Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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I paesi scandinavi, nel contesto europeo, sono sempre stati tra i territori più fertili per la musica Jazz, sia negli anni precedenti al conflitto mondiale che, successivamente, fino ai nostri giorni.
Molti sono stati i musicisti internazionali che hanno scelto la Scandinavia come spazio libero ed utile per la propria musica, su tutti mi piace ricordare Don Cherry e Gorge Russell.
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La Danimarca ha dato i natali a musicisti del calibro di Kai Ewans o Leo Mathisen attivi già alla fine degli anni ’20, successivamente troviamo il contrabbassista Niels-Henning Ørsted Pedersen, il trombettista Palle Mikkelborg, il chitarrista Pierre Dørge e molti altri.
Inoltre Copenaghen ha il pregio di ospitare il Jazzhus Montmartre, dove si sono esibiti praticamente tutti i migliori uomini del Jazz, e più a lungo personaggi come Dexter Gordon, Johnny Griffin, Clark Terry, Chet Baker e Thad Jones.
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Anche la Norvegia, nonostante che sia stato l’unico paese scandinavo a subire l’invasione tedesca durante la guerra ed il relativo isolamento culturale imposto, ha visto emergere tra i suoi “figli” nomi come Svein Oevergaard, Calle Engstroem e Gunnar Sønstevold già negli anni ’30, il saxofonista Jan Garbarek, il chitarrista Terje Rypdal e la cantante Karin Krog poi, fino a Nils Petter Molvær, Arve Henriksen, Tord Gustavsen o Kristin Asbjørnsen oggi.
Ma su tutti, è la Svezia ad offrire i suoi frutti migliori, ed anche oggi è il paese che lascia sbocciare le voci più interessanti di quello che chiamiamo ancora Jazz.
O forse dovrei dire, il Nuovo Suono del Jazz.
Sicuramente, uno dei motivi di questo, è la totale estraneità agli avvenimenti bellici, che permise così lo sviluppo di quest’arte bellissima in completa libertà.
E sono proprio questi due ultimi nomi di cui vi voglio parlare, perché in questi giorni ho ricevuto i loro dischi entrambi editi dalla ACT Music, grazie a David della Egea Records che li distribuisce, e credo che siano tra le cose più belle, oltre che più interessanti che mi potevano capitare tra le mani.
Per cui, per il tempo che meritano, Jazz from Italy è onorato di cambiare veste in Jazz from Sweden.
Queste sono le mie impressioni all’ascolto.
Esbjörn Svensson Trio
LEUCOCYTE
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Questo è l’ultimo disco di uno dei gruppi più interessanti ed innovativi del panorama musicale, probabilmente il trio che meglio indica la nuova strada che il Jazz potrà intraprendere.
E non è un caso che questa strada parte dall’Europa.
I Leucociti, globuli bianchi, sono una parte del sistema immunitario umano in grado di proteggere il corpo da agenti patogeni e infezioni.
Questi globuli devono continuamente rinnovarsi per svolgere al meglio la loro preziosa funzione.
La musica di questo fantastico trio non poteva avere titolo migliore anche se questo fosse stato il loro primo disco.
E sì perché quando si affacciò alle grandi platee il Trio di Esbjörn Svensson, gli e.s.t. per intenderci, era il 1999 (anche se il loro primo lavoro risale al 1993) ed il Jazz, come sempre ha fatto, cercava di affrontare l’ennesima evoluzione del suo linguaggio, ancora una volta dagli USA.
Prima con il grande movimento degli M-Base, collettivo che da metà degli anni ’80 ha portato avanti l’idea di una nuova musica fondata sulla multimedialità e sull’estemporaneità della performance con protagonisti come Steve Coleman, Cassandra Wilson, Greg Osby, Robin Eubanks tra gli altri.
Poi, nei primi anni ’90 si affacciarono i giovani leoni del new-hardbop,
musicisti di talento come Roy Hargrove e Joshua Redman che avevano rinnovato la scena ma che, alla fine di quella decade, avevano diluito inevitabilmente la loro forza innovatrice.
Insomma, dalla madre patria del Jazz non scorreva più linfa vitale.
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È in quel contesto che l’arrivo degli svedesi e.s.t. portò una ventata di aria buona nel jazz, e lo fece utilizzando una nuova sintassi che rigenerava ancora una volta il linguaggio originale di questa musica mai ferma, nella sua forma più classica, il piano trio.
“cosa può un piano trio essere oggi che non sia stato prima?” ebbe a dire Pat Metheny all’ascolto degli e.s.t.
