Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
Questo blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale, ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001 – pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001. Lo stesso, non ha nessuna finalità di lucro. Premesso che tutto il materiale pubblicato su Internet e' di dominio pubblico, si specifica che le opere qui citate, i filmati, le immagini e i sample audio, sono parzialmente pubblicate al solo scopo divulgativo, documentario, illustrativo e culturale, in ottemperanza all'articolo 70, comma 1 e 1-bis, della legge 633 sul diritto d'autore. L'articolo 70, comma 1 recita: " Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali." Il comma 1-bis recita: " È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma." Gli autori o eventuali proprietari del copyright sul materiale qui illustrato, che vedessero lesi i propri diritti, possono richiederne l'eventuale rimozione inviando una mail all’autore del blog.
È passato più di un anno e, ovviamente, diverse cose sono cambiate.
Innanzitutto sono cambiati i miei tempi, piegati dalle correnti della vita, ed è sicuramente mutato il paesaggio intorno a me, sempre più innaturale e lontano.
Ovviamente si sono modificati i miei gusti, e meno male, mi viene da dire, altrimenti sarei un conolophus subcristatus del jazz, immobile sul costone roccioso della musica più mutevole del mondo.
Nuovi amici si sono avvicinati al mio cortile e, immancabilmente, altri non ne hanno fatto più ritorno.
Poi, ancora, è cambiato il mio lavoro, e questo ha variato sostanzialmente i miei equilibri.
.
Tutto questo in poco più di un anno, eppure ritrovo le stesse tracce.
Sento, infatti, che non è cambiato il mio ritmo più intimo, né tantomeno il nutrimento che ogni giorno, contro tutte le intemperie, coltivo instancabilmente e mi sforzo di continuare ad offrire a me stesso.
.
Insomma, nonostante tutto, per me, scelgo sempre il miglior cibo per l’anima.
.
Voi, trovate ancora erba buona in questo misero mondo o cercate di migrare verso altri luoghi di desiderio?
A Seveso la diossina avvelena e distrugge giorno per giorno la vita di un’intera zona. Non è il risultato di un incidente dovuto al caso ma l’ultimo atto di un processo chimico inquinante prodotto dall’Icmesa e che durava dal 1945, con la complicità dei pubblici poteri.
La piccola Stefania Senno, fotografata dal settimanale tedesco "Stern" il 18 Luglio 1976 a Seveso
Seveso (come Manfredonia, Porto Marghera o Borgo Priolo) è solo l’esempio più clamoroso di una lunga catena di avvenimenti delittuosi. In Italia (in media) ogni anno un milione e mezzo di lavoratori sono vittime di infortuni sul lavoro; quattromila muoiono; decine di migliaia restano invalidi. È il risultato dell’organizzazione capitalistica del lavoro che ha lo scopo programmato di trasformare il lavoro umano in profitto.
Una fabbrica non produce solo oggetti di consumo, macchinari o servizi: produce anche malattie, infortuni, morti, distruzione dell’ambiente. Solo l’iniziativa dei lavoratori può imporre un’altra organizzazione del lavoro, capace di rispettare i bisogni dell’uomo produttore.
Jenny Saville "Hem" 1998/1999
Nelle lotte degli ultimi dieci anni la nuova coscienza operaia, superando la logica della “monetizzazione” (più rischi, più soldi) ha affermato un nuovo principio: «La salute non si vende, la nocività si elimina».
È così cresciuto un movimento fondato sul controllo operaio dell’ambiente di lavoro, sul rifiuto della delega ai tecnici nella soluzione dei problemi della salute e della nocività. Protagonista è il “gruppo omogeneo”, il collettivo operaio che, a partire dal recupero della propria esperienza, dà vita a momenti di mobilitazione e di cosciente presenza politica, in collegamento con il territorio e con l’iniziativa del movimento democratico per la riforma sanitaria.
A che punto è oggi questo movimento?
Quali risultati ha raggiunto e quali problemi nuovi ha davanti a se?
Sull’insieme di tali questioni il Comitato interassociativo per i circoli aziendali (Cica) ha prodotto un film intitolato «La salute non si vende».
Jenny Saville "Entry" 2004/2005
Il Cica è un organismo unitario espresso da tre grandi associazioni democratiche: Arci, Enars-Acli, Endas, che operano per un profondo rinnovamento nel campo culturale e ricreativo. In collaborazione con le organizzazioni sindacali, il Cica va costruendo un movimento per la conquista dei vecchi Cral aziendali da parte dei lavoratori.
L’obiettivo è sottrarli alla tutela interessata del padronato e dell’Enal attraverso una gestione democratica, con la qualificazione culturale delle loro iniziative, costruendo un loro collegamento con il territorio circostante.
