Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
Non so quanti di voi sussulteranno al nome di Santucci & Scoppa.
First reprint on DIRE, 1977
Veramente, dall’altra parte di questo piccolo blog, non riesco a capire in quanti proverete quel sottile brivido che certa musica riesce a dare, non solo all’inizio, quando comincia a solleticare le strutture subcorticali del vostro cervello o mentre risale verso la corteccia uditiva dei due emisferi cerebrali, ma attraverso tutto il processo dell’elaborazione musicale, che coinvolge anche l’ippocampo, che è il centro della nostra memoria.
Non sono in grado di capirlo perché, anche conoscendo un poco i vostri gusti, non conosco i vostri trascorsi, ma riesco ad immaginare benissimo che, se state ancora leggendo queste righe, a quest’ora starete battendo il piede sotto la scrivania del vostro ufficio o tamburellando a tempo sul tavolo della vostra camera.
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Al Folkstudio
Anzi, non solo vi immagino, io vi vedo tutti, con la testa ciondolante, gli occhi socchiusi, la bocca che lancia impercettibili segnali e tutto il movimento concentrato tra il bacino e le spalle, con la sedia che inizia a scricchiolare, perché è impossibile resistere al mitico groove di Santucci & Scoppa.
Francesco “Cicci” Santucci (tp) & EnzoScoppa (tenor sax), nascono entrambi a Roma, dove si incontrano già nel 1958, dando vita, insieme a Sandro Brugnolini, alla Modern Jazz Gang.
E’ in questa formazione che, fino al 1962, oltre ad un effettivo affiatamento, ad un particolare gusto per gli arrangiamenti, che costituiranno il loro marchio di fabbrica futuro, ed un insolito e coraggioso piacere compositivo, almeno per quegli anni degli inizi quando i jazzmen di casa nostra erano soliti emulare i grandi d’oltreoceano, loro costruiranno la strada per l’affermazione di una delle coppie più importanti e belle del nostro jazz.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
“…la vostra musica è meravigliosa, ma perché non suonate mai un pezzo americano? Ce ne sono di bellissimi…”
Questa, dai ricordi di Sandro Brugnolini, era la domanda che più spesso veniva rivolta loro dai jazz fan dell’epoca.
“…in fondo, ci costruiamo tutti i brani da eseguire per puro egoismo; e cioè per protrarre il piacere che ognuno di noi prova durante l’improvvisazione, anche nel corso dell’esposizione del brano…” e questa, la sua solita e bellissima risposta, resa ancora più esplicita nello splendido “Miles before and after” del 1960.
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MJG "Miles before and after" - Rome 1960 - ADVENTURE AV-LM 300/003
Santucci & Scoppa, negli anni sviluppano anche un eccellente tecnica strumentale, come dimostrano le collaborazioni con Amedeo Tommasi in “Zamboni 22” (1960), o in “Jazz allo Studio 7” di Romano Mussolini (1962), ma è grazie alla caratteristica di suonare solo e sempre la musica creata da loro, che la mitica coppia si ritroverà catapultata nel pantheon del jazz mondiale, con una modernità ed un taglio trasversale alle etichette musicali, come dimostrano già nel 1962, quando licenziano un EP dedicato ai poeti moderni americani, quelli della beat generation, per intenderci.
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Rome 1962 - SIL 4091 (EP)
Poi arrivano gli anni ’70, quelli chiamati anni di piombo, da qualcuno, ma che dovrebbero essere ricordati come gli anni elettrici, dove tutto scorreva con una energia unica, con un mai ripetuto spirito di aggregazione, con un elevato livello culturale condiviso tra i molti strati delle diverse classi sociali, con una rara inventiva originale.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
Anni quelli che, nonostante tutto, sono oggi invidiabili rispetto allo stantio movimento artistico, desiderabili al posto del pattume culturale propostoci, anni nei quali, Santucci & Scoppa, registrano insieme il meglio della loro produzione.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
Prima con la FLY ReCORD di Aldo Sinesio, il futuro produttore della HORO, con il quale registrano nel 1971 “Looking Around” e subito dopo “Mondo Operaio”, entrambi con Franco D’Andrea al pianoforte ed alle tastiere, Bruno Tommaso al basso e Bruno Biriaco alla batteria.
