggiati che incontravamo sulla strada mentre diventavano piccolissimi e sparivano all’orizzonte.
 
Io non avrò avuto più di sette anni, ed il mio mondo era perfetto.

  
 Ad un certo punto, non ricordo come, la macchina sterzò bruscamente, fino a uscire dalla strada principale e, dopo alcuni metri nello sterrato, si fermò di colpo.
Io mi voltai giusto in tempo per vedere la figura di mio padre scendere dalla macchina ed incamminarsi verso la campagna.
Ricordo lo sguardo vuoto di mia madre, i pianti di mia sorella che squarciavano un silenzio d’agosto ed una luce accecante che entrava dallo sportello che aveva lasciato aperto mio padre.
 
La sua figura lontana, si faceva sempre più piccola.
 
Non ho mai saputo cosa fosse successo in quella macchina, o meglio, su quei sedili davanti, maledetto il mio mondo di fantasia che mi aveva distratto dalla vita vera, ma ricordo, come fosse ora, la sensazione di vedere in un istante il proprio mondo che va in frantumi e la propria sicurezza disperdersi nel vento.

 
Perché ho conservato a lungo questa sensazione, e dove si era annidata fino ad oggi?
 
Un altro importante click l’ho sentito un po’ più avanti negli anni.
Avrò avuto tredici o quattordici anni e passavo almeno tre mesi d’estate nella casa che i miei avevano acquistato a Torvajanica, solitamente da solo con mia sorella più grande (i miei venivano nel week-end) o con i miei nonni.
Anche questo periodo è caratterizzato dalla ricostruzione di un mondo lontano dalla realtà.

 
Ero tutto il giorno al mare a costruire castelli di fantasia o ad organizzare pesche miracolose (in realtà poche manciate di granchi e telline) o per strada in bicicletta ad esplorare zone che non conoscevo, a rubare i cocomeri nel campo vicino a Pomezia, o appostato davanti edicole lontane da casa mia, in attesa del momento giusto (quando non si avvicinava nessuno) per comprare i primi giornaletti erotici
Ricordo ancora quando riuscii ad entrare nella banda del teschio rosso, un gruppo di ragazzi più grandi che si distingueva per una adesivo (appunto un teschio rosso) attaccato sulle loro biciclette o sul retro del sellino.
La prova di accettazione era superare, su una sola ruota, il canale che dall’interno portava le acque al mare, proprio sul Lungomare delle Meduse, all’inizio di via Svezia.
Il fallimento significava cadere nelle acque scure, sotto gli occhi di tutti.

 
Quelle, insieme alle prime sigarette, erano le emozioni più forti, o almeno quelle più consuete.
 
Perché in effetti, c’era un’altra cosa che mi faceva palpitare il cuore, ma non capivo perché e, forse proprio per questo, non riuscivo a gestirla.
 
Alla fine di via Svezia, che era una strada chiusa che finiva nei campi, c’era una casa con giardino dove una signora prendeva sempre il sole.
Noi passavamo e ripassavamo spesso davanti a quel cancelletto basso, perché, anche se eravamo abituati a vedere le signore in costume, avevamo inventato una leggenda misteriosa e segreta su quella donna che spesso ci sorrideva.

 
I più grandi dicevano che “quella” non andava al mare perché lì, in quella casa di cortina marrone con il giardinetto e le tende verdi, lavorava con gli uomini. Io sinceramente ero così attratto da quella pelle scura, da quei denti bianchissimi e da quel seno enorme che, quando ero nei pressi di casa sua, non riuscivo a pensare a niente.
 
Un giorno che passavo davanti al cancelletto in piedi sui pedali, per vedere meglio, andai a sbattere contro una macchina parcheggiata, sbucciandomi il ginocchio.
Mentre i miei amici si sganasciavano dalle risate, la signora uscì sulla strada e, alzandomi da terra, mi disse di entrare dentro per disinfettare la ferita.
Intorno a me tutti fecero silenzio e ricordo solo il ronzare della ruota della bici che continuava a girare.
 
Dentro, nella penombra soffusa di una casa insolitamente fresca per essere al mare, la signora si inginocchiò per passarmi dell’alcool sul ginocchio ferito.
Conservo ancora il brivido di quel bruciore.
 
Io continuavo a guardare la linea di congiunzione dei suoi seni e tutti quei quadri appesi alle pareti.
I seni e i quadri, la carne e la pittura.
Lei guardava i miei occhi ed il mio sangue.

