UN CIELO DI STELLE

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Erano anni oramai che preparavo e disfacevo le mie valige.
I viaggi di lavoro erano diventati così frequenti che questo gesto si era svuotato di ogni significato altro, se non quello di calcolare i giorni e le sufficienti quantità di cambi da inserire in valigia.
Oramai riuscivo a riempire la valigia in meno di quindici minuti e addirittura avevo sviluppato una tecnica che mi dava la facoltà di una rotazione fisica degli indumenti all’interno dello stesso spazio, direttamente collegata alla pianificazione dei miei cambi d’abito.
Questo mi permetteva di mantenere la mia valigia sempre in ordine, anche nell’ultimo giorno di viaggio, e di avere sempre pronto il calzino da abbinare alla camicia o alla cravatta, con la massima efficienza, senza perdere neanche un secondo del mio tempo prezioso, nell’indecisione o nella casualità degli abbinamenti.
Ma questa volta no, ed io non riuscivo a capire come poteva succedere.
Era da ieri che tenevo la valigia aperta nel salone, ai piedi del divano blu. Da ventiquattr’ore, questo mero oggetto di lavoro teneva le sua fauci spalancate, in attesa del suo calcolato contenuto.
Io gli giravo attorno, a volte mi abbassavo anche, ma non ero riuscito a poggiare al suo interno, nemmeno una coppia di calze.
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Eppure tutt’intorno avevo ordinatamente disposto otto mutande, altrettanti calzini, dieci camicie ma solamente sette cravatte, tre completi appena ritirati dalla lavanderia, due maglioni per il free time e la mia piccola borsa da bagno.
Tutto fermo in garbato raccoglimento, tutti in trepida attesa di vedere l’avverarsi di un destino già scritto perché, guardando bene, anche la cerniera precisa, comoda e rassicurante, oggi aveva assunto l’aspetto di una famelica dentatura, pronta a scattare al mio primo tentativo.
Dovevo solo decidere quale parte di me offrire per prima.
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E invece niente, era come se, per la prima volta in molti anni, non riuscissi a calcolare le quantità necessarie da mettere al suo interno, o era come se non volessi dare forma al tempo. Addirittura, ieri sera dopo quattro o cinque bicchieri, mi ero addormentato sul divano, con la valigia ai miei piedi, come un affezionato animale domestico, ma al risveglio lei aveva mostrato ancora la sua vera, ingorda forma.
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Ora erano solo le nove del mattino, ma sentii l’esigenza di allungare con lo scotch il mio latte, di accendermi la prima sigaretta per cercare un po’ di lucidità che mi facesse uscire da quest’incubo, che non era terminato insieme alla notte prima.
Ma non c’era tempo da perdere, sarei partito domani.
Allora raccolsi tutti gli indumenti da terra, li poggiai sul tavolo della cucina, ora investito in pieno dal sole e, come in un rito sacrificale, feci la mia scelta.
I calzini e le mutande no, non potevo fare modifiche, erano la cosa più necessaria, ma le camice, in fondo, per quei pochi giorni erano troppe, e così le cravatte.
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Le guardai una ad una, versandomi ancora dello scotch con meno latte ed un poco di acqua, sollevandole delicatamente con le mani, nel massimo rispetto della loro condizione, come se questo fosse sufficiente a giustificare la mia scelta.
Ne scelsi sei, dividendole in due gruppi, ed eliminai anche tre cravatte.
Quando terminai la conta un raggio di sole fece lacrimare i miei occhi,
ma nonostante questo, presi il mucchio tra le braccia e mi avviai verso il salone.
Mi inginocchiai di fronte a lei, convinto della mia scelta e quasi riuscivo a non sentirmi in colpa.
Stetti così per alcuni interminabili secondi, con tutto il mio peso su un solo ginocchio, in un precario equilibrio reso possibile solo dal contrappeso delle camicie sulle braccia distese e sapevo che, qualora le avessi appoggiate al suo interno, tutto il mio corpo avrebbe smarrito quel senso di unità e sarebbe precipitato in un abisso infernale.
Allora, con uno scatto di reni mi alzai in piedi, ritraendo le braccia e rimanendo sorpreso nel notare che la valigia non aveva nemmeno tentato di chiudere la bocca ma, impassibile, si era lasciata sottrarre il suo lauto pasto.
Impassibile…pensavo, crudele, avrei dovuto dire.
Era solo questione di tempo, e lei giocava come fa il gatto con il topo, tanto sapeva che, prima o poi, avrei dovuto riempirla.
In fondo sarei partito domani.

