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lunedì, 29 settembre 2008

PHILOLOGY – A Jazz Life

“io voglio il fischio dell’ancia di Charlie Parker”

Charlie Parker unissued


 



Come vi ho già raccontato su Italian Jazz Labels, la documentazione su disco del Jazz italiano, vive la sua stagione d’oro tra gli anni ’70 e gli inizi dei ’90, grazie soprattutto all’impegno ed alla passione di alcuni “piccoli” produttori indipendenti, dal momento che le grandi major si sono interessate tardi - e sempre poco - al fenomeno.
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Horo8 Mario Schiano & Giorgio Gaslini
Della HORO di Aldo Sinesio (1972), probabilmente la prima e che resta tra le più prestigiose, avete letto gli inizi, le scelte ed i famosi confronti.
In quegli stessi anni (i master su nastro partono dal ’68 anche se la prima produzione su disco è del ’77) troviamo il pianista Tito Fontana, con la sua raffinata etichetta DIRE, che si prodigava ad incidere il meglio del Jazz di casa nostra.
Del 1975 è la prima incisione della serie Jazz from Italy, curata da Lino Patruno e Giancarlo Pillot per la Carosello, che spazierà dal Jazz tradizionale agli inediti progetti di grandi solisti italiani, registrando molto spesso con ospiti internazionali di grande livello.
Nel 1976 nasce la Red Records di Sergio Veschi, che si contraddistingue per l’alta qualità artistica e tecnica delle sue produzioni e, subito dopo (1979) la Soul Note di Giovanni Bonandrini, che nasce in seno alla Black Saint di Giacomo Pellicciotti dedicata più rigorosamente all’avanguardia, al quale dobbiamo il merito di aprire al panorama italico un’importante finestra sulle produzioni jazz internazionali.
Per ultima, solo in ordine di tempo, nasce la SPLASC(H) di Peppo Spagnoli, quasi casualmente nel 1982, che documenterà le varie realtà del nuovo Jazz italiano, dimostrando vera passione e vasta ampiezza di vedute registrando l’opera prima di Paolo Fresu, i debutti di Pietro Tonolo, Riccardo Fassi e Stefano Battaglia ma anche i grandi protagonisti del nostro jazz, come Gianni Basso, Guido Manusardi, Giorgio Azzolini, Gianluigi Trovesi, Mario Schiano etc, etc.
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GIANNI BASSO hit
 
A parte altre labels, con minore diffusione e di breve vita professionale, come la Ictus di Andrea Centazzo, la Gala Records, la CMC, la Cecma, la Pentaflower, la Bull Records e la Edi-Pan, praticamente introvabili sul mercato, roba da collezionisti, insomma, la Storia del Jazz italiano è tutta qui.
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Una manciata di labels con dietro un’idea ed un’etica di produzione, per la maggior parte in studio.
Questa è già una grande cosa per un paese piccolo come il nostro, dove per anni la musica Jazz è stata “ai margini” del music business, relegata sui piccoli palcoscenici e promossa solo sulla stampa specializzata, ma mancava il respiro del Jazz, l’invenzione unica e irripetibile, la documentazione del miracolo creativo che è la fonte di questa musica, “il momento quello” *
 come ha detto quel grande poeta improvvisatore che è Victor Cavallo.
 
Poi finalmente, un uomo innamorato profondamente del Jazz, un fan appassionato dei grandi Maestri di questa che è, anche per me, la musica più bella, un personaggio unico e coraggioso,
inventa lì sul momento, senza filtri o artificiali pensieri di produzione, quella che è l’etichetta più vicina all’anima del Jazz.
 
Nel luglio del 1987, nasce la PHILOLOGY di Paolo Piangiarelli.
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italian jazz label
 
“Perché faccio dischi così belli? Perché lo amo il Jazz, tanto e da sempre, da più di cinquant’anni, come e forse più di voi e nel 1987 ho deciso di farli io i dischi di jazz, quelli che non vedevo sul mercato, quelli che avrei voluto che altri facessero per me ma non li facevano…”
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Così Paolo Piangiarelli presenta la sua avventura, così descrive un sogno che il suo amore, il suo impegno e la sua grande capacità relazionale umana hanno trasformato in una delle realtà più importanti del panorama musicale.
 Ed il vasto catalogo della PHILOLOGY, testimonia tutto questo e rappresenta in maniera concreta la sua filosofia e quella della sua amata creatura.
Il nome stesso, ed il logo, è una dedica ad uno dei suoi eroi, quel Phil Woods che al sax contralto ha continuato la lezione di Charlie Parker, non emulandolo o, semplicemente rendendogli omaggio
- e tutti gliene dobbiamo - ma ponendosi come continuatore della sua musica, come discendente diretto e come il miglior rappresentante, a mio parere, dell’evoluzione che la musica di Bird avrebbe mai potuto avere se lui non ci avesse lasciato così presto.
E non è un caso che sia proprio uno dei suoi idoli a dare il via alla grande produzione che Piangiarelli metterà “on air” fino ad oggi.
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Phil Woods
 
Il catalogo si apre proprio con tre LP del Phil Woods Quartet (con Mike Melillo, Steve Gilmore e Bill Goodwin) in quel magnifico THE MACERATA CONCERT [1] registrato al Teatro Lauro Rossi nel Novembre del 1980.
Paolo cercherà di incidere e pubblicare la musica di Phil nelle combinazioni più varie possibili, sempre di alto livello artistico e di grande creatività.
Come in "THE BIRTH OF THE ERM" [2] con la European Rhythm Machine, nel "MEMORIAL CHARLIE PARKER" [3] o con la Big Bang Orchestra di Mario Raja [4] .
 
Nel box con i tre LP registrati dal Phil Woods Quartet a Macerata, trova spazio un bellissimo booklet ed anche una dettagliata discografia del contraltista di Springfield, redatta da Piangiarelli stesso.
Questo dello studio, dell’archiviazione, del dettaglio, è un altro caposaldo dell’etichetta, che chiaramente dichiara la sua ricerca filologica nello stesso nome, ed aggiunge un dettaglio chiarificatore nella filosofia della PHILOLOGY.
 
Piangiarelli infatti ritiene che bisogna presentare le session così come sono, nella loro reale naturalezza, perché crede che tutto quello che accade durante le improvvisazioni fa parte del processo creativo e per questo deve essere presentato nella sua relativa integrità.
 La ricerca di inediti per la presentazione al pubblico degli appassionati di tutta la musica registrata dai grandi Maestri del Jazz, è un’altra sfaccettatura che caratterizza la produzione della PHILOLOGY e gli dona visibilità internazionale.
Infatti, come un “piccolo” Dean Benedetti, Paolo parte alla ricerca di nastri inediti dei suoi idoli, pubblicando Bird’s Eyes [5], LP con inediti di Charlie Parker che inaugura una serie che nel tempo raggiungerà oltre venticinque volumi, poi Prez’s Hat [6], con inediti del grande Lester Young che si protrarrà in altri cinque volumi ed anche un bellissimo LP con inediti di Clifford Brown e Chet Baker [7].
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Clifford Brown & Chet Baker unissued
 
Questa operazione genererà non pochi dibattiti tra gli appassionati ed anche alcune polemiche sulle colonne del mensile Musica Jazz, essendo questi nastri provenienti da registrazioni private (quella di Brown addirittura incisa da lui stesso a casa sua) e non perfetti dal punto di vista della qualità sonora.
Ovviamente non tutti amano il Jazz così profondamente come Paolo Piangiarelli e non tutti hanno ancora compreso che la documentazione su disco del Jazz, di questa musica che si nutre dell’invenzione e del cambiamento continuo, che ha fatto dell’improvvisazione la sua genialità compositiva è, non solo utile e bella, ma necessaria per affrontare il futuro, conoscendo il passato.
Bastano poche righe scritte da Marcello Piras, per far comprendere meglio di molte spiegazioni l’importanza di queste pubblicazioni.
“ la questione non è oziosa. Ormai sta finendo un’epoca: finora sono stati i privati a salvare dal naufragio i sacri testi del Jazz. Senza dubbio, considerati per quello che sono, un documento, questi nastri sono davvero qualcosa di unico, che non meritava di finire nella spazzatura. Era importante che questo materiale non andasse perduto: bene ha fatto chi lo ha portato finalmente alla luce del sole” [8]
 
Ma torniamo a noi, al tema portante di questo scritto, alle produzioni PHILOLOGY ed alla dedizione di Piangiarelli per i suoi idoli.
Ho appena accennato il nome di Chet Baker, ma questo è un nome importante nella musica Jazz ed ha un posto di rilievo, come merita, anche nella produzione di Paolo.
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Chet Baker Trio - Live from Moonlight
 
Il primo è uno dei migliori concerti del trombettista di Yale, registrato nel 1985 al Moonlight Club di Macerata [9] con Massimo Moriconi (bass) e Michel Grailler (p), un disco intimo dove Chet affronta con una dolcezza unica e con tempi estremamente dilatati alcuni dei pezzi che più amava.
My Funny Valentine, How Deep is the Ocean, My Foolish Heart, Estate. "Sempre gli stessi pezzi" che sembrano ogni volta nuovi, le “canzoni semplici” che la sua voce sublimava in pura poesia, le melodie famose ogni volta sconosciute all’invenzione del suo respirare nella tromba.
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Un disco bellissimo, vero e proprio LIVE CULT, reso unico da una discografia cronologica e da delle liner notes a firma dello stesso amico e produttore che sanno più di un assolo in Jam, di una libera improvvisazione su tema che di una lettura “critica” del concerto.
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Chet Baker & Pieranunzi - The Heart of the Ballad
 
Qualche anno dopo, Paolo, invita Chet Baker in studio e lo fa incidere in due dischi memorabili e, purtroppo, gli ultimi della produzione in studio di Chet Baker.
Tra la fine del febbraio ed i primi di marzo 1988 nascono per la PHILOLOGY “The Heart of the Ballad” [10] in duo con Enrico Pieranunzi e “Little Girl Blue” [11] in quartetto con lo Space Trio del pianista romano. Anche qui l’atmosfera è delle migliori ed il risultato è sublime grazie anche alla scelta dei temi e soprattutto all’ispirazione dei musicisti.
Nella riedizione in CD, Piangiarelli include tre take di “But Beautiful” la splendida ballad di Jimmy van Heusen, più la quarta che era quella usata nella prima stampa dell’LP.
Ascoltando tutte e quattro le tracce di seguito, si ha la fortuna di assistere alla nascita di uno dei gioielli che Chet sapeva donare, senza chiedere mai niente in cambio. Perché, anche secondo me, nessun suono di Chet deve andare perduto, perché ognuno è una rara gemma, e questo lo dobbiamo anche a uomini come Paolo Piangiarelli.
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Chet Baker - Naima
 
Postumi escono tutti i nastri che questo appassionato fan/produttore ha inciso nel tempo o recuperato e salvato dall’oblio.
“Seven Faces of Valentine” [12] e “Naima: Unusual Chet” [13] sono due raccolte di tracce live che vanno dal 1975 al ’87, la prima dedicata interamente alle innumerevoli versioni del classico di Rodgers & Hart, con diversi accompagnatori.
Successivamente ha pubblicato un live in due volumi registrato al Club 21 di Parigi [14] e il bel concerto “A Night at the Shalimar” [15] con Nicola Stilo, Furio Di Castri e Mike Melillo e Luca Flores alternati al pianoforte.
 
Due mesi dopo la tragica scomparsa di Chet Baker, la PHILOLOGY produce un sincero omaggio alla musica ed un saluto allo spirito di Chet, incidendo con Tiziana Ghiglioni e Mike Melillo “Goodbye, Chet” [16].
Il disco presenta anche due inedite versioni di “Lament”, incise da Chet Baker con il quartetto di Tiziana Ghiglioni al festival di Bari nel 1985, unica traccia registrata, dal nostro “emulo” di Dean Benedetti con il suo Sony tascabile, di quel mancato incontro discografico tra i due.
 
Nel novembre 1989, grazie a Paolo Piangiarelli esce, allegato a Musica Jazz, “the Newport Years vol.1” [17], che propone registrazioni inedite di Baker del 1955 al famoso jazz festival. Inoltre permette di ascoltare la tromba di Chet Baker in duo con la nostra Caterina Valente (voce e chitarra) al festival tedesco di Baden-Baden nel ’56.
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Chet Baker The Newport Years
Lo stesso produttore, qualche anno dopo, mette a disposizione delle registrazioni inedite di Baker in Italia tra il ’75 ed il 1988 per l’allegato di Musica Jazz dedicato a Chet Baker.
Tra queste c’è una perla, SOLAR di Miles Davis, registrato da Chet Baker a Torino il 21 aprile 1988 con Enrico Rava, Massimo Urbani e Franco D’Andrea.
 