Queste due rare sonorizzazioni, sono state raccolte e ristampate nella serie “Jazzissima vol. 1” della BLACK CAT RECORDS e, seppur bellissime, interamente composte ed improvvisate da loro, devono sottostare alle “regole” dei commenti musicali, per cui alternano lati oscuri e siderali (Trip) a frenetici ritmi (Run Run), armonie globali (Deep Look) a reinterpretazioni del folk puro (Nuraghi).
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"Looking Around" - Rome 1971 - FLY RECORD AS 55
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Poi, nel giugno del 1971, viene registrato a Roma “On The Underground Road”, il disco n° 10 della DIRE, contenente la splendida musica che state ascoltando, ed è l’apoteosi.
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Qui, al quintetto che aveva registrato per la FLY, si aggiungono Joel Vandrokenbrak (org) e Roberto Podio con Gegé Munari alle percussioni.
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Questo vinile, dato alle stampe nel 1972 e originariamente prodotto da Piero Umiliani, anche se pubblicato da Tito Fontana per la DIRE, è riuscito ad avere due meritate ristampe, la prima della DIRE stessa nel 1977 e la seconda, nel 1995, per l’etichetta RIGHT TEMPO.
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Second reprint on RIGHT TEMPO ATCL 807 - 1995
Le tracce sono bellissime, con un groove trascinante, come in “What’s Hatching” che apre il disco, ed una ballabilità rara nel mondo del jazz, come in “Camel Walk” o in “Tip Cat”.
Ma tutto il disco ha l’energia del fuoco, l’intensità del sole, la profondità del mare, la forza del vento…
Altro che anni di piombo.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
In seguito i due incideranno ancora insieme diverse sonorizzazioni, tra cui “Toward the Peace” per la METROPOLE.
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"Toward the peace" - Rome 1972 - METROPOLE SM 7004
“Olimpiade” per la SOUND WORKSHOP di Umiliani,
“Do It Yourself” per la CAM
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"Do it yourself", 1979 - CAM SAG 9098
ed alcuni dischi per la RRC/FLY inseriti nella collana “Viaggio attraverso i problemi dell’uomo”, con titoli come “Lavoro”, "Guerra", “Traffico” ed altri, tutti ambitissimi dai collezionisti di tutto il mondo, come documentano le aste registrate su popsike
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Poi ognuno prende la sua strada, anche se si incrocia spesso, come nel 1975 per il disco di Kenny Clarke uscito per la HORO – Jazz a Confronto 20, per i dischi che Scoppa registra con la PENTAFLOWER nei tardi anni ‘80, dove Santucci partecipa con la sua voce, ora ancora più morbida, fino a quel raro incontro tra i due del 1996, registrato con il titolo “Honey”.
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Ma questo,
questo disco è un regalo che vi voglio fare, ma è anche un test per valutare la vostra salute mentale: se arrivati a “Tangana”, la traccia n°2 del lato B, non avete buttato all’aria la vostra scrivania o non ballate come forsennati intorno al distributore del caffè, allora probabilmente siete stati lobotomizzati.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
ca
Questo post lo dedico ai miei amichetti in musica:
a Maurizio, per il suo beat coinvolgente,
a Manuel, per il suo musicale sguardo oltre,
a Costantino, per la sua voce ruggente.
A D+ gli ho dedicato una vita, che se ne fa di un disco in più?
Finalmente, mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti [1], o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” [2].
Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. [3]
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz [4] mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” [5], agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.
Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.
Barazzetta al centro, con un giovane Lee Konitz
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Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno [6], e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini [7] o di Rudy Rabassini [8], perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
“…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.”
Cover Art by Arrigo Polillo
Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.
Barazzetta con Stan Kenton
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Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.
"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."
Cover Art by Guido Crepax
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Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz.
Barazzetta con Buddy Collette
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Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.
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Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.”
Cover Art by Guido Crepax
Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:
ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”
Barazzetta al centro tra Gorni Kramer e Benny Goodman
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Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:
voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz». Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.”
