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lunedì, 11 maggio 2009

MARIO SCHIANO & TOMMASO VITTORINI

 UN CIELO DI STELLE

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Erano anni oramai che preparavo e disfacevo le mie valige.
 
I viaggi di lavoro erano diventati così frequenti che questo gesto si era svuotato di ogni significato altro, se non quello di calcolare i giorni e le sufficienti quantità di cambi da inserire in valigia.
Oramai riuscivo a riempire la valigia in meno di quindici minuti e addirittura avevo sviluppato una tecnica che mi dava la facoltà di una rotazione fisica degli indumenti all’interno dello stesso spazio, direttamente collegata alla pianificazione dei miei cambi d’abito.
Questo mi permetteva di mantenere la mia valigia sempre in ordine, anche nell’ultimo giorno di viaggio, e di avere sempre pronto il calzino da abbinare alla camicia o alla cravatta, con la massima efficienza, senza perdere neanche un secondo del mio tempo prezioso, nell’indecisione o nella casualità degli abbinamenti.
 
Ma questa volta no, ed io non riuscivo a capire come poteva succedere.
 
Era da ieri che tenevo la valigia aperta nel salone, ai piedi del divano blu. Da ventiquattr’ore, questo mero oggetto di lavoro teneva le sua fauci spalancate, in attesa del suo calcolato contenuto.
Io gli giravo attorno, a volte mi abbassavo anche, ma non ero riuscito a poggiare al suo interno, nemmeno una coppia di calze.
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Eppure tutt’intorno avevo ordinatamente disposto otto mutande, altrettanti calzini, dieci camicie ma solamente sette cravatte, tre completi appena ritirati dalla lavanderia, due maglioni per il free time e la mia piccola borsa da bagno.
Tutto fermo in garbato raccoglimento, tutti in trepida attesa di vedere l’avverarsi di un destino già scritto perché, guardando bene, anche la cerniera precisa, comoda e rassicurante, oggi aveva assunto l’aspetto di una famelica dentatura, pronta a scattare al mio primo tentativo.
Dovevo solo decidere quale parte di me offrire per prima.
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E invece niente, era come se, per la prima volta in molti anni, non riuscissi a calcolare le quantità necessarie da mettere al suo interno, o era come se non volessi dare forma al tempo. Addirittura, ieri sera dopo quattro o cinque bicchieri, mi ero addormentato sul divano, con la valigia ai miei piedi, come un affezionato animale domestico, ma al risveglio lei aveva mostrato ancora la sua vera, ingorda forma.
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Ora erano solo le nove del mattino, ma sentii l’esigenza di allungare con lo scotch il mio latte, di accendermi la prima sigaretta per cercare un po’ di lucidità che mi facesse uscire da quest’incubo, che non era terminato insieme alla notte prima.
Ma non c’era tempo da perdere, sarei partito domani.
 
Allora raccolsi tutti gli indumenti da terra, li poggiai sul tavolo della cucina, ora investito in pieno dal sole e, come in un rito sacrificale, feci la mia scelta.
I calzini e le mutande no, non potevo fare modifiche, erano la cosa più necessaria, ma le camice, in fondo, per quei pochi giorni erano troppe, e così le cravatte.
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Le guardai una ad una, versandomi ancora dello scotch con meno latte ed un poco di acqua, sollevandole delicatamente con le mani, nel massimo rispetto della loro condizione, come se questo fosse sufficiente a giustificare la mia scelta.
Ne scelsi sei, dividendole in due gruppi, ed eliminai anche tre cravatte.
Quando terminai la conta un raggio di sole fece lacrimare i miei occhi,
ma nonostante questo, presi il mucchio tra le braccia e mi avviai verso il salone.
 
Mi inginocchiai di fronte a lei, convinto della mia scelta e quasi riuscivo a non sentirmi in colpa.
Stetti così per alcuni interminabili secondi, con tutto il mio peso su un solo ginocchio, in un precario equilibrio reso possibile solo dal contrappeso delle camicie sulle braccia distese e sapevo che, qualora le avessi appoggiate al suo interno, tutto il mio corpo avrebbe smarrito quel senso di unità e sarebbe precipitato in un abisso infernale.
 