Insomma, un rapporto vero e duraturo, quello tra Paolo & Chet, uno scambio di affetti e di intenti, un’amicizia ed un rispetto unico,
molto di più che un rapporto professionale.
Lo stesso che lega questo “anomalo” produttore ad un altro dei suoi eroi ai quali la sua etichetta musicale è dedicata, Lee Konitz, l’unico saxofonista che negli anni ’50 aveva già uno stile personale così originale che gli permise di restare “del tutto indifferente” alla prepotente influenza di Bird.
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La PHILOLOGY registra per la prima volta l’alto sax di Konitz nel 1988, facendolo suonare a Roma con quello stesso Space Jazz Trio con il quale aveva fatto incontrare Baker, incidendo due dischi in due giorni, l’intenso e fresco “Blew” e lo splendido “Phil’s Mood” [18].
Nello stesso anno Piangiarelli licenzia “Solitudes” [19], dove propone il lirico pianoforte di Pieranunzi come unico compagno del sax di Lee Konitz, realizzando un album di ballad dello stesso sapore agrodolce del magico duo con Chet Baker.
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Lee Konitz - Blew
 
Da quel momento in poi, Paolo riserva a Lee lo stesso trattamento filologico che ha nei confronti dei suoi idoli, registrando il solismo unico di Konitz nelle più diverse espressioni, dall’orchestra ai dischi più intimi in duo con i più interessanti pianisti di casa nostra come D’Andrea, Sellani, Umberto Petrin, Stefano Battaglia, fino al particolarissimo “Self Portrait” [20] dove il Maestro del sax alto, registrando in solitario, sovraincide la voce del suo strumento fino a quattro volte, improvvisando sempre, prima sul tema scelto e, successivamente, sulle sue stesse improvvisazioni.
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Poi c’è l’incontro con un grande trombettista del nostro paese, uno dei più interessanti uomini del jazz.
Nel 1997, Lee Konitz incontra di nuovo in uno studio di registrazione Enrico Rava, con il quale aveva inciso il suo primo disco in Italia, quasi trent’anni prima, quel memorabile “StereoKonitz” [21] con il complesso di Giovanni Tommaso.
Per Piangiarelli i due incidono “L’Age Műr” [22],
“un vero disco di Jazz, uno di quelli che forse nessuno fa più ai nostri giorni…” come dice Rava nelle note di copertina.
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Lee Konitz & Enrico Rava
 
Enrico Rava è da sempre, insieme a Chet, il trombettista favorito di Paolo. La sua label lo aveva già avuto come gradito ospite delle sue produzioni nel ’90, con Pieranunzi, Enzo Pietropaoli al basso e Roberto Gatto [23].
Per Piangiarelli, come in tutti i suoi rapporti “professionali”, è ancora il cuore a dettare le nuove direzioni della PHILOLOGY.
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Nel 1999 incide “Rava plays Rava” [24], che rappresenta il primo capitolo del Rava’s Songbook, in duo con un giovane pianista, che nello stesso anno aveva inciso il primo disco a suo nome [25] proprio in casa PHILOLOGY. Nel novembre 2000 Piangiarelli organizza l’incontro di Rava con Renato Sellani, uno dei più eleganti pianisti italiani, con un senso dello swing ed una capacità poetica innata e naturale, che darà alla luce due album, il primo dei quali, “Radio Days” affronta il repertorio della canzone italiana, nel modo più lirico e bello che possiate immaginare.
“Donna” di Kramer, “Roma nun fa la stupida stasera” di Trovajoli, “Arrivederci” di Bindi e poi Le tue mani, Ma l’amore no, Amore baciami ed altre, vengono presentate spogliate di tutto il superfluo, restituite con l’essenza della melodia, con il profumo dei ricordi.
Un disco affascinante e prezioso.
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Rava play Rava
Qualche mese dopo i due si ritrovano, sempre al Mu Rec Studio di Milano, ed incidono un’altra perla della PHILOLOGY.
“Le Cose Inutili”, parte dallo stesso assunto del precedente, ma si confronta con la canzone americana.
Una manciata di standard proposti in una luce che smussa gli angoli, con una veste che accende il desiderio, con una semplicità che, in questo raro caso, è sinonimo di grandezza.
Successivamente c’è l’incontro di Rava con i due mostri sacri di Piangiarelli, Phil Woods e Lee Konitz.
L’aveva detto Paolo “…ho deciso di farli io i dischi di jazz, quelli che non vedevo sul mercato, quelli che avrei voluto che altri facessero per me…”
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Phil Woods Lee Konitz Enrico Rava
 
E sarà ancora Enrico Rava a fare “da ponte” ad un altro amore musicale di Paolo Piangiarelli, che nel 1977 registra il trombettista in concerto all’Arena Sferisterio di Macerata [26].
Su quel palco, oltre a lui, c’è Jean-François Jenny-Clark al basso, Aldo Romano alla batteria e, soprattutto, Massimo Urbani al sax alto.
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La sua etichetta discografica doveva ancora nascere, ma Paolo s’innamorò subito di quel ragazzo, il cui genio era un mistero.
Quando nel 1987 nacque la PHILOLOGY, tra i primi dischi da pubblicare Piangiarelli volle proprio Massimo Urbani, e gli propose un disco memorabile [27], un duo con Mike Melillo, che non aveva mai incontrato Urbani e che è stato per anni il pianista di Phil Woods, di totale improvvisazione per Bird.
Non un disco su Bird o sulla sua musica, ma proprio per Bird, forse l’unico disco di Massimo Urbani apertamente dedicato a Charlie Parker.
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Max non incide neanche una traccia delle composizioni a firma di Parker, anche se diverse citazioni, fulminee, vengono fuori inaspettatamente fedeli agli impossibili originali sempre cangianti, ma suona tutti gli standard a lui cari, non interpretando la musica di Parker ma respirando à la Bird, seguendo l’ebbrezza dei suoi voli irraggiungibili ed anche il rischio delle sue cadute verso il basso, nella geniale forma improvvisata tanto cara a Bird, quanto a Max.
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Massimo Urbani & Mike Melillo
“Lover Man”, “Out of Nowhere”, “What is this Thing Called Love”, I’ll Remember April” si formano nell’aria con enorme rispetto della canzone stessa, suonate con l’intensità che è solo dei grandi solisti, con un gusto per l’avventura musicale che non è mirabolante o fantasmagorica, ma indaga tra le pieghe semplici della composizione, illumina gli angoli più nascosti, ricerca con sobrietà e naturalezza fino a trovare la Poesia, sempre nuova, che solo i puri o gli innamorati sanno pronunciare.
 
Poi arriva il brano “The Gypsy”, di William Gordon Reid, e tutto il disco prende la forma di un capolavoro.
“…quando gli ho chiesto di suonare The Gypsy, che è un brano che lo stesso Parker ha suonato una sola volta nella seduta storica e drammatica di Lover Man, Massimo non lo aveva mai sentito. Glielo feci sentire io in studio, una volta sola, e lui l’ha suonato subito dopo ad orecchio, l’ha suonato incerto come quello di Parker, due versioni entusiasmanti.
Parker suonò a stento la melodia di The Gypsy perché stava male, la suonò usando appena le note fondamentali del tema, era al minimo delle sue possibilità ed al massimo della sua creatività. Ho tenuto presente quella seduta di Parker. Massimo suonando quel pezzo, ha accettato la sfida e si è messo nella condizione psicologica di Parker. Erano tutti e due in un momento di impedimento: Parker non aveva facoltà mentali giuste in quel momento, Massimo non conosceva il pezzo; entrambi hanno fatto un capolavoro di un brano che non avevano mai suonato.” [28]
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Massimo Urbani
 
Questo restarà, purtroppo, l’unico disco in studio che Urbani incide con la PHILOLOGY, ma Paolo continuerà a registrare Max in tutte le occasioni che gli capitano, perché Piangiarelli non fa progetti a tavolino per la sua etichetta, lui insegue un sogno, si innamora dell’uomo che c’è dietro lo strumento, si appassiona al soffio di quello strumento.
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Di Massimo Urbani esce “the Urbisaglia Concert” [29] con una ritmica sconosciuta ai più e con dei brani che fanno “gridare al miracolo” l’illustre critico inglese David Waddington. Poi vede la luce la sua partecipazione ad una rara registrazione del Gaetano Liguori Idea Quintet [30], che colloca il fenomeno italiano nella storia del jazz. Un disco importante, con un Urbani appena ventenne eppure già maturo nell’uso dello strumento e nel saper usare il linguaggio delle emozioni, un disco “inaspettatamente Jazz”, in un periodo dove i furori del free rivendicavano libertà difficili da raggiungere, con le splendide voci di Danilo Terenzi al trombone, del leader al pianoforte, dell’elastico e reiterato creatore di panorami armonici Roberto Del Piano al basso ed il motore ritmico di Filippo Monico.
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Gaetano Liguori Idea Quintet
 
Successivamente esce “Max Leaps In” [31] tra le più esplosive performance del saxofonista romano qui registrato con Melillo, Massimo Morioni al basso e Tullio De Piscopo, e “Go Max, Go” [32] registrato con Riccardo Zegna al pianoforte ed “i veterani” Luciano Milanese al basso e Gianni Cazzola alla batteria.
Ancora il “Live at Strabacco” [33] registrato benissimo in una piccola osteria, ancora con un’ignota ritmica - a parte Massimo Manzi alla batteria – e nonostante questo, o forse proprio per questo, con un Urbani in gran forma, che incide pezzi infuocati come Red Cross e My Little Suede Shoes di Charlie Parker, e ci regala una rara My Funny Valentine, vera perla di delicatezza, ed il “Live at the Supino Jazz Festival” [34] con il grande Luca Flores, che tanto ha suonato con Massimo.
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Poi c’è il concerto di Bologna registrato con Marcello Tonolo al pianoforte [35] uscito in concomitanza della prima edizione dell’International Massimo Urbani Award (Camerino 2004) e “Wild Genius” [36] registrato un anno prima della sua morte con i grandi Vannucchi, Rosciglione e Gegè Munari, oltre a Maurizio Urbani e Bob Mover come ospiti.
Piangiarelli mette a disposizione anche due lunghi live registrati con Enrico Rava, il furibondo “Flat Fleet” [37] con Franco D’Andrea, Mark Helias al basso e Barry Altschul alla batteria ed il bellissimo “Live at JazzBO’ 90” [38] con lo stesso D’Andrea e Giovanni Tommaso e Aldo Romano.
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Rava / Urbani - Live at JazzBO 90
 
Insomma, se Massimo in vita ha inciso meno di dieci dischi a suo nome,
qui ne troviamo altrettanti che ci permettono di conoscere meglio la sua figura, di apprezzare fino in fondo la sua musica, di affermare la sua grandezza.
 
Questo il ruolo della PHILOLOGY, questo il sogno di Paolo Piangiarelli.
 
Oltre alla passione per questi solisti, veri giganti del Jazz, Paolo ha sempre dimostrato un grande interesse per i crossover, una curiosità instancabile ed un fiuto eccezionale. La sua label ha cercato di documentare, stimolare, indicare i molti punti in comune tra i diversi linguaggi, evidenziando le affinità e cercando le possibili congiunzioni, tra autori solo apparentemente distanti come Battisti, Bindi e Bongusto con Sellani o tra il Jazz e le musiche "altre", come la bossa nova e la musica brasiliana in generale. Il risultato più toccante si trova nei dischi di Barbara Casini con Phil Woods o Lee Konitz, passando per l'elegante "Un Anno d'Amore" inciso con il Maestro Renato Sellani, fino allo splendido, morbido e profumato "Todo o Amor", primo lavoro a suo nome.
Ma la storica label ha promosso anche progetti importanti come i due omaggi a Billie Holiday fatti da Tony Scott, riscoperto sempre da Piangiarelli, ed il Franco D’Andrea Quartet e, soprattutto direi, il Tenco Project che ha visto Tiziana Ghiglioni, la migliore delle nostre cantanti Jazz, cimentarsi con il repertorio di uno dei più particolari autori della canzone italiana.
Ne è uscito un capolavoro, con un trio di eccezione come Paolo Fresu alla tromba, Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso e Umberto Petrin al pianoforte, oltre alla splendida voce di Tiziana.
Di questo progetto ne ho parlato approfonditamente in Tenco’s Jazz
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Ghiglioni-canta-Tenco
 
Dei progetti futuri della PHILOLOGY ve ne parla direttamente Paolo, che ho raggiunto al telefono qualche sera fa per la chiaccherata/intervista che segue.
 
 
"Quando la bellezza ti fa paura, è meglio che tu non lo prendi quel disco, è troppo bello per te, prendi un pò di merda in giro, che ce n’è tanta"
Intervista a Paolo Piangiarelli:
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JfI: Ciao Paolo,
la tua label ha prodotto i nomi tutelari del jazz contemporaneo, da più di vent’anni. Come effettui le tue scelte e quali sono le direzioni della PHILOLOGY?
 
PP: È naturale,
cerco di registrarli ogni volta che posso, in situazioni interessanti, in particolari combinazioni artistiche che siano di stimolo per il musicista, non faccio dischi banali, credo.
Il fatto che la critica ritiene che io, di un uomo come Konitz faccia troppi dischi, questa è una affermazione stupida,
è come dire, ma se Mozart fosse vissuto più dei trentatre anni che è vissuto, avrebbe fatto troppe sinfonie? O praticamente qualcuno si sarebbe dispiaciuto di questo fatto?
Messa in questi termini, io sento la necessità di fare questi dischi, visto che adoro Konitz perché lo ritengo uno dei più grandi geni del jazz improvvisato di tutti i tempi, ed io credo che il jazz non sarebbe tale, non sarebbe grande come è, se fosse solo scrittura, se non ci fosse l’improvvisazione del grande solista.
Il Jazz vive ancora di grandi solisti che sempre meno ci sono, ahimè, e non potrebbe vivere solo di pagine scritte, questo è il punto.
Adesso, se uno sente il jazz che si produce adesso, si accorge che mancano i grandi soli, cioè prendi i solisti come Joe Lovano, ma chi sono questi qui, sono competitivi con l’importanza e la profondità di gente del passato come Lester Young?
è importante, perché Lovano ha vinto per anni il referendum del downbeat, ma a che titolo lo ha vinto?
Qual è il suo spessore di personalità o di forza solistica?
Questo è vitale, questo punto è fondamentale.
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Lee Konitz Musica Jazz
 
Io se non ci fossero ancora, e purtroppo dobbiamo parlare di persone ottantunenni, se non ci fosse un Konitz, ci terremmo Ornette Coleman, con tutto il rispetto?
Capìto?
Onestamente Coleman che deriva da Konitz, che ha preso tutto da Konitz, che gli deve il suono, il tentativo di suono, perché adesso lo ha perso, non ce l’ha più Coleman, è un pigolìo il suo suono e la sua capacità improvvisativa dov’è?
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JfI: Eppure, per alcuni addetti al settore, Ornette Coleman è un genio della scrittura.
 
PP: Perché la critica ancora riempie le pagine della sua composizione Lonely Woman, ma scherziamo?
Ha fatto solo quello, più qualche composizione per i dischi contemporary come “Something Else!!!!” e “Tomorrow is the Question” e poi in definitiva ci siamo tenuti il suo quartetto splendido con Charlie Haden e David Izenzon, ed il capolavoro “Free Jazz” che praticamente resta confinato a se stesso e poi il PRIME TIME, logorroico quanto altro mai.
Assolutamente non creativo, non creativo per 30 anni.
E adesso appena fa un concerto accenna, deve accennare il suo Lonely Woman, altrimenti non si riconosce e la critica scrive:
“..che bello il momento in cui Ornette ha ridonato il suo solo in Lonely Woman…”
è poco, è veramente poco, io non ci stò più a queste cose.
La critica è regredita a livello infantile.
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Tenco Project - back
 
JfI: Beh, la critica dovrebbe indicare direzioni, si dovrebbe schierare
 
PP:Ma il disco che ha vinto il Grammy, l’hai ascoltato bene tu? [39]
 
JfI:L’ho ascoltato poco.
 