Cover Art by Guido Crepax
Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:
“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?”
Barazzetta con Charles Mingus
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Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):
“ Caro Giuseppe, AIUTO!
Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 [9]. Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…”
Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
In queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.
Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
Marcello Riccio (cl), Umberto Cesàri (p), Giorgio Battistella (vib),
Pino Liberati (bass), Peppino D’Intino (drums)
Rome 1959, January 26
A3) Original Lambro Jazz Band
“Ole Miss”
Peppino Ferrario (tp), Herman Meyer (second tp), Renato Gerbella (cl), Francesco Cavallari (trne), Carlo Manto (p), Raffaele Linares (bass), Mario Pratella (banjo), Claudio Clerici (drums)
Milan 1958, January 28
A4) Milan College Jazz Society
“Down Home Rag”
Giorgio Alberti (tp), Gianni Acocella, Luciano La Neve (trne), Bob Valenti (cl), Carlo Bagnoli (ten. sax), Vanni Moretto (p), Luigi Bagnoli (bass), Luigi Allievi (drums)
Milan 1959, January 29
A5) Modern Jazz Gang
“Arpo”
Cicci Santucci (tp), Sandro Brugnolini (alto sax), Alberto Collatina (valve trne), Carlo Metallo (bar. sax), Leo Cancellieri (p), Sergio Biseo (bass), Roberto Podio (drums)
Rome 1959, January 26
A6) Flavio Ambrosetti and His All Stars
“Thou Swell”
Raimond Court, Sergio Fanni (tp), Flavio Ambrosetti (alto sax), Marcel Peters (bar. sax), Gorge Gruntz (p), Eric Peter (bass), Daniel Humair (drums)
Milan 1959, February 14
A7) Modern Flaminia Quintet
“What’s New”
Checchino Tommassini (alto sax), Giovanni Spalletti (vib), Raffaele Giusti (p),
Sandro Santoni (bass), Lionello Bionda (drums)
Milan 1958, October 18
B1) Quintetto Basso – Valdambrini
“Almost Like Being In Love”
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. sax), Renato Sellani (p),
Aurelio Ciarallo (cl), Carlo Zoffoli (vib), Walter Branchi (bass), Roberto Petrin (drums)
Rome 1959, January 26
[1] Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia
[2] AAVV, Jazz e cultura mediterranea, ISMEZ,
[3] Musica & Jazz
[4] Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Giuseppe Barazzetta, Enciclopedia del Jazz, Messaggerie Musicali Milano, 1953
[5] Giuseppe Barazzetta, Jazz inciso in Italia, Messaggerie Musicali, 1960
[6] Enrico Cogno, Jazz Inchiesta Italia, Cappelli editore, 1971
[7] Franco Mondini, Sulla strada con Chet Baker e tutti gli altri, Lindau, Torino 2003
[8] Rudy Rabassini, Piccola Storia del Jazz a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2007
[9] Mingus at Monterey, Live at Jazz Festival, California, Jazz Workshop 001/002 , re-issue on Prestige P-24100, 1981
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Nota alla selezione grafica:
le cover pubblicate in questo post, sono una parte dei dischi che Barazzetta ha curato, scrivendo anche tutte le note di copertina, durante la sua consulenza presso la Carisch, dal 1954 al 1960.
Le fotografie sono tratte dal volume "Una vita in quattro quarti".
“è musica ammattita e gambe storte, suoni fischianti, arrugginiti, fischi di sirene e crepitare di motori, rauchi, assordanti, cui corrisponde la frenesia di un gestire corbellone e minchionato, avventuroso e truffaldino.”[1]
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“È nefando e ingiurioso per la tradizione, e quindi per la stirpe, riportare in soffitta violini, mandolini e chitarre per dare fiato alle trombe e ai sassofoni, per percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda! È stupido, è ridicolo, è antifascista andare in sollucchero per le danze ombelicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga d’oltre oceano!
