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lunedì, 04 maggio 2009

GUIDO MAZZON - Ed Ora Parliamo Di Libertà

Pensieri improvvisi sulla libertà, il desiderio, l’informazione, la musica e sul prenderlo nel culo.

Marchel Duchamp "Si Prega di Toccare" 1947

.
Questo post nasce un po’ per caso, all’improvviso, dovrei dire.
 
Non che l’informazione, la musica e la libertà non siano argomenti interessanti e spesso contemplati su questo blog, ma è sulla sottile differenza tra il desiderio profondo di averlo nel culo e sul trovarselo invece conficcato nel profondo del proprio intimo, con la scusa di parlare di libero mercato, della crisi del calcio o dell’influenza suina, e magari farselo pure piacere, che mi vorrei soffermare.
 
Ecco, questo desiderio di comprendere le sfumature dell’animo umano e le mutevoli trasformazioni del gusto, è nato un po’ per caso.
Ma andiamo con ordine.
.
.
Marcel Duchamp "Ruota di Bicicletta" 1913
 
Era da tempo che desideravo parlarvi di Mazzon, ma per il rispetto che nutro per la creatività di questo nostro musicista, nella ricerca di una certa sintonia, più sui contenuti impliciti nella sua musica che non nelle forme esplicite dei suoi pezzi, ed anche per un umile tentativo di partecipazione allo sviluppo del concetto di jazz come linguaggio, processo a cui lui ha contribuito notevolmente, non trovavo le parole adatte, ed ho accantonato l’idea, come migliaia di pagine del mio diario che restano private.
 
Poi, qualche tempo fa è venuto nella mia città il grande Roberto Del Piano, l’amico bertop, e passeggiando per una San Lorenzo assolata, il nostro discorso, che ovviamente verteva anche sui temi musicali, ha improvvisamente generato il nome di Guido Mazzon, con il quale Del Piano ha condiviso incontri musicali e personali.

Tralascio qui le considerazioni, tra un rigatone ed un carciofo alla romana, sui nostri gusti personali, chi un po’ ci conosce trarrà le proprie conclusioni, ma quello che mi interessa riportare in questo ambito è che tutte e due, che riconoscevamo una certa durezza al primo approccio con l’uomo Mazzon, non potevamo non attribuire alla sua ricerca musicale un elevato senso civico, un rigore formale, una libertà partecipata ed un gustoso senso dell’ironia.
 
Già le sue formazioni dal nome di “Precarious Orchestra”, “Unità Musicale” e “Gruppo Contemporaneo”, parlano da sole.
 
Questo in qualche modo volevo dire e, insomma, l’ho scritto, eppure mi sembrava non bastasse, anzi sembrava il solito discorso di appassionati su un musicista per musicisti.
Allora ho salvato il file prematuro e l’ho lasciato lì, nel cassetto virtuale a decantare.

Marcel Duchamp "50 cc Air De Paris" 1919

Poi ho letto “Ninfomane e incazzata”, l’ultimo post di pornoromantica, che gioca già dal titolo sui trucchi della comunicazione, sfruttando una delle sua migliori arti, quella di far convivere il desiderio ed il piacere sessuale con il pensiero civico, in un personale tentativo di elevare l’animo e la coscienza umanoide che circonda il web, il sesso e tutto lo scibile umano.
Qui infatti, a dispetto del titolo che privilegia l’ipersessualità femminile, è l’incazzatura che Carolina vuole raccontare, l’angoscia che assale un essere pensante, quando sempre di più si rende conto che ce lo stanno mettendo nel culo e, cito, oltretutto (figuriamoci) senza vaselina.
 
Cosa c’entra questo discorso con Mazzon, direte voi?
Magari con il desiderio e con il culo, pure pure, ma con l’informazione, la musica e la libertà?

Marcel Duchamp "Etant Donnés: La Chute de l'Eau. Le Gaz d'Eclairage" 1946/1966

E invece c’entra perché Carolina, che di solito riesce a far sorridere con i suoi scritti dai titoli deliziosi come in “Pompino perfetto vs pompino improvvisato” , che cerca instancabilmente di educarci alla parità dei sessi come in “Leccare la patonza da 0 a 10”, che ha il coraggio di affrontare e di sfatare molti luoghi comuni come in “In culo oggi sì”  e in “Barzotto è bello!” , aprendoci la strada ad avventure che nella vita ci aiutano a diventare grandi, fino ad arrivare ad affrontare l’annoso conflitto tra padri e figli, elegantemente risolto in “Siediti comodo, papà”, trova molti punti di contatto con la scelta dei titoli di Mazzon, come “Ed ora parliamo di libertà”, “C’era una volta un Re”, “Uffa!”, “Tema per il «Che»”, “Ecologia-Ecologia”, “Il fascino discreto dell’avanguardia” e “3/4 di rivoluzione”.
Titoli che lui, come lei, usa per spiazzare gli ascoltatori passivamente omologati, per mettere a nudo gli allineamenti ottusi ai diktat della cultura dominante, titoli che usano per attrarre e poi sorprendere, ovviamente improvvisando sul contenuto e mantenendo molto rigore nella ricerca.
 