PP: È bene per te che non l’hai ascoltato, fai uno sforzo, mettilo su ed ascoltalo per due tre volte ed alla fine converrai con me, qui ci stiamo prendendo tutti per il culo, ed io non mi voglio far prendere per il culo.
Allora mi faccio dei dischi che nell’impostazione sono tradizionali, dove ci sono ancora i soli, e chiunque li faccia e li prenda, devono essere assoli importanti.
A me piacciono i solisti che raccontano qualcosa, che abbiano personalità di suono e che poi sappiano veramente raccontare delle storie grazie al cuore che hanno, allo spessore spirituale che hanno ed anche a quello tecnico.
La dove la tecnica ce n’è di meno, si può essere ancora dei grandi solisti se si è come Rava, che ha trasformato le sue “debolezze”, cioè una tecnica non travolgente, in qualcosa che viene dal profondo, dallo stomaco, Rava ha cominciato a gridare.
Il grido di Rava arriva, va bene?
La tecnica puoi anche non averla ma devi raccontare qualcosa, sennò ci prendi per il culo.
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Rava plays Rava - reprint
 
JfI: Io ho un ricordo bellissimo del disco Rava plays Rava.
 
PP: È un capolavoro, fatto 5 anni prima che la Label Bleu se ne accorgesse.
Io sono molto legato a Rava, e lui mi ha sempre voluto bene, ha sempre fatto dischi per me quando poteva ed anche Bollani, che adesso è diventato quello che è diventato, ed è difficilissimo fare un disco di Bollani, ma il suo primo disco da leader, Stefano l’ha fatto con me, era Mambo Italiano con Ares Tavolazzi.
Insomma ma allora chi era Bollani, non era ancora noto, e Rava mi disse che aveva scoperto da poco nel gruppo di Barbara Casini il pianoforte di Bollani e mi disse “…in questo momento mi piacerebbe avere una voce come la sua nel mio gruppo perché ancora non lo conosce nessuno…”,
Questo volle Rava, in un disco in cui suona la sua musica, ed io subito lo registrai, una settimana dopo che lui me lo disse.
 
Io ho colto subito quei momenti, quando un grande musicista mi diceva “adesso mi piacerebbe questa voce per me”, io non mi sono mai chiesto niente, quanto mi porta in termini di guadagno o quanto vale questo.
Ma che me ne frega del guadagno, io faccio i dischi per i posteri e quasi quasi mi dispiace di venderli agli squallidi, a quelli che non li capiscono o che non gliene frega niente.
Quando la bellezza ti fa paura è meglio che tu non lo prendi quel disco, è troppo bello per te, prendi un pò di merda in giro che ce n’è tanta.
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Tony Scott - Homage to Lady Day
 
JfI: Questo che dici rispecchia la filosofia della tua produzione e quello che dicevamo prima dei grandi solisti, cioè se non c’è emozione, se non c’è il racconto, se non c’è il respiro, non c’è musica.
 
PP: Si, perché senza questo criterio non avremmo un genio come Massimo Urbani. Quanto ha dato al Jazz Urbani?
Lui non sapeva leggere la musica eppure ecco il solista, personalità, suono, istinto.
Senza questi, il Jazz è morto, oppure ci terremmo soltanto Winton Marsalis e le sue rivisitazioni delle orchestre di Ellington o di Fletcher Henderson, adesso.
Lui studia la storia del Jazz, Marsalis, e ce la fa studiare a noi, siamo tutti tornati scolaretti.
Se la Lincoln Center Orchestra, come istituzione, è dedicata solo a questo, a ripassare la storia, ma ce la facciamo a casa noi, mettiamo i sacri testi e ce li ripassiamo tutti.
Dove stanno i grandi solisti nell’Orchestra di Winton?
Non ci sono.
Victor Goines è un solista di tenore degno dei nomi di cui parlavamo prima, Lester, Coleman Hawkins?
No. Quell’orchestra è spenta.
Lo stesso Winton, secondo me, con il tempo ha perso il suono, non è più il Winton di una volta.
Io lo preferivo quando stava con Art Blakey e suonava di tecnica e d’istinto e di cuore e quello che veniva fuori era un magma incandescente.
Dopo si è punito e pulito tutto ed a quel punto, a me interessa molto meno.
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Rava Sellani - Le Cose Inutili
 
JfI: Non interessa neanche a me, eppure negli USA ha un posto di assoluto rilievo nell’albero del Jazz
 
PP: Io credo che Winton Marsalis non può rivaleggiare quanto ad espressività con un trombettista come Rava, ma nemmeno con Bosso, secondo me, anche tecnicamente.
Bosso ha un calore, è un grande sottovalutato, Fabrizio, lo danno tutti per scontato perché è un supertecnico, bravissimo, ma vadano nel profondo.
È entusiasmante quello che suona e quando suona in un teatro lo manda a fuoco quel teatro lui, perché arriva, arriva quello che suona, i suoi soli sono bellissimi, è un vero solista ed improvvisa, con un suono magnifico, il suono di sordina di Bosso non ce l’ha nessuno.
 
Un critico americano è rimasto scioccato da Bosso, in una delle poche recensioni che mi sono state dedicate, non ricordo se su JazzTime o DOWNBEAT, che quasi mai recensiscono le mie produzioni, perché io faccio incontri tra grandi americani e grandi italiani e per loro le sezioni ritmiche ed i solisti italiani notoriamente sono inferiori agli americani.
E chi lo dice questo?
Noi abbiamo solisti migliori dei loro, il nostro studio si è trasformato piano piano.
Noi non facciamo Jazz in assimilazione del fraseggio altrui, ma suoniamo nel nostro linguaggio.
La storia del Jazz è posseduta dagli italiani ed è veramente amato il Jazz dagli italiani.
Ecco perché suonano così bene ed io non scambierei i nostri nomi come D’Andrea, Bollani, Pieranunzi e Lanzoni, questo sedicenne geniale di Firenze, ma io non li scambio con i loro Jason Moran.
Ma lo hai sentito il disco di Jason Moran?
E loro pompano i loro cavalli ed i nostri non li recensiscono, lo fanno solo quando Bollani, raggiunta la ECM, viene imposto per le recensioni.
Adesso viene recensito Bollani e solo adesso danno a Bollani ed a Rava l’onore del Blindfold test sul numero di Downbeat di febbraio.
Questa è una vergogna.
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Mike Melillo / Ares Tavolazzi - Almost Blue
 
JfI: gli americani sono sempre stati nazionalisti e convinti di essere il miglior popolo del mondo, poi non gli toccare il loro Jazz, come se la musica avesse un recinto intorno…
 
PP: Sono sciovinisti gli americani, che non hanno recensito i miei 7 dischi di Phil Woods in Italy 2000 che sono superlativi, li ho mandati in due copie ma nessuna recensione è uscita su Downbeat.
Vergogna.
C’erano musicisti come Bollani, Bosso, D’Andrea, De Paula, un disco più bello dell’altro.
Li ho fatti dopo che la prestigiosa Blue Note aveva scritturato Woods per otto dischi in otto anni. Il primo disco è stato un disco di BeBop con Johnny Griffin e Tommy Flanagan al piano e dal momento che non ha venduto tanto questo disco qui, è stato chiamato dalla grande etichetta e gli hanno praticamente reciso il contratto.
Io che pensavo di non poter fare più i dischi di Woods, mi ero messo l’anima in pace, ma appena l’ho saputo ho chiamato il mio eroe, un altro sottovalutato considerato come un emulo di Parker, niente di più ridicolo.
Andatevi a sentire il periodo della European Rhythm Machine, quello non era un emulo di nessuno, quello era un musicista meraviglioso, super, che è rimasto tale.
Ora non suona più 4000 note, ne fa 40 ma basta sentir il disco di Tony Bennett “the Art of Romance” dove nel brano di apertura c’è un solo di Phil, che praticamente io non lo posso sentire spesso perché è troppo bello, senti questo suono, a 76 anni uno ha questo suono, e suona questa quintessenza di note, una musica non più di 4000 note ma di 40 e va bene lo stesso, perché è un gigante, uno degli ultimi.
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Tiziana Ghiglioni - Goodbye Chet
 
JfI: Phil Woods e Lee Konitz sono due dei tuoi idoli, vero?
 
PP: Si, ed ho realizzato questo sogno di riunirli insieme ad Umbria Jazz, questi due giganti, ed è stata un’impresa che mi stava mandando sul lastrico con condizioni pesanti imposte anche dagli organizzatori di Umbria Jazz, che non mi hanno aiutato per niente.
Io tutto quel poco che ho fatto in Italia con i miei dischi, lo ritengo un miracolo. Perché l’ho fatto con l’aiuto di musicisti sensibili come Rava, come Bollani, come D’Andrea, come Pieranunzi, come Sellani.
Io l’ho voluto riscoprire Sellani, del quale ho fatto 66 dischi, l’ho ritenuta una missione, non gli faceva fare più dischi nessuno a questo Signore del Jazz.
Thomas Conrad di JazzTime mi ha detto grazie, perché non avevo capito subito Sellani ed ora, grazie a te l’ho capito, mi ha detto, è veramente molto personale e mi dispiace di averlo scoperto in ritardo.
 
JfI: Tra questi grandi nomi troviamo anche Gianni Basso.
 
PP: Lui sta suonando meglio che mai ed ora, mi arrivano migliaia di email, soprattutto dagli USA, che dicono “sono un fan di Gianni Basso”. Io lo chiamo Gianni e glielo dico, ma lui si schernisce e ride.
Ma anche qui dovremmo tirare le orecchie alla critica, in questo caso a quella italiana. Per esempio su Jazzit, un giovane redattore ha recensito un disco di Basso con Irio De Paula dedicato a Jobim.
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Irio de Paula
Suonano prevalentemente classici e lui l’ha valutato con sufficienza, dandogli appena due stelle, scrivendo che è sempre lo stesso repertorio e ci vorrebbero cose nuove.
Sarebbe come rimproverare Chet Baker di suonare tutte le sere Just Friend o My Funny Valentine o Lament.
Vallo a chiedere a Chet, in vita, “senti… guarda, tu suoni sempre But not for me…”
senza considerare il fatto che lo suona sempre diverso, con una nuova emozione, che non legge la musica scritta ma cerca una nuova intensità ogni volta, che vive il concerto con una dinamicità ed un’invenzione unica.
Ma questa è la caratteristica del Jazz, a differenza di Mozart, Brahms, questa è la specificità che appartiene al Jazz.
 
JfI: L’invenzione è l’anima vitale di questa musica
 
PP: C’è un disco di Konitz che devi assolutamente ascoltare.
Anni fa D’Andrea fece su mio progetto un disco mirabile che si chiama in Three Lines. Lui ha improvvisato tre volte su se stesso.
Dato un tema, poniamo ‘o sole mio, ha fatto la prima improvvisazione, poi se l’è fatta mandare in sala e sopra questa ha improvvisato una seconda linea, sparandosi un secondo assolo sopra, poi ha fatto mandare tutte e due ed ha registrato, sempre nuovo, una terza linea improvvisativa.
Di questo capolavoro io avrò venduto cento copie, forse fra cento anni qualcuno capirà.
Perché se c’è qualcosa di nuovo che viene fatto da un musicista del quale si pensa di aver scoperto tutto, allora non si pensa di approfondire.
E non dovrebbe essere questo il ruolo della critica?
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Lee Konitz - Musica Jazz Maggio 1953
Allora, Konitz ha sentito questo disco ed è rimasto a bocca aperta ed ha voluto registrare la stessa idea, facendo la sua musica.
L’unica cosa che mi chiese fu: ma D’Andrea per fare questo capolavoro, dimmi, ha usato il metronomo?
Assolutamente no, gli ho risposto, niente trucchi con Philology, tutto vero, così com’è.
Io non chiedo mai di rifare un pezzo, anche se il musicista avverte che c’è un piccolo errore, perchè tutte le energie messe in quel solo emozionante, se lo rifai una seconda volta, io non ci troverò più quello che ho sentito prima.
Allora l’ho portato in studio, Konitz, per fare un disco in solitario su three lines, e lui che fa, prende Subconscious Lee, si fa un pedalone di prima linea, poi sopra incide una seconda improvvisazione, si spara tutte e due in studio e ne registra una terza linea, poi si gira verso di me e con la mano mi fa un cenno, mi fa quattro, voleva superare Franco, questa è la capacità, questa è l’invenzione, questo è il segreto del Jazz.
Era una sezione di sax inventata li per li, suonata in quel momento in diretta [40]
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Chet Baker - The Art of Ballad - back
 
JfI: Di Konitz avrai registrato più di trentacinque titoli
 
PP: Una settimana fa l’ho registrato a Milano, dove Konitz stava con Martial Solal per la rassegna MITO e gli ho fatto fare altri tre dischi, con il progetto Konitz plays Konitz. Il terzo è con Zambrini, uno con Paolo Birro ed il primo con un pianista di Firenze, Piero Frassi bravo quanto Bollani ma che non sgomita tanto per arrivare.
Me l’ha fatto conoscere Michela Lombardi, una meravigliosa cantante, colta e passionale che riesce a scrivere anche grandi testi, un’altra che canta come nessuna ma nessuno sembra accorgersene.
Anche di lei ho prodotto io il suo disco di debutto [41], ed un altro con il vol. 17 della Revelation Series [42] poi l’ho affiancata al trio del pianista Riccardo Arrighini e l’ho fatta incidere Starry Eyed Again dedicato a Chet Baker [43] ed il tributo al repertorio di Baker continua con altri due dischi di prossima uscita registrati con il trio di Renato Sellani [44] sempre per la mia label.
Michela Lombardi è una che canta come nessuna e spero che anche questa intervista possa offrire un’altra revelation.
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Michela Lombardi
 
JfI: Nella Revelation Series ci sono importanti musicisti, ma c’è soprattutto il futuro del Jazz.
 
PP: Questa serie la sto dedicando anche a sconosciuti, come un americano quasi settantenne chitarrista della Virginia che si chiama Lew Woodall che suona con altri “vecchietti” in un disco che si chiama “Simply Cooking”.
Per questo ho modificato il nome della mia serie in Revelation USA Series, così capiscono che anche gli americani bravi li voglio scoprire io, perché quanti soldi ti può portare scoprire un settantenne? nel business si ragiona così ed io invece mi innamoro dell’energia, della forza e “cucino” un disco in quartetto meraviglioso.
Per questa stessa serie ho registrato un musicista di Bossa Nova che ho scoperto adesso e che si chiama Rogerio Tavares per il quale ho prodotto un disco con cose minori della Bossa, che si chiama Round, e che mi ha commosso.
Ebbene, questo musicista sta in Italia da quindici anni e mi spiace di averlo scoperto solo adesso, ma non è mai troppo tardi, perché una voce così non credevo esistesse.
Rogerio ha la voce più bella, incrinata dalla vita, dalle passioni, dalle debolezze, dal dolore e dalle gioie, la più vicina a quella di Joao Gilberto che io abbia mai ascoltato.
Dopo il concerto di Sant’Elpidio ho scritto un articolo su Rogerio Tavares, l’ho scritto di getto perché se c’è un errore, faccio come un vero jazzista, lo lascio lì.
Lo sai che faccio, te lo mando (voi potete leggerlo qui)
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Chet Baker in Italy
 
JfI: Tu hai fatto anche una bellissima improvvisazione scritta per un disco di Chet Baker, che tu stesso hai prodotto, Live from the Moonlight.
 
