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lunedì, 01 dicembre 2008

Emotional Click


 

..

 

 

Quando manco da queste pagine, è perché aspetto che ci sia quello scatto emozionale che possa dare un senso alle mie parole.

Potrei anche scrivere esclusivamente con la tecnica, in effetti questo blog è nato come spazio musicale, per cui potrei campare di rendita solo descrivendovi di volta in volta l’ascolto di un vecchio disco o dandovi l’annuncio di una nuova uscita discografica, ma è dalle emozioni che mi lascio trasportare, per cui quando queste oziano, io le lascio stare.

In questi giorni ho letto molto ed ho approfittato per mettere a posto i miei libri, inserendone alcuni anche sugli scaffali di una libreria elettronica che, se ne avete voglia, potete visitare ciccando qui.
Una cosa inutile, oziosa, che occupa il mio tempo quando non so cosa altro fare.
 
Ma si sa, l’ozio è una grande e rara virtù, per cui anche se le mie emozioni sembrano latitare, tutto questo spazio libero nella mia testa mi ha costretto a mettere a posto anche i miei pensieri ed a riflettere ancora più assiduamente sulle emozioni.

Nascono da eventi esterni al nostro essere e ci vuole una determinata predisposizione all’ascolto o sono insite nei nostri pensieri profondi e dobbiamo solo sapere come fare per farle venire in superficie?
Dove si annidano queste sensazioni?
È il cuore o la testa che le fa liberare in volo?
Esiste un interruttore che ne regola il flusso?
E voi sapete dove si trova il vostro?
 
Ecco, queste sono le domande che mi sono posto in questi giorni, e cercando la radice, risalendo alla sorgente di questo sentimento, mi sono tornati alla mente una serie di momenti, o suggestioni degli stessi, che hanno in qualche modo nutrito la mia esistenza.
Il pericolo di precipitare nel vuoto emozionale ha dato origine a questi ricordi, che hanno fatto sì che le emozioni tornassero prepotentemente a galla, tracimando gioia o sofferenza, superando il limite del privato, riversandosi, ancora una volta, nella scrittura.

Una cosa è certa, per quanto mi riguarda.
Le emozioni si nutrono dell’insicurezza, come la più bella e vera musica Jazz, e nessuno di noi sa con certezza qual è il momento in cui sgorgano o conosce la loro fine.
Ma se proviamo a seguirne le tracce ritroviamo, se non il luogo dove queste nascono, almeno un flebile percorso che ci avvicina il più possibile al momento dell’origine e, forse, allo scrigno dove cerchiamo di conservarle.
.
Il più lontano nella memoria, ed inspiegabilmente il più forte, è stato un ricordo legato alla mia famiglia.

  
Eravamo in macchina, una millecento blu, con i sedili di pelle rossa bordeaux, ed andavamo al mare, a Ladispoli, credo.
Io ero dietro, e guardavo la strada e le macchine dal vetro posteriore, come fanno molti bambini. Ero affascinato da quello scorrere di immagini, attratto dalla velocità con cui il mondo conosciuto cambiava sotto i miei occhi e spariva dalla mia vista. Il vento caldo di un’estate romana riempiva l’auto, ed il rumore confondeva i discorsi dei miei genitori .
Tutto scompariva dietro di noi, ed io non provavo nessuna paura, perché il mio mondo, tutto, era in quella vecchia 1100.
Mio padre alla guida, mia madre sul sedile accanto con mia sorella seduta in braccio ed io dietro, a controllare che nessuno ci superasse, ad osservare i pochi caseggiati che incontravamo sulla strada mentre diventavano piccolissimi e sparivano all’orizzonte.
 
Io non avrò avuto più di sette anni, ed il mio mondo era perfetto.

  
 Ad un certo punto, non ricordo come, la macchina sterzò bruscamente, fino a uscire dalla strada principale e, dopo alcuni metri nello sterrato, si fermò di colpo.
Io mi voltai giusto in tempo per vedere la figura di mio padre scendere dalla macchina ed incamminarsi verso la campagna.
Ricordo lo sguardo vuoto di mia madre, i pianti di mia sorella che squarciavano un silenzio d’agosto ed una luce accecante che entrava dallo sportello che aveva lasciato aperto mio padre.
 
La sua figura lontana, si faceva sempre più piccola.
 
