Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, agosto 1888
Non sapeva più da quanto tempo se ne stava da solo in quella stanza, forse ore, minuti o addirittura giorni.
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Non era preoccupato per questo, era abituato ad aspettare il suo turno, però questo non possedere il senso del tempo lo confondeva.
Aveva vissuto tutta la sua vita intorno al tempo, cadenzando il respiro per spaccare il secondo, oppure restandogli appena un poco indietro, per dare modo alle impressioni di formarsi con calma, fino a spingerlo avanti, con forza e decisione per ricreare il tempo a sua immagine e somiglianza.
Ora invece Gianni non sapeva più da quanto tempo se ne stava immobile in quella posizione, forse ore, minuti o addirittura giorni.
Allora provò ad aprire un poco gli occhi.
Intorno a se solo una stanza vuota, come quella sedia al suo fianco, e una luce forte, densa e biancastra che lo colpiva direttamente in faccia.
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Capì che il suo momento era arrivato e che, anche se era steso su un letto e non aveva con se il suo strumento, doveva iniziare il suo assolo.
Gianni suonava come quando aveva iniziato.
Certo pensava diversamente ora, aveva passato sessant’anni a soffiare sangue e saliva in quel tubo cromato d’ottone, ma la sua voce era sempre la stessa, una voce ricca e generosa, calda e rilucente anche quando scendeva negli abissi più oscuri della sua personale ricerca.
Questo perché lui stesso era un uomo coraggioso, solare e sensibile, ma soprattutto perché era un cercatore di emozioni, un donatore di sentimenti, un minatore del jazz che si era dedicato alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’animo umano.
Terminò il suo assolo quando sentì finalmente un rumore, sperando di veder comparire intorno a se i suoi compagni di sempre, per continuare a respirare, ancora una volta, insieme.
Mr. G.B. con Oscar Valdambrini e Giorgio Azzolini
Gianni sorrise a quegli sconosciuti che gli si erano avvicinati, loro invece lo fissavano preoccupati.
Non era un sorriso per mascherare l’imbarazzo, da sempre cercava gli sguardi complici dei suoi colleghi e, anche se non si era mai completamente abituato, da anni sentiva gli occhi calorosi dei suoi ammiratori su di lui.
Lui era così, aperto a tutto e, solo apparentemente, faceva tutto come se niente fosse mai davvero importante.
Ma quella situazione era davvero strana, per questo li guardava incuriosito e sorrideva.
Lui aveva sentito da vicino la voce di Chet Baker, aveva inciso la sua insieme a quelle di Dusko Gojkovic, Slide Hampton, Lars Gullin e Buddy Collette, aveva diviso il palcoscenico della vita con gente del calibro di Gerry Mulligan, Dizzy Gillespie, Helen Merrill, Maynard Ferguson, Kenny Clarke, Art Farmer, Sonny Stitt e molti altri.
Mr. G.B. con Chet Baker
In Italia era cresciuto suonando al fianco di Gorni Kramer, Armando Trovajoli, Franco Cerri, Giampiero Boneschi, Roberto Nicolosi, Piero Umiliani e tutti i ragazzi scimmia del jazz.
Ma questa formazione qui era davvero curiosa, più che imbarazzante.
Curiosa, pensava, intanto perché i tre uomini avevano il camice bianco.
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Non che questo fosse per lui un problema, anche se la sua vicenda personale era sbocciata intorno agli anni Cinquanta, quando la camicia e la cravatta erano d’obbligo, Gianni aveva attraversato praticamente tutta la storia di questo secolo, ed era abituato ad altre improvvisazioni o a più spettacolari “stranezze” che non ad un camice per abito di scena.
Ciò che lo incuriosiva, invece, era il fatto che gli uomini non avessero con loro nessuno strumento.
Mr. G.B. con Valdambrini e Armando Trovajoli
Questo era davvero bizzarro per lui, e si chiedeva cosa mai avrebbero potuto fare loro quattro insieme senza i loro strumenti.
Poi quegli uomini iniziarono a collegare dei fili tra il suo corpo ed alcuni apparecchi elettronici, a leggere freneticamente lunghi rotoli di particolari trascrizioni che venivano stampati lì per lì dalle stesse macchine ed infine indossarono degli strani attrezzi e si disposero intorno a lui.