 
Poi si alzò, sedendosi quasi sul tavolo della cucina, alzò una gamba, appoggiando il piede sul tavolo, e mi chiese se avevo mai baciato una donna.
Ovviamente non risposi, la testa bassa per la vergogna mi costringeva a tenere lo sguardo rivolto tra le sue gambe, anche se io non volevo altro.
Con due dita spostò lo slip scoprendo il suo sesso, e con l’altra mano abbassò la mia testa verso di lei.
 
Mi ricordo che la baciai come se avessi salutato mia sorella.
Un bacetto così, con lo schiocco e con le labbra serrate.
 
Lei rise, elegantemente ma di gusto, e mi disse di riprovare, di scoprire come era fatta dentro, di cercare il colore tenero, di usare le mani e la lingua.
Ovviamente non sapevo quali erano i punti fondamentali da stimolare con la lingua, per cui la tirai fuori dritta, come ad assaggiare appena un frutto sconosciuto.
Lei si toccava la parte alta del suo sesso e con l’altra mano continuava a tenermi dietro la nuca, dando il ritmo alla mia testa che per la prima volta, coscientemente eppure in modo del tutto inconsapevole, penetrava questo universo affascinante e sconosciuto e ri-viveva l’emozione della fase orale, attraverso la quale avevo già scoperto il mondo nei primi mesi di vita.

 
Ad un certo punto ebbi l’impressione di dover fare la pipì, una sensazione così forte che pensai di farmela sotto.
Mi alzai da quel pasto sconvolgente e chiesi se potevo andare al bagno, urgentemente, dove dal mio pisello non uscì assolutamente niente, se non qualche goccia trasparente e appiccicosa.
 
La vergogna e la confusione mi spinsero fuori da quella casa, senza neanche guardare in faccia la signora e mi ritrovai, in un secondo, in sella alla bicicletta, pedalando furiosamente fino a raggiungere il gruppo dei miei amici, superandoli.
 
Ci fermammo solo una volta arrivati in piazza, e lì le loro domande furono talmente tante che io non riuscii a rispondere.
Mi hanno preso in giro per diverso tempo, alludendo al fatto che non avevo scopato con la signora, che ero uno scemone, che potevo farmelo prendere in bocca e che forse ero anche un po’ frocio e cose così.
 
Io non aprii bocca, continuando a succhiare le mie labbra,
ma il sapore di quell’emozione lo conservo ancora.

 
Eccone un’altra, forte, tangibile, addirittura fisica.
È il cuore o la testa che l’ha riportata in vita?
 
Un sentimento forte, generato esclusivamente dal mio pensiero e dalla mia immaginazione, l’ho provato quando ho scritto
 “Il Borgataro delle stelle”, il racconto su Massimo Urbani.
 
Perché, nonostante io abbia sempre amato la sua musica ed abbia avuto la fortuna di sentire il suo suono viscerale, ed indimenticabile, dal vivo, è solo quando ho raccontato quella storia che ho collocato la sue esperienza di vita, e anche la sua morte, nell’archivio delle mie emozioni private più intime.
 
È stato solo alla fine della lettura di quel racconto, non mentre lo scrivevo e neanche all’epoca dei funerali di Massimo, che ho provato un sentimento fortissimo di fratellanza e di malinconia, per quell’anima in pena e per quella genialità incompresa.
.
Max
 
È stata la scrittura a generarlo o questa è stata solo uno strumento catartico affinché l’emozione si manifestasse?
 
Il click più intimo e prezioso è ovviamente legato a D,
la donna della mia vita.
.
D+
 
Ma questo non è un ricordo o una suggestione, questa è la sola emozione per cui vale la pena vivere, e lei è qui, accanto a me, perciò non me ne vorrete se lo tengo ancora nel mio profondo essere, senza condividerlo con nessuno.
Una cosa però ve la posso raccontare, perché è ugualmente importante e oramai, per fortuna, è passata.
 
In questo oziare delle emozioni, io che ne comprendo a fondo il motivo rigeneratore e naturale, non mi trovo a mio agio.
Nel senso che per me è indissolubile il rapporto tra il mondo concreto e quello emozionale, morbido, tenero e vitale e, quando queste vengono a mancare, anche momentaneamente, è come se mi mancasse l’aria, è come se fossi svuotato dall’interno.
 
In questo periodo, quindi, dove non ho sentito alcun click, dove la realtà era sempre più sconociuta e la passione si allontanava, la mia vita ha perso il senso di essere tale.
 