Non ho mai saputo cosa fosse successo in quella macchina, o meglio, su quei sedili davanti, maledetto il mio mondo di fantasia che mi aveva distratto dalla vita vera, ma ricordo, come fosse ora, la sensazione di vedere in un istante il proprio mondo che va in frantumi e la propria sicurezza disperdersi nel vento.

 
Perché ho conservato a lungo questa sensazione, e dove si era annidata fino ad oggi?
 
Un altro importante click l’ho sentito un po’ più avanti negli anni.
Avrò avuto tredici o quattordici anni e passavo almeno tre mesi d’estate nella casa che i miei avevano acquistato a Torvajanica, solitamente da solo con mia sorella più grande (i miei venivano nel week-end) o con i miei nonni.
Anche questo periodo è caratterizzato dalla ricostruzione di un mondo lontano dalla realtà.

 
Ero tutto il giorno al mare a costruire castelli di fantasia o ad organizzare pesche miracolose (in realtà poche manciate di granchi e telline) o per strada in bicicletta ad esplorare zone che non conoscevo, a rubare i cocomeri nel campo vicino a Pomezia, o appostato davanti edicole lontane da casa mia, in attesa del momento giusto (quando non si avvicinava nessuno) per comprare i primi giornaletti erotici
Ricordo ancora quando riuscii ad entrare nella banda del teschio rosso, un gruppo di ragazzi più grandi che si distingueva per una adesivo (appunto un teschio rosso) attaccato sulle loro biciclette o sul retro del sellino.
La prova di accettazione era superare, su una sola ruota, il canale che dall’interno portava le acque al mare, proprio sul Lungomare delle Meduse, all’inizio di via Svezia.
Il fallimento significava cadere nelle acque scure, sotto gli occhi di tutti.

 
Quelle, insieme alle prime sigarette, erano le emozioni più forti, o almeno quelle più consuete.
 
Perché in effetti, c’era un’altra cosa che mi faceva palpitare il cuore, ma non capivo perché e, forse proprio per questo, non riuscivo a gestirla.
 
Alla fine di via Svezia, che era una strada chiusa che finiva nei campi, c’era una casa con giardino dove una signora prendeva sempre il sole.
Noi passavamo e ripassavamo spesso davanti a quel cancelletto basso, perché, anche se eravamo abituati a vedere le signore in costume, avevamo inventato una leggenda misteriosa e segreta su quella donna che spesso ci sorrideva.

 
I più grandi dicevano che “quella” non andava al mare perché lì, in quella casa di cortina marrone con il giardinetto e le tende verdi, lavorava con gli uomini. Io sinceramente ero così attratto da quella pelle scura, da quei denti bianchissimi e da quel seno enorme che, quando ero nei pressi di casa sua, non riuscivo a pensare a niente.
 
Un giorno che passavo davanti al cancelletto in piedi sui pedali, per vedere meglio, andai a sbattere contro una macchina parcheggiata, sbucciandomi il ginocchio.
Mentre i miei amici si sganasciavano dalle risate, la signora uscì sulla strada e, alzandomi da terra, mi disse di entrare dentro per disinfettare la ferita.
Intorno a me tutti fecero silenzio e ricordo solo il ronzare della ruota della bici che continuava a girare.
 
Dentro, nella penombra soffusa di una casa insolitamente fresca per essere al mare, la signora si inginocchiò per passarmi dell’alcool sul ginocchio ferito.
Conservo ancora il brivido di quel bruciore.
 
Io continuavo a guardare la linea di congiunzione dei suoi seni e tutti quei quadri appesi alle pareti.
I seni e i quadri, la carne e la pittura.
Lei guardava i miei occhi ed il mio sangue.

 
Poi si alzò, sedendosi quasi sul tavolo della cucina, alzò una gamba, appoggiando il piede sul tavolo, e mi chiese se avevo mai baciato una donna.
Ovviamente non risposi, la testa bassa per la vergogna mi costringeva a tenere lo sguardo rivolto tra le sue gambe, anche se io non volevo altro.
Con due dita spostò lo slip scoprendo il suo sesso, e con l’altra mano abbassò la mia testa verso di lei.
 
Mi ricordo che la baciai come se avessi salutato mia sorella.
Un bacetto così, con lo schiocco e con le labbra serrate.
 