Gianni sorrise a quegli sconosciuti, non aveva alcuna paura a buttarsi in una ignota avventura e, anche se si sentiva mancare le forze, era pronto ad iniziare un nuovo racconto.
Doveva solo aspettare che partisse la musica.
Mr. G.B. con Idrees Sulieman
Per ora, l’unico suono che riusciva a sentire era un tenue beep, ripetuto e costante.
Il nuovo, pensava Gianni, questo aspetto aveva segnato tutta la sua vita.
Lui, astigiano doc, aveva passato la sua adolescenza con la famiglia in Belgio, dove in quegli anni vivevano anche Bobby Jaspar, Django Reinhardt, René Thomas, Toots Thielemans e Jacques Pelzer.
Come avrebbe potuto lui, un ragazzo affascinato dalla musica, non innamorarsi del jazz?
Junior G.B. al clarinetto, all'albergo Savona ad Alba
Quando tornò in Italia era già stato stregato dal tenore leggero di Lester Young, e lo diceva a tutti incidendo quei 78 giri con Vittorio.
Ma erano pochissimi a comprendere il suo linguaggio, giusto qualche sognatore come Nunzio Rotondo e Umberto Cesàri.
Il nostro piccolo paese era appena scosso dal dixieland revival, animato dagli appassionati dello swing tradizionale di New Orleans ed invece Gianni, che aveva ascoltato il futuro attraverso le voci di Stan Getz e Zoot Sims, suonava avanti, molto avanti.
A quei tempi per lui, abbagliato dai riflessi dorati della West Coast californiana, animato dal sanguigno ritmo bebop dei fratelli afroamericani, non fu facile farsi accogliere dal vasto pubblico, ma tutti i musicisti accorrevano ad ascoltarlo e questo, oltre al suo carattere paziente, ma deciso e tenace come il Barbera migliore, lo spingeva a continuare sulla sua strada.
Beep… beep… beep...
Ci mise molto anche a convincere Oscar, “lo struzzo Oscar”, a suonare con lui in pubblico.
Ci mise molto Gianni, fino alla nascita di quel “Sestetto Italiano” che, in diverse forme, disegnerà il futuro del jazz moderno nel nostro paese.
Poi, da quel giorno, restarono fianco a fianco per più di vent’anni e non c’era appassionato in tutto il mondo che non si alzava in piedi al nome di quella mitica accoppiata.
Signore e Signori, Basso & Valdambrini.
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Vent’anni.
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni. Chissà dov’è ora Oscar, e chissà se questi giovani in camice bianco ci hanno mai sentito suonare insieme.
Sorrise apertamente a quegli sconosciuti, loro invece si voltarono ed uscirono dalla stanza.
Basso Valdambrini Quintet
Ora era di nuovo solo, e lui non ci era abituato.
Beep beep… beep beep… beep beep
Gianni era sempre stato circondato da amici e le sue idee migliori erano nate proprio pensando a vasti gruppi, la sua facilità di immaginazione si nutriva delle tante e differenti voci che, unite, formavano le migliori delle grandi orchestre.
Quando si separò da Oscar, la sofferenza fu insopportabile.
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Loro due, insieme, avevano costruito il futuro di questa amata musica e avevano formato quasi una famiglia del jazz, con il grande Dino, Berto e Gil prima, ed i sodali Renato, Giorgio e Gianni, o Lionello, per lungo tempo.
Poi, dopo vent’anni, qualcosa è cambiato e la comunicazione tra loro due non era più la stessa.
Tutto quello che prima indicava sintonia e fratellanza di respiro, adesso sembrava un ostacolo.
Vent’anni.
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Vent’anni avevano offuscato perfino i ricordi.
Mr. G.B. con Valdambrini e Dino Piana, in partenza per N.Y.
Per Gianni tutto era iniziato grazie alla Taverna Messicana, un posto magico, la prima vera Cave italiana.
Per Oscar invece, tutto aveva potuto avere inizio perché in quella Taverna lì, tutti andavano per la droga e le mignotte, per cui loro potevano improvvisare, ripetere ed inventare di nuovo, e nessuno protestava perché erano lì per ben altri traffici.