Non è sufficiente pensare che questo sia dovuto esclusivamente alla nazionalità del trio, anche se bisogna riconoscere che l’Europa, dagli anni ’70 in poi, ha partecipato in modo fondamentale all’evoluzione della musica di origine afroamericana, perdendo quel principio di emulazione che l’aveva caratterizzata al principio.
E neanche l’utilizzo di strumenti “anomali”, dall’elettronica o il radio transistor fino alle modulazioni vocali, possono giustificare l’ascolto di una voce nuova e bella come questa.
Si, sono elementi rilevanti, ma non basta.
Il valore della musica del trio di Esbjörn Svensson va ricercato nella bellissima cantabilità dei temi, nell’utilizzo di ritmiche fortemente coinvolgenti, come e più del rock e, su tutte queste qualità, nella vasta capacità d’invenzione solistica del leader e di capacità improvvisativa del trio.
Questo forse è il nuovo percorso che intraprenderà il Jazz e questo LEUCOCYTE lo rappresenta al meglio.
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Il sound unico degli e.s.t., la complice interazione tra i musicisti, l’emergere di una sola sensibilità musicale, hanno dato vita a quello che è, secondo me, il progetto più interessante del panorama.
Si dice che questo fantastico interplay e questa inesauribile vena creativa, fosse stimolata (oltre che dai tredici anni di vita del trio) da continui incontri totalmente liberi e senza finalità produttive dei componenti che, durante le pause dei loro tour, si riunivano in studio a suonare in piena spontaneità, senza utilizzo di arrangiamenti o di parti scritte, solamente lasciando “respirare” loro musica.
Anche molte composizioni che trovano posto nei lavori del passato, sembra che si siano sviluppate e, definitivamente fissate su disco, grazie proprio a questo atteggiamento genuino e caratterizzante nei confronti della loro creatività e splendida composizione.
LEUCOCYTE è la registrazione di due giornate di jam session del trio presso il “301 Studios” di Sydney, Australia.
Ascoltate la lirica introduzione al disco in “Decade”, lasciatevi pulsare dentro il basso di “Earth” o la poesia del pianoforte in “Contorted” e tutta la poderosa ritmica di “Premonition” vi risuonerà nell’anima.
Godetevi il pianismo ricco di echi jarrettiani e l’ironia del suo mugugno in “Jazz” e lasciate andare il lettore avanti, a volume alto, nel futuro di questa musica fino alla suite di “Leucocyte”, divisa in quattro movimenti tra cui “Ad Mortem”, nel quale trova posto un’unica cellula naturale del pianoforte che si sviluppa come un mantra in altre sonorità, stritolate e rese echi siderali dall’elettronica, fino all’ultimo brano, “Ad Infinitum”, che afferma una consapevolezza e lascia una speranza già nel titolo.
La pubblicazione del disco, purtroppo, è successiva alla morte del pianista e leader Esbjörn Svensson, ma questo non deve essere interpretato come un testamento o come un omaggio alla scomparsa.
La musica qui racchiusa, è un battesimo, è l’ennesima prova che il Jazz è vivo, sempre nuovo e vegeto, se creato con gli strumenti della vera Arte che, come dicevo all’inizio, difendono il Jazz da morte certa.
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Musicisti:
Esbjörn Svensson: grand piano, electronics, transistor radio.
Dan Berglund: double bass, electronics.
Magnus Öström: drums, electronics, voice.
Brani:
01.Decade
02.Premonition
I. Earth
II. Contorted
04. Jazz
05. Still
06.Ajar
07. Leucocyte
I. Ab Initio
II. Ad Interim
III. Ad Mortem
IV. Ad Infinitum
Oddjob
SUMO
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Random.
Non è una funzione che uso spesso sul mio lettore CD.
Ma mi piace farlo quando ho un disco nuovo, di un gruppo che non conosco tra le mani.
E lo ammetto, fino a ieri io gli Oddjob non li conoscevo, ma oggi mi sono entrati nel sangue.
Random.
#03. Golden Silver presenta il tema rilassato, su un tappeto ritmico deciso, caratterizzante, poi delicatamente si astrae con i suoni sintetici, creando una texture avveniristica su cui fluttua la musica del quintetto, che sembra prodotta fra cent’anni.
Sorrido e aspetto.
Random.
Lo faccio perché ritengo che un disco, se è buono, lo è in mezzo, all’inzio ed alla fine.
Certo, dietro c’è la scelta del musicista di organizzare i brani, di creare l’atmosfera con il primo pezzo per introdurre il lavoro intero. Ma questa è ragione, ed io per sapere se un disco è buono, uso il sentimento, non uso la ragione.
Quella viene dopo, quando ne parlo o lo de-scrivo.
Random.
#02. The Big Hit.
Già il titolo la dice lunga, accattivante nella sonorità iniziale dettata all’unisono dal sax e dalla tromba, felicemente danzante in ¾.
