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venerdì, 04 settembre 2009

Mr. G.B. - L'ultima Jam di Gianni Basso

Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, agosto 1888

 

Non sapeva più da quanto tempo se ne stava da solo in quella stanza, forse ore, minuti o addirittura giorni.
.
Non era preoccupato per questo, era abituato ad aspettare il suo turno, però questo non possedere il senso del tempo lo confondeva.
Aveva vissuto tutta la sua vita intorno al tempo, cadenzando il respiro per spaccare il secondo, oppure restandogli appena un poco indietro, per dare modo alle impressioni di formarsi con calma, fino a spingerlo avanti, con forza e decisione per ricreare il tempo a sua immagine e somiglianza.
Ora invece Gianni non sapeva più da quanto tempo se ne stava immobile in quella posizione, forse ore, minuti o addirittura giorni.
 
Allora provò ad aprire un poco gli occhi.
Intorno a se solo una stanza vuota, come quella sedia al suo fianco, e una luce forte, densa e biancastra che lo colpiva direttamente in faccia.
.
Capì che il suo momento era arrivato e che, anche se era steso su un letto e non aveva con se il suo strumento, doveva iniziare il suo assolo.

Gianni suonava come quando aveva iniziato.
Certo pensava diversamente ora, aveva passato sessant’anni a soffiare sangue e saliva in quel tubo cromato d’ottone, ma la sua voce era sempre la stessa, una voce ricca e generosa, calda e rilucente anche quando scendeva negli abissi più oscuri della sua personale ricerca.
Questo perché lui stesso era un uomo coraggioso, solare e sensibile, ma soprattutto perché era un cercatore di emozioni, un donatore di sentimenti, un minatore del jazz che si era dedicato alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’animo umano.
 
Terminò il suo assolo quando sentì finalmente un rumore, sperando di veder comparire intorno a se i suoi compagni di sempre, per continuare a respirare, ancora una volta, insieme.

Mr. G.B. con Oscar Valdambrini e Giorgio Azzolini

Gianni sorrise a quegli sconosciuti che gli si erano avvicinati, loro invece lo fissavano preoccupati.
 
Non era un sorriso per mascherare l’imbarazzo, da sempre cercava gli sguardi complici dei suoi colleghi e, anche se non si era mai completamente abituato, da anni sentiva gli occhi calorosi dei suoi ammiratori su di lui.
Lui era così, aperto a tutto e, solo apparentemente, faceva tutto come se niente fosse mai davvero importante.
Ma quella situazione era davvero strana, per questo li guardava incuriosito e sorrideva.
 
Lui aveva sentito da vicino la voce di Chet Baker, aveva inciso la sua insieme a quelle di Dusko Gojkovic, Slide Hampton, Lars Gullin e Buddy Collette, aveva diviso il palcoscenico della vita con gente del calibro di Gerry Mulligan, Dizzy Gillespie, Helen Merrill, Maynard Ferguson, Kenny Clarke, Art Farmer, Sonny Stitt e molti altri.

Mr. G.B. con Chet Baker

In Italia era cresciuto suonando al fianco di Gorni Kramer, Armando Trovajoli, Franco Cerri, Giampiero Boneschi, Roberto Nicolosi, Piero Umiliani e tutti i ragazzi scimmia del jazz.
Ma questa formazione qui era davvero curiosa, più che imbarazzante.
Curiosa, pensava, intanto perché i tre uomini avevano il camice bianco.
.
Non che questo fosse per lui un problema, anche se la sua vicenda personale era sbocciata intorno agli anni Cinquanta, quando la camicia e la cravatta erano d’obbligo, Gianni aveva attraversato praticamente tutta la storia di questo secolo, ed era abituato ad altre improvvisazioni o a più spettacolari “stranezze” che non ad un camice per abito di scena.
Ciò che lo incuriosiva, invece, era il fatto che gli uomini non avessero con loro nessuno strumento.

Mr. G.B. con Valdambrini e Armando Trovajoli

 
Questo era davvero bizzarro per lui, e si chiedeva cosa mai avrebbero potuto fare loro quattro insieme senza i loro strumenti.
Poi quegli uomini iniziarono a collegare dei fili tra il suo corpo ed alcuni apparecchi elettronici, a leggere freneticamente lunghi rotoli di particolari trascrizioni che venivano stampati lì per lì dalle stesse macchine ed infine indossarono degli strani attrezzi e si disposero intorno a lui.
 