Oscar diceva che nel nostro paese non sarebbe mai nato un solista a livello americano, perché siamo la quart’ultima nazione al mondo in fatto di educazione musicale e perché il nostro folklore non è utilizzabile per il jazz.
Gianni affermava che il jazz è, ora, figlio del mondo e che sarebbero stati proprio i ragazzi a dire la parola nuova e risolutrice.
Oscar rinfacciava ai giovani la loro debolezza e l’estremo bisogno di droga per costruirsi dei paradisi artificiali, lontani dalla realtà.
Gianni sosteneva che per i giovani d’oggi erano solo cambiati i bisogni.
L’eroina aveva preso il posto dei mondi artificiali che la religione e la politica ci propinavano da secoli.
Italian Jazz Stars
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni.
Seguiva il suo cuore, lui, che in quel momento pulsava libero, raddoppiava il tempo e desiderava conoscere giovani sonorità.
Per questo non esitò un momento ad uscire di scena, ma l’amore per suo fratello Oscar rimase invariato e la sofferenza fu insopportabile.
Avrebbe voluto incontrare ancora Oscar, lo avrebbe voluto qui, in questo momento.
Quando si aprì la porta Gianni ebbe un sussulto, ma non poteva essere lui.
Oscar non avrebbe mai indossato un camice bianco su di un palco.
L’uomo si avvicinò in silenzio, alzò il suo strumento appuntito e trasparente e poi si chinò su di lui.
Gianni non riuscì più a tenere gli occhi aperti.
Beep … beep… beep
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889
Ora tutto vorticava, un frenetico sapore aveva preso il posto del solito tranquillo gusto, la musica non era più accompagnamento o sottofondo ma comunicava direttamente con il cuore del mondo, alterando gli schemi mentali imposti, scardinando gli accordi della consuetudine.
Certo, c’era sempre quel romanticismo e quello spirito d’avventura che aveva colorato i primi anni, ma ora tutto era dilatato, amplificato, portato agli eccessi proprio per dimostrare le infinite possibilità di questo linguaggio universale.
Oggi non servivano più i dialoghi intimi e privati, ora si doveva alzare la voce per affermare di essere qui ed ora, si aprivano le porte a tutti, si usava lo stesso slang che veniva urlato nei cortei per strada, ed il jazz, finalmente, aveva la forza e la capacità per smettere di essere intrattenimento o emulazione dei vecchi modelli e diventava, sotto gli occhi di tutti, arte pura.
Oggi si doveva partecipare per poter cambiare e Gianni era lì, come sempre piazzato al centro del palco, con un piede fortemente radicato nella tradizione, mentre con l’altro spingeva forte la sua amata musica nell’evoluzione di se stessa e del mondo che non la poteva più ignorare.
Mr. G.B. con Dizzy Gillespie
Gianni sentiva ancora viva l’emozione di quella serata al Centro Pirelli con Renato, Giorgio e il grande Gil, dove aveva voluto soffiare la stessa rabbia e passione di quelli che gli altri consideravano i capiscuola, e che lui sentiva come fratelli.
I suoi fratelli di sempre, diceva.
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Ed allora via, con lo stesso linguaggio del cangiante Miles, dell’unico Trane, di Sonny il colosso, di McCoy l’architetto delle emozioni, dell’immenso Bird.
Via, volava via con loro Gianni, li sentiva vicino anzi, adesso era proprio insieme a loro, sempre più vicino e suonava al loro fianco, come solo lui sapeva, con la sua voce, con il suo linguaggio, quello del grande G.B.
Per un attimo nella sua mente, si affollarono i compagni che avevano percorso con lui quella nuova strada.
Vide Franco, Dodo, Tullio, Julius e Luciano, poi ancora Lucio, Mario e Giancarlo, il caro amico Giancarlo...
Mr. G.B. con Tito Fontana allo Studio 7
Beep… ... beep… ... beep... ...
A Gianni gli ultimi vent’anni sembravano passati in un lampo.
Sempre in giro per il mondo a suonare la sua musica tra Copenhagen, New York, Parigi, Lubiana e Tokyo, ma lui, cittadino del mondo, solo ad Asti si sentiva davvero a casa.
Nemmeno ora era solo, perché lui non era mai veramente solo.