Ecco, chissà se a Mazzon piacerà il parallelo, e se a Carolina andrà bene questa mia collocazione di lei, sullo stesso piano di lui, rispetto al mondo.

Marcel Duchamp "Perchè non starnutire Rrose Sélavy?" 1921

Ci siamo l’ho finito, mi sono detto, ma poi, salvando per l’ennesima volta il file, ho pensato che questa non è una fine, che forse non ho detto niente, che non ci capirete molto e penserete che confondo la libertà con un ragionamento sconclusionato e la rabbia con un bruciore di culo.
Possibile che sia così difficile descrivere un sentimento come la libertà, per me, cittadino di una repubblica che l’ascrìve direttamente in molti articoli che formano la sua costituzione?

Marcel Duchamp "Scolabottiglie" 1914

Ok. È meglio che lascio perdere, un altro non finito.
Veramente non capisco perché butto il mio tempo per lasciare un segno così labile dopo una giornata intera di lavoro, quando potrei sdraiarmi sul divano, davanti alla televisione.
Forse perché ho rinunciato alla televisione già diverso tempo fa, quando ancora non esisteva Pandora, quando era già evidente che per la completa realizzazione del Progetto per la Propaganda 2, questo nostro elettrodomestico era stato scelto come cavallo di Troia.
Questo sì che è stato facile, altro che raccontare in un post la libertà.
È bastato staccare l’antenna.

Marcel Duchamp "Con Rumore Segreto" 1916

E guardate che non l’ho buttata via, è lì accanto, raccolta in una piccola roccia, sempre a disposizione, perché uno potrebbe smettere di fumare anche continuando a comprare tutti i giorni le proprie sigarette, se volesse.
Eppure, nonostante sia a portata di mano, il desiderio di attaccare l’antenna alla finestra sul mondo che non c’è, si allontana giorno dopo giorno, con episodi inequivocabili e sgradevoli come la censura a Enzo Biagi, i telegiornali della vergogna, o i grandi fratelli che mi fanno tanta pena, come la censura a Sabina Guzzanti, o le frequenze rubate dal colosso mediaset a Europa 7, distanze aumentate dalla censura a Vauro ai mille arcani sulla scomparsa dell’informazione, che sono di più e ben più misteriosi persino dei segreti di Fatima, tipo:
perché non mandano in onda in prima serata, Biùtiful Cauntri, che è un punto di vista sull’Italia vista dalla Campania, al posto dei proclami in pompa magna sulla messa in funzione del termovalorizzatore di Acerra, che invece è un punto di vista sulla Campania vista dall’Italia?
Cioè, perché ce rincojoniscono de bucìe e non ci fanno vedere film come ZEITGEIST?
 
Già, la televisione.

Marcel Duchamp "La Sposa Messa a Nudo dai Suoi Scapoli, anche (Il Grande Vetro)" 1912/'15/'23

Pasolini diceva che il rapporto della TV con i suoi spettatori è esattamente quello che non dovrebbe essere.
Cioè che è:
«tipicamente autoritario: infatti tra video e spettatore non c’è la possibilità di dialogo. Il video è una cattedra, e parlando dal video si parla, necessariamente, ex cathedra.
Non c’è niente da fare, il video consacra, dà autorità, ufficialità. Anche i personaggi comici, umili, stanno lì con l’aria di aver ricevuto una benevola manata sulla spalla da chi è più potente di loro: anzi, da chi è Potente per eccellenza. Insomma il video rappresenta l’opinione e la volontà di un’unica fonte d’informazione, che è quella appunto, genericamente, del Potere. E tiene così in soggezione l’ascoltatore».
E ancora:
«essa infatti, quale fonte di informazione centralistica, è manipolata per ragioni extra-culturali, e la sua diffusione deve tener anticipatamente conto del bassissimo livello medio della cultura dei destinatari» [1]

Marcel Duchamp "Macinatrice di Cioccolato" 1914

Ecco che torna Mazzon, forte e chiaro, che di Pier Paolo è cugino e che lo ricorda innanzitutto con la stessa sublime Poesia, con la sua costruzione del suono, fortemente attaccato alle radici eppure nuovo, che lascia lo stesso segno con il suo approccio visivo al mondo, crudo, sarcastico, sempre uguale ed ogni volta cangiante, che cerca di raccontare la realtà, sfruttando il mezzo tecnico e dello spettacolo e non fa del becero spettacolo con l’esibizione della povera pratica quotidiana.
 