Allora, con uno scatto di reni mi alzai in piedi, ritraendo le braccia e rimanendo sorpreso nel notare che la valigia non aveva nemmeno tentato di chiudere la bocca ma, impassibile, si era lasciata sottrarre il suo lauto pasto.
Impassibile…pensavo, crudele, avrei dovuto dire.
Era solo questione di tempo, e lei giocava come fa il gatto con il topo, tanto sapeva che, prima o poi, avrei dovuto riempirla.
In fondo sarei partito domani.

Ero già passato, due bicchieri fa, allo scotch liscio.
La lancetta dell’orologio era allo stesso posto di dove l’avevo trovata al mio risveglio, però più vicina a domani che a ieri, ed io non avevo ancora vinto il mostro.
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Allora chiamai mio padre.
 
Avevo quarant’anni, oramai, e da quando avevo cambiato città per lavoro, lo sentivo sempre meno. Non so bene perché pensai di chiamare proprio lui, in fondo quel vecchio che ne poteva sapere di valige e di importanti viaggi di lavoro, lui che aveva sempre vissuto nel suo piccolo mondo. Comunque, anche se non pensavo potesse davvero aiutarmi, lo chiamai, forse perché non mi venne in mente nessun altro a cui chiedere aiuto.
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Mentre aspettavo che rispondesse guardai fuori, ed il cielo era pieno di stelle.
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Al quinto squillo avevo quasi perso la speranza, poi invece sentii dall’altra parte del telefono “Roberto!”
“Ehi pà” dissi io, “come facevi a sapere chi fosse?”
“Un padre è sempre legato a suo figlio, Robè” disse con quella sua voce bassa e fumosa “sa sempre cosa vuole, ovunque esso sia, ricordatelo”
“Domani parto” gli dissi tutto d’un fiato, e lui senza attendere “era ora, è una vita che saresti dovuto partire, ed anche io lo avrei dovuto fare”
 
Pensai a quanto poco ci conoscevamo, con quest’uomo.
In realtà io ero in viaggio di lavoro per la metà del mio tempo e lui mi era sempre sembrato un sedentario, uno che non aveva desideri di nuove scoperte.
 
“Ma quando pà, quando saresti voluto partire?” gli domandai
“Ohh, è stato molto tempo fa, figlio mio” mi disse, “è stato quando hanno iniziato a ristagnare i pensieri della gente, quando nessuno in questo paese investiva più sulla cultura, ed io vedevo intorno a me solo arroganza, incompetenza e bramosia di successo. Tu eri molto piccolo ma forse, se avessi scelto meglio, ti avrei cambiato la vita…”

“Ho capito, pà, ma il fatto è un altro” dissi io, interrompendolo “io devo partire domani, ma ho un problema, non ci riesco, non riesco a…”
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“Lo so” continuò lui, “non è mai semplice figliolo, ma in fondo cosa perderesti?
La tua casa ancora da pagare, le beghe matrimoniali del nostro premier, il tuo lavoro provvisorio, le inutili discussioni se le veline hanno più cervello che culo, l’epilogo del caso Corona, le elezioni europee di giugno, i vari rigurgiti sul grande fratello, i plastici di Vespa, le mille e mille trasmissioni sul calcio piene di preparatissimi esperti, le code per il centro commerciale e le uscite con gli amici che chiacchierano, chiacchierano, spesso senza dire niente? Cosa, figlio, dimmi cosa ti trattiene qui?”
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“aspetta un attimo, papà” gli dissi riempiendomi l’ennesimo bicchiere “la questione è un’altra, il fatto è che non riesco a scegliere…”
“Roberto” mi interruppe di nuovo, ed ora la sua voce era autoritaria come nei miei ricordi d’infanzia “non sei più un bambino, e oggi la possibilità di scegliere il tuo futuro è una tua responsabilità. Devi scegliere con la tua coscienza, la meta è solo una questione di punti di vista. Potrebbero essere buone tutte o nessuna, dipende solo da chi sei, e chi sei veramente forse non lo so neanche io, ma tu lo devi sapere, in fondo al tuo cuore c’è la risposta.
.
hai sentito di quella donna che si è uccisa per non essere espulsa dall'Italia? continuò “Ecco, sembrava che lei non avesse possibilità di scelta e questo paese, con le sue leggi folli, l’ha spinta nella decisione più drastica, ma in fondo l’unica che per lei rappresentava la libertà. Noi siamo sempre fermi a guardare, ma lei ha scelto, figlio mio, ha pagato a caro prezzo la sua libertà ma ha scelto. Dovremmo prendere esempio, anche se non era una di noi, o forse sì, non lo so più, ma comunque noi non siamo da meno”
“Ma papà…” balbettai appena.
.
“Adesso devo lasciarti” mi disse l’uomo che era mio padre “ma tu scegli, o finirai come una di quelle valige abbandonate nei depositi bagagli delle stazioni, dimenticato da tutti su uno scaffale con un cartellino legato ad un dito. E noi non siamo come una valigia vuota, vero figlio mio?”
 