Adesso era circondato dai tanti membri sella sua Big Band, e dai giovanissimi Fabrizio, Andrea e Stefano.
Ora con lui c’erano anche Paolo e Paolo, i suoi ultimi produttori.
Curiosi i due Paoli, stesso nome, stessa passione eppure vite così differenti, come nel jazz.
Mai due volte la stessa nota.
Mr. G.B. con Fabrizio Bosso
Era felice Gianni, perché ora c’erano proprio tutti.
C’erano tutti perchè erano dentro di lui, più che in quella stanza, tutti tranne …
Impossibile, lei c’era sempre, era sbocciata insieme ai primi successi, Luciana ci doveva essere, lei c’era sempre stata.
Gianni si alzò di scatto, strappando dal corpo fili e tubi inerti, sbarrando gli occhi su quella stanza vuota, su quella sedia che non serviva a nulla se non c’era sopra il suo strumento.
Luciana… dove sei mia amata?
Beep beep beep… beep beep beep… beep beep beep
Luciana, la bellissima moglie
La porta si spalancò di scatto, ma erano ancora solo quegli uomini in camice bianco. Gianni sbuffò un sorriso, insieme ad un po di sangue e saliva.
Loro agitatissimi gli si fecero intorno, provarono a farlo stendere, ed a ripristinare tutti quei fili, tubi e chiavette che lo tenevano collegato a questo mondo, ma erano gesti meccanici, pura manutenzione.
Lui sapeva bene di quanta cura aveva bisogno un vecchio sassofono.
Lo avevano aperto, smontato pezzo dopo pezzo per togliere via il male, poi ricucito ed osservato.
Avevano lavorato sul suo corpo, avevano lucidato l’esterno, loro.
Ma nessuno poteva respirargli dentro come faceva lui.
Beep… ... ... beep… ... ... beep... ... ...
Era stanco Gianni, ma non voleva chiudere gli occhi mentre quegli uomini spegnevano la luce, come se lo spettacolo fosse terminato.
Non sentiva alcun applauso o richiesta di bis, per cui rimase attaccato alla vita.
Non sarebbe mai sceso da un palcoscenico prima che il suo pubblico fosse soddisfatto, non Gianni, quella era la sua vita.
Attese all’ombra della morte, fino a che da un lontano puntino luminoso si fece avanti una madonna, anzi una Lady bellissima e fiera d’ebano.
Aveva una candida gardenia che le illuminava il volto, profumava di gin e sembrava che camminasse ondeggiando attraverso un leggero fumo blue.
Gianni aveva capito tutto e non riuscì a trattenere una grossa e calda lacrima.
Lei la raccolse con una tenerezza infinita.
Lui avrebbe voluto raccontagli la sua ragione di vita, spiegargli che prima doveva finire di trasmettere agli altri tutto ciò che aveva “raccolto”, che voleva far diventare la sua città natale una delle capitali europee del Jazz.
Avrebbe voluto sapere da lei se c’era ancora qualcuno che aveva bisogno di lui.
Poi Gianni avrebbe voluto chiedere a quella Lady se gli rimaneva ancora del tempo per continuare a suonare e se lei lo poteva aiutare a non smettere ora, perché per lui smettere di soffiare il suo amore per gli altri, sarebbe stato come un fallimento.
Avrebbe voluto, ma era così emozionato che non riuscì a parlare.
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Allora lei si avvicinò al suo respiro e gli sussurrò hush now, it’s a bitter crop, baby.
Gianni, che non aveva mai sentito musica più dolce, si alzò dal letto.
Poi le strinse forte la mano, la seguì sorridendo verso l’origine di quella luce ed uscì per sempre da quella stanza.
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889
Nota alle immagini:
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le fonti sono diverse, tra cui retro copertine ed interni di LP, vecchie annate di Musica Jazz e altre pubblicazioni.
La maggior parte delle foto sono dell’Archivio Gianni Basso e sono tratte dal volume “Gianni Basso, una vita con il sax” l’unica e bellissima biografia sul Maestro, scritta da Armando Brignolo e pubblicata nel 2004 da Fabiano Editore
Nota alla selezione musicale
la discografia di Gianni Basso è sterminata tra i molti dischi a suo nome, quelli con Oscar Valdambrini e le tantissime collaborazioni.