Lei rise, elegantemente ma di gusto, e mi disse di riprovare, di scoprire come era fatta dentro, di cercare il colore tenero, di usare le mani e la lingua.
Ovviamente non sapevo quali erano i punti fondamentali da stimolare con la lingua, per cui la tirai fuori dritta, come ad assaggiare appena un frutto sconosciuto.
Lei si toccava la parte alta del suo sesso e con l’altra mano continuava a tenermi dietro la nuca, dando il ritmo alla mia testa che per la prima volta, coscientemente eppure in modo del tutto inconsapevole, penetrava questo universo affascinante e sconosciuto e ri-viveva l’emozione della fase orale, attraverso la quale avevo già scoperto il mondo nei primi mesi di vita.

 
Ad un certo punto ebbi l’impressione di dover fare la pipì, una sensazione così forte che pensai di farmela sotto.
Mi alzai da quel pasto sconvolgente e chiesi se potevo andare al bagno, urgentemente, dove dal mio pisello non uscì assolutamente niente, se non qualche goccia trasparente e appiccicosa.
 
La vergogna e la confusione mi spinsero fuori da quella casa, senza neanche guardare in faccia la signora e mi ritrovai, in un secondo, in sella alla bicicletta, pedalando furiosamente fino a raggiungere il gruppo dei miei amici, superandoli.
 
Ci fermammo solo una volta arrivati in piazza, e lì le loro domande furono talmente tante che io non riuscii a rispondere.
Mi hanno preso in giro per diverso tempo, alludendo al fatto che non avevo scopato con la signora, che ero uno scemone, che potevo farmelo prendere in bocca e che forse ero anche un po’ frocio e cose così.
 
Io non aprii bocca, continuando a succhiare le mie labbra,
ma il sapore di quell’emozione lo conservo ancora.

 
Eccone un’altra, forte, tangibile, addirittura fisica.
È il cuore o la testa che l’ha riportata in vita?
 
Un sentimento forte, generato esclusivamente dal mio pensiero e dalla mia immaginazione, l’ho provato quando ho scritto
 “Il Borgataro delle stelle”, il racconto su Massimo Urbani.
 
Perché, nonostante io abbia sempre amato la sua musica ed abbia avuto la fortuna di sentire il suo suono viscerale, ed indimenticabile, dal vivo, è solo quando ho raccontato quella storia che ho collocato la sue esperienza di vita, e anche la sua morte, nell’archivio delle mie emozioni private più intime.
 
È stato solo alla fine della lettura di quel racconto, non mentre lo scrivevo e neanche all’epoca dei funerali di Massimo, che ho provato un sentimento fortissimo di fratellanza e di malinconia, per quell’anima in pena e per quella genialità incompresa.
.
Max
 
È stata la scrittura a generarlo o questa è stata solo uno strumento catartico affinché l’emozione si manifestasse?
 
Il click più intimo e prezioso è ovviamente legato a D,
la donna della mia vita.
.
D+
 
Ma questo non è un ricordo o una suggestione, questa è la sola emozione per cui vale la pena vivere, e lei è qui, accanto a me, perciò non me ne vorrete se lo tengo ancora nel mio profondo essere, senza condividerlo con nessuno.
Una cosa però ve la posso raccontare, perché è ugualmente importante e oramai, per fortuna, è passata.
 
In questo oziare delle emozioni, io che ne comprendo a fondo il motivo rigeneratore e naturale, non mi trovo a mio agio.
Nel senso che per me è indissolubile il rapporto tra il mondo concreto e quello emozionale, morbido, tenero e vitale e, quando queste vengono a mancare, anche momentaneamente, è come se mi mancasse l’aria, è come se fossi svuotato dall’interno.
 
In questo periodo, quindi, dove non ho sentito alcun click, dove la realtà era sempre più sconociuta e la passione si allontanava, la mia vita ha perso il senso di essere tale.
 
D self portrait
Un giorno, sarà stato al massimo una ventina di giorni fa, in uno dei tanti inutili spostamenti tra il mio mondo di sogno e l’azienda della realtà, guidavo la macchina in autostrada senza riuscire a pensare a niente.
Cioè, non è che non pensavo a niente, che può essere serenamente bello, era proprio che non ci riuscivo.
 
Cercavo in ogni angolo di me stesso il ricordo di un’emozione, scavavo nei miei sentimenti alla ricerca di una sensazione possibile, frugavo nel mio profondo intimo nella speranza del più insignificante stimolo, aspettavo che il senso della mia vita si manifestasse, che il disegno si completasse.
 
E invece niente.

 
Allora ho chiuso gli occhi, senza togliere il piede dall’acceleratore, continuando ad andare, così, per vedere cosa si provava, se almeno in quell’istante estremo riuscivo a provare una qualsiasi sensazione.
Non so quanto sia durato, ma ho fortissima la percezione di quello che ho visto e che mi ha portato a spalancare di nuovo gli occhi.
 