“No papa, noi non siamo come una valigia vuota” gli dissi guardando ai piedi del divano blu.
“Fammi sapere solo come andrà, non importa dove.
A presto figliolo, ti voglio bene” disse lui, “ti voglio bene anch’io, papà” risposi.

Appena attaccato pensai che ero stato proprio uno stupido a chiamare lui. Cosa poteva saperne mio padre di queste questioni? E poi ora si era davvero rincoglionito, stava ore ed ore a discutere sui massimi sistemi invece di preoccuparsi dei suoi calli, della prostata o del rischio infarto.
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In quel momento mi venne in mente che non sentivo quel vecchio da molto tempo, forse da troppo, anzi non lo sentivo precisamente da Natale, quando gli avevo regalato un telefono nuovo ed avevamo passato la serata a memorizzare i numeri dei suoi conoscenti sulla rubrica.
Lui non capiva l’utilità di memorizzare così tanti numeri, perché tanto, diceva, non lo chiamava mai nessuno.
.
Poi facemmo delle prove con il mio cellulare e rimase stupito dal fatto che sul display appariva il nome di chi lo stava chiamando.
Ogni volta che squillava, lui indicava il telefono con un dito e, sorridente diceva “Roberto!”

 

Credits:
Label: Cramps records
Catalog#: 5207 306
Format: LP
Country: Italy
Released: 1979, february
 
Mario Schiano, Tommaso Vittorini
(ideazione, testi, musiche, canzoni, sceneggiatura e regia)
 
con Clara Murtas, Toni Cosenza, Mauro Vestri
e con Filippo Bianchi, Robert W. Carroll, Gino Castaldo,
Gina Croce, Gabriella Fornaciari

 

tutte le immagini sono di Alberto Sughi, in ordine di pubblicazione:

La Stanza di un Uomo - 1968

Un Uomo tra gli Oggetti - 1967

La Poltrona della Poltrona - 1969

Ritratto di Mio Padre - 1978


lunedì, 04 maggio 2009

GUIDO MAZZON - Ed Ora Parliamo Di Libertà

Pensieri improvvisi sulla libertà, il desiderio, l’informazione, la musica e sul prenderlo nel culo.

Marchel Duchamp "Si Prega di Toccare" 1947

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Questo post nasce un po’ per caso, all’improvviso, dovrei dire.
 
Non che l’informazione, la musica e la libertà non siano argomenti interessanti e spesso contemplati su questo blog, ma è sulla sottile differenza tra il desiderio profondo di averlo nel culo e sul trovarselo invece conficcato nel profondo del proprio intimo, con la scusa di parlare di libero mercato, della crisi del calcio o dell’influenza suina, e magari farselo pure piacere, che mi vorrei soffermare.
 