In questo post trovate una selezione di rare e sparse tracce, prese da diversi LP mai ripubblicati in CD (tranne quattro, segnalate e bellissime, che non ho resistito ad inserire)
In futuro sarà per me un piacere pubblicare integralmente questi lavori, che rischiano l’oblio, in una speciale categoria dedicata al grande G.B.
A Seveso la diossina avvelena e distrugge giorno per giorno la vita di un’intera zona. Non è il risultato di un incidente dovuto al caso ma l’ultimo atto di un processo chimico inquinante prodotto dall’Icmesa e che durava dal 1945, con la complicità dei pubblici poteri.
La piccola Stefania Senno, fotografata dal settimanale tedesco "Stern" il 18 Luglio 1976 a Seveso
Seveso (come Manfredonia, Porto Marghera o Borgo Priolo) è solo l’esempio più clamoroso di una lunga catena di avvenimenti delittuosi. In Italia (in media) ogni anno un milione e mezzo di lavoratori sono vittime di infortuni sul lavoro; quattromila muoiono; decine di migliaia restano invalidi. È il risultato dell’organizzazione capitalistica del lavoro che ha lo scopo programmato di trasformare il lavoro umano in profitto.
Una fabbrica non produce solo oggetti di consumo, macchinari o servizi: produce anche malattie, infortuni, morti, distruzione dell’ambiente. Solo l’iniziativa dei lavoratori può imporre un’altra organizzazione del lavoro, capace di rispettare i bisogni dell’uomo produttore.
Jenny Saville "Hem" 1998/1999
Nelle lotte degli ultimi dieci anni la nuova coscienza operaia, superando la logica della “monetizzazione” (più rischi, più soldi) ha affermato un nuovo principio: «La salute non si vende, la nocività si elimina».
È così cresciuto un movimento fondato sul controllo operaio dell’ambiente di lavoro, sul rifiuto della delega ai tecnici nella soluzione dei problemi della salute e della nocività. Protagonista è il “gruppo omogeneo”, il collettivo operaio che, a partire dal recupero della propria esperienza, dà vita a momenti di mobilitazione e di cosciente presenza politica, in collegamento con il territorio e con l’iniziativa del movimento democratico per la riforma sanitaria.
A che punto è oggi questo movimento?
Quali risultati ha raggiunto e quali problemi nuovi ha davanti a se?
Sull’insieme di tali questioni il Comitato interassociativo per i circoli aziendali (Cica) ha prodotto un film intitolato «La salute non si vende».
Jenny Saville "Entry" 2004/2005
Il Cica è un organismo unitario espresso da tre grandi associazioni democratiche: Arci, Enars-Acli, Endas, che operano per un profondo rinnovamento nel campo culturale e ricreativo. In collaborazione con le organizzazioni sindacali, il Cica va costruendo un movimento per la conquista dei vecchi Cral aziendali da parte dei lavoratori.
L’obiettivo è sottrarli alla tutela interessata del padronato e dell’Enal attraverso una gestione democratica, con la qualificazione culturale delle loro iniziative, costruendo un loro collegamento con il territorio circostante.
La regia de «La salute non si vende » è di Giuseppe Ferrara, autore di chiara ispirazione democratica a cui si debbono opere come «Il sasso in bocca» e «Faccia di spia».
Com’è giusto per una produzione direttamente espressa dall’associazionismo democratico, tuttavia, il film è il frutto di un lavoro collettivo non solo sul terreno tecnico, ma anche su quello ideativo. Ci si è avvalsi, tra l’altro, della consulenza del Centro ricerche e documentazione rischi e danni del lavoro della Federazione Cgil, Cisl, Uil.
Il film unisce ad un notevole valore espressivo e narrativo una singolare efficacia documentaria sulla realtà della condizione di lavoro nel nostro paese, sull’evoluzione storica che essa ha conosciuto, sulle lotte e la coscienza dei lavoratori.
Jenny Saville "Hibrid" 1997
Questo disco presenta i brani musicali originali composti da Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film. Ad essi sono affiancate alcune interviste a lavoratori.
“Parlando di Jazz, è importante far rivivere un tratto spontaneo, non mediato, che proceda sul piano dell’emotività più pura, un modo di rendere Jazz le parole, di usare un segno in sintonia con i problemi degli uomini che del feeling ne hanno fatto un modo di vivere.
