Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
Questo blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale, ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001 – pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001. Lo stesso, non ha nessuna finalità di lucro. Premesso che tutto il materiale pubblicato su Internet e' di dominio pubblico, si specifica che le opere qui citate, i filmati, le immagini e i sample audio, sono parzialmente pubblicate al solo scopo divulgativo, documentario, illustrativo e culturale, in ottemperanza all'articolo 70, comma 1 e 1-bis, della legge 633 sul diritto d'autore. L'articolo 70, comma 1 recita: " Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali." Il comma 1-bis recita: " È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma." Gli autori o eventuali proprietari del copyright sul materiale qui illustrato, che vedessero lesi i propri diritti, possono richiederne l'eventuale rimozione inviando una mail all’autore del blog.
Proprio oggi, in questo stesso giorno di due anni fa, Tony Scott lasciava questa forma di vita, per come la conosciamo noi, per raggiungere i suoi più grandi amici che gli avranno certamente tenuto un posto d’onore lassù, come meritava, nell’olimpo del Jazz.
E sì, perché Anthony Joseph Sciacca aveva il Jazz nel sangue, quel sangue di mille colori che gli scorreva nelle vene al ritmo sincopato di una metropoli americana, che gli alimentava il suo grande cuore italiano, che lo faceva respirare con calma ed in sintonia con tutto il mondo, dalla piccola Salemi, terra d’origine in provincia di Trapani, alla frenetica New York.
Un'armonia naturale con il tutto, che gli permetteva di esprimersi, e di farsi comprendere, sia nell'Oriente misterioso ed affascinante dove Tony ha vissuto e suonato dal ’60 al ’65, sia nell’Africa più nera, sua ritmica casa ancestrale sul finire dei Sessanta, e che lo ha portato a scoprire, o ritrovare, le sue radici anche nella città di eterna bellezza nella quale si trasferì negli anni ’70 e dove rimase fino alla fine.
Avrei potuto raccontare le sue origini, da subito intrise di musica, la sua vita da eterno girovago, il suo immenso studio ed amore per il clarinetto, strumento al quale Tony Scott è riuscito a donare nuova vita dopo che questi era stato “relegato” ad un suono di tipo tradizionale.
Avrei potuto raccontare degli incontri magici e speciali con Charlie Parker, Lester Young, Bill Evans, John Coltrane o anche con il nostro Massimo Urbani, ma non sarei riuscito a descrivere il suo amore, ricambiato, per la figura e la voce di Lady Day.
Certo, avrei potuto raccontare dei numerosi premi che gli sono stati attribuiti per ben otto anni di seguito (dal ’53 al ’60) dalle critiche internazionali, su tutte quelle di Down Beat e Metronome, delle interminabili Jam session che alimentava con il suo fare stravagante ed instancabile, della riconoscenza che i nostri più importanti musicisti gli hanno sempre riconosciuto, tra cui Franco Cerri, Marcello Rosa, Romano Mussolini e Mario Rusca.
Avrei potuto ma, come sempre più spesso mi accade in questo periodo, ritengo che le fotografie, la sua voce e, soprattutto la sua musica, possano raccontare molto più in profondità di queste o di altre mille parole.
E allora preferisco ricordarlo con questo disco raro, non solo perché fuori commercio ed inciso con Franco Cerri in esclusiva per Ugo Malobbia, grande appassionato di Jazz, non solamente perché ci permette di ascoltare direttamente le parole di Tony e neanche perché contiene una preziosa registrazione in cui Tony accompagna Billie Holiday al pianoforte.
No, preferisco condividere con voi questo disco perché documenta una traccia del suo universo musicale, fatto certamente di swing, ma soprattutto fatto di sfumature, di accenti unici, come la sua stessa voce, di sue composizioni che ha voluto dedicare ai grandi di questa musica, suoi compagni, amici, fratelli.
Perchè in questo disco, Tony stesso racconta il suo universo fatto di Jazz, insomma.
Ciao Tony, grazie, e salutame ‘a Lady.
Credits:
Label: Malobbia
Catalog#: CM 003
Format: LP
Country: Italy
Released: 1976, september
Franco Cerri (el. g., bass, vocal),
Tony Scott (cl., ten. sax, bar. sax, p., vocal)
Bunnie Foy (vocal),
Santino Palumbo (p.), Stefano Cerri (el. bass), Carlo Sola (drums)
Lino Benso (drums on “Blues Story”)
Tracklisting:
A1) Blues Story (F. Cerri, T. Scott)
A2) Lady Day (T. Scott)
A3) Satin Doll (D. Ellington)
B1) Take The «A» Train (D. Ellington)
B2) Blues for Charlie Parker (T. Scott)
B3) Stella by Starlight (V. Young)
B4) Sophisticated Lady (D. Ellington)
B5) Lester Leaps In (L. Young)
.