D self portrait
Un giorno, sarà stato al massimo una ventina di giorni fa, in uno dei tanti inutili spostamenti tra il mio mondo di sogno e l’azienda della realtà, guidavo la macchina in autostrada senza riuscire a pensare a niente.
Cioè, non è che non pensavo a niente, che può essere serenamente bello, era proprio che non ci riuscivo.
 
Cercavo in ogni angolo di me stesso il ricordo di un’emozione, scavavo nei miei sentimenti alla ricerca di una sensazione possibile, frugavo nel mio profondo intimo nella speranza del più insignificante stimolo, aspettavo che il senso della mia vita si manifestasse, che il disegno si completasse.
 
E invece niente.

 
Allora ho chiuso gli occhi, senza togliere il piede dall’acceleratore, continuando ad andare, così, per vedere cosa si provava, se almeno in quell’istante estremo riuscivo a provare una qualsiasi sensazione.
Non so quanto sia durato, ma ho fortissima la percezione di quello che ho visto e che mi ha portato a spalancare di nuovo gli occhi.
 
Da un bianco lattiginoso, ho intravisto una figura che riposava, nell’ovattata sicurezza delle coperte della stabilità.

Subito riconobbi la curva morbida del collo e l’orecchio piccolo e delicato di D, i suoi capelli raccolti lo lasciavano scoperto al freddo dell’insicurezza ed alla tragicità della consuetudine.
Solo i tenui ciuffi gli davano un aria leggera e spensierata.
Le palpebre chiuse sugli occhi, leggermente più scuri per via del sonno della ragione, la bocca socchiusa in un abbandono della coscienza, il suo profilo perfetto.
 
Era di una bellezza unica, non ripetibile, solo lei è così.

 
Di colpo si alzò sul letto e, voltandosi verso di me, mi guardò.
Gli occhi divennero lucidi e la bocca stentò a parlare, nel tentativo di trattenere l’emozione. La sua espressione non era arrabbiata o disperata, ma fortemente malinconica, come quella di una bimba con la quale non si è mantenuta la parola data.
.
D self-portrait
 
Mi disse, solamente:
…te ne vai così, senza darmi un bacio e mi lasci qui, in questo mondo vuoto?
 
Poi tutto il suo viso mi sorrise, gli occhi belli e grandi, la bocca rossa come le ciliegie e aggiunse:
…ma non vuoi vedere i miei capelli imbiancare?

 
Ecco, in quel preciso istante ho aperto gli occhi, mentre la mia macchina correva con il fianco destro addosso al guardrail e tutti mi suonavano contro.
 
Ho aperto gli occhi sul mio abisso, e sono voluto tornare indietro.
.
Perché D, inconsapevolmente, mi ha fatto pensare che le emozioni più forti sono nelle scelte, che la forza è nel non rassegnarsi mai e che il futuro è nei sentimenti.

Io e D vent’anni fa, abbiamo acceso un mutuo.
Un impegno comune non per acquistare una casa come fanno tutti, ma per avere, ogni giorno, anche solo una panchina dove passare i pomeriggi insieme, una semplice seduta per sorreggere il nostro reciproco amore e starcene così ad osservare il panorama del domani.
Noi, tutti i giorni, versiamo la rata ai nostri respiri, il nostro capitale è fatto di sguardi, e gli interessi sono i sentimenti e, appunto, le nostre emozioni.

 
Voi invece, da dove traete la forza per andare avanti?
 
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Tutti i  dipinti e le illustrazioni che commentano questo post, sono i frutti della passione di D+
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Nota alla selezione musicale:
1) Amandoti (sedicente cover), by CCCP from Epica Etica Etnica Pathos, Virgin giugno 1990
2) Ballata per un vicolo, by Gaetano Liguori Idea Quintet from Live at Palazzina Liberty (1977), Philology W145.2
3) Amore che vieni amore che vai, by Fabrizio De Andrè from Fabrizio De Andrè vol. 3, Ricordi 1970
4) Dans la pluie, by Chat Noir from Decoupage, Emarcy Universal 2007
5) Sì nò me Moro, by Ardecore, from CD “Chimera”, il Manifesto 2007
6) Deriva, by Remo Anzovino from Tabù, Odd Times 2008
7) Cogli la mia rosa d'amore, by Rino Gaetano from Mio fratello è figlio unico, RCA 1976
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*Giusto per dovere di cronaca, i miei sono ancora insieme dopo più di trent’anni da quel giorno.
Io ho continuato ad associare un’allegra gita di famiglia ad una possibile tragedia personale e conservo ancora il retrogusto agrodolce di una domenica di agosto nella stanza segreta delle mie emozioni.

postato da: jazzfromitaly alle ore 19:28 | link | commenti (38)
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