Il Jazz è compromissione e comprensione: per parlarne serve compromettersi con chi lo produce e capirne i perché”.
Con questo incipit si apre il libro “Jazz inchiesta Italia” di Enrico Cogno, primo di una collana chiamata “Il Jazz degli anni ‘70” purtroppo morta sul nascere, finito di stampare il 03 aprile 1971 per i tipi di Cappelli editore, a mio parere uno degli studi più interessanti, approfonditi e schierati sulla situazione culturale, nello specifico jazzistica, italiana di quegli anni e, forse proprio per questo, mai più ristampato.
Stessa sorte è capitata al disco di Enrico Rava che state ascoltando, ed a quello subito successivo, Opening Night che sarà oggetto della mia attenzione in uno dei prossimi post, mai più ripubblicati in CD dalla ECM.
Se il libro offre spunti per comprendere il momento storico nell’istante stesso in cui accade (in Italia un altro libro sul Jazz di quegli anni vedrà la luce solo nel 1979, e in un contesto generale, a cura di Luca Cerchiari) e, soprattutto, ci permette di vedere quello che succede all’uomo dietro lo strumento, il disco di Rava è un racconto musicale di quello che è stato “dallo strumento in avanti” e pone le basi per costruire quello che sarà il futuro di questa musica e di quanto sia importante conoscere le proprie radici, per trovare strade alternative che illuminino il futuro.
Diversi contesti per comprendere un unico linguaggio, quello del Jazz, due forme di comunicazione che si intrecciano e rincorrono per raggiungere la stessa finalità, quella di documentare uno dei momenti più creativi della musica contemporanea, delineandone l’inizio e sancendone la fine, momentanea e propiziatoria ad un altro, sempre nuovo inizio.
Il libro di Enrico Cogno, è tra i primi studi nel nostro paese che partecipa attivamente al cambiamento, facendo cioè sempre Jazz ma con un altro strumento, intervistando i primi tra i jazzmen italiani che hanno lottato per il rinnovamento del loro status, attraverso la loro stessa musica.
Perché se è vero che il primo importante disco di rinnovamento del Jazz moderno italiano è quel “New Feelings” di Giorgio Gaslini (1965/’66), vero è anche che il terreno è stato contemporaneamente, o appena successivamente, concimato da altri senatori del Jazz come Eraldo Volontè (Jazz (Now) In Italy - 1966, Free and Loose - maggio 1968), Giorgio Azzolini (What's Happening - 1966, Crucial Moment - giugno 1968), fortemente arato dal Gruppo Romano Free Jazz di Mario Schiano, Marcello Melis e Franco Pecori, con la successiva aggiunta di Giancarlo Schiaffini, rinvigorito da quasi tutti i musicisti attivi in quegli anni come Franco D’Andrea (Modern Art Trio – 1970) e Giorgio Buratti (È Inutile Discutere – 1968), fino al definitivo passaggio del testimone agli allora giovani alfieri della musica improvvisata, come Andrea Centazzo, Gaetano Liguori, Massimo Urbani, Gianluigi Trovesi, Antonello Salis e tutti gli altri che incontreremo su questa strada.
Il disco di Enrico Rava invece, segna uno dei momenti più riusciti di quel periodo e, più precisamente nel disco successivo dove registra per la prima volta a suo nome uno standard, ne sancisce la fine, aprendo ai più tranquilli anni ’80.
Parlo del disco perché lui, Rava, è trasversale alle epoche, le anticipa con intuizione e coraggio creativo ed è capace di un feeling con il passato usando un linguaggio immerso nel futuro.
“È questo un album che richiede maggiore attenzione dei miei precedenti lavori con il gruppo di Petrella e Gatto. Qui ho volutamente recuperato brani provenienti dai miei due unici album ECM non ancora ripubblicati in CD, ovvero AH, con Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso e Bruce Ditmas, e Opening Night, sempre con Franco al piano e con Furio Di Castri al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria. Sono brani che trovo di un’attualità sconvolgente, disarmante.
Ne volevo assolutamente riproporre il fuoco creativo mai sopito.”