Da un bianco lattiginoso, ho intravisto una figura che riposava, nell’ovattata sicurezza delle coperte della stabilità.

Subito riconobbi la curva morbida del collo e l’orecchio piccolo e delicato di D, i suoi capelli raccolti lo lasciavano scoperto al freddo dell’insicurezza ed alla tragicità della consuetudine.
Solo i tenui ciuffi gli davano un aria leggera e spensierata.
Le palpebre chiuse sugli occhi, leggermente più scuri per via del sonno della ragione, la bocca socchiusa in un abbandono della coscienza, il suo profilo perfetto.
 
Era di una bellezza unica, non ripetibile, solo lei è così.

 
Di colpo si alzò sul letto e, voltandosi verso di me, mi guardò.
Gli occhi divennero lucidi e la bocca stentò a parlare, nel tentativo di trattenere l’emozione. La sua espressione non era arrabbiata o disperata, ma fortemente malinconica, come quella di una bimba con la quale non si è mantenuta la parola data.
.
D self-portrait
 
Mi disse, solamente:
…te ne vai così, senza darmi un bacio e mi lasci qui, in questo mondo vuoto?
 
Poi tutto il suo viso mi sorrise, gli occhi belli e grandi, la bocca rossa come le ciliegie e aggiunse:
…ma non vuoi vedere i miei capelli imbiancare?

 
Ecco, in quel preciso istante ho aperto gli occhi, mentre la mia macchina correva con il fianco destro addosso al guardrail e tutti mi suonavano contro.
 
Ho aperto gli occhi sul mio abisso, e sono voluto tornare indietro.
.
Perché D, inconsapevolmente, mi ha fatto pensare che le emozioni più forti sono nelle scelte, che la forza è nel non rassegnarsi mai e che il futuro è nei sentimenti.

Io e D vent’anni fa, abbiamo acceso un mutuo.
Un impegno comune non per acquistare una casa come fanno tutti, ma per avere, ogni giorno, anche solo una panchina dove passare i pomeriggi insieme, una semplice seduta per sorreggere il nostro reciproco amore e starcene così ad osservare il panorama del domani.
Noi, tutti i giorni, versiamo la rata ai nostri respiri, il nostro capitale è fatto di sguardi, e gli interessi sono i sentimenti e, appunto, le nostre emozioni.

 
Voi invece, da dove traete la forza per andare avanti?
 
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Tutti i  dipinti e le illustrazioni che commentano questo post, sono i frutti della passione di D+
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Nota alla selezione musicale:
1) Amandoti (sedicente cover), by CCCP from Epica Etica Etnica Pathos, Virgin giugno 1990
2) Ballata per un vicolo, by Gaetano Liguori Idea Quintet from Live at Palazzina Liberty (1977), Philology W145.2
3) Amore che vieni amore che vai, by Fabrizio De Andrè from Fabrizio De Andrè vol. 3, Ricordi 1970
4) Dans la pluie, by Chat Noir from Decoupage, Emarcy Universal 2007
5) Sì nò me Moro, by Ardecore, from CD “Chimera”, il Manifesto 2007
6) Deriva, by Remo Anzovino from Tabù, Odd Times 2008
7) Cogli la mia rosa d'amore, by Rino Gaetano from Mio fratello è figlio unico, RCA 1976
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*Giusto per dovere di cronaca, i miei sono ancora insieme dopo più di trent’anni da quel giorno.
Io ho continuato ad associare un’allegra gita di famiglia ad una possibile tragedia personale e conservo ancora il retrogusto agrodolce di una domenica di agosto nella stanza segreta delle mie emozioni.

postato da: jazzfromitaly alle ore 19:28 | link | commenti (38)
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Commenti
#1   02 Dicembre 2008 - 03:28
 
in una notte insonne come questa sono passata di qui come dal pusher di fiducia e di click emotivi ne ho raccolti diversi. ti rubo le immagini con le rose, per esempio, e sicuramente mi porto in giardino la canzone "amandoti" che stava sepolta chissà dove. quella D maiuscola e puntata, poi, mi ha trivellato il cuore che già di suo porta scavati crateri lunari. l'ho vista scritta su uno sfondo blu come questo una volta...
lo scambio, jazz, la necessità della condivisione porta a galla l'emozione.
d.
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#2   02 Dicembre 2008 - 13:17
 