Ecco, questo desiderio di comprendere le sfumature dell’animo umano e le mutevoli trasformazioni del gusto, è nato un po’ per caso.
Ma andiamo con ordine.
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Marcel Duchamp "Ruota di Bicicletta" 1913
 
Era da tempo che desideravo parlarvi di Mazzon, ma per il rispetto che nutro per la creatività di questo nostro musicista, nella ricerca di una certa sintonia, più sui contenuti impliciti nella sua musica che non nelle forme esplicite dei suoi pezzi, ed anche per un umile tentativo di partecipazione allo sviluppo del concetto di jazz come linguaggio, processo a cui lui ha contribuito notevolmente, non trovavo le parole adatte, ed ho accantonato l’idea, come migliaia di pagine del mio diario che restano private.
 
Poi, qualche tempo fa è venuto nella mia città il grande Roberto Del Piano, l’amico bertop, e passeggiando per una San Lorenzo assolata, il nostro discorso, che ovviamente verteva anche sui temi musicali, ha improvvisamente generato il nome di Guido Mazzon, con il quale Del Piano ha condiviso incontri musicali e personali.

Tralascio qui le considerazioni, tra un rigatone ed un carciofo alla romana, sui nostri gusti personali, chi un po’ ci conosce trarrà le proprie conclusioni, ma quello che mi interessa riportare in questo ambito è che tutte e due, che riconoscevamo una certa durezza al primo approccio con l’uomo Mazzon, non potevamo non attribuire alla sua ricerca musicale un elevato senso civico, un rigore formale, una libertà partecipata ed un gustoso senso dell’ironia.
 
Già le sue formazioni dal nome di “Precarious Orchestra”, “Unità Musicale” e “Gruppo Contemporaneo”, parlano da sole.
 
Questo in qualche modo volevo dire e, insomma, l’ho scritto, eppure mi sembrava non bastasse, anzi sembrava il solito discorso di appassionati su un musicista per musicisti.
Allora ho salvato il file prematuro e l’ho lasciato lì, nel cassetto virtuale a decantare.

Marcel Duchamp "50 cc Air De Paris" 1919

Poi ho letto “Ninfomane e incazzata”, l’ultimo post di pornoromantica, che gioca già dal titolo sui trucchi della comunicazione, sfruttando una delle sua migliori arti, quella di far convivere il desiderio ed il piacere sessuale con il pensiero civico, in un personale tentativo di elevare l’animo e la coscienza umanoide che circonda il web, il sesso e tutto lo scibile umano.
Qui infatti, a dispetto del titolo che privilegia l’ipersessualità femminile, è l’incazzatura che Carolina vuole raccontare, l’angoscia che assale un essere pensante, quando sempre di più si rende conto che ce lo stanno mettendo nel culo e, cito, oltretutto (figuriamoci) senza vaselina.
 
Cosa c’entra questo discorso con Mazzon, direte voi?
Magari con il desiderio e con il culo, pure pure, ma con l’informazione, la musica e la libertà?

Marcel Duchamp "Etant Donnés: La Chute de l'Eau. Le Gaz d'Eclairage" 1946/1966

E invece c’entra perché Carolina, che di solito riesce a far sorridere con i suoi scritti dai titoli deliziosi come in “Pompino perfetto vs pompino improvvisato” , che cerca instancabilmente di educarci alla parità dei sessi come in “Leccare la patonza da 0 a 10”, che ha il coraggio di affrontare e di sfatare molti luoghi comuni come in “In culo oggi sì”  e in “Barzotto è bello!” , aprendoci la strada ad avventure che nella vita ci aiutano a diventare grandi, fino ad arrivare ad affrontare l’annoso conflitto tra padri e figli, elegantemente risolto in “Siediti comodo, papà”, trova molti punti di contatto con la scelta dei titoli di Mazzon, come “Ed ora parliamo di libertà”, “C’era una volta un Re”, “Uffa!”, “Tema per il «Che»”, “Ecologia-Ecologia”, “Il fascino discreto dell’avanguardia” e “3/4 di rivoluzione”.
Titoli che lui, come lei, usa per spiazzare gli ascoltatori passivamente omologati, per mettere a nudo gli allineamenti ottusi ai diktat della cultura dominante, titoli che usano per attrarre e poi sorprendere, ovviamente improvvisando sul contenuto e mantenendo molto rigore nella ricerca.
 