Guido Mazzon ricorda Pasolini anche in un suo libro [2], dove parla di libertà, del desiderio, dell’informazione, della musica, del suo mondo insomma e di molto altro.

Marcel Duchamp "Fresh Widow" 1920

«Forse si può dire il mondo solo se lo si è costruito completamente nel proprio linguaggio. Altrimenti si è fatalmente destinati a percorrere le solite routines personali, inconsce, restando all’interno di un mondo già detto (da altri) e soltanto condivisibile (con gli altri). Lo spazio per la creatività si trova soffocato e la parte più interessante del mondo, cioè quella non ancora conosciuta, rimane ineffabile. È attraverso lo sforzo del linguaggio che invece si può costruire il mondo o codificarlo per renderlo comune; ed è nell’atto proprio del dire che risiede il gesto poetico che costruisce, in quanto il dire è suono, significato, forma, oggetto e soggetto costituente. È cioè mattone, calce, legno, progetto, idea, architetto e muratore. Ciò che non è detto resta là, in un limbo di cose inespresse che in un certo senso non esistono: per rendere al mondo una cosa bisogna almeno dirla » [3]

Marcel Duchamp "9 Stampi Maschi" 1914/1915

Ecco, lo voglio dire, secondo me la libertà esiste, ed ha i suoni di Mazzon, le parole di Pasolini, gli occhi aperti su quello che non ci vogliono far vedere, l’amicizia di bertop, la curiosità di borguez ed anche il culo, splendidamente pensante, di Carolina.
Però bisogna cercarla, conquistarla, costruirla, difenderla, alimentarla e saperla vedere, appunto.
Spetta a voi, insomma, scoprire la differenza tra il prenderlo nel culo e il ritrovarselo conficcato nel profondo.
 
Potrebbe non sembrare facile, ma in fondo basta un click.

Marcel Duchamp "Fontana" 1917

 
p.s.
se neanche voi riuscite ad arrivare alla fine a questo post, ad ascoltare tutto il disco di Mazzon, a desiderare di raccontare altri gridi ed altri link che si aggiungano a queste libere chimere, allora non c’è speranza.
 
Però una cosa ve la devo dire:
fate uno sforzo, non scegliete la via più semplice, ma quella più vera e profumata, anche se può apparire oscura e tortuosa e arrivate almeno fino a qui. Già l’ascolto del primo pezzo che apre il lato B del disco, ne vale la pena, perché vi resterà nel cuore.
 
pp.ss.
Sempre se ce l’avete, un cuore.

 
 
Credits:
Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february
 
Guido Mazzon (tp, flgh, p),
Roberto Bellatalla (bass), Toni Rusconi (drums).
 
On track «UFFA!» add
Daniele Cavallanti (ten. sax), Filippo Santi (trne), Edoardo Ricci (alto sax)
 
 
 
Tracklisting:
 
A1) Ed Ora Parliamo Di Libertà (first part)
A2) G.M.M. 8.7.74
A3) Canto Facile – Biancaneve
A4) C’era Una Volta Un Re
 
 
.
B1) Fino Alle Radici
B2) «UFFA!»
B3) Rigmarole
B4) Ed Ora Parliamo Di Libertà (second part)


[1] “Giornalisti, opinioni e TV” di Pier Paolo Pasolini in «TEMPO» n°53, 28 dicembre 1968
[2] “La tromba a cilindri. La musica, io e Pasolini” di Guido Mazzon con Guido Bosticco, IBIS 2008
[3] Guido Mazzon, op. cit.
 

giovedì, 25 dicembre 2008

NUOVI SENTIMENTI - Giorgio Gaslini Ensemble & Quartet (New Feelings)


 

Io non ho mai creduto a Babbo Natale.
Cioè non ho mai creduto ad un signore che, da solo e per tutto l’anno, fabbrica regali di cui poi ne fa dono indistintamente a tutti, dico tutti i bambini.
Anche nell’altra favola lì, quella del paradiso o l’inferno, prima o poi un giudizio c’è, per cui non è possibile che esista un magnate che, senza giudicare, o volere altro in cambio, ti faccia del bene.
A meno che non sia una gigantesca operazione di marketing ed il signore, di cui sopra, non scarichi interamente il costo dell’operazione dalle tasse.
 