.
Nota alla selezione musicale:
La traccia di apertura, è "Za-Zen",
tratta dall'album di Tony Scott "Music for Zen Meditation (and Other Joys)",
Verve V6-8634
inciso nel febbraio 1964 a Tokyo da
Tony Scott (cl.), Shinichi Yuize (koto) e Hozan Yamamoto (shakuhachi)
Se questo fosse un blog serio sul Jazz, o una testata musicale di tutto rispetto, come Metronome, Down Beat o com’era una volta JazzIt, questo album si presterebbe perfettamente ad un Blindfold Test.
La ruggente melodia del sinuoso sax tenore, la frantumazione dei cristalli armonici del pianoforte, il sostegno e l’improvvisazione totale del basso, il beat della batteria che dona forma al ritmo, la scelta particolare delle sei tracce, insomma, tutto potrebbe essere un vero e proprio banco di prova per le vostre capacità analitiche, o più semplicemente un gioco che potrebbe riservare inimmaginabili sorprese.
Ma dal momento che questo è solo un blog semiserio, la piccola espressione di un jazzofilo incallito e che, quando parlo esclusivamente di musica siete sempre di meno a lasciare commenti, vi sbatto in faccia subito la verità, anzi due verità, o più precisamente una verità ed una confessione.
La verità ha l’immagine della cover qua sotto.
La confessione è che io, che ho acquistato questo LP nel ’96, non l’ho ascoltato per diverso tempo perché, nonostante lo trovavo tra gli album meglio suonati che avevo, lo ritenevo uno degli esempi meno costruttivi del nuovo Jazz italiano, un perfetto disco di emulazione della musica afroamericana, un riuscito rifacimento del jazz, insomma.
Oggi invece, che lo ascolto con le orecchie di un uomo nuovo, penso quanto stupido io possa esser stato.
Non solo perché il feeling tra i quattro è raro e vibrante, neanche perché le tracce scelte hanno una loro identità precisa, essendo figlie di autori come Coltrane, Miles Davis, Sonny Rollins, McCoy Tyner o Jimmy Garrison e nemmeno per la location, quel Centro Culturale Pirelli che è stato palcoscenico di un aspetto culturale che in Italia, forse, non c’è più.
No, mi sento stupido perché ho ripensato a questo disco solo dal momento che ho visto, sullo scaffale di una libreria romana, la sua ri-edizione in CD da parte della Cinedelic.
Sedici euro vale la mia integrità amatoriale.
Allora ho comprato sei cd della Blue Note in offerta, tra cui Lee Morgan, Donald Byrd, Freddie Hubbard, Hank Mobley ed il magnifico Sometihin’ Else di Cannonball Adderley.
Poi kwanza di Archie Shepp, un Best Of degli African Jazz Pioneers, il bellissimo Home is where the music is di Masekela, Art Ensemble of Soweto (che il vinile l’ho consumato) e African Jazz’n’Jive, una compilation del Jazz originario delle township sudafricane.
Niente Jazz italiano, per non dimenticare.
Eppure, una volta tornato a casa, ho messo sul piatto il vinile “Jazz al Centro Pirelli” e non riesco a smettere di ascoltarlo, infatti è ancora lì che gira.
Secondo voi, quante volte un uomo può cambiare idea senza sentirsi incoerente?
Credits:
Label: Ed. ARCOPHON
esclusivo per Pirelli
Catalog#: AP 1
Format: LP
Country: Italy
Released: 1970
Gianni Basso (tenor sax), Renato Sellani (piano),
Giorgio Azzolini (bass), Gilberto “GIL” Cuppini (drums)
Questi due uomini hanno suonato la Storia del Jazz in Italia.
Oscar Valdambrini (Torino 1924 – Roma 1997) ha aspettato anni prima di decidersi a debuttare in pubblico, fino a quel V° Festival del Jazz, nel marzo del ’55, quando ha presentato il Sestetto italiano, con Gianni Basso al tenore. Da quel momento molte pagine fondamentali di questa Storia riportano il suo nome. È stato, con Nunzio Rotondo, la tromba più importante e rappresentativa del Jazz italiano.
Dino Piana ( Refrancore, Asti, 1930) è una voce unica nel panorama, anche per la scelta del trombone a pistoni. Dopo aver vinto la Coppa del Jazz, nel 1960, entra nel gruppo di Basso & Valdambrini.
Dice di lui Enrico Cogno, che è arrivato agli anni ’70 in tempo per aver imparato tutta la lezione del Jazz ed aver capito quanto poco sia servito averlo fatto in questo modo.