La regia de «La salute non si vende » è di Giuseppe Ferrara, autore di chiara ispirazione democratica a cui si debbono opere come «Il sasso in bocca» e «Faccia di spia».
Com’è giusto per una produzione direttamente espressa dall’associazionismo democratico, tuttavia, il film è il frutto di un lavoro collettivo non solo sul terreno tecnico, ma anche su quello ideativo. Ci si è avvalsi, tra l’altro, della consulenza del Centro ricerche e documentazione rischi e danni del lavoro della Federazione Cgil, Cisl, Uil.
Il film unisce ad un notevole valore espressivo e narrativo una singolare efficacia documentaria sulla realtà della condizione di lavoro nel nostro paese, sull’evoluzione storica che essa ha conosciuto, sulle lotte e la coscienza dei lavoratori.
Jenny Saville "Hibrid" 1997
Questo disco presenta i brani musicali originali composti da Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film. Ad essi sono affiancate alcune interviste a lavoratori.
È possibile, secondo voi, incontrare per la prima volta due stelle nella stessa notte?
.
Certo, direte sempre voi, la notte è piena di stelle.
Ma il fatto non è tanto se le stelle ci siano o meno, che poi a me sembrano sempre di meno.
.
Il fatto a cui alludo è la volontà di cercarle, la difficoltà di trovarle e la voglia di starle a guardare.
.
E si, perché bisogna essere curiosi per cercare le stelle, coraggiosi per avventurarsi negli spazi sconosciuti e veri, non nei cieli noti di cartapesta, ed ancora bisogna essere infaticabili in confronto alle migliaia di piccole fatiche quotidiane, per mantenere vivo il desiderio di percorrere strade nuove e non lasciarsi trasportare dalla corrente molle della facilità.
Joan Mirò - Costellazione
Poi però bisogna incontrarle, e quando succede è un segno, non solo una coincidenza.
Ebbene, io l’altra sera, per la prima volta e non sapendo ancora bene come, le ho viste davanti a me, sopra di me, affianco a me e pure tutte intorno, riflettere la loro luce stellare, anche se così terrena, unica e rara eppure familiare, così vicina e così lontana allo stesso tempo, ma non il mio, e neppure il vostro di tempo, ma quello ampio ed infinito delle costellazioni, che non si lascia costringere dai calendari o tantomeno dagli ingranaggi degli orologi.
Giuseppe Biasi - Jazz - 1931
Una era di una grandezza spaventosa, anche se ai più sarà apparsa fragile nel suo involucro di molti anni.
Era forte, elegante e primitiva come nessun’altra, che generava costellazioni di suoni toccando, in orbita, universi già esistenti che dopo il suo passaggio non saranno più uguali.
.
L’altra bruciava velocemente per la sua stessa luce, lasciando intense scie che aprivano a mondi cari e sconosciuti.
Indicava direzioni con il solo riflesso del suo passaggio, generando una forza centripeta che ti attirava dentro, creando naturale aggregazione.
Una sapeva di spezie piccanti, di carne agrodolce, di legumi saporiti e di antichi caffè, il tutto avvolto in uno sciamma bianco.
L’altra aveva la freschezza delle verdure di campo, l’aroma di una grigliata tra amici e il perlage rustico e naturale di una genuina Romanella, elegantemente fasciato in un gessato nero.
Entrambe odoravano di Storia antica, ma si esprimevano in lingue futuribili, conoscevano gli aspetti della tradizione eppure rompevano gli schemi frastagliandoli in molteplici free forms impossibili da catalogare, suonavano bene, veri e propri solisti di quello strambo collettivo che si è venuto a generare solo grazie alla sensibilità degli sguardi.
.
E tutte e due, al loro passaggio, ti sporcavano le mani.
Giuseppe Biasi - Jazz - 1931
L’altra sera ho incontrato, per la prima volta, due stelle e non è importante che io stia a specificare quale sia l’una e quale invece era l’altra, perché la cosa che conta è stata la loro saggia vecchiezza universale, il loro sguardo scintillante sul futuro, la loro voglia, il coraggio e la curiosità che hanno nel solcare i cieli scuri di questa vita, che appare piccola e in ombra, in confronto della loro luce.
Tutto questo sotto lo sguardo di GM e RBKing, gli amici di TP Africa, e nell’eco del caro borguez, fortemente presente nella sua assenza.
Spero possa capitare anche a voi una notte come questa, però dovrete smettere di guardarvi i piedi ed alzare gli occhi al cielo dell’immaginazione.
Magnus da "Il Principe nel suo Giardino"
Ecchime.