PP: Quello è il Cult Disc in un club di Chet Baker, il più bel disco live mai fatto, beh quel pezzo li io l’ho scritto di getto, sentendo un paio di soli di Baker, io ascoltavo lui e lui ispirava me, ed infatti è concepito come una lettera a Chet.
Mi hanno detto che quelle sono le più belle liner notes mai scritte per Chet Baker.
Io l’ho scritto come un solo e se è un vero solo di Chet, mica torni indietro, in un solo o scrivi bene subito oppure è fatta e devi andare avanti.
Se si capisce questo concetto, si capisce il personaggio Paolo Piangiarelli.
Io sono così, non mi devo far vedere da nessuno, non mi devo far grande, non bastano i quattrocento dischi che ho fatto?
Ne ho fatti più della Columbia, li ho fatti con il sangue, con il sudore, con tanti sacrifici, anche i dischi minori, se solo la critica li avesse ascoltati.
 
JfI: È un’avventura difficile quella di un produttore di musica in Italia.
 
PP: Questa avventura mi è costata tanto, io vengo da una depressione brutta che ho passato due anni fa, dal quale mi sono tirato fuori da solo grazie alla scoperta di Alessandro Lanzoni, un ragazzino di 14 anni che ho sentito al premio Urbani.
Beh, io lì a mia moglie vicina, gli ho detto :
“aspetta Giovanna, aspetta, aspetta…, questo è un altro segno che il divino mi manda, è come se mi stesse dicendo: non ti è bastato quello che hai vissuto, che ti ho fatto scoprire, ancora ti permetti di essere depresso, perché?
Da domani, quando torniamo a casa, buttiamo via tutte le pillole che stò prendendo ed io in questo momento decido di essere guarito dalla depressione”
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Andrea Pozza
 
JfI: Questo dimostra la tua fede e la tua grande forza, perciò guardiamo avanti.
 
PP: Si, adesso ho prodotto il disco di debutto in piano solo di Mauro Grossi, che è il pianista sommo a cui dobbiamo Bollani, perché Mauro è il Maestro di Bollani e se uno ascolta attentamente Grossi, capisce da chi deriva Bollani. A quasi cinquantanni fa il suo primo disco in piano solo [45], ma mi sono fatto promettere che ne farà un altro dedicato a Tristano, che lui adora.
Come anche il debutto di Andrea Pozza, a 39 anni in trio, l’ho fatto io.
 
JfI: Un disco molto bello, con le liner notes a firma di Rava che le intitola “Attenzione, PERICOLO, disco di Jazz”
 
PP: Molto bello, io al Jazz devo tutto, devo anche il fatto di essere libero innanzitutto. Per questo non sono editore perché cerco solo la buona musica, non lucro con i miei dischi.
È per questo che oggi tutti i dischi sono pieni di edizioni e si evita la Poesia degli standard, l’approccio personale.
Ma Konitz lo dimostra, con i suoni naturali che registra in presa diretta, è buona la prima.
Se sai suonare fai i dischi con PHILOLOGY, sennò vai altrove e ci metti 5 gg per fare un disco, poi 5gg per pulirlo e dopo il mixaggio il disco lo puoi buttare nella spazzatura perché non è più quello che hai concepito, è una cosa ripulita, non mi interessa, prego, io voglio il fischio dell’ancia di Charlie Parker e quando Konitz si rammarica che si sente troppa saliva, io gli dico Lee, che te ne frega, sputaci in quel saxofono, ‘chè è naturale, come il colpo del pedale sul pianoforte, se c’è, c’è, perché devi attutirlo?
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Bird
 
JfI: Questo ci riporta alle tue produzioni di inediti, da salvare dall’oblio, da recuperare a qualsiasi condizione, come i nastri di Lester Young, quelli della cabina telefonica di Parker, o di Clifford Brown.
All’epoca questo ha creato qualche discussione, in pochi hanno capito il valore di quelle registrazioni e la tua passione per la ricerca filologica.
 
PP: Mi ricordo che Piras dedicò uno studio a queste uscite di Brown e, mi ricordo che sull’Unità uscì un articolo intitolato “Hello, Charlie Parker - il disco del secolo”, perché il primo solo ritrovato di Parker è come aver ritrovato la Nike di Samotracia sepolta sotto la sabbia.
L’unico limite di quelle discussioni era che tutto veniva ridotto all’aspetto commerciale di quella pubblicazione, ma ricordati che sul retro di copertina c’era scritto “It’s not Hi Fi Bird, but it’s Hi Bird”
cioè un avvertimento che non era un disco di alta fedeltà, ma è un disco del grande Parker, è il primo soffio vitale del jazz moderno,
da solo.
È li che ho avuto l’idea di far fare cose in piano solo, i duetti che ho iniziato a produrre.
Sono stato il primo che ha prodotto duetti tra due pianoforti, in anni non sospetti, con il duo di Mike Melillo e Franco D’Andrea [46].
O con quello LIVE tra Stefano Bollani & Franco D’Andrea [47], ed ancora in due dischi tra D’Andrea e Sellani [48], due stilisti completamenti diversi, due dischi sconosciuti perché sono invenduti.
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Stefano Bollani Franco D
 
JfI: Ma torniamo al futuro, Paolo, mi hai detto che Lanzoni è stata “la tua salvezza”
 
PP: Si, non avevo ragione di essere depresso e praticamente Alessandro Lanzoni me lo ha fatto capire. L’ho fatto incontrare con Lee Konitz in un disco uscito da poco dedicato a Bill Evans, che ho voluto chiamare
“Poetical Lee / 81 + 15 = 96” [49]
Lanzoni è stato probabilmente l’ultimo grande atto della mia vita musicale, perché dopo Lanzoni non credo che ci siano altre sorprese [50].
Gli americani, come al solito, se ne accorgeranno tardi perché vogliono scoprirlo tardi, perché gli fa comodo, loro vogliono scoprire solo i loro polli di allevamento, i nostri geni non li scoprono con piacere.
Loro non recensiscono i dischi se non gli paghi le pubblicità, infatti danno cinque stelle ad un disco di Sonny Fortune che secondo me dovrebbe vendere il pane.
Il trio di Lanzoni [51], con Ares Tavolazzi e Walter Paoli è il più bel trio in attività in Italia, ed Alessandro è un miracolo.
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Renato Sellani-1
 
JfI: Prima c’era stato Francesco Cafiso, un'altra tua giovanissima scoperta
 
PP: La sua scoperta è stata importante, ma quante cattiverie gli hanno fatto. Ora praticamente non ha più lo stesso manager, che è il padre di Giovanni Guidi ed è anche il suo manager, oltre che quello di Rava e Bollani.
Questi tre lo impegnano troppo, per cui mi risulta che abbia abbandonato Francesco. Ma lui deve smettere di ascoltare tutto quello che gli dicono. Devi suonare come Garbarek gli dicevano, ma secondo me non lo volevano far crescere. Lo devo andare a sentire a Foligno e spero di sentirlo bene perché se vacilla glielo dico, “a Francè non ti riconosco più”, se veramente suona peggio eh, perché lui suonava da dio a undici anni, perché con la tecnica che ha lui può suonare alla Ayler, alla Coleman, come vuole, ma deve suonare come se stesso, solo come se stesso.
 
JfI: Nella tua attività di scoprire talenti quale è stato l’apporto della critica?
 
PP: Non ho mai amato la critica, ed a pochissimi ho riconosciuto il talento del critico, la critica italiana probabilmente non meritava niente, secondo me.
Ci sono i critici dell’area bolognese che basta che possano parlare di rumori e tutto quello che si avvicina alla musica è dato per scontato, una cosa piacevole, si, ma niente di più, mentre in tutto quello che è rumore ci trovano dei significati così profondi.
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Enrico Rava - Bella
 
JfI: Per esempio nel ’90, quando hai inciso “Bella” di Enrico Rava con Pieranunzi [52] erano anni che nessuno si ricordava più di lui, l’ultimo disco promosso dalla stampa era il Soul Note del ’86, in mezzo aveva inciso due cose con la Gala che neanche circolavano e con la Label Bleu registrerà solo nel ’93.
 
PP: Si, quell’incontro io l’ho organizzato prima, molto prima della EGEA, ed io appena ho costituito la PHILOLOGY, ho pensato che Rava era così significativo per il Jazz italiano che mi sarebbe piaciuto dargli la giusta attenzione.
Così è stato per Massimo Urbani, che ho registrato subito con la mia label, un disco bellissimo, un capolavoro misconosciuto, e quando parlano di Massimo ricordano i dischi della Red, mica questo intimo capolavoro, per cui che critica è, scusa, che critica è?
A parte l’ostracismo che si può fare al produttore, tu come critico devi andare al di là, devi andare a scoprire i capolavori, ti devi documentare, anche se il produttore non ha fatto in tempo a fartelo avere, il disco.
Io posso anche aver sbagliato nelle mie promozioni, ma a volte, inviare dischi a personaggi come questi, è come dare perle ai porci.
Perché tu devi fare il tuo lavoro senza questi calcoli, me l’ha inviato o no, lo devo comprare o me lo faccio regalare, perché dietro a questo ci deve essere una passione. Io mi farei schifo da solo come produttore se avessi prodotto pensando “di questo disco non vendo una copia”, io li ho fatti tutti pensando “viene fuori un disco bello, allora lo faccio.”
 
JfI: Sicuramente, però la tua sincerità e bontà d’animo ti ha ripagato nel rapporto con i musicisti
 
PP: Si, i rapporti sono bellissimi, Lee mi adora, come mette il piede sul suolo italico mi cerca e così era con Chet e con Massimo, che era meraviglioso.
Di lui dopo il concerto di Bologna non ho fatto più niente, ma ci sono altre cose di Massimo da pubblicare molto belle e prometto che per il prossimo Premio Urbani faccio un paio di uscite di Massimo di quelle al fulmicotone.
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Max Leaps In
 
JfI: Tu hai registrato tutto il loro ultimo periodo ed i dischi di Chet Baker fatti con te sono, a mio parere, tra i migliori.
 
PP: Quei dischi di Chet Baker sono bellissimi ed io quei dischi in duo ed in quartetto con Pieranunzi, gli ultimi purtroppo della sua vita, non li ho più in catalogo, perché li ho donati a Carol Baker, la vedova di Chet, memore delle parole di Chet che mi disse, se dovessi scomparire pensa a mia moglie Carol. Ma lei non ne ha fatto niente, perché gli americani non capiscono il periodo ultimo di Baker, quel periodo senza denti, con quel suono angelico, soffiato, non lo capiscono. Loro preferiscono quando Baker faceva il bebop annacquato bianco, che suonava negli anni 50/60.
Dopo, quando ha vissuto in Europa, negli anni ’70, gli americani non l’hanno mai premiato, invece era il periodo sublime, secondo me, dove potevi sentire tutte le sere una versione diversa di Just Friends e tutte le volte restavi incantato come se non l’avessi sentita mai, è diventato grande anche come cantante.
Purtroppo, io ho anche cercato di ricomprare a Carol quei dischi, ma non mi ha mai risposto, è un peccato.
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Chet Baker - Little Girl Blue
C’è “Little Girl Blue” che è di una bellezza travolgente, con in copertina la foto di mia figlia, una bambina indiana che devo al Jazz, che mi ha insegnato tutto, ed a Chet che mi diceva “vedi Paolo, io non ho casa, la mia casa sono gli alberghi del mondo per cui devo sempre suonare per vivere, la mia casa è la custodia della mia tromba”
Questo mi ha colpito molto, Chet non aveva niente, a parte la tromba, ed allo stesso tempo donava tutto e quando ha fatto quei due dischi con Pieranunzi, io mi sono sentito dire
“io non ce la faccio più a suonare la tromba, mi apro uno studio di registrazione a Parigi e canto solamente”
Questo era il suo sogno, soffriva tanto a suonare la tromba a quei tempi. Quando venne a Macerata, io gli organizzai un tour sinfonico di otto date, era il 1985 ed io non ero ancora partito come PHILOLOGY, la registrazione di quei concerti Chet la donò a Melillo, dicendo che lui stava guadagnando molti soldi e che a Mike potevano fare comodo, e Melillo la cedette alla Soul Note, per cui quello è il primo disco “moralmente” PHILOLOGY [53], anche se è uscito per Bonandrini.
 
Chet era come un bambino, era un puro, ed ha sublimato la sua triste vita con la bellezza della sua musica.
Se mi dovessi portare un musicista solo su un’isola sperduta, porterei Chet Baker.
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Paolo Piangiarelli a sx, con Tiziana Ghiglioni e Max Melillo a dx
 
 
Philology on web:
 
 
 


