
“Parlando di Jazz, è importante far rivivere un tratto spontaneo, non mediato, che proceda sul piano dell’emotività più pura, un modo di rendere Jazz le parole, di usare un segno in sintonia con i problemi degli uomini che del feeling ne hanno fatto un modo di vivere.
Il Jazz è compromissione e comprensione: per parlarne serve compromettersi con chi lo produce e capirne i perché”.

Con questo incipit si apre il libro “Jazz inchiesta Italia” di Enrico Cogno, primo di una collana chiamata “Il Jazz degli anni ‘70” purtroppo morta sul nascere, finito di stampare il 03 aprile 1971 per i tipi di Cappelli editore, a mio parere uno degli studi più interessanti, approfonditi e schierati sulla situazione culturale, nello specifico jazzistica, italiana di quegli anni e, forse proprio per questo, mai più ristampato.
Stessa sorte è capitata al disco di Enrico Rava che state ascoltando, ed a quello subito successivo, Opening Night che sarà oggetto della mia attenzione in uno dei prossimi post, mai più ripubblicati in CD dalla ECM.

Se il libro offre spunti per comprendere il momento storico nell’istante stesso in cui accade (in Italia un altro libro sul Jazz di quegli anni vedrà la luce solo nel 1979, e in un contesto generale, a cura di Luca Cerchiari) e, soprattutto, ci permette di vedere quello che succede all’uomo dietro lo strumento, il disco di Rava è un racconto musicale di quello che è stato “dallo strumento in avanti” e pone le basi per costruire quello che sarà il futuro di questa musica e di quanto sia importante conoscere le proprie radici, per trovare strade alternative che illuminino il futuro.
Diversi contesti per comprendere un unico linguaggio, quello del Jazz, due forme di comunicazione che si intrecciano e rincorrono per raggiungere la stessa finalità, quella di documentare uno dei momenti più creativi della musica contemporanea, delineandone l’inizio e sancendone la fine, momentanea e propiziatoria ad un altro, sempre nuovo inizio.

Il libro di Enrico Cogno, è tra i primi studi nel nostro paese che partecipa attivamente al cambiamento, facendo cioè sempre Jazz ma con un altro strumento, intervistando i primi tra i jazzmen italiani che hanno lottato per il rinnovamento del loro status, attraverso la loro stessa musica.
Perché se è vero che il primo importante disco di rinnovamento del Jazz moderno italiano è quel “New Feelings” di Giorgio Gaslini (1965/’66), vero è anche che il terreno è stato contemporaneamente, o appena successivamente, concimato da altri senatori del Jazz come Eraldo Volontè (Jazz (Now) In Italy - 1966, Free and Loose - maggio 1968), Giorgio Azzolini (What's Happening - 1966, Crucial Moment - giugno 1968), fortemente arato dal Gruppo Romano Free Jazz di Mario Schiano, Marcello Melis e Franco Pecori, con la successiva aggiunta di Giancarlo Schiaffini, rinvigorito da quasi tutti i musicisti attivi in quegli anni come Franco D’Andrea (Modern Art Trio – 1970) e Giorgio Buratti (È Inutile Discutere – 1968), fino al definitivo passaggio del testimone agli allora giovani alfieri della musica improvvisata, come Andrea Centazzo, Gaetano Liguori, Massimo Urbani, Gianluigi Trovesi, Antonello Salis e tutti gli altri che incontreremo su questa strada.

Il disco di Enrico Rava invece, segna uno dei momenti più riusciti di quel periodo e, più precisamente nel disco successivo dove registra per la prima volta a suo nome uno standard, ne sancisce la fine, aprendo ai più tranquilli anni ’80.
Parlo del disco perché lui, Rava, è trasversale alle epoche, le anticipa con intuizione e coraggio creativo ed è capace di un feeling con il passato usando un linguaggio immerso nel futuro.

“È questo un album che richiede maggiore attenzione dei miei precedenti lavori con il gruppo di Petrella e Gatto. Qui ho volutamente recuperato brani provenienti dai miei due unici album ECM non ancora ripubblicati in CD, ovvero AH, con Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso e Bruce Ditmas, e Opening Night, sempre con Franco al piano e con Furio Di Castri al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria. Sono brani che trovo di un’attualità sconvolgente, disarmante.
Ne volevo assolutamente riproporre il fuoco creativo mai sopito.”

Questo dice Enrico Rava, nell’intervista raccolta da Giuliano Zorman su Jazz Magazine di Gennaio, riferendosi al suo ultimo lavoro per la ECM, quel New York Days che ha già raccolto numerosi consensi, figlio diretto dei racconti di Enrico scritti quasi trent’anni fa.
Perché Enrico sa che la memoria del passato è l’ingrediente necessario per lo sviluppo del pensiero futuro, perché è nell’humus delle esperienze precedenti, rivitalizzando le proprie o traendo spunto dai grandi maestri che ci hanno preceduto, che germoglia il frutto della consapevolezza del domani.

Ecco il perché della riproposizione integrale di questo disco, il nuovo appena uscito dovrete fare voi “il felice sforzo” di acquistarlo, il perché della mia attuale ricerca che nel passato, il vostro passato, quello del Jazz, il mio passato, tenterà di dare un senso al mio domani.
Ricerca che, proprio per poter mantenere l’essenza del Jazz, non potrà esaudirsi in questo modesto spazio, ma dovrà attraversare gli spazi, approdare in nuove terre, usare altri linguaggi, ricordare i vecchi codici per poi romperli ed inventare gli idiomi del futuro.
Una ricerca che si nutrirà di feeling e si abbevererà alla fonte del ricordo.
Perché dimenticare stanca.

Credits:
Label: ECM Records GmbH
Catalog#: ECM 1166
Format: LP
Country: Germany
Recorded: December 1973
Location: Tonstudio Bauer, Ludwigsburg
Cover by: Michelangelo Pistoletto
Enrico Rava (trumpet),
Franco D’Andrea (piano),
Giovanni Tommaso (bass), Bruce Ditmas (drums)

Tracklisting:
A1) Lulu - 8’10”
A2) Outsider – 6’24”
A3) Small Talk – 5’05”
B1) Rose Selavy – 4’56”
B2) Ah – 6’05”
B3) Trombonauta – 2’50”
B4) At The Movies – 5’54”
All compositions by Enrico Rava
.
***************
.
.
Le illustrazioni sono di José Muñoz