Ecco, chissà se a Mazzon piacerà il parallelo, e se a Carolina andrà bene questa mia collocazione di lei, sullo stesso piano di lui, rispetto al mondo.

Marcel Duchamp "Perchè non starnutire Rrose Sélavy?" 1921

Ci siamo l’ho finito, mi sono detto, ma poi, salvando per l’ennesima volta il file, ho pensato che questa non è una fine, che forse non ho detto niente, che non ci capirete molto e penserete che confondo la libertà con un ragionamento sconclusionato e la rabbia con un bruciore di culo.
Possibile che sia così difficile descrivere un sentimento come la libertà, per me, cittadino di una repubblica che l’ascrìve direttamente in molti articoli che formano la sua costituzione?

Marcel Duchamp "Scolabottiglie" 1914

Ok. È meglio che lascio perdere, un altro non finito.
Veramente non capisco perché butto il mio tempo per lasciare un segno così labile dopo una giornata intera di lavoro, quando potrei sdraiarmi sul divano, davanti alla televisione.
Forse perché ho rinunciato alla televisione già diverso tempo fa, quando ancora non esisteva Pandora, quando era già evidente che per la completa realizzazione del Progetto per la Propaganda 2, questo nostro elettrodomestico era stato scelto come cavallo di Troia.
Questo sì che è stato facile, altro che raccontare in un post la libertà.
È bastato staccare l’antenna.

Marcel Duchamp "Con Rumore Segreto" 1916

E guardate che non l’ho buttata via, è lì accanto, raccolta in una piccola roccia, sempre a disposizione, perché uno potrebbe smettere di fumare anche continuando a comprare tutti i giorni le proprie sigarette, se volesse.
Eppure, nonostante sia a portata di mano, il desiderio di attaccare l’antenna alla finestra sul mondo che non c’è, si allontana giorno dopo giorno, con episodi inequivocabili e sgradevoli come la censura a Enzo Biagi, i telegiornali della vergogna, o i grandi fratelli che mi fanno tanta pena, come la censura a Sabina Guzzanti, o le frequenze rubate dal colosso mediaset a Europa 7, distanze aumentate dalla censura a Vauro ai mille arcani sulla scomparsa dell’informazione, che sono di più e ben più misteriosi persino dei segreti di Fatima, tipo:
perché non mandano in onda in prima serata, Biùtiful Cauntri, che è un punto di vista sull’Italia vista dalla Campania, al posto dei proclami in pompa magna sulla messa in funzione del termovalorizzatore di Acerra, che invece è un punto di vista sulla Campania vista dall’Italia?
Cioè, perché ce rincojoniscono de bucìe e non ci fanno vedere film come ZEITGEIST?
 
Già, la televisione.

Marcel Duchamp "La Sposa Messa a Nudo dai Suoi Scapoli, anche (Il Grande Vetro)" 1912/'15/'23

Pasolini diceva che il rapporto della TV con i suoi spettatori è esattamente quello che non dovrebbe essere.
Cioè che è:
«tipicamente autoritario: infatti tra video e spettatore non c’è la possibilità di dialogo. Il video è una cattedra, e parlando dal video si parla, necessariamente, ex cathedra.
Non c’è niente da fare, il video consacra, dà autorità, ufficialità. Anche i personaggi comici, umili, stanno lì con l’aria di aver ricevuto una benevola manata sulla spalla da chi è più potente di loro: anzi, da chi è Potente per eccellenza. Insomma il video rappresenta l’opinione e la volontà di un’unica fonte d’informazione, che è quella appunto, genericamente, del Potere. E tiene così in soggezione l’ascoltatore».
E ancora:
«essa infatti, quale fonte di informazione centralistica, è manipolata per ragioni extra-culturali, e la sua diffusione deve tener anticipatamente conto del bassissimo livello medio della cultura dei destinatari» [1]

Marcel Duchamp "Macinatrice di Cioccolato" 1914

Ecco che torna Mazzon, forte e chiaro, che di Pier Paolo è cugino e che lo ricorda innanzitutto con la stessa sublime Poesia, con la sua costruzione del suono, fortemente attaccato alle radici eppure nuovo, che lascia lo stesso segno con il suo approccio visivo al mondo, crudo, sarcastico, sempre uguale ed ogni volta cangiante, che cerca di raccontare la realtà, sfruttando il mezzo tecnico e dello spettacolo e non fa del becero spettacolo con l’esibizione della povera pratica quotidiana.
 