[1]Phil Woods Quartet “THE MACERATA CONCERT” vol. 1, 2, 3 – PHILOLOGY W 1/2/3
[2]Phil Woods & European Rhythm Machine “The Birth of ERM” – 2 LP PHILOLOGY W 16/17
[3]Phil Woods / Bob Dorough / Bill Takas "MEMORIAL CHARLIE PARKER" - PHILOLOGY W 24
[4] Phil Woods meets Big Bang Orchestra “Embraceable You” - PHILOLOGY W 25
[5] Charlie Parker “Bird’s Eyes vol. 1” - PHILOLOGY W 5 (see PHILOLOGY catalogue for others volumes)
[6] Lester Young “Prez’s Hat vol. 1” - PHILOLOGY W 6 (see PHILOLOGY catalogue for others volumes)
[7] Brown & Baker “ Black and White series vol.1 – The two Trumpet Geniuses of the fifties” – PHILOLOGY W 13
[8] Marcello Piras “ La suspense degli inediti” Musica Jazz n°8/9, Agosto/Settembre 1990
[9] Chet Baker Trio “Live from the Moonlight” – 2 LP PHILOLOGY W 10/11
[10] Chet Baker – Enrico Pieranunzi “The Heart of the Ballad” - PHILOLOGY W 20
[11] Chet Baker meets Space Jazz Trio “Little Girl Blue” - PHILOLOGY W 21
[12]Chet Baker “Seven Faces of Valentine” - PHILOLOGY W 30
[13] Chet Baker “Naima: Unusual Chet” PHILOLOGY W 52
[14] Chet Baker Trio  “A Trumpet for the Sky vol.1 & 2” – PHILOLOGY W55/W56
[15] Chet Baker “A Night at the Shalimar” – PHILOLOGY W 59
[16] Tiziana Ghiglioni – Mike Melillo “Goodbye, Chet” – PHILOLOGY W22
[17] Chet Baker Quartet plus… “The Newport Years vol. 1” – PHILOLOGY W 51
[18] Lee Konitz meets Space Jazz Trio “BLEW” – PHILOLOGY W 26;
    Lee Konitz meets Space Jazz Trio “PHIL’S MOOD” – PHILOLOGY W 27
[19] Lee Konitz & Enrico Pieranunzi “Solitudes” – PHILOLOGY W 28
[20] Lee Konitz “Self Portrait” – PHILOLOGY W 121
[21] Lee Konitz & il complesso di Giovanni Tommaso “STEREOKONITZ” – RCA IT, Ottobre 1968
[22] Konitz / Rava quartet “L’Age Műr” – PHILOLOGY W 123
[23] Enrico Rava “Bella” – PHILOLOGY W 64
[24] Enrico Rava “Rava plays Rava” – PHILOLOGY W 155
[25] Stefano Bollani / Ares Tavolazzi “Mambo Italiano, dedicato a Dean Martin” – PHILOLOGY W 141
[26] Massimo Urbani “Invitation” CD allegato a Musica Jazz, ottobre 1995 – PHILOLOGY W 58
[27] Mike Melillo / Massimo Urbani “Duet improvisation for Yardbird” – PHILOLOGY W 4
[28] Intervista a Paolo Piangiarelli di Carola De Scipio, in “L’avanguardia è nei sentimenti” – Stampa Alternativa 1999
[29] 24 novembre 1984 - PHILOLOGY W 70
[30] Live at Palazzina Liberty, Milano, 20 marzo 1979 – PHILOLOGY W145
[31] Civitanova Marche, 26 settembre 1983 – PHILOLOGY W 181
[32] Rimini, 7 agosto 1981 – PHILOLOGY W 187
[33] Ancona, 27 novembre 1984 – PHILOLOGY W 221
[34] 6 agosto 1987, PHILOLOGY W 228
[35] Live at Belzebù, 16 dicembre 1988 – PHILOLOGY W 238
[36] Isernia, 9 agosto 1992 – PHILOLOGY W 313
[37] Civitanova Marche, 11 aprile 1983 – PHILOLOGY W 734
[38] Bologna, 23 febbraio 1990 – PHILOLOGY W 338
[39] Herbie Hancock“River: The Joni Letters”
[Verve]
[40] Lee Konitz “Self Portrait” – PHILOLOGY W 121
[41] Michela Lombardi “Small Day Tomorrow” debut of a great singer (dedicated to IRENE KRAL) –      PHILOLOGY W 709
[42] Michela Lombardi “Swingaholic”
[43] PHILOLOGY W 346
[44] Moonlight Becomes You – Thinking Of Chet VOL.1
      Still In My Heart – Thinking Of Chet VOL.2.
[45] Mauro Grossi “Colori” – PHILOLOGY 2008
[46] “Timeless Monk” – PHILOLOGY W 172
[47] “The Macerata Concert” – PHILOLOGY W 167
[48] Franco D’Andrea & Renato Sellani “ L’avventura dell’incontro” – PHILOLOGY W 205
      Franco D’Andrea & Renato Sellani “ L’avventura continua” – PHILOLOGY W 214
[49] PHILOLOGY W 381
[50] Alessandro Lanzoni “I Should Care” winner of I.M.U.A. 2006 – PHILOLOGY W 355
[51] Alessandro Lanzoni Trio “On the Snow” – PHILOLOGY W 285 - Revelation Series vol. 1
[52] Enrico Rava “Bella” – PHILOLOGY W 64
[53] Mike Melillo – Chet Baker – Orchestra Filarmonica Marchigiana “Symphonically” – Soul Note

 


martedì, 13 maggio 2008

Io & Chet Baker, vent’anni fa.

0. Intro
 
Chet Baker
.


Get Music Tracks!Create A Playlist!

Oggi,
in questa stessa notte di vent’anni fa,
una telefonata anonima agli agenti del commissariato di Warmoesstraat, segnalò il ritrovamento di un corpo senza vita sul marciapiede laterale dell’Hotel Prins Hendrik di Amsterdam.
 
Gli agenti intervenuti, scrissero sul rapporto che il corpo era stato ritrovato di fianco ad uno di quei caratteristici paletti allineati sul marciapiede, riverso sul fianco destro in posizione fetale, con una maglietta a maniche corte ed un paio di pantaloni gessati.
Il cranio era fracassato ed il viso ricoperto di sangue.
Accanto al cadavere c’erano un paio di occhiali dalla pesante montatura in tartaruga.
Le condizioni del corpo sembravano di un uomo sui trent’anni, la sua posizione e lo sfondamento del cranio, fecero pensare che fosse caduto da una delle finestre dell’albergo.
Non avendo documenti, non fu possibile identificare il cadavere.
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the-end
 
Solamente la mattina dopo, Venerdì 13 Maggio 1988 alle ore 08:00, l’ispettore Rob Bloos si presentò all’albergo per una breve indagine e per chiudere il rapporto.
Quando la receptionist disse che il cliente di una camera, chiusa dall’interno, non rispondeva alle sue telefonate, l’ispettore decise di forzare la serratura ed entrare.
Nella stanza il letto era intatto, ed era presente un solo bagaglio,
 una custodia rigida di una tromba.
All’interno c’era il dorato strumento, un orologio, cinquanta fiorini olandesi, un braccialetto, un accendino, meno di un grammo di eroina ed un pezzo di carta con sopra scritto Chet Baker.
 
Il resto che si conosce sulla figura di Chet Baker è Storia,
mistero, gossip o leggenda.
Ma la musica di Chet è reale, incisa una volta per tutte tra i solchi di centinaia di vinile.
Più reale forse dell’uomo che l’ ha interpretata, del quale, ai più, è stato possibile conoscere solo un’immagine.
 
Questo che segue è il mio ricordo di Chet e della sua bellissima musica,
in forma di ballata.
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Chet-on-Poetry
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1.     Deep in a Dream
 
“... then from the ceiling, soft music comes stealing;
we glide through a lover’s refrain.
You’re so appealing, that I’m soon revealing
My love for you over again...”
 
Ho conosciuto Chet una sera, alla fine del novembre 1987.
 
Io che, appena diciottenne, ascoltavo il punk dei C.C.C.P. che in quell’anno avevano pubblicato “Socialismo e Barbarie”, io che in maggio avevo visto a Firenze i Litfiba del Live registrato sul disco “Aprite i Vostri Occhi”, io che avevo appena comprato “Kiss me Kissme Kiss me”  dei The Cure e “Tender Prey”, l’ultimo di Nick Cave and the Bad Seeds.
 
Io amavo la musica, ma non conoscevo il Jazz,
e Chet Baker non sapevo nemmeno chi fosse.
 
Ma Alice si, e non ci mise molto a convincermi
“lo devi sentire cantare…” mi disse, “…ti farà innamorare con una sola nota.”
Lei, con quegli occhi maliziosi e quella voce morbida e musicale, avrebbe fatto fare qualunque cosa a chiunque.
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The incredible C B
 
Il locale si trovava in Corso Vittorio Emanuele, ricavato dallo scantinato di un vecchio palazzo romano, piccolo e pieno di fumo. Noi arrivammo tardi, a concerto già iniziato e, nonostante fosse pieno di gente, si sarebbe potuto sentir cadere uno spillo.
I musicisti erano praticamente in mezzo alla gente, con i tavolini attaccati alle ginocchia. Quello che stava suonando aveva una chitarra, una rada barbetta, pochi capelli unti e lunghi e un assurdo maglione da sci, verde e celeste.
Dietro, in piedi, un ragazzo con una folta capigliatura riccioluta, l’unico di loro in giacca e cravatta, sembrava appeso al contrabbasso, la testa buttata all’indietro e gli occhi piccoli, trasformati da delle lenti molto spesse.
Il terzo, seduto con una tromba appoggiata sulle gambe, era così assorto che sembrava dormisse. Le mani gonfie, una sigaretta dimenticata tra le dita, stivali da cowboy e degli occhiali troppo grandi per il suo viso scavato, segnato come una roccia graffiata dal mare dopo millenni di vento.
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Chet live
 
Poi, senza aprire gli occhi e muoversi troppo, cominciò a sussurrare
“… la sigaretta mi brucia, mi sveglio
la mano non è ferita ma è il mio cuore che soffre;
ma noi ci ameremo ancora come facevamo una volta,
quando io sogno, profondamente te…”
 
Mi persi un po’ tra le parole che trovavo sdolcinate, ma era il suo modo di cantarle, come fossero dedicate ad ognuno di noi, come se le stesse dicendo piano, intimamente, ad ogni singola persona che si trovava lì, che mi catturò.
Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, neanche quando Alice mi trascinò tenendomi per mano, facendosi largo tra un mare di gente, fino a raggiungere un tavolo vicinissimo a loro tre, con su scritto “Riservato Miss J”.
In quel momento, molto lentamente, il tipo seduto con gli occhiali alzò la sua tromba. Forse per un gioco di luci, o perché eravamo molto vicini, ma quel movimento mi affascinò, svelandomi tutta la bellezza di quello strumento.
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chet-w-tp
 
Curve morbide, levigate e perfette, tubi che si incrociano e si ritorcono su se stessi con una naturalezza che non svela complessità, e poi, la lucentezza.
Mille riflessi la fanno esplodere, tra guizzi di luce che si rincorrono accecanti e oscuri lati d’ombra, invertendo le parti in un cambiamento in continuo movimento, su una superficie sempre cangiante, che riflette lui e, cattura e deforma tutti noi.
 
Poi, avvicina la tromba alle labbra e, senza alcuno sforzo, comincia a suonare.
 
Attacca con un soffio caldo, da cui nasce un suono basso, rotondo, soffuso e continuo.
Gli occhi sempre chiusi e le dita, gonfie, che si muovono incredibilmente agili, creando una variazione di suoni che sembra impossibile fare usando solo tre tasti.
La tromba non segue la melodia del cantato, soltanto rifacendolo, ma scende in profondità, esplorando stanze nascoste che la voce non aveva considerato, ricreando un’atmosfera di intima complicità, di dialogo privato, come se suonasse solo per me.
Solamente per uno di noi alla volta.
 
Poi una voce alle spalle, normale e quindi sgradevole, mi riporta alla realtà “Seduto, per favore”.
 
Non me ne ero neanche accorto, ma mi ero innamorato.
 
 chet
 .
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2.     Zingaro
 
“…com seus mesmos tristes, velhos fatos
que num àlbum de retratos
eu teimo em colecionar … 
 
Non mi sono ancora seduto che il tipo con la tromba, incurante degli applausi, riprende a suonare.
Subito cala il silenzio, e in tutto il locale è come se il tempo si fosse fermato.
Ci sono solo io, lui e il suo suono.
Nasce una melodia lenta ed avvolgente, che Alice in un sospiro mi presenta come “… bossanova …”.
.
Chet on-light
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La tromba inizia lenta, indietro nel tempo anzi, sembra addirittura fuori.
In realtà, ma questo lo capirò solo dopo sei o sette minuti, il suo suono è tra il tempo, decidendo se spingerlo avanti o obbligare tutti ad attenderlo, a pendere dalle sue labbra.
Disegna il tema, con un’esecuzione apparentemente noncurante, distaccata e proprio per questo profondamente affascinante, con un suono senza vibrato, quasi parlato,
facendo solo le note necessarie, senza aggiungere niente,
come se quella fosse la prima ed ultima volta che lui suonasse quella canzone.
Poi, con un arpeggio leggero entra la chitarra, ripete il tema tessendo un tappeto di note minime, cristalline, semplici ed ariose che dialogano con la tromba, che replica il pezzo come prima, eppure ancora nuovo.
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thinking-chet
 
Accanto a me Alice, ad occhi chiusi, sentendo la musica con tutto il suo corpo, in maniera naturale come se stesse respirando, canta a voce bassissima
“…vou colecionar mais um soneto…
outro retrato em branco e preto
a maltratar meu coração…”
 .
È solo quando la chitarra va in assolo che, doppiando il tempo, la canzone si colora di tinte caraibiche, di malinconie latine e ballabili, permettendo cosi alla tromba di interpretare la melodia liberandola, con la stessa bellezza e fragilità del volo di una farfalla.
Per ultimo, il tipo al contrabbasso ricostruisce il tema dalla base, dal tempo e dal suo ritmo, dalla carnalità delle vibrazioni, che si spandono intorno e toccano delicatamente le corde più profonde, tornando all’origine, dove tutto è nato.
In quel momento, finalmente, il tipo con la tromba apre gli occhi piccoli, vispi e furbi, come quelli dei bambini sanno essere, ma su un viso stanco e troppo vecchio. Poi, guardando nella nostra direzione, sorride, stirando la pelle del suo viso finora accartocciata, trasformando la sua bocca piccola e ben disegnata in una stretta fessura, dedicando un affascinante sguardo alla mia compagna.
Nasconde una tragica bellezza quello sguardo, la disperazione dei vinti e la forza di chi deve per sempre continuare a provare, per non morire dentro, per rinascere ogni volta.
 
Finisce il pezzo, lui si alza, ringrazia il pubblico e se ne va, lasciando sulla sedia la sua tromba, ammaccata, graffiata e bella quanto lui.
.
trumpet
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 Il pubblico applaude, fischia, batte i piedi e lo chiama per nome in un tripudio di follia, tutto per vederlo, per rivederlo ancora una volta.
E infatti lui rientra.
Con un sorriso compiaciuto si offre ancora a noi, ringrazia, prende con dolcezza la sua tromba, si siede e, in un rispettoso silenzio, si accende lento una sigaretta.
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3.     My Funny Valentine
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Chet PP
 
Le luci sul piccolo palco sono spente, solo il pulsare della brace della sigaretta che si infuoca e si affievolisce mi ricordano che il tempo passa.
Sempre al buio, pianissimo in crescendo, parte il contrabbasso. Un suono legato, lungo, che con l’arco trascina le note in una lenta melodia, che passa dall’acuto al grave con una consistenza terrena, reale, quasi tangibile.
Poi la chitarra accenna appena il tema. Una breve sequenza di note che si insinua dentro, con la stessa semplice intensità di quelle musiche che, una volta ascoltate, restano in testa tutta la giornata.
 
“…Myyy…
funny Valentine,
sweeet
comic Valentine ...
youu maaaake me smiiile with my heart...”
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Chet sings
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Quando Chet inizia a cantare, gli altri due cedono il passo, restando nell’ombra di un accompagnamento discreto, riconoscendo alla voce la stessa valenza di uno strumento, con una musicalità ed un senso del ritmo che gli permette di andare avanti da solo, con la bocca attaccata al microfono come se stesse sussurrando nell’orecchio della sua amata.
 