Dobbiamo crearle noi, le nostre forme di vita, d’arte e di bellezza, così come ci stiamo creando la nostra forma di governo, le nostre leggi e le nostre originalissime istituzioni.” [2]
Jan Matulka, Negro Jazz Band, 1926
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“Ed ecco gli italiani imitare a iosa quelle quasi musiche, quei motivi catalettici, quei maneggi di trombone o contrabbasso, gli italiani musicanti intendo io, proprio quelli che, dimenticato il padre e il suol, si son buttati ad «italianizzare» i concerti americani. «Italianizzare»; dicono alcuni che son del mestiere.
Quale necessità ci sia, Dio solo lo sa.
Ed ecco i musicanti italiani, con bello spirito, paragonare, superficialmente sempre, terra terra, quei canti alla patina della parola, al riflesso delle vocali, ai suoni onomatopeici insomma, quasi che gli italiani si fossero messi in mente di gareggiare con i negri.”[3]
Sem (Georges Goursat), White Bottoms, 1927
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“Con provvedimento del Ministero della Cultura Popolare, viene proibita la vendita di dischi fonografici riproducenti canzoni e ballabili di autori americani e inglesi. Esso fa seguito ad un precedente divieto di pubblica esecuzione di musiche i cui autori siano ebrei o sudditi dei paesi nemici.
Il provvedimento sarà accolto con soddisfazione da quanti, moltissimi, erano nauseati dal contagio delle canzoni sceme, grottescamente cantate, barbaramente musicate.
È un’azione di bonifica del gusto, auspicata ripetutamente dal Popolo d’Italia, che ora si attua fra il compiacimento generale.”[4]
Hugh Hirtle, Exotic Adventures vol.1, n°2, 1958
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“La culla del piccolo Romano, nella natia Romagna, ha cominciato ad oscillare all’ombra della quercia tradizionale piantata dalle mani stesse del Padre. Oh simbolo magico del mito. Altrove genitori infetti da snobita esterofilia avrebbero convocato miss e damerini per strofinarli al suono di un cacofonico jazz americano”.[5]
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“In casa si ascoltava di tutto. Mio padre preferiva la musica sinfonica e quella lirica, mio fratello Bruno la lirica, io, mia sorella Anna Maria e l’altro fratello, Vittorio, amavamo tutta la musica, ma in particolare il Jazz. Iniziai il mio rapporto con la musica nel 1941, comprando un sax contralto, strumento che vedevo nei film e che speravo di poter imparare con l’ausilio di un componente della banda dei vigili urbani. Ma la cosa non funzionò e passai al pianoforte.
Nel 1943 ascoltai la canzone «Ma l’amore no», interpretata da Alida Valli. Mi piaceva, e allora cercai di riprodurne le note sulla tastiera, suonando sempre lo stesso accordo. Poi lo «spostai», e scoprii di fatto la chiave che racchiudeva il mistero delle note, vale a dire la tonalità. Da quel giorno incomincia a suonare dalla mattina alla sera.
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Mio padre fu contentissimo di sentirmi suonare il pianoforte: suonavo blues e standard americani, ma anche canzoni italiane.
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Egli voleva però che io imparassi a leggere bene la musica, cosa che lui sapeva fare. Il che invece, per quanto mi riguarda, a tutt’oggi non è ancora accaduto.”[6]
James Blanding Sloan, Jazz – the New Possession, 1925
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Credits:
Label: Family Records
Catalog#: SFR-RI 639
Format: LP
Country: Italy
Released: 1972
This is a first reprint on album
“Jazz allo Studio 7”
printed by RICORDI MRJ 8002
Tracklisting:
Side A – Romano Mussolini All Stars
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Gianni Sanjust (cl), Cicci Santucci (tp), Enzo Scoppa (tenor sax), Franco Tonani (drums)
and Dino Piana (trne)
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Recorded at Studio 7, Milan, on 1962 April 21th
A1) Yes, Boy (R. Mussolini) – 3’00”
A2) ¾ di Gioia (R. Mussolini – C. Loffredo) – 3’52”
A3) Nice Day (Buddy Collette) – 3’18”
A4) Jordu (Duke Jordan) – 3’05”
A5) San Thomas (Sonny Rollins) – 3’40”
A6) Full di Dame (R. Mussolini) – 1’45”
Side B – Romano Mussolini Trio
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Franco Tonani (drums)