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mercoledì, 25 novembre 2009

Quando eravamo pazzi.

 

Ti ricordi com'era, amore mio, quando eravamo pazzi?

Ci rotolavamo nudi, giù dalle dune di sabbia, proprio perchè era pieno di cartelli che dicevano "VIETATO SALIRE!".
Ascoltavamo la musica più assurda, perchè il vero ritmo era dentro di noi.
Avevamo il frigo sempre vuoto mentre ci nutrivamo del nostro stesso amore.
Passavamo ore sbattuti in una stanza al neon della questura, perchè l'unica legge che rispettavamo era quella del destino.
Correvamo dietro alle lucciole, nostre sorelle, sentendo che non saremmo mai vissuti più di loro.

 
 

Ti ricordi, amore mio, com'era?

Vestivamo cappelli a punta, calzoni stretti, occhiali enormi, calze bucate e giacchetti di niente, non tanto per essere diversi, ma per non rispecchiarci mai uguali a noi stessi.
Dormivamo in mille case sconosciute, eppure ognuna era casa nostra.
Occupavamo, ci picchiavamo, urlavamo, ci auto-organizzavamo e scrivevamo libertà su tutti i muri.
Non volevamo sapere niente del domani, perchè il futuro era solo adesso.
Facevamo l'amore per la strada, dietro agli alberi e in mezzo ai parcheggi, con i fari delle automobili che ci illuminavano le cosce nude, ma erano luce fioca in confronto alle stelle a noi tutt'intorno.


 
Ti ricordi amore mio?

Passavamo le giornate seduti sulla panchina dei desideri, di fronte al mare del nulla, perchè il tempo ci era amico, allora.
Ci riempivamo di tagli sulle braccia, 'ché il dolore fisico era niente in confronto alla sofferenza che ci aspettava.
Ci drogavamo fino allo sfinimento, ampliando le nostre reciproche coscienze, sentendoci padroni delle nostre percezioni, in un mondo che ci illudeva con trucchetti da baraccone e che ci spingeva in un'unica direzione.
Avevamo un sogno e ci credevamo, anche se tutti ci dicevano che eravamo pazzi, anzi forse proprio per quello.

Ti ricordi com'era, quando eravamo pazzi, amore mio?

Era come quando eravamo vivi.
 



**********************************
On Air Mercy Mercy Mercy
by Mayafra Combo
from LP CAROSELLO CLE 21035
1978
*********************************

Art by
the Master of the daily madness
Gipi

postato da: jazzfromitaly alle ore 23:52 | link | commenti (9)
categorie: racconti
venerdì, 13 novembre 2009

Misterioso

Small Hands by Danijel Zezelj


On Air "Round Midnight" by Armando Trovajoli

Uscì da quella stanza nel bel mezzo di un assordante silenzio.

 

Sarebbe potuto rimanere, in fondo quello spazio tra una parola ed un’altra era quello che più amava del linguaggio.

Il silenzio faceva rimbombare quello che si erano appena detti prima e dava una nuova forma a quello che sarebbe potuto nascere dopo, dopo quel silenzio.

 

Ed invece uscì, proprio nel bel mezzo preciso, spaccando il silenzio senza emettere suono alcuno, eppure azzeccando la nota giusta, decidendo di abbandonare il discorso quando fu certo di aver vinto.

Se ne rese conto nell’istante in cui tutti credevano avesse perso.

Small Hands by Danijel Zezelj

 

Prima di quel momento lo guardavano distratti, loro, certi del potere che formava il consenso, forti di quella moneta che creava tranquillità sociale, spavaldi nel loro falso e ingrigito ricatto in doppiopetto.

Si lanciavano occhiate complici tra di loro, giravano gli occhi per la stanza e, ogni tanto, si soffermavano sul suo viso, per poter scorgere un’ombra di cedimento, mentre lui si guardava fisso le mani.

Le muoveva sempre quelle mani, sicure nell’incertezza dei propri passi, forti della loro piccola taglia, rigide, ad angolo retto sulle tranquillànti aspettative sinuose che tutti si aspettavano.

Small Hands by Danijel Zezelj

 

Loro parlavano di futuro assicurato e, di nuovo, lo fissavano appena un attimo, in attesa di uno spiraglio di convincimento, ma lui niente, e allora quelli continuavano a tessere le sue lodi, guardandolo sempre più interrogativi e speranzosi, lasciando mille domande aperte, perché cercavano quegli inutili chiacchierii di cui erano ghiotti, e gli promettevano più del doppio di quello che avevano già pattuito.