Secondo me è difficile credere a questo anche quando si è bimbetti, ma poi qualcuno ti fa trovare sul tavolo una montagna di regali, diffonde in giro bontà a prezzi alti e foto di questo omone barbuto e sorridente e tu, ingenuo, scettico e piccolo uomo, inizi a credere che forse esiste davvero.
D'altronde, a quell’età, non hai coscienza dei tuoi coetanei africani dei quali, per esempio in un paese come la Sierra Leone, il 18% muore prima di festeggiare il primo compleanno. 
Chiedete a loro, o ai loro fratelli, se credono in Babbo Natale.
Sarà perchè non hanno visto i regali?
.
Insomma, credere a Babbo Natale è un pò come credere all’esistenza del terrorismo così, tout court.
Per me è sempre stato difficile.
Uomini che piazzano bombe tra altri uomini o si lanciano con aerei impazziti sulle torri alte della società moderna così, per un ideale, mica per difendersi da attacchi decennali, da scarnificazioni culturali, da embarghi insostenibili, da invasioni coatte e recidive, dal prosciugamento dei propri patrimoni in cambio di briciole di carità. No, lo fanno così, per niente.
Ma poi qualcuno fa scoppiare delle bombe in giro, diffonde terrore e foto segnaletiche (magari lombrosiane, esotiche ed extraordinarie) e tu inizi ad aver paura, e pensi che forse, il terrorista, esiste davvero.[1]

 
A casa mia non abbiamo mai creduto a Babbo Natale.
 
Sarà perché a natale i regali che ci scambiamo noi sono sempre stati dei semplici nutrimenti, niente di superfluo e nessuna illusione.
Per esempio quest’anno ho ricevuto un litro di olio buono, un chilo di parmigiano, tre o quattro confezioni di caffè e i soliti, utilissimi calzini.
Certo, ho anche ricevuto il bellissimo Siena Jazz Eye, il catalogo della mostra omonima che illustra la grafica delle copertine dei dischi di Jazz o tutto il meglio di Carosello che, oltre al morbido mondo dei ricordi, illustra l’arte della pubblicità, quando ancora la pubblicità era anche arte.
Nutrimenti per il corpo o per la mente, ma sempre semplici nutrimenti.
 
Infatti la spesa me l’ha regalata mia madre, che sa quanto è dura andare avanti, ed i due libri la mia donna e mia sorella,
che davvero mi conoscono e mi amano.
Quale Babbo Natale.

Babbo Natale, il babbo di questa società consumistica di oggi, è un generico, una macchietta della vita moderna, un superficialone che in realtà privilegia l’opulenza e la quantità a scapito della qualità.
È un cabarettista fallito nella sua arte a buon mercato e un uomo di successo presso un pubblico a buon mercato.
È un furbetto che, con la scusa della bontà per tutti, ha messo in piedi un impero commerciale, fatto di illusioni a buon mercato (che sono semplici trucchi che durano poco, mica sono i sogni), che sparge fumo per gli occhi e trappole per gli uomini liberi.
Il suo laboratorio incantato, con la facciata da baita innevata, con i gentili gnomi che lo aiutano, in realtà è una copertura per una delle tante fabbriche sparse per il mondo in cui si sfrutta la mano d’opera minorile per l’iperproduzione volta al profitto, per il consumismo inutile e fine a se stesso, niente a che vedere con il bello, l’utile o il necessario.
La sua squadra di lavoro, altro non è che un branco di iene affamate che seguono il capobranco solo perché ne hanno paura, perché si ingozzano degli avanzi che lui lascia e sperano, un giorno, di prendere loro quell’ambìto primo posto.
Niente a che vedere con unità, fratellanza e affiatamento.
 
Ma questo nessuno ce lo fa vedere, per cui voi non ci credete, vero?

 
E voi credete invece che una stupida trasmissione dove si aprono pacchi, un gioco molto simile a quello che si svolge la sera di natale in molte case, dove non devi sapere niente, sperando di cambiare vita così, senza pensare a niente, riesca a regalare fino a 500.000€, quando il massimo che riesce a fare il nostro governo è offrire una Social Card da 40€ al mese ad una delle sue fasce più deboli?
 
Voi credete che la Sardegna buona sia davvero quella del Billionaire o, quella cattiva, sia ancora quella dell’anonima sarda con i suoi rapimenti?
Nessuno parla dell’insostenibilità dei poligoni sperimentali, degli insediamenti NATO e delle molte morti e malformazioni per via dell’utilizzo di uranio da parte dei militari nella nostra più bella isola?

 
Come è possibile che conosciamo i nomi, le passioni, le lettere d’amore e persino i soprannomi dei protagonisti della strage di Erba, che abbiamo visto più e più volte il freddo plastico, il gruignolesco palcoscenico, la perfetta ricostruzione della sanguinosa scenografia dell’omicidio del piccolo Samuele e sappiamo poco o nulla del Petrolchimico di Marghera (157 morti e 103 malati tra gli operai nonchè un disastro ambientale con 120 discariche abusive e 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici riversati in laguna), del vero perché dell’ampliamento della base militare di Vicenza (una delle 113 basi militari USA nel nostro paese, veri depositi di ogive nucleari, di cui lo Stato italiano sovvenziona il 41% dei costi di manutenzione), dei cantieri navali di Monfalcone (tra i primi ad utilizzare in maniera industriale l’amianto, la cui nocività nel mondo era nota già dal 1940 ma, in Italia messo fuori legge solo negli anni ’70, di cui i lavoratori non sono mai stati messi al corrente), del poligono interforze del Salto di Quirra (frazione di Villaputzu, 150 abitanti, venti persone colpite da tumori al sistema emolinfatico), dell’assurdo ricatto occupazionale dell’ILVA (ex Italsider) fabbrica alla diossina di Taranto?
 