Qualcuno potrebbe pensare che sei cambiato, che il tuo blog è cambiato, che non parli più di jazz.
Sciocchezze: tu parli la lingua del jazz come lo fanno Massimo e Albert Ayler e Gregory Corso e, perchè no, Attilio Bertolucci (che leggeva gialli e ascoltava la "nostra" musica), anteponendo le emozioni a tutto il resto.
Quanto a Massimo, mi fa piacere che tanti amici possano sentire la "Ballata per un vicolo", che mostra il poco conosciuto lato "cuore/amore" della sua musica, lato che lo trasfigura quasi in un Gato Barbieri al contralto.
Ben tornato, l'attesa è divenuta lieve, ora...
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#3   02 Dicembre 2008 - 14:03
 
Io, attualmente, strappo la mia forza di andare avanti dalle piccole gioie, dalle emozioni semplici, dalle parole che sento, dai desideri che nutro e tengo vivi, e non sbaglio perchè ho scoperto che a volte la vita te li rende realtà...Le mie emozioni le sento in testa, fra le costole, nella pancia e nel ventre, mi vibrano e mi si espandono dentro e, a volte, mi escono con le lacrime; oggi la mia forza di andare avanti la sento con le orecchie e spero che presto mi nasca anche dagli occhi, dalle mani e da tutta la pelle.
Non è molto, ma è tutto quello che ho.
k
utente anonimo

#4   02 Dicembre 2008 - 20:13
 
Mi sei mancato.
Rileggo il tuo blog di tanto in tanto, pur avendolo già letto diverse volte, ma le tue parole sono così vicine al jazz che invidio la tua scrittura. Urbani me l'hai presentato tu, non posso più farne a meno.
La forza di andare avanti mi arriva proprio come arriva a te. Dalla persona che ho accanto. Per restare nelle iniziali, diciamo G.
In G. ho trovato la mia vita, la mia forza, il cambiamento di cui abbisognavo, la voglia di continuare, di crescere, di smettere di immaginare una vita che non avevo per prendermela e tenermela stretta una volta per tutte. La musica riempie i silenzi che G. lascia quando è al lavoro, quando è a studiare. Senza la musica sarei una persona diversa sicuramente. Senza G. non sarei che una persona probabilmente diversa, ma senza dubbio incompleta.

Non so se l'hai già letto, ma vorrei consigliarti in ogni caso il libro Coming Through Slaughter di Michael Ondaatje. Una novella su Buddy Bolden improvvisata allo stesso modo di Dyer, e dalla quale proprio Dyer ha tratto ispirazione.

Ciao.
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#5   02 Dicembre 2008 - 21:27
 
Non so cosa dire, quando ti leggo, è il secondo post, sento le tue vibrazioni tangibili, e sprofondo nelle parole e nella musica, mi perdo un po'.
Le emozioni... cuore passione anima piacere...non so dove circolano libere...e arriva un click che le combina le agita... esplodono, o ti pervadono piano,penetranti, lancinanti...lancinanti come le tue.
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#6   02 Dicembre 2008 - 21:29
 
Mi rendo conto ora che il libro di Ondaatje lo hai già letto in italiano. Meglio così.
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#7   03 Dicembre 2008 - 08:49
 
guidare ad occhi chiusi...se ti beccava la stradale erano c...i tuoi fratello altro che emozione ;))
il tuo racconto l'ho riletto due volte e mi ci sono ritrovato le tue esperienze le tue emozioni sono le mie...la banda tra amici...mitica e sciocca io l'avevo fatto a ostia allo stabilimento lido...la prova era saltare da delle cabine poste a 3 -4 metri giu per la spiaggia senza farsi male.... non ero tra i migliori ma stavo nella banda...banda de che non si è mai capito...ho 49 anni di ricordi ne ho tanti e alle 8 di questa mattina mi hai messo nel leggerti tanto calore ed emozione meriteresti una tiepida zuppa di fagioli e cozze.Emozioni...Il corpo a volte è una prigione che isola dal mondo, a volte una gabbia che presenta agli altri, spettatori stupefatti, l'esemplare che lo abita". L'emozione , definisce i contorni e il significato del proprio sentire e la gabbia si dissolve e ci fa sentire vivi.
Un giorno mi dirai e mi racconterai le tue emozioni intorno ad un tavolo...mi farebbe piacere
Hasta
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#8   03 Dicembre 2008 - 22:28
 