Gianni sorrise a quegli sconosciuti, non aveva alcuna paura a buttarsi in una ignota avventura e, anche se si sentiva mancare le forze, era pronto ad iniziare un nuovo racconto.
Doveva solo aspettare che partisse la musica.

Mr. G.B. con Idrees Sulieman

 
Per ora, l’unico suono che riusciva a sentire era un tenue beep, ripetuto e costante.
Il nuovo, pensava Gianni, questo aspetto aveva segnato tutta la sua vita.
 
Lui, astigiano doc, aveva passato la sua adolescenza con la famiglia in Belgio, dove in quegli anni vivevano anche Bobby Jaspar, Django Reinhardt, René Thomas, Toots Thielemans e Jacques Pelzer.
Come avrebbe potuto lui, un ragazzo affascinato dalla musica, non innamorarsi del jazz?

Junior G.B. al clarinetto, all'albergo Savona ad Alba

 
Quando tornò in Italia era già stato stregato dal tenore leggero di Lester Young, e lo diceva a tutti incidendo quei 78 giri con Vittorio.
Ma erano pochissimi a comprendere il suo linguaggio, giusto qualche sognatore come Nunzio Rotondo e Umberto Cesàri.
Il nostro piccolo paese era appena scosso dal dixieland revival, animato dagli appassionati dello swing tradizionale di New Orleans ed invece Gianni, che aveva ascoltato il futuro attraverso le voci di Stan Getz e Zoot Sims, suonava avanti, molto avanti.
A quei tempi per lui, abbagliato dai riflessi dorati della West Coast californiana, animato dal sanguigno ritmo bebop dei fratelli afroamericani, non fu facile farsi accogliere dal vasto pubblico, ma tutti i musicisti accorrevano ad ascoltarlo e questo, oltre al suo carattere paziente, ma deciso e tenace come il Barbera migliore, lo spingeva a continuare sulla sua strada.

Beep… beep… beep...
 
Ci mise molto anche a convincere Oscar, “lo struzzo Oscar”, a suonare con lui in pubblico.
Ci mise molto Gianni, fino alla nascita di quel “Sestetto Italiano” che, in diverse forme, disegnerà il futuro del jazz moderno nel nostro paese.
Poi, da quel giorno, restarono fianco a fianco per più di vent’anni e non c’era appassionato in tutto il mondo che non si alzava in piedi al nome di quella mitica accoppiata.
 
Signore e Signori, Basso & Valdambrini.
.
Vent’anni.
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni. Chissà dov’è ora Oscar, e chissà se questi giovani in camice bianco ci hanno mai sentito suonare insieme.
 
Sorrise apertamente a quegli sconosciuti, loro invece si voltarono ed uscirono dalla stanza.

Basso Valdambrini Quintet

 
Ora era di nuovo solo, e lui non ci era abituato.
Beep beep… beep beep… beep beep
 
Gianni era sempre stato circondato da amici e le sue idee migliori erano nate proprio pensando a vasti gruppi, la sua facilità di immaginazione si nutriva delle tante e differenti voci che, unite, formavano le migliori delle grandi orchestre.
Quando si separò da Oscar, la sofferenza fu insopportabile.
.
Loro due, insieme, avevano costruito il futuro di questa amata musica e avevano formato quasi una famiglia del jazz, con il grande Dino, Berto e Gil prima, ed i sodali Renato, Giorgio e Gianni, o Lionello, per lungo tempo.
Poi, dopo vent’anni, qualcosa è cambiato e la comunicazione tra loro due non era più la stessa.
Tutto quello che prima indicava sintonia e fratellanza di respiro, adesso sembrava un ostacolo.
Vent’anni.
.
Vent’anni avevano offuscato perfino i ricordi.

Mr. G.B. con Valdambrini e Dino Piana, in partenza per N.Y.