Vogliamo parlare degli allarmi di Confindustria e di come venga manipolata la legge sulla flessibilità per creare precariato?

 
Insomma, io non ho mai creduto a Babbo Natale, almeno non a quello in cui vogliono credere tutti, a quello che ci hanno sempre fatto vedere, bello, grasso, sorridente e pacioso.
Preferisco altre figure, magari più impegnate e talvolta scomode, meno graziose nell’immediato ma di una bellezza profonda, magari poco condivisibili (al limite dell’asocialità) ma certamente vere, importanti ed uniche, che ci regalano piccoli barlumi di coscienza, squarci di sanità mentale, stralci di vita quotidiana che rasentano la tragedia e, allo stesso tempo, la più alta delle poesie.
Persone come Massimo Carlotto, che in Perdas de Fogu utilizza l’arte del racconto per far luce su un’inchiesta che la magistratura non compie, come Roberto Saviano che con il suo Gomorra ha messo a disposizione di tutti le analisi e le lastre, già fatte ma tenute nascoste, di una società malata di una malattia mortale come la camorra, come Ascanio Celestini che in Parole Sante ha dato voce, e l’unica veste di rispetto, agli oltre cinquemila lavoratori della Atesia, tenuti nascosti agli occhi dei più e lontani da tutti i salotti televisivi dove si parla di precarietà come nuova forma mobile di lavoro.
 
Per me questi sono i veri regali, opere che offrono un tassello di sapere, un briciolo di conoscere, un pacco di condividere.
 Come il disco che state ascoltando, “Nuovi Sentimenti”, una suite scritta da Giorgio Gaslini nell’inverno tra il 1965 ed il 1966, incisa con i maggiori protagonisti del jazz moderno mondiale, come Don Cherry, Gato Barbieri, Steve Lacy e un giovanissimo Enrico Rava.
.
Giorgio Gaslini - New Feelings
 LP cover of second edition on EMI - 1974
.
.
Pensate all’Italia di quegli anni, dove ovviamente i concerti di Charles Mingus con Eric Dolphy suscitavano pareri fortemente contrastanti e invece, Duke Ellington con Ella Fitzgerald riempivano le sale (a 5.000£ a poltrona, l’equivalente di un paio di scarpe, quando lo stipendio medio era di 80.000£ al mese).
Se nel ’64 si era decretata la fine del miracolo economico, il ’65 vede le imprese in piena recessione e l’inizio del fangoso intreccio tra affari e politica.
Il 1966 è l’anno dove si assiste alla sanguinosa offensiva degli USA al Vietnam, l’anno dove viene nominato per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un ministro di colore, Robert Weaver (mossa anche di propaganda per arruolare giovani afroamericani alla guerra),
dove si discute la legge per l’istituzione della scuola materna statale (che è una realtà in tutta europa, mentre in Italia è fortemente osteggiata dalla chiesa a favore degli asili privati).
 Il ’66 è l’anno dove l’Arno rompe gli argini e colpisce al cuore Firenze,
dove si incomincia a parlare del “pianeta Cina”,
l’anno in cui la Montecatini e la Edison si fondono nella Montedison, la più ambita società italiana dove si scateneranno i primi grossi appetiti condivisi tra la politica e l’industria italiana.

 
Nel 1966 si svolse anche la sedicesima edizione del Festival di Sanremo, vinta da Domenico Modugno che in coppia con Gigliola Cinguetti cantano “Dio come ti amo”.
Ma per fortuna è anche l’anno di “Uccellacci e uccellini” di Pasolini, del primo LP di Fabrizio De Andrè, di “Blow Up” di Michelangelo Antonioni, del primo “Ci ragiono e canto” della coppia Dario Fo e Franca Rame, è l’anno in cui Mario Schifano dipinge la serie “compagni, compagni”.
 
Anno in cui si manifestano sofferenze, dove si ispirano rivolte culturali, dove si posano micce che si accenderanno poco più avanti.
 
Il ’68, infatti, è futuro prossimo.
 
Se non vedete analogie, è solo perché non ve le hanno mai volute far vedere, ma se aprite bene gli occhi, le troverete tutte intorno.
 
Per cui fa bene Gaslini a mettere in piedi un’opera del genere, ad indicare dei valori nuovi, a legare la sua opera alla vita ed ai problemi del momento storico in cui viene prodotta, immergendola pienamente in un contesto politico al quale la musica è indissolubilmente legata, del quale ne fa parte.
 