Questo dice Enrico Rava, nell’intervista raccolta da Giuliano Zorman su Jazz Magazine di Gennaio, riferendosi al suo ultimo lavoro per la ECM, quel New York Days che ha già raccolto numerosi consensi, figlio diretto dei racconti di Enrico scritti quasi trent’anni fa.
Perché Enrico sa che la memoria del passato è l’ingrediente necessario per lo sviluppo del pensiero futuro, perché è nell’humus delle esperienze precedenti, rivitalizzando le proprie o traendo spunto dai grandi maestri che ci hanno preceduto, che germoglia il frutto della consapevolezza del domani.
Ecco il perché della riproposizione integrale di questo disco, il nuovo appena uscito dovrete fare voi “il felice sforzo” di acquistarlo, il perché della mia attuale ricerca che nel passato, il vostro passato, quello del Jazz, il mio passato, tenterà di dare un senso al mio domani.
Ricerca che, proprio per poter mantenere l’essenza del Jazz, non potrà esaudirsi in questo modesto spazio, ma dovrà attraversare gli spazi, approdare in nuove terre, usare altri linguaggi, ricordare i vecchi codici per poi romperli ed inventare gli idiomi del futuro.
Una ricerca che si nutrirà di feeling e si abbevererà alla fonte del ricordo.
Perché dimenticare stanca.
Credits:
Label: ECM Records GmbH
Catalog#: ECM 1166
Format: LP
Country: Germany
Recorded: December 1973
La musica mi sedusse un po’ alla volta, come una troia prudente […] e deve, in qualche maniera, avere come obiettivo quello che anticamente aveva il canto, ch’era di far guarire le persone. […]
F. De Andrè
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Ve l’ho detto, sono in difficoltà e aspettavo un’occasione, un incontro, un accadimento, un modo, un qualsiasi modo per salvarmi, se non la pelle, almeno l’anima ed uscirne fuori.
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Le parole di Fabrizio De Andrè, oltre ad accompagnarmi in questi necessari smarrimenti, hanno spostato ancor di più, se possibile, la mia attenzione dai racconti personali, che fuoriescono dalla mia privata coscienza, alla musica ascoltata che entra in me come medicamento, come sollievo, come tentativo di guarigione.
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Un altro gesto mi è arrivato in questi giorni da Andrea Raos, un redattore di Nazione Indiana che ha avuto la mia mail da Sergio Pasquandrea che a sua volta l'ha avuta da Vincenzo Martorella, il grande V, mio fratello Vincenzo.
Ebbene, Andrea mi ha chiesto se volevo collaborare, in qualche forma, a quell’interessante spazio libero di considerazione ed approfondimento che è Nazione Indiana, un progetto dell’Associazione Culturale Mauta, “una nazione composta da molti popoli diversi, orgogliosamente diversi e orgogliosamente liberi di migrare attraverso le loro praterie intrecciando scambi e confronti, e a volte anche scontri.”
Penso possiate capire cosa significhi, in un momento in cui non trovo più riferimenti, in cui metto in discussione il senso e l’utilità delle mie stesse scelte questa premessa.
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Questi due aiuti, inconsapevoli ed inaspettati e forse proprio per questo più graditi e funzionali allo scopo, come solo l’invenzione più spontanea sa essere, mi hanno accompagnato sul percorso di ripensamento della mia condizione personale, indietro nel tempo necessario per l’individuazione delle mie spinte emotive, avanti nel domani di nuovi sogni e progetti vitali.
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Ovviamente sono partito dall’inizio, dalla mia data di nascita, casualmente un anno dopo il ’68 e dal magico mondo della mia fantasia vissuto nella prima infanzia, passando per la più completa libertà d’invenzione dell’adolescenza ed arrivando, attraverso la rabbia e la sregolatezza della mia gioventù, al mio essere uomo di quarant’anni, alla condizione di adulto, più pacata, alla mia vita, oggi, forse serena ed irrimediabilmente mainstream.
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Quando ho messo in relazione i passi salienti della mia esistenza con la mia passione, la conoscete, mi si è aperto un mondo, non nuovo, ma come appena nato sotto i miei occhi.