 
Per Gianni tutto era iniziato grazie alla Taverna Messicana, un posto magico, la prima vera Cave italiana.
Per Oscar invece, tutto aveva potuto avere inizio perché in quella Taverna lì, tutti andavano per la droga e le mignotte, per cui loro potevano improvvisare, ripetere ed inventare di nuovo, e nessuno protestava perché erano lì per ben altri traffici.
 
Oscar diceva che nel nostro paese non sarebbe mai nato un solista a livello americano, perché siamo la quart’ultima nazione al mondo in fatto di educazione musicale e perché il nostro folklore non è utilizzabile per il jazz.
Gianni affermava che il jazz è, ora, figlio del mondo e che sarebbero stati proprio i ragazzi a dire la parola nuova e risolutrice.
 
Oscar rinfacciava ai giovani la loro debolezza e l’estremo bisogno di droga per costruirsi dei paradisi artificiali, lontani dalla realtà.
Gianni sosteneva che per i giovani d’oggi erano solo cambiati i bisogni.
L’eroina aveva preso il posto dei mondi artificiali che la religione e la politica ci propinavano da secoli.

Italian Jazz Stars

 
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni.
Seguiva il suo cuore, lui, che in quel momento pulsava libero, raddoppiava il tempo e desiderava conoscere giovani sonorità.
Per questo non esitò un momento ad uscire di scena, ma l’amore per suo fratello Oscar rimase invariato e la sofferenza fu insopportabile.
Avrebbe voluto incontrare ancora Oscar, lo avrebbe voluto qui, in questo momento.
 
Quando si aprì la porta Gianni ebbe un sussulto, ma non poteva essere lui.
Oscar non avrebbe mai indossato un camice bianco su di un palco.
L’uomo si avvicinò in silenzio, alzò il suo strumento appuntito e trasparente e poi si chinò su di lui.
 
Gianni non riuscì più a tenere gli occhi aperti.
Beep … beep… beep

Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889

 
Ora tutto vorticava, un frenetico sapore aveva preso il posto del solito tranquillo gusto, la musica non era più accompagnamento o sottofondo ma comunicava direttamente con il cuore del mondo, alterando gli schemi mentali imposti, scardinando gli accordi della consuetudine.
Certo, c’era sempre quel romanticismo e quello spirito d’avventura che aveva colorato i primi anni, ma ora tutto era dilatato, amplificato, portato agli eccessi proprio per dimostrare le infinite possibilità di questo linguaggio universale.

 
Oggi non servivano più i dialoghi intimi e privati, ora si doveva alzare la voce per affermare di essere qui ed ora, si aprivano le porte a tutti, si usava lo stesso slang che veniva urlato nei cortei per strada, ed il jazz, finalmente, aveva la forza e la capacità per smettere di essere intrattenimento o emulazione dei vecchi modelli e diventava, sotto gli occhi di tutti, arte pura.
Oggi si doveva partecipare per poter cambiare e Gianni era lì, come sempre piazzato al centro del palco, con un piede fortemente radicato nella tradizione, mentre con l’altro spingeva forte la sua amata musica nell’evoluzione di se stessa e del mondo che non la poteva più ignorare.

Mr. G.B. con Dizzy Gillespie

 
Gianni sentiva ancora viva l’emozione di quella serata al Centro Pirelli con Renato, Giorgio e il grande Gil, dove aveva voluto soffiare la stessa rabbia e passione di quelli che gli altri consideravano i capiscuola, e che lui sentiva come fratelli.
I suoi fratelli di sempre, diceva.
.
Ed allora via, con lo stesso linguaggio del cangiante Miles, dell’unico Trane, di Sonny il colosso, di McCoy l’architetto delle emozioni, dell’immenso Bird.
Via, volava via con loro Gianni, li sentiva vicino anzi, adesso era proprio insieme a loro, sempre più vicino e suonava al loro fianco, come solo lui sapeva, con la sua voce, con il suo linguaggio, quello del grande G.B.
 
Per un attimo nella sua mente, si affollarono i compagni che avevano percorso con lui quella nuova strada.
Vide Franco, Dodo, Tullio, Julius e Luciano, poi ancora Lucio, Mario e Giancarlo, il caro amico Giancarlo...

Mr. G.B. con Tito Fontana allo Studio 7

 
Beep… ... beep… ... beep... ...
 