Guido Mazzon ricorda Pasolini anche in un suo libro [2], dove parla di libertà, del desiderio, dell’informazione, della musica, del suo mondo insomma e di molto altro.

Marcel Duchamp "Fresh Widow" 1920

«Forse si può dire il mondo solo se lo si è costruito completamente nel proprio linguaggio. Altrimenti si è fatalmente destinati a percorrere le solite routines personali, inconsce, restando all’interno di un mondo già detto (da altri) e soltanto condivisibile (con gli altri). Lo spazio per la creatività si trova soffocato e la parte più interessante del mondo, cioè quella non ancora conosciuta, rimane ineffabile. È attraverso lo sforzo del linguaggio che invece si può costruire il mondo o codificarlo per renderlo comune; ed è nell’atto proprio del dire che risiede il gesto poetico che costruisce, in quanto il dire è suono, significato, forma, oggetto e soggetto costituente. È cioè mattone, calce, legno, progetto, idea, architetto e muratore. Ciò che non è detto resta là, in un limbo di cose inespresse che in un certo senso non esistono: per rendere al mondo una cosa bisogna almeno dirla » [3]

Marcel Duchamp "9 Stampi Maschi" 1914/1915

Ecco, lo voglio dire, secondo me la libertà esiste, ed ha i suoni di Mazzon, le parole di Pasolini, gli occhi aperti su quello che non ci vogliono far vedere, l’amicizia di bertop, la curiosità di borguez ed anche il culo, splendidamente pensante, di Carolina.
Però bisogna cercarla, conquistarla, costruirla, difenderla, alimentarla e saperla vedere, appunto.
Spetta a voi, insomma, scoprire la differenza tra il prenderlo nel culo e il ritrovarselo conficcato nel profondo.
 
Potrebbe non sembrare facile, ma in fondo basta un click.

Marcel Duchamp "Fontana" 1917

 
p.s.
se neanche voi riuscite ad arrivare alla fine a questo post, ad ascoltare tutto il disco di Mazzon, a desiderare di raccontare altri gridi ed altri link che si aggiungano a queste libere chimere, allora non c’è speranza.
 
Però una cosa ve la devo dire:
fate uno sforzo, non scegliete la via più semplice, ma quella più vera e profumata, anche se può apparire oscura e tortuosa e arrivate almeno fino a qui. Già l’ascolto del primo pezzo che apre il lato B del disco, ne vale la pena, perché vi resterà nel cuore.
 
pp.ss.
Sempre se ce l’avete, un cuore.

 
 
Credits:
Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february
 
Guido Mazzon (tp, flgh, p),
Roberto Bellatalla (bass), Toni Rusconi (drums).
 
On track «UFFA!» add
Daniele Cavallanti (ten. sax), Filippo Santi (trne), Edoardo Ricci (alto sax)
 
 
 
Tracklisting:
 
A1) Ed Ora Parliamo Di Libertà (first part)
A2) G.M.M. 8.7.74
A3) Canto Facile – Biancaneve
A4) C’era Una Volta Un Re
 
 
.
B1) Fino Alle Radici
B2) «UFFA!»
B3) Rigmarole
B4) Ed Ora Parliamo Di Libertà (second part)


[1] “Giornalisti, opinioni e TV” di Pier Paolo Pasolini in «TEMPO» n°53, 28 dicembre 1968
[2] “La tromba a cilindri. La musica, io e Pasolini” di Guido Mazzon con Guido Bosticco, IBIS 2008
[3] Guido Mazzon, op. cit.