Maravilloso amarcord, il tuo
Leggendo, ascoltando, vedendo,
pensavo che hanno ragioni
i cugini spagnoli,
avevano ragione
i nonni romani;
el ocio es negocio
otium neg-otium
.
Bella come sempre la selezione musicale, anche nelle scelte meno jazz.
Io quando ti leggo mi prendo il ritmo della musica, cercando di fare in modo che l'andamento della lettura prenda tutto il tempo della selezione.
Quanto alla mia forza per andare avanti, dentro e fuori di qui, risiede nella capacità di emozionarmi, incazzarmi, intenerirmi e cercare di cambiare il mondo dentro e fuori di me.
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#9   04 Dicembre 2008 - 02:04
 
Ti è mai successo di avere uno strano "bisogno di ascoltare" qualcuno senza sapere neppure perchè?...bhe a me si!
Non so il motivo e non so nemmeno come ti ho trovato.
Bhè a volte la vita è strana,
ci mette davanti persone con un aspetto un pò burbero,
un viso non comune,
dando, attraverso il loro corpo, voce a valanghe di domande alle quali per me diventa sempre più difficile rispondere...Grazie....Perdonami non considerarlo un furto ma un prestito..
utente anonimo

#10   04 Dicembre 2008 - 23:34
 
Mi ricordo che una mattina, ( avevo appena 11 anni e vivevo ancora in paese), mi vennero a chiamare a scuola, dicendo “vai a casa che tuo padre sta male”.
Quella fu la prima volta che appresi che anche una persona che cura gli altri può stare male.
Fu anche la prima volta che vidi quella donna composta che è mia madre, piangere in modo sguaiato e la prima volta che vidi un cadavere.
L’elastico usato per tenere i piedi di mio padre uniti, mi rivelò con un’intuizione immediata l’inafferrabile concetto della morte:Un evento che trasforma le persone in oggetti.
Ecco io allora non provai nulla, ma mi misi a piangere perché era giusto che lo facessi.
Se mi chiedi quindi cosa mi aiuta ad andare avanti , forse, posso risponderti, la speranza che un giorno riesca a provare qualcosa, mi va bene anche lo straziante dolore di una perdita.
Per intanto cerco di compensare questa menomazione con le mie creature e nella fitta trama di tela e di carta di trovare la traccia delle mie emozioni per rassicurarmi che non sono un mostro.
Mi scuso se l’intervento era a gamba tesa, ma il tuo post meritava franchezza.


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#11   05 Dicembre 2008 - 00:17
 
ti piace coltivare i ricordi. lo fai con le tue pagine visive sul jazz e con pezzi della tua vita.
ma a tutti noi piace raccontarci., perchè così diamo senso alla freccia che è il nostro percorso vitale.
nelle tue pagine scorre una energia empatica che conquista.
e i dipinti sono stupendi
grazie
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#12   05 Dicembre 2008 - 01:48
 
cristo santo
ma quanto scrivi ???.(
io sono ancora al punto che tuo padre è scappato via e ha lasciato le luci accese nella machina :((

well

a lick
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#13   05 Dicembre 2008 - 01:49
 
ps

viva il jazz .))
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#14   05 Dicembre 2008 - 02:45
 
con te è sempre dura !! vado avanti e continuo a leggere .))
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#15   05 Dicembre 2008 - 12:09
 
Passare per queste pagine fa sempre riflettere, ma poni una domanda a cui mi è difficile rispondere...
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Skeight

#16   05 Dicembre 2008 - 14:37
 
nelle tue parole scorre qualcosa che ti afferra e ti tiene stretta, stretta a ciò che dicono.
devi leggere e rileggere e sentire sempre di più.
con empatia.

dipinti stupendi
musica che incide.
post così sono pochissimi.

"Noi, tutti i giorni, versiamo la rata ai nostri respiri, il nostro capitale è fatto di sguardi, e gli interessi sono i sentimenti e, appunto, le nostre emozioni."

grazie di cuore
aura
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#17   05 Dicembre 2008 - 19:31
 
sono arrivata a te da un tuo commento che ho letto dall'amico pierre. affascinata è dir poco, ma tornerò con calma, di notte, quando sono calma. non è pubblicità, ma vorrei che tu andassi qui http://www.myspace.com/labellaestate, per condividere, nulla di più. a presto, e scusami. simy
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente simonettabumbi

#18   06 Dicembre 2008 - 13:19
 
"Voi invece, da dove traete la forza per andare avanti?"