“con questa opera l’autore ci offre il privilegio di riflettere sui termini di un linguaggio che guarda con coraggio al futuro, rischiando anche di essere urtante…” [2]
 
Gaslini sembra affermare che abbiamo bisogno di qualità creativa, di impegno culturale, di organici senza confini che parlino la stessa lingua, di iniziare a pensare a come agire anziché, semplicemente assistere, di partecipare ed inventare le future pagine musicali, invece che continuare a leggere le parti scritte dagli uomini del passato.
 
Questo disco dice anche che abbiamo bisogno di dignità e di rabbia,
di NUOVI SENTIMENTI,
appunto.
 
Voi invece oggi, avete ancora bisogno di Babbo Natale?

 
GIORGIO GASLINI - Ensemble & Quartet
NUOVI SENTIMENTI - New feelings
 
Giorgio Gaslini (p), Don Cherry (pocket tp), Steve Lacy (sop. s), Gato Barbieri (ten. s), Gianni Bedori (alto s, fl), Enrico Rava (tp), Jean-François Jenny Clarke (bass), Franco Tonani (drums), Ken Carter (bass), Aldo Romano (drums).
 
Recorded in Milan, 1966 February 4th
 
Lato 1:
1.    Recitativo e aria – 9’44”
2.    Marcia dell’uomo – 7’24”
 
Lato 2:
1.    Nuovi Sentimenti – 11’05”
2.    Rotazione – 8’10”

LP cover of first edition on EMI - 1966

.

Tutte le immagini sono opera di George Grosz (Berlino 1893 - 1959)


[1] Il parallelo tra Babbo Natale ed il terrorismo nasce da una chiacchierata con Ascanio Celestini.
[2] Franco Fayenz dalle note di copertina

sabato, 10 maggio 2008

MARIO SCHIANO IS ALWAYS FREE, CIAO MARIO...

 Schiano-on-Vista
OGGI,
LA PARTENZA DEFINITIVA DI
MARIO SCHIANO PER LA LUNA,
CON IL SUO VECCHIO SAX “RAMPONE & CAZZANI”
E LA MASCHERA DI PULCINELLA.
 
CIAO MARIO,
ALWAYS FREE.
 Mario Schiano
.
Mario Schiano
Napoli, Luglio 1933 – Roma, 10 Maggio 2008
.
Contro Schiano


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‘O VERO FREE*
 
“Me ne jeve ‘na sera mmieze ò mare
cantanne free cù nostalgia
e penzave, guardanne stì lampare
ca nun ce stà cchiù musica ‘a quanne è muorte ‘o free
.
‘O vero free era chillo ‘e ‘na vota, tuccava ‘o core ‘o vero free
pure l’Americane s’o cantavano,
pè miezz’e nire ieve chella museca
ma mò ca e tiempe belle so fernute
‘o core mie fernesce ‘nzieme ‘o free
.
‘O vero free era chilo ‘e ‘na vota, tuccava ‘o core ‘o vero free
ma ‘a tristezza cchiù grossa che m’accide
è ca ‘sti piscature ‘e Margellina
nun canteno cchiù free ma sule rock
ma sulamente ‘o rock”
.
La partenza di Pulcinella per la luna, back
.
*Il testo di Mario Schiano, interpretato sul disco "Swimming Pool Orchestra" dal mitico Trottolino, nome d'arte di Umberto D'Ambrosio, è tratto dal libro intervista a Mario Schiano
"Un Cielo di Stelle"
curatore anche di un importante discografia di Mario Schiano.
.
Un Cielo di Stelle - a cura di Pierpaolo Faggiano

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On Air:

1. "E' sempre Primavera/Matrice Due" dal LP Partenza di Pulcinella per la Luna, VISTA n. 7 - TPL1 1117, 1974.

2. "Life Saver" dal LP Jazz a Confronto n.8, HORO - HLL 101 08

3. "Apollon 4" registrazione inedita della colonna sonora del film di Gregoretti "Una fabbrica Occupata", registrato a Roma nel febbraio 1969, CD allegato al libro "Un Cielo di Stelle"

4. "Apollon 5" registrazione inedita della colonna sonora del film di Gregoretti "Una fabbrica Occupata", registrato a Roma nel febbraio 1969, CD allegato al libro "Un Cielo di Stelle"

5. "B" dal CD Uncaged, Splasc H CDH 357, 16 aprile 1991

6. "Lover Man" dal LP Old Fashioned, Carosello Jazz from Italy CLE 21043, Roma 5 giugno 1978


postato da: jazzfromitaly alle ore 13:43 | link | commenti (15)
categorie: vista, mario schiano, european free jazz
mercoledì, 12 dicembre 2007

Siamo nel 1973, eravamo oggi.