A Gianni gli ultimi vent’anni sembravano passati in un lampo.
Sempre in giro per il mondo a suonare la sua musica tra Copenhagen, New York, Parigi, Lubiana e Tokyo, ma lui, cittadino del mondo, solo ad Asti si sentiva davvero a casa.
Nemmeno ora era solo, perché lui non era mai veramente solo.
Adesso era circondato dai tanti membri sella sua Big Band, e dai giovanissimi Fabrizio, Andrea e Stefano.
Ora con lui c’erano anche Paolo e Paolo, i suoi ultimi produttori.
Curiosi i due Paoli, stesso nome, stessa passione eppure vite così differenti, come nel jazz.
Mai due volte la stessa nota.

Mr. G.B. con Fabrizio Bosso

Era felice Gianni, perché ora c’erano proprio tutti.
C’erano tutti perchè erano dentro di lui, più che in quella stanza, tutti tranne …
Impossibile, lei c’era sempre, era sbocciata insieme ai primi successi, Luciana ci doveva essere, lei c’era sempre stata.
 
Gianni si alzò di scatto, strappando dal corpo fili e tubi inerti, sbarrando gli occhi su quella stanza vuota, su quella sedia che non serviva a nulla se non c’era sopra il suo strumento.
 
Luciana… dove sei mia amata?
Beep beep beep… beep beep beep… beep beep beep

Luciana, la bellissima moglie

 
La porta si spalancò di scatto, ma erano ancora solo quegli uomini in camice bianco. Gianni sbuffò un sorriso, insieme ad un po di sangue e saliva.
Loro agitatissimi gli si fecero intorno, provarono a farlo stendere, ed a ripristinare tutti quei fili, tubi e chiavette che lo tenevano collegato a questo mondo, ma erano gesti meccanici, pura manutenzione.
Lui sapeva bene di quanta cura aveva bisogno un vecchio sassofono.
 
Lo avevano aperto, smontato pezzo dopo pezzo per togliere via il male, poi ricucito ed osservato.
Avevano lavorato sul suo corpo, avevano lucidato l’esterno, loro.
Ma nessuno poteva respirargli dentro come faceva lui.
 
Beep… ... ... beep… ... ... beep... ... ...
 
Era stanco Gianni, ma non voleva chiudere gli occhi mentre quegli uomini spegnevano la luce, come se lo spettacolo fosse terminato.
Non sentiva alcun applauso o richiesta di bis, per cui rimase attaccato alla vita.
Non sarebbe mai sceso da un palcoscenico prima che il suo pubblico fosse soddisfatto, non Gianni, quella era la sua vita.

 
Attese all’ombra della morte, fino a che da un lontano puntino luminoso si fece avanti una madonna, anzi una Lady bellissima e fiera d’ebano.
Aveva una candida gardenia che le illuminava il volto, profumava di gin e sembrava che camminasse ondeggiando attraverso un leggero fumo blue.
 
Gianni aveva capito tutto e non riuscì a trattenere una grossa e calda lacrima.
Lei la raccolse con una tenerezza infinita.
 
Lui avrebbe voluto raccontagli la sua ragione di vita, spiegargli che prima doveva finire di trasmettere agli altri tutto ciò che aveva “raccolto”, che voleva far diventare la sua città natale una delle capitali europee del Jazz.
Avrebbe voluto sapere da lei se c’era ancora qualcuno che aveva bisogno di lui.
Poi Gianni avrebbe voluto chiedere a quella Lady se gli rimaneva ancora del tempo per continuare a suonare e se lei lo poteva aiutare a non smettere ora, perché per lui smettere di soffiare il suo amore per gli altri, sarebbe stato come un fallimento.
Avrebbe voluto, ma era così emozionato che non riuscì a parlare.
.
Allora lei si avvicinò al suo respiro e gli sussurrò hush now, it’s a bitter crop, baby.
 
Gianni, che non aveva mai sentito musica più dolce, si alzò dal letto.
Poi le strinse forte la mano, la seguì sorridendo verso l’origine di quella luce ed uscì per sempre da quella stanza.

Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889

 
 
Nota alle immagini:
.
le fonti sono diverse, tra cui retro copertine ed interni di LP, vecchie annate di Musica Jazz e altre pubblicazioni.
La maggior parte delle foto sono dell’Archivio Gianni Basso e sono tratte dal volume “Gianni Basso, una vita con il sax” l’unica e bellissima biografia sul Maestro, scritta da Armando Brignolo e pubblicata nel 2004 da Fabiano Editore
 
 
Nota alla selezione musicale
 
la discografia di Gianni Basso è sterminata tra i molti dischi a suo nome, quelli con Oscar Valdambrini e le tantissime collaborazioni.
In questo post trovate una selezione di rare e sparse tracce, prese da diversi LP mai ripubblicati in CD (tranne quattro, segnalate e bellissime, che non ho resistito ad inserire)
 
In futuro sarà per me un piacere pubblicare integralmente questi lavori, che rischiano l’oblio, in una speciale categoria dedicata al grande G.B.
 
Di seguito i riferimenti di questa selezione:
 
 
1)       Bob’s Body (G. Basso) – 4’14”
Gianni Basso (ten. sax)
Inedito – Calliano, 19 marzo 1991
 
2)       Bernie’s Tune (B. Miller) – 6’41
Gianni Basso (ten. sax), Fabrizio Bosso (tp, flgh), Andrea Pozza (p), Luciano Milanese (bass), Stefano Bagnoli (drums).
Dal CD “Five Brothers – Remembering Chet & Jeru vol. 1” – PHILOLOGY W319.2 - Aprile 2005
 
3)       Ain’t Misbehavin’ (F. Waller) – 3’07”
Gianni Basso (ten. sax), Vittorio Paltrinieri (p), Al King (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
Dal 78 giri “Gianni Basso Quartetto” – MUSIC JH 1135 – Milano Ottobre 1952
 
4)       Donna Lu (A. Donadio) – 2’36”
Gianni Basso (ten sax), Oscar Valdambrini (tp), Dino Piana (trne), Renato Sellani (p), Giorgio Azzolini (bass), Lionello Bionda (drums)
Dal LP “Exciting 6” - GTA JLP 603 – Gennaio 1967 - 
ripubblicato in CD dalla DEJAVU
 
5)       Parlami D’Amore Mariù (N. Bixio) – 2’05”
Gianni Basso (ten sax), Oscar Valdambrini (tp), Renato Sellani (p), Giorgio Azzolini (bass), Gianni Cazzola (drums)
Dal LP “Basso Valdambrini Quintet” – MUSIC LPM 2079 – Milano Giugno 1959
ripubblicato in CD dalla DEJAVU
 
6)       Hit (G. Bergamelli) – 5’34”
Gianni Basso (soprano sax), Renato Sellani (p), Dodo Goya (bass), Tullio De Piscopo (drums)
Dal LP “Hit” – CAROSELLO Jazz from Italy CLE 21016 – Milano Giugno 1975
 
7)       My One And Only Love (V. Housen) – 4’13”
Gianni Basso (soprano sax), Renato Sellani (p), Dodo Goya (bass), Tullio De Piscopo (drums)
Dal LP “Hit” – CAROSELLO Jazz from Italy CLE 21016 – Milano Giugno 1975
 
8)       Miss Bo (G. Basso) – 6’12”
Gianni Basso AT Big Band
Dal LP “Miss Bo” – ESAGONO ES 002 – Milano Novembre 1985
 
9)       Moon Over Asti (G. Basso) – 10’42”
Gianni Basso (ten. sax), Dusko Gojkovich (tp), Peter Michelin (p), Luigi Trussardi (bass), Alvin Queen (drums)
Dal CD “Live at Birdland Neuburg – BIRDLAND N. BN 04 – Novembre 1994
 
10)     Nature Boy (E. Ahbez) – 4’00”
Gianni Basso (ten. sax), Sante Palumbo (p), Luciano Milanese (bass), Giancarlo Pillot (drums) e quartetto d’archi
Dal LP “Ballads” – DIRE FO 379 – Milano 1985 (?)

giovedì, 02 aprile 2009

ROMANO MUSSOLINI LIVE AT STUDIO 7

 

“è musica ammattita e gambe storte, suoni fischianti, arrugginiti, fischi di sirene e crepitare di motori, rauchi, assordanti, cui corrisponde la frenesia di un gestire corbellone e minchionato, avventuroso e truffaldino.” [1]