Ecco una bella domanda...
dici bene che le emozioni sono il futuro, ma ultimamente non mi bastano. Sarà che si ripetono ossesivamente e non mi danno la prospettiva di un futuro. Se cerco trovo solo rabbia. Rabbia sterile che non si trasfoma in niente. Una rabbia che mi mangia le parole e i pensieri.

Ho sempre pensato se esisteva o no una fase in cui ti perdi, un'età in cui hai tirato fuori tutto e i giorni nuovi sono finiti e tutto è destinato ad un tragico ripetersi.
Quell'età in cui anche il corpo si lascia andare e ti ritrovi adulto e flaccido con il volto segnato e l'ipocrisia di chi se la sente che se l'è vissuta ma ormai è andata.
Puoi rivendertela al baretto con i più giovani. Ma al baretto non ci vai più.

Come faccio per andare avanti? Ultimamente scivolo, rabbiosamente scivolo su quello che non so più cosa è.

Come se quello che sei ora e quello che sei stato fosse ormai solo un ricordo. Un ricordo di gloria ipocrita, vecchio e antipatico.
E allora scivolo via.
utente anonimo

#19   08 Dicembre 2008 - 07:59
 
Ah, che bello! il tuo racconto suona un po' come una "single note" nel Jazz: improvisata (al click del momento), forte (profonda), lunga...infinitamente emotiva
utente anonimo

#20   08 Dicembre 2008 - 09:24
 
Non è una domanda a cui si possa rispondere...con un click. :)
A volte me lo domando anch'io...molte volte. Poi ringrazio per avere un paio d'occhi che mi permettono di vedere tante cose, dentro e fuori di me. Sono "occhi" che fanno soffrire, ma che mi danno tanto. Hai presente il testo di quella stupenda canzone che è Gracias a la vida?...uguale.
Poi ascolto mio figlio suonare il suo pianoforte e spero che la musica lo renda libero. Di essere se stesso. Come succede a me quando scrivo, quando scatto fotografie, quando canto (mi sono fatta un piccolo regalo :D). E c'è anche Innerland, quella specie di tana che mi sono scavata qui, e che la mia solitudine sta "arredando", per i tempi duri di un inverno che so che sta per arrivare.
E ci sei un po' anche tu, che con questa musica mi dai, ogni volta che vengo da te, un' ala per volare. Tempo fa te l'avevo scritto...che mi avevi fatto tornare la voglia di cantare ancora, anche se solo per me. Grazie, amico.
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#21   08 Dicembre 2008 - 23:09
 
Difficile risponderti, dopo quello che hai scritto,direi dalla passione per quello che faccio,.........mi piacerebbe risponderti anche per una persona che ho al fianco, ma non è così.....forse non la troverò mai, pazienza, capita nella vita....
Però quello che dici del mutuo che avete acceso tu e lei è meraviglioso, e non penso ci siano molte persone al mondo che possano essere così fortunate...
Audrey
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#22   09 Dicembre 2008 - 00:52
 
Ci si tuffa nella vita altrui
quasi come avesse accarezzato la nostra così delicatamente
che pare quasi d'aver sentito il gesto,
oltre che la voce di un cuore
sensibile e così pieno di voglia di vivere
nello scoprirsi ancora capace d'emozionarsi.
Era un pò che non passavo,ogni giorno c'era il proposito a cui poi son mancata per tanti motivi.
Mi ha emozionanto leggerti
più di tutte le altre volte
Forse perchè ho visto un bimbo-uomo con ginocchia scorticate
crescere attraverso le sue esperienze che raccontano un pò quelle di tutti noi,seppur in modo differente.
Mi sono persa ad un tratto
nella bellezza dei quadri scelti per raccontare di "D"
Di come Donna,la donna compagna della tua vita ed ora mancano le parole per esprimere questa emozione.Come essere attraversata nella pelle,e vedere vene di sangue gonfie al battere del cuore.
Non so scrivere per come sento
così poso quì una rosa rossa
le stesse del dipinto che più mi ha colpito per somiglianza
e con il sogno che un giorno un Uomo scriva per me le tue stesse parole.