Ma lui pensava che aveva davvero bisogno di meno della metà di quello che aveva già ottenuto, per vivere meglio, e se ne stava in silenzio e allora loro insistevano, lo spronavano, si aspettavano di sentirlo ripetere ciò che sapevano era bravo fare, ancora, una volta di più, e ancora.

In fondo era ciò per cui lo pagavano, dicevano, ed avrebbero aumentato nuovamente l’offerta ad un solo suo cenno, perché volevano che parlasse come loro, che fosse uno di loro, perché volevano convincerlo a spostarsi su quello che credevano, loro, fosse il lato migliore della strada, e gli promettevano che lo avrebbero portato al successo, che gli avrebbero donato la fama che, così dicevano loro, lui si meritava.

 

Sorrideva dentro di lui, seduto in quella stanza, pensando che questo continuo attacco ripetuto di frasi standard era in realtà la loro unica difesa, ed era sereno di fronte a quella raffica di vecchie parole perché sentiva, davvero, che loro non avevano più niente da dire. O almeno niente di nuovo.

Pensava a qualche anno fa, quando non lo prendevano nemmeno in considerazione anzi, credevano fosse pazzo.

Lui, quel tipo taciturno che non si integrava, che non partecipava, che si disinteressava della vita di quel chiuso universo, che parlava con un linguaggio tutto suo, e che forse metteva a rischio persino i loro stessi valori.

E lui, imperterrito, continuava.

In fondo gli veniva facile, doveva solo essere com’era.

 

Allora gli mostrarono le pianificazioni, gli fecero vedere mille pagine di grafici di sviluppo, gli additarono il suo nome inserito in diversi piani di successione, in molteplici incontri impossibili, gli garantirono il loro supporto e gli raccontarono lungamente il suo futuro, splendido e vincente, fino almeno al 2012.

Small Hands by Danijel Zezelj

 

E lui aspettava,

respirando tra una loro parola ed un’altra, mirando già alla sua ultima nota, pregustando il movimento, esitando sul percorso, ma conoscendo già la fine della canzone.

In quel momento si sarebbe voluto alzare in piedi e ballare intorno a quel lungo tavolo, quantomeno per vedere i loro colli contorcersi nell’impossibile ricerca di una spiegazione, per godere dello spalancarsi dei loro occhi spenti.

Ma sapeva che doveva restare là, perché stava suonando con loro, nonostante essi percepissero solo un “normale” silenzio, lui stava improvvisando la nuova melodia della sua vita.

 

A quel punto, con un rullare di voci, gli presentarono un contratto in bianco, dove la cifra, loro dicevano, l’avrebbe potuta scrivere lui.

Era il loro colpo di scena, era l’assolo migliore che riuscivano a fare, e si aspettavano un chinare di testa, bramavano l’applauso, loro.

 

Lui invece alzò gli occhi, allontanò la sedia di colpo, come colpito da una leggera scarica elettrica, ma senza fargli emettere nessun suono, si alzò in piedi ed uscì, proprio nel bel mezzo preciso di quel silenzio d’attesa, quando fu veramente certo di aver vinto, nel momento in cui tutti credevano avesse perso, facendoli piombare per la prima volta in quell’assoluto, bellissimo silenzio, e lasciandoli lì, ad ascoltare l’eco delle loro parole, ad immaginare, soltanto, quello che avrebbe potuto suonare lui dopo.

 

Fuori era il crepuscolo, e c’era la sua Nellie ad attenderlo.

Avrebbero passeggiato insieme fino a quasi mezzanotte, stretti, senza dire una parola.

Quello fu il suo silenzio più bello.

Small Hands by Danijel Zezelj






Immagini tratte da Small Hands by Danijel Zezelj


postato da: jazzfromitaly alle ore 00:39 | link | commenti (5)
categorie: racconti
domenica, 01 novembre 2009

Veleggio come un'ombra

 
.
Veleggio come un'ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l'inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s'addormenta mai.



Alda Merini
21 marzo 1931 / 1 novembre 2009
 
hg


postato da: jazzfromitaly alle ore 23:59 | link | commenti (7)
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