Allunga le vocali quasi a voler rendere interminabile quella dedica d’amore
“… yooour looks are laughable,
unn... photograa... phable
yet, you’re myyy fa-vo-urite work of art...”
 
Tocca di nuovo alla chitarra il ruolo di elevare la musica ad uno stato etereo, un tocco limpido, luminoso, lieve e quasi azzurro, che trasporta la canzone ad un’altezza irraggiungibile per qualsiasi strumento di legno. Riparte dalla prima battuta e, in un assolo dondolante, mi dona l’immagine di un amore che conoscevo, ma di cui non conservavo memoria.
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Chet
 
“… is your figure leess thaan greek?
iiiis your moouth a little weak?
... when you ooopen it to speack,
aa-aaare you smart...”
 
É solo quando il pizzicato denso e scuro del contrabbasso mi vibra dentro che mi ricordo di non essere solo con Chet.
Guardo accanto a me Alice, il suo profilo africano forte eppure cosi armonico, le sue labbra lisce e arrotondate come le dune di un deserto sconosciuto, affascinanti e pericolose.
Ha i capelli raccolti che scoprono la linea del collo, che parte dalla spalla e sale, perfetta, fin dietro l’orecchio, dove la pelle è delicata e sensibile.
Il solo del bassista fa tornare la canzone reale, disegna le forme e colora la pelle della mia Valentine, che non è più astratta nella mia mente, ma accanto a me in carne e sangue, e mi fa pulsare di vita.
.Chet plays
.
Poi lei chiude gli occhi e, un secondo dopo, il suono della tromba riempie il locale e tutti gli spazi vuoti dentro di me, trasportandomi fuori da tutto, con un suono a volte incerto, caldo e naturale come il vento che si ode tra le foglie, come la brezza che si gode di fronte al mare.
Ripete l’inciso con poche note inevitabili.
Eppure c’è dentro tutta la canzone, una melodia di quelle che non si possono dimenticare, densa e rassicurante, sensuale e romantica come solo certi ricordi sanno essere.
Lui incarna tutte e due le facce della canzone, la porta in alto rendendola spirituale come pura poesia e la riporta nella realtà, tra le lenzuola ancora tiepide di un letto vuoto, donandogli carnalità.
 
Lui è la canzone.
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old-chet
 
Dopo, in un sospiro riprende a cantare
“… don’t change a hair for me
not if you care for me
stay, little Valentine, stay...
each day is ... a Valentine’s day...”
 
Termina la frase delicatamente, come uscendo da dentro di lei, e non c’è stacco tra le sue parole ed il silenzio che segue. Restiamo tutti ancora assorti, come se quel silenzio facesse parte della sua musica. Lui rimane piegato sul microfono, le labbra che ancora lo toccano, gli occhi chiusi. Solo dopo qualche secondo, interminabile, di quiete, il pubblico si rende conto che la canzone è terminata.
 
 Tra gli applausi Alice si alza e mi dice
“…vieni, ti faccio conoscere Chet.”
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Chet
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Note alla selezione musicale:
mi sarebbe piaciuto registrare quel concerto ma, all’epoca,
la mia passione doveva ancora nascere e questo blog non era che un sogno inutile.
Perciò la scaletta, nonostante riprenda quei brani, è così composta:
 Chet-long
  1. “Blue room”, only vocal – 1’25”
from Deep in a Dream the Ultimate Chet Baker Collection
Pacific Jazz 2002
 
  1. “Deep in a Dream of You” – 6’38”
 from LP Deep in a Dream of You - Moon MLP 026
Chet Baker (tp, v.) Jacques Pelzer (fl) Harold Danko (p)
Isla Eckinger (b)
Rome, Italy, 1976
 
  1. “Portrait in Black and White (Zingaro)” – 15’30”
from LP Memories, Chet Baker in Tokio – Paddie Wheel K28P 6491
Chet Baker (tp, v.), Harol Danko (p), Hein Van Der Geyn (bass),
John Engels (drums)
Tokio, Japan, June 14th, 1987
 
4. “My Funny Valentine” – 7’15”
from LP Chet Baker Sings Again – Timeless SJP 238
Chet Baker (tp, v.), Michel Graillier (p), Riccardo Del Fra (bass),
John Engels (drums)
Monster, Holland, October 8 th, 1985
 
 

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categorie: racconti, chet baker, chet baker in italy
sabato, 26 aprile 2008

Piero Umiliani, ragazzo scimmia del Jazz.

Stella Jazz 5et

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15/febbraio/1940 (giovedì)
“…Sono andato a lezione di armonia dal signor Gigino; egli mi ha detto che se mi procuro dei versi e mi viene in mente un motivo potrei, col suo aiuto, comporre qualche canzonetta e poi portarla da un editore e farla pubblicare.
Le prime volte anche gratis e col tempo potrei anche guadagnare;
comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe,
ripeto se riuscissi, un discreto guadagno….” [1]
 
Questo, all’età di quattordici anni, annotava sul suo diario Piero Umiliani,
uno dei più grandi musicisti del ‘900,
uno tra i più celebri compositori di colonne sonore, noto in tutto il mondo,
un pianista elegante e di talento,
un uomo intelligente e modesto.
Un Maestro, insomma.
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umiliani-trio 1952 
“…a quattordici anni prendevo lezioni di pianoforte classico,
 ma ascoltare sulle frequenze di Radio Londra quella musica, fu un sogno.
Un giorno, in un piccolo negozio  trovai “Hot Duke”, considerato un disco proibito.
All’epoca nessuno conosceva Duke Ellington ed era illegale ascoltare Musica Americana…
Io avevo diciassette anni e crescevo in un paese diviso in due.
A Bologna c’erano i nazisti, mentre a Firenze erano già arrivati gli alleati. Alla fine quando arrivarono le truppe americane a Firenze portarono con se i “V-discs”.
Per noi era una liberazione, in tutti i sensi.
Si suonava a tutte le ore, si poteva cantare la sospirata libertà.
È così che ho scoperto il ritmo e il sound di questa musica…” [2]
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on concert
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Con queste poche parole,
Piero Umiliani descrive il suo ingresso nel mondo della musica,
ed il suo amore per il jazz, che mantenne intatto per tutta la vita.
Da subito gli fu riconosciuto il suo talento e la sua professionalità, e già a diciannove anni entrò nell’albo della SIAE. Questo gli diede la possibilità di scrivere nuovi arrangiamenti be-bop su classiche composizioni jazz.
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Umiliani-Quintet
“… erano spartiti che io pubblicavo con le mie edizioni, le Omega.
Venivano distribuiti in tutta Italia alle varie orchestre, che suonavano nei locali ed io prendevo una percentuale sull’esecuzione…”
In quegli anni suona con varie orchestre, tra cui quella di Pippo Barzizza, del M. Francesco Ferrari (che trasmetteva da Radio Firenze) e con il complesso di Claudio Gambarelli.
Dopo la laurea in giurisprudenza (1949) suona ed incide su iniziativa del Jazz-Hot Club di Milano con gli “Amici del Jazz – A.D.J.” per l’etichetta Durium. [3]
Dalla stessa formazione è tratta “Invenzione”, a firma di Umiliani,
la prima rara traccia che state ascoltando, registrata il 22 ottobre 1952 a Milano con: Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. s), Piero Umiliani (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Sonetto (drums).
 
Poi il Maestro si trasferì nella capitale del cinema
“…nel 1952 una mia amica mi presentò Trovajoli che aveva bisogno di una persona per scrivere gli arrangiamenti. Così mi trasferii a Roma, sotto la guida di Armando, con il quale nacque un’amicizia vera…”
dixieland in Naples
Due anni dopo incise il suo primo disco con la RCA,
dal titolo “Dixieland in Naples” [4]
… si trattava di arrangiamenti di tipo dixieland per canzoni napoletane.
 È un disco di cui ancora oggi vado fiero. Piacque molto anche alla RAI, che lo trasmetteva due volte alla settimana. Dopo poco tempo entrai come interno alla RAI, con un quintetto alla Benny Goodman…”
Registrato con Nino Culasso (tp), Giancarlo Becattini (trne), Baldo Maestri (cl) ed altri, questo è un disco particolare, ante-litteram, nel quale Umiliani vestiva di swing classiche canzoni come “funiculì, funiculà” e “munasterio ‘e Santa Chiara”, dove riusciva a donare soffuse luci da ballads a “scalinatella” e “anema e core”.
Un vinile che non ho più, purtroppo, scambiato o perso in chissà quale occasione,
di cui mi è rimasta solo la copertina, ma con dentro un disco della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Forse qualcuno ha pensato che fosse comunque uno scambio equo,
folkloristicamente parlando […]
 
Nel 1954, i fratelli Taviani gli commissionarono le musiche per un loro documentario, nacque così “Piccola Suite americana per quattro ance”,
il suo primo commento musicale per immagini.
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Piero Umiliani
In quegli anni Umiliani registra molto, e si avvale dei jazzisti più importanti del panorama italiano come:
Giulio Libano (tp), Glauco Masetti (alto s, cl.), Eraldo Volontè (ten. s), Alceo Guatelli (bass), Gilberto Cuppini (drums) per il disco “da Roma a New York”, registrato il 25 marzo 1957 [5]
O ancora, nella primavera del ’58, incide diversi EP [6] con una grossa formazione tratta dall’orchestra radiofonica di Armando Trovajoli con i solisti:
Oscar Valdambrini (tp), Attilio Donadio (alto s), Gianni Basso (ten. s), Berto Pisano (bass), Sergio Conti (drums).
 
Poi, il 21/22/23 giugno del 1958, Umiliani incide la sua musica per un film che darà il via alla cosiddetta commedia all’italiana, la prima colonna sonora che porta il jazz nelle sale cinematografiche italiane.
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“…erano in pochi a suonare il jazz, forse Piccioni in qualche tema.
Il mio primo film fu I Soliti Ignoti di Mario Monicelli, e mi fu chiesta una musica allegra e jazzata. Presi il lavoro molto alla leggera, proposi dei temi che avevo già composto, li feci sentire al regista e in soli quindici giorni avevo pronta la colonna sonora. Il film stentava a trovare una distribuzione e tutto faceva supporre che non avrebbe avuto alcun successo, invece quando uscì fece il botto…”
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i_soliti_ignoti original
 
Il tema che apre “I Soliti Ignoti”  è “Blues for Gassman”, che qui ascoltate nella sua versione intera, oggi rimasterizzata dalla Easy Tempo, che all’epoca occupava l’intera facciata A del raro EP [7], e che venne utilizzato, in vari spezzoni, a commento di tutta la pellicola.
 “Blues for Gassman”, come per i più celebri standard, è stato ripreso più volte da diverse formazioni, a cominciare dal Quintetto Basso & Valdambrini più Lars Gullin nel 1962. Una versione, più moderna e tirata, ce la offre il Rosario Giuliani Quartet, nell’album “Tension” (SC309) uscito per la Schema Records nel 1999,
e c'è anche una versione  registrata in video di Salvatore Bonafede (p), Rosario Bonaccorso (bass,), Roberto Gatto (drums), registrato a Palermo nel 2006.
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big_deal on madonna street
Il film “I Soliti Ignoti” uscì all’estero con il titolo di “Big Deal on Madonna Street”,
titolo ispirato dal fatto che l’audace colpo si svolgeva in Via delle Madonne,
dove c’era il Monte di Pietà.
Molte discografie, riportano a questo titolo per la collaborazione tra Piero Umiliani e Chet Baker, ma qui c’è da fare un po’ di chiarezza.
Intanto, basta vedere il film per capire che la magica tromba di Chet,
in questo film non c’è.
Poi ci sono due tra i più importanti testi sul jazz italiano da poter consultare,
tra i primi a compilare una dettagliata discografia delle incisioni jazz fatte nel nostro paese.
Secondo Giuseppe Barazzetta, che nel 1960 segnalò la colonna sonora sul volume “Jazz inciso in Italia” [8], a questa incisione a nome di Piero Umiliani e i suoi solisti, partecipò Gino Marinacci al sax baritono e prob. Berto Pisano al contrabbasso.
Neanche Livio Cerri, che nel 1962 diede alle stampe “Jazz in Microsolco” [9],
cita Baker in questa incisione.
E si che il trombettista di Yale, l’angelo con la tromba, è citato diverse volte nei due i testi, dal momento che la sua prima tournée italiana era stata effettuata all’inizio del ’56 e che, nell’estate del 1959 era tornato nel nostro paese ed aveva inciso molto.
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In Milan
 
Chet Baker collaborò in molte altre colonne sonore composte da Umiliani.
Il loro primo incontro fu in “Urlatori alla sbarra”,
di Lucio Fulci, uscito il 13 marzo 1960. Un film dove un gruppo di giovani beat, tra cui Mina, Celentano, vogliono organizzare a tutti i costi uno spettacolo musicale.
Chet Baker nel film interpreta la parte di se stesso, nelle vesti de “l’americano”,
un beatnik sempre fatto, che si addormentava dappertutto, con la sua tromba in mano.
La musica di Umiliani, qui insolitamente “leggera” per sostenere i cosiddetti “urlatori”, nelle tracce “Improvvisando in Blues”, “Motorizzazione” e “Furtivamente” si colora di jazz anche grazie alla tromba di Chet Baker.
Film da ricordare, soprattutto, per la scena finale di Chet, che in un parco assolato abbraccia una ragazza cantando in italiano “Arrivederci” di Umberto Bindi e per la partecipazione su pellicola della Modern Jazz Gang (Cicci Santucci, Enzo Scoppa, Antonello Vannucchi, Giorgio Rosciglione e Gegé Munari).
Non per molto altro.
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audace colpo dei soliti ignoti
Nello stesso anno ritroviamo i due nel film “L’Audace Colpo dei Soliti Ignoti”, divertente seguito de “I Soliti Ignoti” realizzato il 30 novembre del ‘60 per la regia di Nanny Loy, pubblicato negli USA con il titolo “Fiasco in Milan” ed in Francia come “Hold-up à la milanaise”.
Qui c’è la loro prima importante collaborazione.
La tromba di Chet è fortemente evocativa in “Sentirsi solo”,
crea un’atmosfera di rilassamento in “Relaxin’ with Chet” e subito dopo di “Tensione”, donando un aria swing a tutta la pellicola.
Su tutte c’è il tema, ripreso più volte, de “i soliti ignoti” che nella scena della valigia con gli ottanta milioni riesce a colorare la rocambolesca fuga di un’insolita
“armata piedeamaro” in una perfetta scena da crime story .
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Poi, nel 1962, esce “Smog” film di Franco Rossi, con Annie Girardot ed Enrico Maria Salerno nei panni di un avvocato divorzista, che per ventiquattrore si aggira in una Los Angeles oscura, nostalgica e mostruosa, come non si era mai vista. Qui la collaborazione tra Chet Baker e Piero Umiliani si fa più stretta e complessa.