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jazzfromitaly  
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Oggi recensisco un disco,
a me molto caro.
Mario Schiano - SUD
 
SUD di Mario Schiano
(TOMorrow, IT - ZSTOM 2001 –
 recorded in Rome,
at Studio 38 on 1973, January 8, 9, 11 and 17)
 
tracks
1. Sa bruscia [Marcello Melis] 9:43
2. Supramonte [Marcello Melis] 9:20
3. Palazzo Panorama, int. 25 [Mario Schiano] 4:54
4. Belice, veduta aerea [Bruno Tommaso] 2:19
5. Gambrinus [Mario Schiano] 1:23
6. Sud [Mario Schiano] 6:38


 
Una gemma della musica jazz incisa in Italia, che ha contribuito all’affermazione del free jazz del nostro paese – almeno per la critica militante – e, soprattutto,
ha innalzato il valore della musica collettiva,
del gesto puramente artistico dell’invenzione melodica e,
attraverso l’urgenza espressiva,
l’importanza della voce del proprio strumento
sopra tutte le regole.
 
Almeno su quelle della musica eurocentrica, che prevedono accademica scrittura e guidata armonia.
 
Il disco, che in copertina riporta un’opera del pittore Renzo Margonari, che firma anche le note di copertina, nasce nei primi giorni del 1973 per l’etichetta TOMorrow,
una sussidiaria della RCA, che con questa label ha inciso solo questo disco e
quello dei BLUE MORNING (ZSTOM 2000, 1973) formazione romana con
Maurizio Giammarco (sax, flauto, tastiere), Roberto Ciotti (chitarra),
Sandro Ponzoni (basso) e Alfredo Minotti (batteria).
 
label of SUD
Un opera variegata SUD,
registrata in Quintetto, Ottetto e Big Band da un importante collettivo, che comprende oltre il titolare Mario Schiano : sax alto, (flauto in # 2); Tommaso Vittorini : sax tenore (in # 1-2-5-6, arrangiamento # 6); Maurizio Giammarco : sax soprano (in # 1-2-3-6);
Massimo Urbani : sax alto (in # 1-2-6); Toni Formichella : sax baritono     (in # 1-2-4-5-6); Eugenio Colombo : sax alto, flauto (in # 6); Massimo Bartoletti : tromba (in # 6); Roberto Antinolfi : tromba (in # 6); Gaetano Delfini : tromba (in # 6); Guido Anelli : trombone (in # 6); Ruggero Pastore : trombone (in # 6); Bruno Tommaso : contrabbasso; Roberto Della Grotta : contrabbasso (in # 6); Afonso Alcantara Vieira : batteria; Mandrake : tumbadora

 

 
SUD.
 
Già il titolo è una dichiarazione.
 
L’attenzione, la dedica, l’amore in sintesi per tutte le terre, i popoli e la loro musica,
che si trovano a SUD delle concezioni storico/politiche nel mondo.
 
Perché non solo di SUD geografico si tratta.
 
Schiano non descrive una zona, non si concede al racconto folkloristico - anche se d’appartenenza essendo Lui nato a Napoli nel 1933 - ma colora un clima, esprime una latitudine musicale, innanzitutto.
 
Lo fa con un organico che coralmente partecipa alla costruzione di quest’opera e con una sezione ritmica che rimanda echi africani.
Non solo ai ritmi di quei popoli colonizzati e schiavizzati dai bianchi,
che hanno dato origine al blues e che sono a logico appannaggio di tutta la musica afroamericana,
quella che, con giustificato orgoglio verrà definita
GREAT BLACK MUSIC,
ma, soprattutto, a quei ritmi africani che hanno invaso le nostre coste,
lasciando indelebili ricordi di tamurriate nere  e di ‘o sarracino impressi sulla nostra terra e nella nostra cultura.
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Contro Schiano
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Come al solito Schiano va controtendenza,
offre controindicazioni.
.
Approfitta quindi dell’emancipazione del linguaggio jazz tutto, per far affiorare quella che lui stesso definisce “memoria remota” e così definire la nuova identità jazzistica italiana, mediterranea o,
più precisamente, SUD europea.
Schiano si appropria del grido liberatorio del jazz contemporaneo,
 ma non dimentica le radici popolari della propria musica.
Connette così, sullo stesso solco vinilico, le varie e diverse modalità musicali,
solitamente separate dai confini imposti e supera anche i limiti temporali,
elaborando con il suo ricordo, in equilibrio tra vecchie canzoni popolari e nuovi suoni,
una musica densa, senza tempo eppure tenacemente moderna,
che offre gli stessi stimoli sia al cervello che al cuore.
 
Marcello-Melis
Apre il disco SA BRUSCIA, una traccia in ottetto – quella che state ascoltando - composta dal grande contrabbassista cagliaritano Marcello Melis, già compagno di Schiano negli anni dello storico “Gruppo Romano Free Jazz” e fra i primi a ragionare sul rapporto tra la musica tradizionale ed il jazz.
 