Solo l’improvvisazione, geniale e sghemba del pianoforte, ti fa pensare ad un quintetto jazz, poi la tromba, lucente ed argentea, offre un linguaggio nuovo ed apre al tema collettivo, affascinante, ripetuto e bello. Ed infatti le mie casse fremono, il mio cuore palpita in sintonia, sento per la prima volta un riff che conoscevo già, indimenticabile e che mai più ascolterò, uguale a se stesso.
Questo è il pezzo giusto
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Random.
#05. Småland, il tema è scandito lentamente, è una carezza sulla memoria, è un carillon dei sentimenti che si riflettono tenui, vibranti di emozioni, sulla superficie dei ricordi, accecanti di un blu elettrico.
Random.
Oddjob, un quintetto Jazz con un syntheseizer ed altri strumenti che sembrano assemblati in funzione Random, appunto.
Tromba, Moog, Saxofono, Glockenspiel, piano & Hammond, e uno zither.
Random.
#07. Punch è un dialogo vitale tra il sax e la batteria, con un groove trascinante, energico, ritmico, che trasforma la mia stanza in un posto in prima fila all’Apollo Theatre di quarant’anni fa, nel cuore del funky più assoluto.
SUMO. Forse è questo il segreto, texture futuribili, strumenti tradizionali, atmosfere da club e musica già suonata, domani.
Random.
#06. Painkiller
Trova di nuovo spazio la cellula tematica di “the Big Hit”, ma in una luce nuova, improvvisa e ritrovata. La tromba, in sonorità senza tempo, ricorda alcune aperte improvvisazioni di Don Cherry, l’organo sa di sermoni antichi, il basso spalanca la porta del futuro, Jimmy Smith, il fratello del groove, balla con questi ragazzetti svedesi.
Ok, è un disco perfetto, allora leggo le notes e ricomincio.
Questa volta da #1.
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Su tutti spicca la tromba di Goran Kajfeš che soffia sonorità metalliche, schegge di suono che trovano posto nell’ancestrale ricordo dei balcani e si dirigono nel futuro del mondo. In alcuni brani usa un Glockenspiel, un metallofono della famiglia dello xilofono, con la stessa sonorità delle campane, se percosso o di un carillon, se pizzicato.
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Per “ruskträsk” Johansson, è il suo compagno ideale, che risponde in mille lingue con il sax baritono, tenore o soprano, oltre che con i flauti o il clarinetto ai messaggi di Kajfeš, accompagnando, superando e inventando controcanti perfetti.
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Poi Daniel Karlsson, tremulo al piano acustico come un angolo monkiano di cristallo, potente con l’hammond dall’anima soul, come in questa #12. Nostradamus, dedicata più al mitico “Funky President” che all’oscuro profeta di cui porta il nome, che ricorda la tanto amata blue note e che, usando anche il vibrafono, ci trasporta in atmosfere da club anni ’60.
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Questo è possibile grazie anche al moog di Peter Forss che, principalmente con il basso, dona un battito pulsante, pastoso, denso e rotondo che da forma a tutto il suono degli Oddjob.
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Infine c’è il ritmico Janne Robertson, ostinato ed energico, che inventa un nuovo tempo con la batteria e le percussioni, come in questo #01. Kingston che, brevemente, apre il disco, e ricrea armonie celestiali con lo zither, una cetra austriaca.
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In un paio di brani è la special guest, Stoffe Wallman, che al synth offre un trattamento ancor più particolare alle voci del quintetto, creando una superficie sonora in cui la distorsione, lo stiramento, il ripetrsi e l’alternarsi dei suoni e dei silenzi, tessono uno sfondo ideale per lo sviluppo espressivo degli strumenti.
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Mi congratulo con Siegfried Loch che ha voluto gli Oddjob nella sua attenta ACT, offrendogli il primo disco di respiro internazionale, battendo il tempo, segnando il futuro.
Musicisti: Goran Kajfes, trumpet, cornet, glockenspiel
Per "Ruskträsk" Johansson, saxophones, flutes, clarinet
Daniel Karlsson, piano, organs, vibraphone
Peter Forss, bass, moog
Janne Robertson, drums, percussion, zither
Special Guest:
Stoffe Wallman, synthesizer (tracks 3 and 12)
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Brani:
. 01. Kingston
02. The Big Hit
03. Golden Silver
04. Sewerside Blues
05. Småland
06. Painkiller
07. Punch
08. The Day TV Stood Still
09. Where Did You Sleep Last Night
10. Salvador
11. Like Josef
12. Nostradamus
Sul Jazz Scandinavo, leggete anche Jazz pà Svenska, apparso sul blog Dark Intervals.