Ed a pensarci bene dopo tutta questa via semplicemente sto tra il sole e l’ombra
(che decadente ancora parlo de me è morto rajiv ghandi e
ancora io parlo)
della storia meravigliosa dell’anima (de li mortacci) mia.
Ah come starei bene a vive se fossi morto
mò capisco i faraoni con le tombe piene di profumi d’orchidea di musiche di gino paoli e di televisioni
Ma la bellezza la conosci tu com’è
(stupido: essa quando si mischia cor peccato finisce sur mercato)
definizione di peccato: quello che entra da un buco e esce da un altro buco
Finalmente, mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti [1], o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” [2].
Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. [3]
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz [4] mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” [5], agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.
Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.
Barazzetta al centro, con un giovane Lee Konitz
.
Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno [6], e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini [7] o di Rudy Rabassini [8], perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
“…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.”
Cover Art by Arrigo Polillo
Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.
Barazzetta con Stan Kenton
.
Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.
"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."
Cover Art by Guido Crepax
.
Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz.
Barazzetta con Buddy Collette
.
Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.
.
Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.”
Cover Art by Guido Crepax
Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:
ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”
Barazzetta al centro tra Gorni Kramer e Benny Goodman
.
Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:
voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz». Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.”
Cover Art by Guido Crepax
Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:
“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?”
Barazzetta con Charles Mingus
.
Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):
“ Caro Giuseppe, AIUTO!
Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 [9]. Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…”
Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
In queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.
Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
Marcello Riccio (cl), Umberto Cesàri (p), Giorgio Battistella (vib),
Pino Liberati (bass), Peppino D’Intino (drums)
Rome 1959, January 26
A3) Original Lambro Jazz Band
“Ole Miss”
Peppino Ferrario (tp), Herman Meyer (second tp), Renato Gerbella (cl), Francesco Cavallari (trne), Carlo Manto (p), Raffaele Linares (bass), Mario Pratella (banjo), Claudio Clerici (drums)
Milan 1958, January 28
A4) Milan College Jazz Society
“Down Home Rag”
Giorgio Alberti (tp), Gianni Acocella, Luciano La Neve (trne), Bob Valenti (cl), Carlo Bagnoli (ten. sax), Vanni Moretto (p), Luigi Bagnoli (bass), Luigi Allievi (drums)
Milan 1959, January 29
A5) Modern Jazz Gang
“Arpo”
Cicci Santucci (tp), Sandro Brugnolini (alto sax), Alberto Collatina (valve trne), Carlo Metallo (bar. sax), Leo Cancellieri (p), Sergio Biseo (bass), Roberto Podio (drums)
Rome 1959, January 26
A6) Flavio Ambrosetti and His All Stars
“Thou Swell”
Raimond Court, Sergio Fanni (tp), Flavio Ambrosetti (alto sax), Marcel Peters (bar. sax), Gorge Gruntz (p), Eric Peter (bass), Daniel Humair (drums)
Milan 1959, February 14
A7) Modern Flaminia Quintet
“What’s New”
Checchino Tommassini (alto sax), Giovanni Spalletti (vib), Raffaele Giusti (p),
Sandro Santoni (bass), Lionello Bionda (drums)
Milan 1958, October 18
B1) Quintetto Basso – Valdambrini
“Almost Like Being In Love”
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. sax), Renato Sellani (p),
Aurelio Ciarallo (cl), Carlo Zoffoli (vib), Walter Branchi (bass), Roberto Petrin (drums)
Rome 1959, January 26
[1] Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia
[2] AAVV, Jazz e cultura mediterranea, ISMEZ,
[3] Musica & Jazz
[4] Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Giuseppe Barazzetta, Enciclopedia del Jazz, Messaggerie Musicali Milano, 1953
[5] Giuseppe Barazzetta, Jazz inciso in Italia, Messaggerie Musicali, 1960
[6] Enrico Cogno, Jazz Inchiesta Italia, Cappelli editore, 1971
[7] Franco Mondini, Sulla strada con Chet Baker e tutti gli altri, Lindau, Torino 2003
[8] Rudy Rabassini, Piccola Storia del Jazz a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2007
[9] Mingus at Monterey, Live at Jazz Festival, California, Jazz Workshop 001/002 , re-issue on Prestige P-24100, 1981
.
.
Nota alla selezione grafica:
le cover pubblicate in questo post, sono una parte dei dischi che Barazzetta ha curato, scrivendo anche tutte le note di copertina, durante la sua consulenza presso la Carisch, dal 1954 al 1960.
Le fotografie sono tratte dal volume "Una vita in quattro quarti".