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Annuncia il tema il contrabbasso di Tommaso.
Poi parte il suono collettivo a ripetere il tema-riff e,
di volta in volta cede il passo, nel centro,
alla voce di turno,
come nelle antiche,
 corali forme di espressione musicale tradizionale.
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Il primo ad entrare nel cerchio è ovviamente Schiano,
che imbracciando l’alto, afferma subito la sua urgenza espressiva e la libertà dagli schemi, portando la musica oltre,
tutto.
Poi, lentamente torna all’inciso e passa la nota a Tommaso Vittorini che al tenore ridisegna il riff, grezzo, spesso nell’impasto del suo suono, e lo colloca in un area più riconoscibile,
oscillante tra swing e hard bop, mantenendo inalterata la primitiva valenza del tema.
.
Ora è il turno della ritmica, che aveva creato un tappeto sonoro sin dall’inizio,
adesso è il suo momento.
Mandrake alla tumbadora, un tipo di congas che proviene
dalla Regla Bantù, 
prende posto al centro del cerchio e si lascia andare al suo assolo,
che è l’origine del suono,
il tamburo che parla,
che qui si colora di tinte latine e caraibiche,
a metà strada tra noi e l’Africa.
.
Senza distacco entra la batteria di Vieira, che già trasporta il suono arcaico del tamburo nell’occidente, dove la batteria - così come la conosciamo - è stata inventata, e il suo assolo riporta il tutto in una moderna sintesi, con l’uso equivalente dei piatti e delle pelli.
 
Il basso di Tommaso, con poche linee, ristabilisce dove siamo.
Perché è il soprano di Maurizio Giammarco ad essere protagonista, ora.
 
Espone chiaro il tema, all’inizio con ricordi di “suoni flautati” poi,
lo colloca qui, nell’ora e adesso, facendo leva sulle sue moderne esperienze,
memore dei vari esperimenti della musica creativa europea, lasciando in un eco il riff alla collettività, che lo ripete ancora e, lo fa emerge con spirito di gruppo, come voce composita e grande e forte dei diversi aspetti, ma tesi verso un unico obiettivo,
l’affermazione del global, dal punto di vista del local.
 
Siamo nel 1973, eravamo oggi.
Mario Schiano
 
Oggi finalmente il disco rivede la luce,
grazie agli sforzi ed alla squisita sensibilità di un GRANDE produttore di Jazz Italiano.
Quel Signor Peppo Spagnoli, che con la sua SPLASC (H) records, ha documentato il suo amore per questa musica, ed ha permesso la sua diffusione in tutto il mondo dagli anni ’80 ad oggi.
Come racconta lui stesso a Flavio Caprera su JAZZiT,
importante magazine diretto dal preparato, arguto e sempre interessante Vincenzo Martorella,
“… ho dovuto penare per arrivare al master originale, consultando inutilmente prima un collezionista e poi la casa discografica RCA. (…) finalmente sono arrivato all’avvocato Micocci, possessore del demo originale che, tramite il figlio perché lui è scomparso, mi ha ceduto e permesso di ristampare uno dei documenti più importanti del jazz italiano d’avanguardia…”
 
Un grande, Peppo Spagnoli, non solo discografico,
ma vero amante e figura storica del nostro jazz.
 
streams
Solo per non dimenticare,
la sua etichetta che conta più di novecento titoli in catalogo,
sul finire del 1984, incide “STREAMS” di Tiziana Ghiglioni, la nostra Lady del Jazz.
Quel disco, fa “scoprire” al produttore il pianista Luca Flores, ed anche l’inimitabile voce di Maurizio Caldura Nunez al sax tenore e soprano.
 
ostinato
.
L’anno dopo licenzia il primo dei dischi di Paolo Fresu,
quel “OSTINATO” che è una bellissima dichiarazione d’intenti,
da parte di entrambe, forse.
.
 
For those I never knew
 
E ancora, documenta tutta la musica suonata da Luca Flores,
dallo splendido MATT JAZZ QUINTET,
al commovente disco in piano solo
“FOR THOSE I NEVER KNEW” purtroppo postumo.
Luca Flores
..
.
Vi lascio con un concreto dubbio, che in quegli anni ha arrovellato le menti degli appassionati,
 ed ha diviso le penne dei critici.
 
Come avrete notato, i primi undici giri di questo 33, portano sul vinile il segno del tempo.
Non un banale graffio, ma un rigonfiamento con conseguente deformazione della superficie.
In una delle tante cene a casa mia, dove il piatto gira sempre, qualcuno ha dimenticato una sigaretta accesa poggiata su questo disco.
 
Gesto di affermazione del concetto free,
o sbadata cialtroneria?
.
collective
 
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