 

ca
 
“È nefando e ingiurioso per la tradizione, e quindi per la stirpe, riportare in soffitta violini, mandolini e chitarre per dare fiato alle trombe e ai sassofoni, per percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda! È stupido, è ridicolo, è antifascista andare in sollucchero per le danze ombelicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga d’oltre oceano!
Dobbiamo crearle noi, le nostre forme di vita, d’arte e di bellezza, così come ci stiamo creando la nostra forma di governo, le nostre leggi e le nostre originalissime istituzioni.” [2]

Jan Matulka, Negro Jazz Band, 1926
 
ca
 
“Ed ecco gli italiani imitare a iosa quelle quasi musiche, quei motivi catalettici, quei maneggi di trombone o contrabbasso, gli italiani musicanti intendo io, proprio quelli che, dimenticato il padre e il suol, si son buttati ad «italianizzare» i concerti americani. «Italianizzare»; dicono alcuni che son del mestiere.
Quale necessità ci sia, Dio solo lo sa.
Ed ecco i musicanti italiani, con bello spirito, paragonare, superficialmente sempre, terra terra, quei canti alla patina della parola, al riflesso delle vocali, ai suoni onomatopeici insomma, quasi che gli italiani si fossero messi in mente di gareggiare con i negri.” [3]

Sem (Georges Goursat), White Bottoms, 1927
ca
 
“Con provvedimento del Ministero della Cultura Popolare, viene proibita la vendita di dischi fonografici riproducenti canzoni e ballabili di autori americani e inglesi. Esso fa seguito ad un precedente divieto di pubblica esecuzione di musiche i cui autori siano ebrei o sudditi dei paesi nemici.
Il provvedimento sarà accolto con soddisfazione da quanti, moltissimi, erano nauseati dal contagio delle canzoni sceme, grottescamente cantate, barbaramente musicate.
È un’azione di bonifica del gusto, auspicata ripetutamente dal Popolo d’Italia, che ora si attua fra il compiacimento generale.” [4]

Hugh Hirtle, Exotic Adventures vol.1, n°2, 1958
ca
 
“La culla del piccolo Romano, nella natia Romagna, ha cominciato ad oscillare all’ombra della quercia tradizionale piantata dalle mani stesse del Padre. Oh simbolo magico del mito. Altrove genitori infetti da snobita esterofilia avrebbero convocato miss e damerini per strofinarli al suono di un cacofonico jazz americano”.[5]

 
ca
 
“In casa si ascoltava di tutto. Mio padre preferiva la musica sinfonica e quella lirica, mio fratello Bruno la lirica, io, mia sorella Anna Maria e l’altro fratello, Vittorio, amavamo tutta la musica, ma in particolare il Jazz. Iniziai il mio rapporto con la musica nel 1941, comprando un sax contralto, strumento che vedevo nei film e che speravo di poter imparare con l’ausilio di un componente della banda dei vigili urbani. Ma la cosa non funzionò e passai al pianoforte.
Nel 1943 ascoltai la canzone «Ma l’amore no», interpretata da Alida Valli. Mi piaceva, e allora cercai di riprodurne le note sulla tastiera, suonando sempre lo stesso accordo. Poi lo «spostai», e scoprii di fatto la chiave che racchiudeva il mistero delle note, vale a dire la tonalità. Da quel giorno incomincia a suonare dalla mattina alla sera.
.
Mio padre fu contentissimo di sentirmi suonare il pianoforte: suonavo blues e standard americani, ma anche canzoni italiane.
.
Egli voleva però che io imparassi a leggere bene la musica, cosa che lui sapeva fare. Il che invece, per quanto mi riguarda, a tutt’oggi non è ancora accaduto.” [6]

James Blanding Sloan, Jazz – the New Possession, 1925
ca
 
 
Credits:
 
Label: Family Records
Catalog#: SFR-RI 639
Format: LP
Country: Italy
Released: 1972
 
This is a first reprint on album
“Jazz allo Studio 7”
printed by RICORDI MRJ 8002
 
 
Tracklisting:
 