Smog

“…le difficoltà le creavo io stesso quando mi piaceva veramente il film. Entrava in gioco la passione per il cinema e cosi mi cimentavo a rendere il tema più sofisticato del solito. La storia di questo film mi piaceva molto e la produzione aveva molto denaro da investire. Così ebbi la possibilità di lavorare con una grande orchestra: c’era anche Chet Baker alla tromba. Feci cinque o sei temi con lui, si trovò molto bene a lavorare con me; un grande professionista.”

Al disco partecipa anche Helen Merrill, e nell’orchestra troviamo molti nomi del jazz italiano come:
Nini Rosso, Nino Culasso, Baldo Panfili, Beppe Curraro (tp), Enzo Forte, Ennio Gabbi, Mario Minada (trne), Bill Gilmore (valves trne), Marcello Boschi, Baldo Maestri (alto s), Marcello Cianfanelli, Ivan Vandor (ten. s), Gino marinaci (bar. s), Franco Chiari (vibes), Enzo Grillino (g), Beppe Carta (bass), Roberto Zappulla (drums). Ne nasce una musica jazz, cupa e bellissima, per me il frutto più bello della loro collaborazione.
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Nel 1964 esce “Intrigo a Los Angeles” [10]
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Intrigo a Los Angeles
film “fantaspionistico” di Romano Ferrara dove due agenti del F.B.I., sono incaricati di ricercare un professore scomparso misteriosamente dopo la scoperta di un'importante formula contro le radiazioni atomiche. Tra i titoli mi piace ricordare “Tipi sospetti”, “Movimento con swing” e “Jazz Bar”.
In questo disco, i due registrano insieme per l’ultima volta.
 
Quasi tutta la loro musica è stata raccolta, per volere di Umiliani stesso, sul LP “Italian Movies”, uscito nel 1988 per la Liuto Records, poi ristampato in CD grazie alla collaborazione tra la liuto records e la right tempo.
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Italian Movies
L’amore ed il rispetto di Piero Umiliani, per il grande trombettista ed amico, è forte:
“Chet Baker era un uomo triste, che provava una gioia enorme quando suonava: era eternamente in bilico tra l’inferno della droga ed il paradiso della sua musica. Quando lo incontrai per la prima volta, Chet si dimostrò molto dolce e, dopo aver passato un po’ di tempo in prigione a Volterra, iniziò a parlare in italiano. L’ultima volta che l’ho visto era un piccolo vecchietto rilassato. Mi disse «caro Maestro…». Gli risposi ridendo che se io ero un maestro Lui sarebbe stato molto di più. Sono lusingato dalla nostra collaborazione. Io gli ho dato tre note e Chet ne ha tirato fuori qualcosa di bello: l’idea era mia, ma la creatività tutta sua.” [11]
 
Ma torniamo alla musica del Maestro.
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 Italian Jazz of 50 roaring
“Bach’s Idea”, viene incisa dal Quintetto Piero Umiliani sul disco “Italian Jazz of Roaring Fifties” [12], un LP che raccoglie dodici incisioni italiane registrate tra il 1952 ed il 1955. Qui Umiliani suona sia il pianoforte che il vibrafono.
Altre due tracce vedono luce sul doppio LP “Jazz in Italia – Quattro dimensioni” [13], un’antologia uscita nel 1959.
I temi di Umiliani sono “Do Re Mi Re Do” registrato con l’Orchestra e “Tema d’Amore” inciso al pianoforte.
 
Nel 1960, conduce in RAI la rubrica televisiva “Moderato Swing”, una trasmissione, oggi purtroppo impensabile, dove Umiliani ed il suo complesso presentava al grande pubblico il jazz con l’accompagnamento di Nino Culasso e Nini Rosso (tp), Gino Marinacci (fl., bar. s), Enzo Grillino (g), Berto Pisano (bass, Sergio Conti (drums). Dalla puntata con Helen Merrill come ospite, è stato inciso un LP per la RCA, dal titolo “Parole e Musica” [14], dove la cantante interpreta i grandi standard con l’insolita presentazione in italiano dei testi a cura di Enrica Gravili e con la lettura di Fernando Caiati.
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HM parole e musica
Nel Novembre dello stesso anno, registra la sua musica per la Cetra-Fonit nella serie “Jazz in Italy”, la storica ed importante collana curata da Piero Novelli e Nicola Cattedra, che si sviluppò in 15 EP ed un LP, incisi tra il dicembre 1959 ed il luglio ’61. Umiliani (p) incide sul n°12 [15], dal titolo “Piccola Suite Americana”, con Baldo Maestri (cl) Marcello Boschi (alto s) Ivan Vandor, Marcello Cianfanelli (ten.s) Gino Marinacci (bar. s) quattro titoli: Charleston, Blues passacaglia, Slow, Boogie woogie.
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omicron
Nel frattempo Piero Umiliani lavora molto per il cinema, usando diversi nomi
“…io producevo troppo, ed alla RAI non potevano passare troppi brani firmati dallo stesso autore. Così mi firmavo con i nomi più strani, Zalla, Moggi, Peter O’Millian, e tanti altri che ora non ricordo…” componendo le colonne sonore de: Il Vigile (1960), Venere Creola (1961), Boccaccio ’70 (1962), Omicron e Mondo matto al neon (1963), Bianco, Rosso, Giallo e Rosa (1964), Una bella grinta (1965) ma a differenza di altri grandi Maestri non abbandona mai il jazz, anzi.
 
In tutti questi anni continua a comporre, suonare ed incidere con tutti i nomi del jazz italiano, sperimentando nuove strade al pianoforte, all’organo Hammond, al sintetizzatore. Il periodo che va dal 1960 mal ’66, è documentato da diversi album editi dalla sua etichetta OMICRON.
“…prima avevo solo la Edizioni Omega, che avevo intestato a mia madre; poi quando abbiamo cominciato a fare dischi, ho cambiato il nome in Omicron, ed ho intestato il tutto a mia moglie. Ora l’etichetta si chiama Liuto Records…”
 
Per la Omicron, è uscito “Piccola Jam” [16] , registrato tra Roma e Milano tra il 1962 ed il ’66. A questo disco partecipano, in differenti sessioni, Cicci Cantucci, Oscar Valdambrini, Nini Rosso (tp), Giancarlo Barigozzi (fl), Glauco Masetti (alto sax), Eraldo Volontè (ten sax), Dino Piana (trne), Enzo Grillini (g), Franco D'Andrea (p), Marcello Majorana o Giorgio Azzolini (bass), Roberto Podio o Lionello Bionda (drums).
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piccola jam ok
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Poi è stato dato alle stampe “Big Band Blues” [17], registrato a Milano nel marzo 1963 ed a febbraio del ’66. Qui troviamo Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso e Eraldo Volontè (ten. s), Glauco Masetti (alto s), Giancarlo Barigozzi e Lorenzo Cardini (bar. s), Dino Piana e Mario Pezzotta (trne), Franco D'Andrea (p), Giorgio Azzolini (bass), Lionello Bionda (drums).
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Una selezione di brani incisi su questi due LP, è stata ristampata in CD, con il titolo “Piccola Jam”, dalla Easy Tempo.

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Big-Band
 
Alla fine degli anni Sessanta, la sua musica commentò un film-inchiesta che fece scandalo, “Svezia, inferno e paradiso”, diretto da Luigi Scattini. Per quella colonna sonora Umiliani collaborò con Gato Barbieri, prima che il saxofonista prestasse la sua voce al famoso tema de “Ultimo Tango a Parigi”.
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Svezia
In “Svezia, inferno e paradiso” c’è Mah Nà Mah Nà, il brano meno rappresentativo della grandezza di Piero Umiliani, ma sicuramente il più famoso.
“…erano tre note che evidentemente in quel momento funzionavano… nacque da un’idea molto banale. Mancavano cinque minuti alla fine del film, avevo praticamente inciso tutto il resto, quando dissi al resto dell’Orchestra, i soliti Carlo Pes, Antonello Vannucchi, Marcello Majorana, Roberto Podio ed Alessandro Alessandroni, che volevo incidere un ultimo pezzo, un brano con queste tre note. Curiosamente, io non inserii mai questo tema nelle colonne sonore che pubblicai all’epoca in Italia per la mia etichetta. Furono gli americani, in fase di assemblaggio della colonna sonora, ad accorgersi di questo brano: lo montarono tre volte e gli diedero il nome di Mah nà Mah nà. Da quel momento diverse trasmissioni televisive americane ne hanno fatto uso. La più famosa era il Muppets Show…”
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Mah na remix
Il brano, è uno di quelli che ha maggiormente contribuito ad ascrivere la musica del Maestro nel revival della lounge music e dell’easy listening. Diverse versioni sono state remixate dai più famosi Dj come U.F.O., Paolo Scotti, Gak Sato, DjMassive,
Dj Smash, Claudio Coccoluto, The Karminsky Experience etc. etc. ed edite a cura della RIGHT TEMPO.
 
Ancora jazz.
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Horo 35 Piero Umiliani
 
Nell’aprile del 1974, suonando la tastiera elettrica ed il Moog, Piero Umiliani registra il suo omaggio alla musica di Duke Ellington, sul disco Jazz a Confronto n°35 per la mitica HORO di Aldo Sinesio [18], trasformando le classiche tracce del Duca in un mix di jazz ed elettronica con un travolgente groove moderno.
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Ode to Duke
Alcune di queste incisioni sono state ristampate nel 2001 dalla Right Tempo, in un CD dal titolo “Ode to Duke Ellington”.
 
In seguito incide qualche altra colonna sonora, tra cui “il Corpo”(1974), “Eva Nera”(1976), “Odio le Bionde”(1980), “Bollenti Spiriti”(1981).
Poi, dal 1981, entra in un semi-ritiro che durerà per molti anni, fino alla riscoperta da parte di Rocco Pandiani della Easy Tempo, che ha ristampato molti dei suoi dischi.
“… conobbi Rocco nel ’97, lui non aveva mai sentito parlare di me. Gli feci ascoltare un tema dal titolo “Bob e Helen”, dalla colonna sonora di “La Morte Bussa Due Volte”. A lui piacque molto e decise di pubblicarlo su una delle sue compilation della Easy Tempo. Rocco è un vero appassionato, grazie a lui il mio nome ha ripreso a circolare di nuovo. Devo dire che il nostro vero successo è stato “Svezia, inferno e paradiso”, una ristampa che ha venduto molto bene, soprattutto in Giappone.
Dopo la pubblicazione di “To-Day’s Sound” la Algida ha voluto usare il brano “Lady Magnolia” per la pubblicità di un gelato. Ma è possibile che trent’anni fa nessuno fosse interessato a queste cose? Era troppo difficile?…”
 
Il Maestro lascia questa terra il 14 febbraio del 2001.
Mi fa piacere ricordarlo con un sorriso.
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Ringraziamenti:
Le parole di Piero Umiliani in corsivo virgolettato, dove non specificato, sono tratte dall'intervista di Al Casey - aka Alessandro Casella - su il Giaguaro maggio 2000.
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* Special thanks to ReeBeeK.
 
 
 
 

[1] Piero Umiliani Da grande vorrei diario 1940-1943
[2] Piero Umiliani, febbraio 2000 – dalle liner notes del cd “Ode a Duke Ellington”
[3] Durium J 9810 – 9811, Milano giugno 1951.
[4] Piero Umiliani e i suoi sette solisti – Roma, 10/14 Marzo 1955, RCA A25V 0028
[5] RCA A10V 0103, stampato anche con il titolo “from Rome to the West Coast”.
[6] Piero Umiliani ed il suo complesso – Roma, maggio 1958 EP A 30-343; EP A 30-281; EP A 30-282
[7] RCA EP A 30-284, Facciata JKAH 4440 “Blues for Gassman”; Facciata JKAH 4441 “Tema d’Amore” e “Finale”.
[8] Messaggerie Musicali, Milano 1960
[9] Nistri-Lischi, Pisa ottobre 1962
[10] RCA Camden CM30 104
[11] Piero Umiliani, dalle note di copertina del LP “Italian Movies” del 1988
[12] Columbia QPX 8017
[13] RCA LPM 10094
[14] RCA LPM 10105
[15] Cetra EP D51
[16] LPM 004 – Jazz dall’Italia n°1
[17] LPM 007 – Jazz dall’Italia n°2
[18] Horo HLL 101-35

 

lunedì, 21 aprile 2008

Piero Umiliani (preview)

Ragazzo Scimmia del Jazz

15/febbraio/1940 (giovedì)
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“…Sono andato a lezione di armonia dal signor Gigino;
egli mi ha detto che se mi procuro dei versi e mi viene in mente un motivo potrei, col suo aiuto, comporre qualche canzonetta e poi portarla da un editore e farla pubblicare.
Le prime volte anche gratis e col tempo potrei anche guadagnare;
comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe, ripeto se riuscissi, un discreto guadagno….”
.
"Oggi, in un piccolo negozio  ho trovato “Hot Duke”. 
Sono rimasto fulminato da quella musica...."
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Questo scriveva sul suo diario Piero Umiliani,
all'età di quattordici anni.
Un Maestro,
protagonista del post di prossima pubblicazione.



Note:
la prima traccia che ascoltate è tratta dal film "L'audace colpo dei soliti ignoti", registrata nel 1961 da Piero Umiliani (p), Chet Baker (tp), Nini Rosso (tp), Bill Gillmore (trne), Marcello Boschi (alto s), Livio Cervellieri (ten. s), Gino Marinacci (bar. s), Berto Pisano (bass), Jimmy Pratt (drums).
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La seconda traccia è "Dolce ed Ostinato", scritta e diretta da Piero Umiliani per grossa formazione comprendente:
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso  (ten. s), Glauco Masetti (alto s), Dino Piana (trne), Franco D'Andrea (p), Giorgio Azzolini (bass) tra gli altri.
Probabilmente registrata tra il 1962 ed il '66.

 


venerdì, 07 dicembre 2007

a Debora, compagna di una vita...

Oggi vi lascio una traccia che, comunemente viene definita uno standard.
ESTATE di Bruno Martino, in una delle interpretazioni di Chet Baker [1].

 
Nel Jazz e in tutta l’Arte VERA, la re-interpretazione è ricerca pura,
al pari dell’improvvisazione o dell’astrazione.
...
“Per me l’Arte è un’ossessione della vita e poiché siamo degli esseri umani,
siamo noi il soggetto della nostra ossessione”
Francis Bacon
...
Questo post è dedicato a Debora,
compagna di una vita.