“è musica ammattita e gambe storte, suoni fischianti, arrugginiti, fischi di sirene e crepitare di motori, rauchi, assordanti, cui corrisponde la frenesia di un gestire corbellone e minchionato, avventuroso e truffaldino.”[1]
ca
“È nefando e ingiurioso per la tradizione, e quindi per la stirpe, riportare in soffitta violini, mandolini e chitarre per dare fiato alle trombe e ai sassofoni, per percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda! È stupido, è ridicolo, è antifascista andare in sollucchero per le danze ombelicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga d’oltre oceano!
Dobbiamo crearle noi, le nostre forme di vita, d’arte e di bellezza, così come ci stiamo creando la nostra forma di governo, le nostre leggi e le nostre originalissime istituzioni.” [2]
Jan Matulka, Negro Jazz Band, 1926
ca
“Ed ecco gli italiani imitare a iosa quelle quasi musiche, quei motivi catalettici, quei maneggi di trombone o contrabbasso, gli italiani musicanti intendo io, proprio quelli che, dimenticato il padre e il suol, si son buttati ad «italianizzare» i concerti americani. «Italianizzare»; dicono alcuni che son del mestiere.
Quale necessità ci sia, Dio solo lo sa.
Ed ecco i musicanti italiani, con bello spirito, paragonare, superficialmente sempre, terra terra, quei canti alla patina della parola, al riflesso delle vocali, ai suoni onomatopeici insomma, quasi che gli italiani si fossero messi in mente di gareggiare con i negri.”[3]
Sem (Georges Goursat), White Bottoms, 1927
ca
“Con provvedimento del Ministero della Cultura Popolare, viene proibita la vendita di dischi fonografici riproducenti canzoni e ballabili di autori americani e inglesi. Esso fa seguito ad un precedente divieto di pubblica esecuzione di musiche i cui autori siano ebrei o sudditi dei paesi nemici.
Il provvedimento sarà accolto con soddisfazione da quanti, moltissimi, erano nauseati dal contagio delle canzoni sceme, grottescamente cantate, barbaramente musicate.
È un’azione di bonifica del gusto, auspicata ripetutamente dal Popolo d’Italia, che ora si attua fra il compiacimento generale.”[4]
Hugh Hirtle, Exotic Adventures vol.1, n°2, 1958
ca
“La culla del piccolo Romano, nella natia Romagna, ha cominciato ad oscillare all’ombra della quercia tradizionale piantata dalle mani stesse del Padre. Oh simbolo magico del mito. Altrove genitori infetti da snobita esterofilia avrebbero convocato miss e damerini per strofinarli al suono di un cacofonico jazz americano”.[5]
ca
“In casa si ascoltava di tutto. Mio padre preferiva la musica sinfonica e quella lirica, mio fratello Bruno la lirica, io, mia sorella Anna Maria e l’altro fratello, Vittorio, amavamo tutta la musica, ma in particolare il Jazz. Iniziai il mio rapporto con la musica nel 1941, comprando un sax contralto, strumento che vedevo nei film e che speravo di poter imparare con l’ausilio di un componente della banda dei vigili urbani. Ma la cosa non funzionò e passai al pianoforte.
Nel 1943 ascoltai la canzone «Ma l’amore no», interpretata da Alida Valli. Mi piaceva, e allora cercai di riprodurne le note sulla tastiera, suonando sempre lo stesso accordo. Poi lo «spostai», e scoprii di fatto la chiave che racchiudeva il mistero delle note, vale a dire la tonalità. Da quel giorno incomincia a suonare dalla mattina alla sera.
.
Mio padre fu contentissimo di sentirmi suonare il pianoforte: suonavo blues e standard americani, ma anche canzoni italiane.
.
Egli voleva però che io imparassi a leggere bene la musica, cosa che lui sapeva fare. Il che invece, per quanto mi riguarda, a tutt’oggi non è ancora accaduto.”[6]
James Blanding Sloan, Jazz – the New Possession, 1925
ca
Credits:
Label: Family Records
Catalog#: SFR-RI 639
Format: LP
Country: Italy
Released: 1972
This is a first reprint on album
“Jazz allo Studio 7”
printed by RICORDI MRJ 8002
Tracklisting:
Side A – Romano Mussolini All Stars
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Gianni Sanjust (cl), Cicci Santucci (tp), Enzo Scoppa (tenor sax), Franco Tonani (drums)
and Dino Piana (trne)
.
Recorded at Studio 7, Milan, on 1962 April 21th
A1) Yes, Boy (R. Mussolini) – 3’00”
A2) ¾ di Gioia (R. Mussolini – C. Loffredo) – 3’52”
A3) Nice Day (Buddy Collette) – 3’18”
A4) Jordu (Duke Jordan) – 3’05”
A5) San Thomas (Sonny Rollins) – 3’40”
A6) Full di Dame (R. Mussolini) – 1’45”
Side B – Romano Mussolini Trio
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Franco Tonani (drums)