Side A – Romano Mussolini All Stars
 
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Gianni Sanjust (cl), Cicci Santucci (tp), Enzo Scoppa (tenor sax), Franco Tonani (drums)
and Dino Piana (trne)
.
Recorded at Studio 7, Milan, on 1962 April 21th
 
A1) Yes, Boy (R. Mussolini) – 3’00”
A2) ¾ di Gioia (R. Mussolini – C. Loffredo) – 3’52”
A3) Nice Day (Buddy Collette) – 3’18”
A4) Jordu (Duke Jordan) – 3’05”
A5) San Thomas (Sonny Rollins) – 3’40”
A6) Full di Dame (R. Mussolini) – 1’45”

 
Side B – Romano Mussolini Trio
 
Romano Mussolini (p), Carlo Loffredo (bass), Franco Tonani (drums)
.
Recorded at Studio 7, Milan, on 1962 April 24th
 
B1) Ella Red Blues (R. Mussolini) – 5’50”
B2) That’s All (Brandt - Haymes) – 3’44”
B3) Moanin’ (Bobby Timmons) – 4’10”
B4) Autumn Leaves (Kosma – Prévert - Mercer) – 5’00”
B5) Willow Weep for Me (Ronell) – 3’30”


[1] Anton Giulio Bragaglia, Jazz Band, Ed. Corbaccio 1929
[2] Carlo Ravasio, Fascismo e tradizione, in «Il Popolo d’Italia», 20 marzo 1928
[3] Marcello Gallina, L’eterna canzone, in «Musica leggera», agosto/settembre 1941
[4] È vietata la vendita dei dischi di ballabili e canzoni americane, in «Il Popolo d’Italia», I° gennaio 1942
[5] Carlo Ravasio in «Il Popolo d’Italia», riportato in Vittorio Franchini, Gorni Kramer, una vita per la musica, 1995
[6] Romano Mussolini, testimonianza a Luca Cerchiari, da Jazz e fascismo, L’Epos, 2003.

domenica, 15 marzo 2009

Oscar Valdambrini & Dino Piana Quintet · AFRODITE

Questi due uomini hanno suonato la Storia del Jazz in Italia.



 

Oscar Valdambrini (Torino 1924 – Roma 1997) ha aspettato anni prima di decidersi a debuttare in pubblico, fino a quel V° Festival del Jazz, nel marzo del ’55, quando ha presentato il Sestetto italiano, con Gianni Basso al tenore. Da quel momento molte pagine fondamentali di questa Storia riportano il suo nome. È stato, con Nunzio Rotondo, la tromba più importante e rappresentativa del Jazz italiano.

 
Dino Piana ( Refrancore, Asti, 1930) è una voce unica nel panorama, anche per la scelta del trombone a pistoni. Dopo aver vinto la Coppa del Jazz, nel 1960, entra nel gruppo di Basso & Valdambrini.
Dice di lui Enrico Cogno, che è arrivato agli anni ’70 in tempo per aver imparato tutta la lezione del Jazz ed aver capito quanto poco sia servito averlo fatto in questo modo.

 
Il disco è tra i più sensuali ed affascinanti di quell’anno, con titoli e richiami esotici che riflettono una luce mediterranea sulla musica afro-americana.
 
Che altro aggiungere, gustatevelo con i piedi sul tavolino, come un buon cognac invecchiato.

 
Credits:
Label: Vedette
Catalog#: VPA 8337
Format: LP
Country: Italy
Released: 1976
 
Oscar Valdambrini (trumpet, flgh), Dino Piana (trne), Oscar Rocchi (piano, el. p), Giorgio Azzolini (bass), Tullio De Piscopo (drums)
 
 
Tracklisting:
 
A1) Arabian Mood (Valdambrini - Piana) – 6’46”
A2) Drums Atmosphere (Valdambrini - Piana) - 7’30”
A3) Parkeriana (Valdambrini - Piana) - 3’10”
 
B1) I Due Modi (Valdambrini - Piana) - 6’10”
B2) Palpitazione (Valdambrini - Piana) - 4’00”
B3) Afrodite (Valdambrini - Piana) - 5’02”
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Fotografie di Riccardo Schwamenthal 
 

postato da: jazzfromitaly alle ore 03:03 | link | commenti (5)
categorie: oscar valdambrini, dino piana