Ero già passato, due bicchieri fa, allo scotch liscio.
La lancetta dell’orologio era allo stesso posto di dove l’avevo trovata al mio risveglio, però più vicina a domani che a ieri, ed io non avevo ancora vinto il mostro.
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Allora chiamai mio padre.
Avevo quarant’anni, oramai, e da quando avevo cambiato città per lavoro, lo sentivo sempre meno. Non so bene perché pensai di chiamare proprio lui, in fondo quel vecchio che ne poteva sapere di valige e di importanti viaggi di lavoro, lui che aveva sempre vissuto nel suo piccolo mondo. Comunque, anche se non pensavo potesse davvero aiutarmi, lo chiamai, forse perché non mi venne in mente nessun altro a cui chiedere aiuto.
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Mentre aspettavo che rispondesse guardai fuori, ed il cielo era pieno di stelle.
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Al quinto squillo avevo quasi perso la speranza, poi invece sentii dall’altra parte del telefono “Roberto!”
“Ehi pà” dissi io, “come facevi a sapere chi fosse?”
“Un padre è sempre legato a suo figlio, Robè” disse con quella sua voce bassa e fumosa “sa sempre cosa vuole, ovunque esso sia, ricordatelo”
“Domani parto” gli dissi tutto d’un fiato, e lui senza attendere “era ora, è una vita che saresti dovuto partire, ed anche io lo avrei dovuto fare”
Pensai a quanto poco ci conoscevamo, con quest’uomo.
In realtà io ero in viaggio di lavoro per la metà del mio tempo e lui mi era sempre sembrato un sedentario, uno che non aveva desideri di nuove scoperte.
“Ma quando pà, quando saresti voluto partire?” gli domandai
“Ohh, è stato molto tempo fa, figlio mio” mi disse, “è stato quando hanno iniziato a ristagnare i pensieri della gente, quando nessuno in questo paese investiva più sulla cultura, ed io vedevo intorno a me solo arroganza, incompetenza e bramosia di successo. Tu eri molto piccolo ma forse, se avessi scelto meglio, ti avrei cambiato la vita…”

“Ho capito, pà, ma il fatto è un altro” dissi io, interrompendolo “io devo partire domani, ma ho un problema, non ci riesco, non riesco a…”
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“Lo so” continuò lui, “non è mai semplice figliolo, ma in fondo cosa perderesti?
La tua casa ancora da pagare, le beghe matrimoniali del nostro premier, il tuo lavoro provvisorio, le inutili discussioni se le veline hanno più cervello che culo, l’epilogo del caso Corona, le elezioni europee di giugno, i vari rigurgiti sul grande fratello, i plastici di Vespa, le mille e mille trasmissioni sul calcio piene di preparatissimi esperti, le code per il centro commerciale e le uscite con gli amici che chiacchierano, chiacchierano, spesso senza dire niente? Cosa, figlio, dimmi cosa ti trattiene qui?”
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“aspetta un attimo, papà” gli dissi riempiendomi l’ennesimo bicchiere “la questione è un’altra, il fatto è che non riesco a scegliere…”
“Roberto” mi interruppe di nuovo, ed ora la sua voce era autoritaria come nei miei ricordi d’infanzia “non sei più un bambino, e oggi la possibilità di scegliere il tuo futuro è una tua responsabilità. Devi scegliere con la tua coscienza, la meta è solo una questione di punti di vista. Potrebbero essere buone tutte o nessuna, dipende solo da chi sei, e chi sei veramente forse non lo so neanche io, ma tu lo devi sapere, in fondo al tuo cuore c’è la risposta.
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hai sentito di quella donna che si è uccisa per non essere espulsa dall'Italia?” continuò “Ecco, sembrava che lei non avesse possibilità di scelta e questo paese, con le sue leggi folli, l’ha spinta nella decisione più drastica, ma in fondo l’unica che per lei rappresentava la libertà. Noi siamo sempre fermi a guardare, ma lei ha scelto, figlio mio, ha pagato a caro prezzo la sua libertà ma ha scelto. Dovremmo prendere esempio, anche se non era una di noi, o forse sì, non lo so più, ma comunque noi non siamo da meno”
“Ma papà…” balbettai appena.
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“Adesso devo lasciarti” mi disse l’uomo che era mio padre “ma tu scegli, o finirai come una di quelle valige abbandonate nei depositi bagagli delle stazioni, dimenticato da tutti su uno scaffale con un cartellino legato ad un dito. E noi non siamo come una valigia vuota, vero figlio mio?”
“No papa, noi non siamo come una valigia vuota” gli dissi guardando ai piedi del divano blu.
“Fammi sapere solo come andrà, non importa dove.
A presto figliolo, ti voglio bene” disse lui, “ti voglio bene anch’io, papà” risposi.

Appena attaccato pensai che ero stato proprio uno stupido a chiamare lui. Cosa poteva saperne mio padre di queste questioni? E poi ora si era davvero rincoglionito, stava ore ed ore a discutere sui massimi sistemi invece di preoccuparsi dei suoi calli, della prostata o del rischio infarto.
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In quel momento mi venne in mente che non sentivo quel vecchio da molto tempo, forse da troppo, anzi non lo sentivo precisamente da Natale, quando gli avevo regalato un telefono nuovo ed avevamo passato la serata a memorizzare i numeri dei suoi conoscenti sulla rubrica.
Lui non capiva l’utilità di memorizzare così tanti numeri, perché tanto, diceva, non lo chiamava mai nessuno.
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Poi facemmo delle prove con il mio cellulare e rimase stupito dal fatto che sul display appariva il nome di chi lo stava chiamando.
Ogni volta che squillava, lui indicava il telefono con un dito e, sorridente diceva “Roberto!”
Credits:Label: Cramps records
Catalog#: 5207 306
Format: LP
Country: Italy
Released: 1979, february Mario Schiano, Tommaso Vittorini (ideazione, testi, musiche, canzoni, sceneggiatura e regia) con Clara Murtas, Toni Cosenza, Mauro Vestri e con Filippo Bianchi, Robert W. Carroll, Gino Castaldo, Gina Croce, Gabriella Fornaciari

tutte le immagini sono di Alberto Sughi, in ordine di pubblicazione:
La Stanza di un Uomo - 1968
Un Uomo tra gli Oggetti - 1967
La Poltrona della Poltrona - 1969
Ritratto di Mio Padre - 1978