Il disco è tra i più sensuali ed affascinanti di quell’anno, con titoli e richiami esotici che riflettono una luce mediterranea sulla musica afro-americana.
Che altro aggiungere, gustatevelo con i piedi sul tavolino, come un buon cognac invecchiato.
Avete mai sfogliato il primo numero della rivista Musica Jazz?
Ecco, io nei miei anni di ricerca ho cercato di raccogliere anche il materiale editoriale "intorno" al Jazz italiano perché, se è vero che l’originalità e la forza del Jazz è nell’ascolto dal vivo, che permette di godere della sua caratteristica unica legata all’improvvisazione, se è altrettanto vero che la documentazione su disco è stato il processo che ha permesso la massima diffusione della musica ed ha permesso a noi posteri di godere di quei momenti entusiastici in cui ancora non c’eravamo, vero è anche che, la storia del Jazz, il racconto delle varie esibizioni, la traduzione degli scritti d’oltreoceano, le recensioni di dischi a noi sconosciuti, le interviste ai protagonisti, fino allo spazio dedicato al dibattito tra modernisti e tradizionalisti, passa per la carta stampata.
Per cui, con immenso piacere ed infinita riconoscenza, pubblico l’informazione di un’iniziativa unica nella sua rilevanza storica e culturale che ho ricevuto da Francesco Martinelli, musicologo, ricercatore discografico, giornalista musicale che ha una colonna fissa sul bellissimo magazine on line Point of Departure, docente di storia del Jazz ai seminari di Siena e direttore del Centro Studi Arrigo Polillo, curatore della mostra Siena Jazz Eye, della discografia di Evan Parker, di quella di Mario Schiano, di Anthony Braxton e di molto, molto altro.
Ritengo unico nel suo genere questo ulteriore impegno del Centro Studi, perché viene a colmare una lacuna che nel nostro paese è oramai una pratica diffusa, e purtroppo in tutti i campi, quella cioè di non conservare la memoria degli avvenimenti che hanno contribuito allo sviluppo di una coscienza artistica e culturale che, ovviamente, si è costantemente intrecciata con l’evoluzione sociale e politica dello stesso paese e dei suoi abitanti.
Forse per qualcuno, questo mio salto nel passato avrà un che di “conservatore”, specialmente in questo periodo che sto concentrando i miei scritti intorno al ’68, ma mi piace pensare che tutte le rivoluzioni culturali non avrebbero potuto essere, se si fossero ignorate le radici delle stesse.
Io non ho mai visto nascere il domani se non quando questo era la fine dell’oggi, ed in perfetta continuità con ciò che era stato ieri.
Cioè intendo quando, lasciandosi andare al flusso, se ne conosce la sorgente e si cerca di intravedere la foce, anche a costo di esondare dagli argini o di risalire alla fonte, soffiando controcorrente.
Certo, vista oggi la rivista ha un sapore nostalgico e retrò, ma vorrei ricordarvi che per l’epoca, in un paese come il nostro dove il Jazz era stato anche vietato dalle leggi fasciste, e dove la critica si sottometteva all’egemonia culturale europea, con in testa il francese Hugues Panassé, Musica Jazz era praticamente all’avanguardia e che, come bene racconta Martinelli, proprio “Testoni e ancor più Polillo si schiereranno esplicitamente tra i «progressisti» causando le ire di qualche lettore tradizionalista che li vorrebbe sulle posizioni di Panassié, e sempre di più la rivista si caratterizzerà come punto di riferimento anche organizzativo per il movimento jazzistico italiano”
Insomma, lode ad un'iniziativa che permetterà di conoscere il Jazz attraverso la sua firma storica, che manterrà i legami con il passato, utilizzando i mezzi del futuro, permettendo a tutti quelli che lo vorranno oggi, e domani, di partecipare alla lettura della Storia del Jazz in Italia.
Questo è quello che penso riguardo a questa iniziativa, oltre al fatto di provare un vero piacere nello sfogliare “fisicamente” quei documenti sulla mia musica preferita, che è stato come far scorrere le pagine più belle dell’album dei ricordi di famiglia.
Per questo stesso motivo, sono riconoscente a Francesco e a tutti quelli che hanno permesso questa iniziativa, anche perché è una piccola isola nel mare dell’ignoranza.
Spero che tutti voi possiate provare la mia stessa gioia e che questo sia solo l’inizio.
Io, vi terrò aggiornati…
.
.
.
.
Nota alla selezione musicale:
1)013 Blues – giugno 1967:
Stelio Subelli (tp), Antonello Vannucchi (p), Carlo Loffredo (bass), Bruno Biriaco (drums)
2)Quattro in minore – dicembre 1946:
Enzo Ceragioli (p), Cosimo Di Ceglie (g), Michele D’Elia (bass), Giuseppe Redaelli (drums)