 



[1] “Live from the Moonlight” recorded at Moonlight Club Macerata, Italy, November 24th, 1985 Philology 214 W 10/11 – Chet Baker (tp), Michel Grailler (p), Massimo Moriconi (bass) -

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categorie: estate, chet baker in italy
domenica, 02 dicembre 2007

CHET BAKER IN ITALY

RARE E PROFONDE TRACCE
INCISE IN ITALIA DAL 1955 AL 1988
 
 
È passato troppo tempo dall’ultimo post,
ma il blog ha generato una serie di contatti che non mi aspettavo,
e sono nate nuove collaborazioni.
Ho appena concluso due approfondimenti con interviste inedite a due Maestri della musica in Italia, e sono in attesa della loro approvazione per la pubblicazione su queste pagine.
 

 

Oggi vi presento un grande ospite,
una stella del jazz internazionale,
che in trent’anni ha inciso e suonato molte volte nel nostro paese,
lasciando tracce profonde nei cuori degli appassionati e ricordi indelebili nei musicisti che hanno avuto la fortuna di suonare ed incidere con lui.
 
 
Nel 1955, due mesi dopo la morte per overdose di Dick Twardzik,
dotatissimo pianista del suo quintetto “europeo” [1],
 Chet Baker suona in Italia alla Taverna Duomo di Milano,
dal 31 dicembre al 15 gennaio.
Nella nuova formazione, troviamo al piano Francy Boland
(che più avanti avrebbe formato una famosa Big Band con Kenny Clarke),
il contrabbassista Eddie De Haas, Charles Saudrais alla batteria e,
Jean-Louis Chautemps al sax tenore.
Chet-at-Florence-one
Poi, a metà gennaio, il quintetto suonò al Teatro Eliseo di Roma e,
successivamente al Conservatorio Cherubini di Firenze, dove la sua musica fu registrata e pubblicata (diversi anni dopo) in due LP dell’etichetta Replica [2] .
Qui Chet suona lunghi brani bop, con una “lucente” improvvisazione straordinaria e, nei brani lenti o cantati, è profondamente lirico.
 
Chet-at-Florence two
Chi conosce anche minimamente la biografia di Chet Baker, sa che seguirlo nei suoi molti spostamenti, improvvisi e veloci, è impresa non facile.
Per fortuna abbiamo i DISCHI,
che documentano le date.
 
Dopo quelli del ’58 incisi a New York per la Riverside, ritroviamo l’anno dopo Chet a Milano, dove suonò molto al Santa Tecla, al Circolo della Rinascente e partecipò a diversi Festival tra cui quello di Bologna, accompagnato dal Quintetto di Lucca. Partecipò anche ad una tournee con Caterina Valente [3]
Caterina Valente W Chet Baker DECCA EP 9 30025 1956 March 26
Sextet&Quartet
In quell’anno incise due LP in Italia,
 il primo è “Chet Baker Sextet & Quartet” [4],
con Glauco Masetti (sax contralto), Gianni Basso (ten sax), Renato Sellani (p), Franco Cerri (bass) Gene Victory (drums). La musica registrata in Sextet, è stata pubblicata anche su etichetta JAZZLAND
 (JLP 18) con il titolo “Chet Baker in Milan”.
 
Chet-with-Len-MercerIl secondo si chiama “Chet Baker Sings and Plays with Len Mercer” [5]
con Masetti, Cerri, Victory, Mario Pezzotta (trne), Fausto Papetti (bariton sax), e orchestra d’archi, con arrangiamenti e conduzione di Ezio Leoni e Giulio Libano.
Il disco è stato pubblicato con lo stesso titolo e diversa cover per l’etichetta americana UP-Front (UPF – 176),
con il titolo “Chet Baker with Fifty Italian String”per la JAZZLAND (JLP 21),
con il titolo “Angel Eyes” per la Scepter Records (SPS 540),
con lo stesso titolo e diversa cover per l’etichetta inglese DJM (2016)
 
La documentazione della musica di Chet Baker su disco è smisurata,
ad oggi si contano più di duecento incisioni a suo nome,
con diverse ristampe nel tempo in tutto il mondo, e molti LIVE usciti postumi.
Capirete come sia complicato compilare una discografia dettagliata.
 
 
Nel 1959, Piero Umiliani scelse Chet Baker come tromba solista per la colonna sonora del film di Nanny Loy “Audace colpo dei soliti ignoti”.
Sempre con lo stesso autore incide nel 1960 le musiche per il film
“Intrigo a Los Angeles”(CAM – cms 30-104).
Chet collaborò più volte con il Maestro Umiliani, come possiamo ascoltare su
Italian Movies” (Liuto LRS 0063 1) e “SMOG” del 1962 (Rca LPM 10320),
ristampato per la StudioUno (STN 1008) nel 1999,
da cui è tratta la traccia che state ascoltando.
Smog
 
In seguito, fu chiamato da diversi grandi compositori, per commentare in musica i film italiani, come “Totò di notte n1” di Armando Trovajoli, e “Una vita violenta” di Piero Piccioni.
 
 
Nel 1960 Chet Baker viene scritturato alla Bussola di Focette, in Versilia,
dove suona per tutta la stagione estiva con il Trio di Romano Mussolini (p),
 con Carlo Loffredo (bass) e Roberto Podio (drums).
 
Poi c’è il “troppo noto” arresto nella stazione di servizio di San Concordio Contrada ed il relativo processo mediatico e penale, che si svolse a Lucca nell’aprile del ’61,
e che trattenne Chet Baker per undici mesi nelle prigioni italiane.
 
Nel dicembre del 1961, tornato in libertà, trovò molti amici che lo aspettavano.
I primi furono Giovanni Tommaso, Amedeo Tommasi, Franco Mondini e
Antonello Vannucchi, che gli organizzarono un concerto di rientro alla normalità al Teatro Comunale di Lucca.
 
Un mese dopo, il 5 gennaio 1962,
Chet inaugura il nuovo studio di registrazione della RCA,
 al 12° chilometro della via Tiburtina a Roma.
Insieme al pianista Amedeo Tommasi,
Bobby Jaspar (tenor sax), René Thomas (g), Benoît Quersin (bass) e Daniel Humair (drums), registra uno splendido disco con un titolo propiziatorio
“Chet is Back!” [6].
chet is back!
 
La traccia che trovate qui sotto,
è "Ballata in forma di Blues"
composta per l’occasione dal
Maestro Amedeo Tommasi.
Una poetica sintesi della vicenda umana di Chet.
Già nell’introduzione, annuncia l’amore per le origini,
il blues da dove tutto è nato.
Poi quel senso agrodolce, come sospeso tra notorietà e sconfitta,
il tutto raccontato con un’indimenticabile melodia,
e quell’ostinato riff, proprio del blues e di chi deve - comunque - andare avanti.
 
 
Sempre nel ’62, suonò con una Big Band diretta da Ennio Morricone, ed incise per la Rca un EP con quattro canzoni [7]
Chet Baker sò che ti perderò
 
 Chet trascorre diversi anni in giro per l’Europa,
subisce altri arresti ed espulsioni da alcuni paesi e rientra negli Stati Uniti.
Registra ancora, è ovvio, con la Limelight, la Prestige, la Word Pacific, ma l’attenzione del pubblico americano non è più la stessa degli anni ’50,
ed in Europa non può rientrare.
Quindi, sparisce per alcuni anni.
Si parla della separazione con sua moglie Carol,
di un “troppo famoso” pestaggio a San Francisco dove gli fecero saltare tutti i denti, del suo lavoro in incognito presso una pompa di benzina,
disperso nei profondi USA.
 
C’è molta letteratura superficiale su questo, e poca musica, per me.
 
Poi un salto nel tempo,
e, dalla metà degli anni Settanta,
 Chet Baker torna con la sua musica che,
per me,
rappresenta il periodo migliore.
chet
 
Inizia a suonare seduto,
con poche lunghe note necessarie,
il microfono spinto fin dentro la campana della tromba,
 per non perdere nessuna sfumatura.
 
La sua voce, 
che ha conservato l’esile poesia,
ora sembra un tenero flusso ininterrotto,
che lega insieme le parole, le polverizza e le soffia via,
 piano
nel microfono,
sempre attaccato alle labbra,
in un delicato bacio sonoro.
 
Gli occhi chiusi,
per non distrarsi,
per guardarsi dentro,
nel fondo delle emozioni.
 
 
In Italia Chet ri-appare al Festival di Pescara, nel luglio del ’75 dove registra un’unica, stupenda traccia [8], quella “My Funny Valentine” che sempre più spesso,
uscirà come un respiro dalle sue labbra.
 
Poi, nel luglio 1976 il suo amico Pepito Pignatelli gli affida la gestione del suo locale, lo storico “Music Inn” di Roma.
Esiste una registrazione postuma, sul disco dal titolo “Deep in a Dream of You”
 pubblicato dall’etichetta svedese Heart Note (moon MCD 026-2) che sembra documenti la musica di quel mese romano.
 
The incredible C B
Nel marzo del ’77 registra “The IncredibileChet Baker Plays and Sings”
 
per la milanese Carosello ( CLN 25075)
con la sua compagna Ruth Young (che canta in due tracce) e
Bruce Thomas (p), Gianni Basso (ten. s), Jacques Pelzer (alto, fl),
 Lucio Terzano (bass) e Giancarlo Pillot (drums).
 
Soft Journey
Tra il dicembre ’79 ed il gennaio del 1980 avviene il primo incontro
con Enrico Pieranunzi,
e nasce uno dei suoi migliori album degli ultimi anni.
“Soft Journey” per la romana Edi Pan (NPG 805)
con Maurizio Giammarco (ten. s), Riccardo Del Frà (bass), Roberto Gatto (drums)
 
 
Nell’ottobre del 1983 è ospite nel locale di Giorgio Vanni a Milano,
dove con la sua nuova compagna Diane Vavra (sopran sax) e Nicola Stilo (fl),
Michel Graillier (p), Riccardo Del Frà (bass), Leo Mitchell (drums)
 registra il LIVE Al Capolinea (jii 5)
con una superba versione di “Estate” di Bruno Martino.
Il disco è stato ristampato con una differente cover nel 1987
dalla Red Records (NS 206)
Al Capolinea
 
Nel 1985 incide “Symphonically” per la Soul Note (SN 1134)
con Mike Melillo (p), Massimo Moriconi (bass), Giampaolo Ascolese (drums) e l’orchestra Filarmonica Marchigiana.
Il 24 novembre dello stesso anno, con Massimo Moriconi e Michel Grailler (p), suona al Moonlight Club di Macerata.
Paolo Piangiarelli – appassionato produttore – pubblica in doppio LP questo bellissimo live per la sua etichetta, Philology (214 W10-11).
 
Partecipa alla registrazione del magnifico “Silence” (121 172)
 inciso a nome di Charlie Haden (bass) nel novembre 1987,
 per la Soul Note di Giovanni Bonadrini
con Enrico Pieranunzi (p), e Billy Higgins (drums).
Un album veramente suonato con maestria,
con il lato migliore sui tempi veloci,
ai quali non si sottrae neanche la classica ballad “My funny Valentine”.
 
A Recanati, tra febbraio e marzo ’88, Chet incide due splendidi dischi con Pieranunzi, ancora una volta per la Philology.
“the (He)art of the Ballad” un duo intimo e
e “Little Girl Blue” con lo Space Jazz Trio del pianista,
che comprende Enzo Pietropaoli (bass) e Fabrizio Sferra (drums).
 
Nel gennaio 1988 Baker partecipa ad una particolare incisione
“Chet on poetry” un disco rimasto incompiuto,
che fu successivamente completato e mixato a cura di Nicola Stilo per l’etichetta Novus.
Qui oltre a Chet alla tromba e all’inedita lettura in italiano di poesie di Gianluca Manzi e Maurizio Quercini troviamo appunto Stilo (fl., g., p),
Enzo Pietropaoli (bass), Roberto Gatto (drums), Alfredo Minotti (perc.).
Chet-on-Poetry
 
Ancora postumi - sempre per l’etichetta di Paolo Piangiarelli - escono
“A night at the Shalimar” (W 59) con Nicola Stilo, Furio Di Castri (bass),
e Mike Melillo o Luca Flores (p).
E“Goodbye Chet” (W22) con varie registrazioni live tra il 1985 e il 1988
con Mike Melillo e Tiziana Ghiglioni.
 
Nel 1994, con il numero di dicembre della rivista Musica Jazz, è uscito un cd con registrazioni inedite effettuate tra il 1975 e il 1988, a cura di Piangiarelli.
Tra queste c’è una perla, SOLAR di Miles Davis, registrato da Chet Baker a
Torino il 21 aprile 1988 con Enrico Rava, Massimo Urbani e Franco D’Andrea.
 
Nel 1992, con ristampa nel ’99, la Dreyfus ha pubblicato
il LIVE in Bologna del 1985,
con Philip Catherine (g) e Jean-Louis Rassinfoss (bass).
        
Vorrei ricordare, anche se non registrato in Italia,
“Last Concert in Rosenheim” disco uscito per la Timeless con
Luca Flores (p), Nicola Stilo e Marc Abrams
il 17 aprile 1988,
un mese prima della sua morte.
 
Il ricordo di Chet è inciso in tutti i suoi dischi,
in Italia ce ne sono molti.
 
 
 
Bibliografia in Italia:
Chet Baker in Italia a cura di Paola Boncompagni e Aldo Lastella – Stampa Alternativa
Dossier monografico in Musica Jazz n11, novembre 1989 a cura di Salvatore G. Biamonte
Dossier monografico in Musica Jazz n12, dicembre 1994 a cura di Salvatore G. Biamonte
 
Discografia:
Thorbjørn Sjøgren - Chet: A Discography - JazzMedia ApS
 
Siti web:
http://www.chetbaker.net/
http://www.chetbakertribute.com/
The Lyrical Trumpet on GEROVI-JAZZ
 
 
 


[1] “Chet Baker Quartet” Barclay LP 84 009, Parigi, ottobre 1955
[2] ” Chet Baker Quintet vol. 1 & vol.2” limited issue Replica Records - RR
[3] DECCA EP 9 30025 - 26 Marzo 1956 -
[4] “Chet Baker Sextet & Quartet” LPMusic, Milano Ottobre 1959 – ristampa by JOKER nel ’68 e ’81
[5] “Chet Baker Sings and Plays” LP CELSON – LPQ 25005 - 1959
[6] “Chet is back!” 1962 - RCA, LPM 10307
[7] Chetty’s Lullaby / So che ti perdero' – Motivo su raggio di luna / Il mio domani - 
Chet Baker & Ennio Morricone Orchestra - EP 3068 RCA Victor 1962
[8] “Seven Faces of My Funny Valentine” Philology W30-2, 1975 – ‘82