Sono emozionata.:)
Ciao Jazz un saluto anche alla tua D
Come te anch'io ho genitori che stanno insieme da tanto, 45 anni,
e ancora si amano come il primo giorno...:)))
Buonanotte,D

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#23   09 Dicembre 2008 - 14:46
 
è un po' che non leggo il tuo blog;
è un po' che non parliamo come parlano due amici;
ma ci vorrà un po' per metabolizzare "queste cose" che scrivi;
"queste cose" perché non sono una poesia, nn sono un racconto, non sono uno sfogo, la defiizione semmai ce ne fosse bisogno sarebbe un Blues e come tale è forte, triste, debole, allegro ma di sicuro emozionante. un abbraccio
utente anonimo

#24   10 Dicembre 2008 - 10:30
 
A volte mi chiedo cosa sia veramente un'emozione. Si dice venga dal "cuore".Tuttavia il cuore è solo un muscolo. Tutto viene dal cervello, dai nostri pensieri, dal nostro vissuto.
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#25   10 Dicembre 2008 - 13:49
 
Leggendo il tuo post mi viene in mente l'immagine di una piantina che cresce diveltendo l'asfalto.
Così, semplicemente.

Manuel dc
utente anonimo

#26   10 Dicembre 2008 - 17:20
 
Grazie per la musica
k
utente anonimo

#27   10 Dicembre 2008 - 17:29
 
...un grazie pluriennale...
k
utente anonimo

#28   10 Dicembre 2008 - 23:15
 
Jazz, un abbraccio.
A queste tue parole che sanno svelarsi e svelare e raccontare, che poi raccontare è far vivere.
A questi quadri e disegni dagli occhi pieni di luce che accendono gli occhi di chi li osserva e rendono sete la ricerca dei colori, alle note che a loro volta abbracciano tutto questo. E' così bello passare da qui e soffermarsi. E farsi girare dentro le domande che poni. Si mischiano insieme alla vita in cerca di una risposta e, proprio per questo, la risposta è nella domanda.
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#29   11 Dicembre 2008 - 13:28
 
Ripasso,prima di un viaggio che devo fare a breve.
Assorbo tutte queste emozioni che metto nella valigia insieme a tante altre piccole
che mi donano calore
Le indosserò come un bel maglione di lana morbida,
quando sarò a destinazione.
Buona giornata Jazz
(Grazie)e a presto:)*
DonnaD
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#30   11 Dicembre 2008 - 19:49
 
un pò le ho trovate qui le emozioni, di quando i miei si sono separati, di quando facevo a pugni con gli altri bambini, a quando ho lasciato e sono stata lasciata, ma continuo a vivere con la stessa intensità di allora, e la musica aiuta a sentire vecchie emozioni......grazie, jo
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#31   12 Dicembre 2008 - 03:27
 
quante emozioni vive!
adesso, nel silenzio, suonano.
sono in armonia con la musica, le parole, i dipinti.
bello rivivere questo tuo post.
ancora ed ancora.
:)
aura
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#32   14 Dicembre 2008 - 01:34
 
penso che sono stata fortunata ad averti incontrato qui, per caso, una sera....grazie per aver voluto condividere le tue emozioni.
Scusa ma non riesco a rispondere alla tua domanda...
p.s. molto belli i disegni!
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#33   17 Dicembre 2008 - 19:37
 
Jazz ti ho letto e riletto, intense passate e vive parole, presenti i tuoi squarci di tempo.
Bellissimi anche i disegni di D.
Un bacio,
a presto
Dale
utente anonimo

#34   22 Dicembre 2008 - 11:29
 
Emozionante...
Un carissimo saluto.
Red.
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#35   24 Dicembre 2008 - 15:50
 
dopo il cenone na pisciatella na salve regina e ce ne annamo a letto buone feste
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#36   25 Dicembre 2008 - 00:52
 
passo nella notte che ricorda quella notte.
e ti lascio un pensiero:

... trovarono Maria e Giuseppe e il bambino giacente nella mangiatoia.

È tutto. Questo presepio di dieci parole è dell'evangelista Luca che nemmeno lui lo vide, come non lo vide il suo maestro Paolo di Tarso: soltanto quei pastori notturni polverizzati nel nulla. Tre nomi, un arnese. Facciamolo anche noi così piccolo e vero il presepio. Leggiamo e rileggiamo queste dieci parole — come ci si curva su un diamante fino ad appannarlo col fiato. Sono tutto il nostro Natale: le ha scritte un medico di Antiochia, senza che la sua penna tremasse per la tentazione di dire di più.

in Luigi Santucci, Volete andarvene anche voi?, Mondadori, 1969, p. 33
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#37   31 Dicembre 2008 - 17:03
 
Auguri grande Jazz!
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#38   23 Gennaio 2009 - 10:39
 
Mi piacciono i tuoi scatti emozionali, eccome!
Grande Jazzzzzz!
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