Questo lungo Sessantotto, cioè i dieci/quindici anni che hanno visto la fase più creativa ed originale del Jazz italiano, ed europeo in generale, hanno vissuto la mia stessa esperienza, hanno scatenato la fantasia insieme ai miei giochi di bimbo, hanno assaporato l’invenzione negli stessi momenti in cui io mi inventavo il mio futuro, hanno creato relazioni mentre io mi innamoravo, hanno sbattuto la rabbia in faccia al perbenismo musicale mentre io contestavo l’oggi dei padri e sono finiti in pantofole mentre io “facevo carriera” in questa società che non conosco, ma nella quale ho partecipato ed alla quale assisto tuttora, pagando spesso il biglietto.
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Questi anni sono miei fratelli, ed io voglio rivederli, ascoltarli ancora, sfogliare l’album delle loro cover e ricordarli a tutti voi.
Anni tosti, veri, buii, liberi, spontanei, utopistici e irripetibili.
Anni formidabili, specialmente se paragonati al nulla che ci gira intorno.
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Post-fazione
Questo post lo dedico a Roberto Del Piano, il caro bertop, che nel disco che state ascoltando ha costruito la linea di basso e quindi inventato la spina dorsale della struttura musicale che tiene in piedi la libera architettura de “I Signori della Guerra”, progettata con immaginazione da Gaetano Liguorial pianoforte, sostenuto dalle armi ritmiche di Filippo Monico alla batteria.
È per lui, anche perché con me è sempre presente e poi crede ancora a Babbo Natale...
Lo dedico anche ad Andrea Raos, al quale non ho ancora risposto e lo faccio ora:
Ci stò, grazie, e comincio da qui.
Ed infine lo dedico a V, mio fratello, perché anche lui c’era e chissà che ne pensa.
I paesi scandinavi, nel contesto europeo, sono sempre stati tra i territori più fertili per la musica Jazz, sia negli anni precedenti al conflitto mondiale che, successivamente, fino ai nostri giorni.
Molti sono stati i musicisti internazionali che hanno scelto la Scandinavia come spazio libero ed utile per la propria musica, su tutti mi piace ricordare Don Cherry e Gorge Russell.
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La Danimarca ha dato i natali a musicisti del calibro di Kai Ewans o Leo Mathisen attivi già alla fine degli anni ’20, successivamente troviamo il contrabbassista Niels-Henning Ørsted Pedersen, il trombettista Palle Mikkelborg, il chitarrista Pierre Dørge e molti altri.
Inoltre Copenaghen ha il pregio di ospitare il Jazzhus Montmartre, dove si sono esibiti praticamente tutti i migliori uomini del Jazz, e più a lungo personaggi come Dexter Gordon, Johnny Griffin, Clark Terry, Chet Baker e Thad Jones.
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Anche la Norvegia, nonostante che sia stato l’unico paese scandinavo a subire l’invasione tedesca durante la guerra ed il relativo isolamento culturale imposto, ha visto emergere tra i suoi “figli” nomi come Svein Oevergaard, Calle Engstroem e Gunnar Sønstevold già negli anni ’30, il saxofonista Jan Garbarek, il chitarrista Terje Rypdal e la cantante Karin Krog poi, fino a Nils Petter Molvær, Arve Henriksen, Tord Gustavsen o Kristin Asbjørnsen oggi.
Ma su tutti, è la Svezia ad offrire i suoi frutti migliori, ed anche oggi è il paese che lascia sbocciare le voci più interessanti di quello che chiamiamo ancora Jazz.
O forse dovrei dire, il Nuovo Suono del Jazz.
Sicuramente, uno dei motivi di questo, è la totale estraneità agli avvenimenti bellici, che permise così lo sviluppo di quest’arte bellissima in completa libertà.
E sono proprio questi due ultimi nomi di cui vi voglio parlare, perché in questi giorni ho ricevuto i loro dischi entrambi editi dalla ACT Music, grazie a David della Egea Records che li distribuisce, e credo che siano tra le cose più belle, oltre che più interessanti che mi potevano capitare tra le mani.
Per cui, per il tempo che meritano, Jazz from Italy è onorato di cambiare veste in Jazz from Sweden.
Queste sono le mie impressioni all’ascolto.
Esbjörn Svensson Trio
LEUCOCYTE
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Questo è l’ultimo disco di uno dei gruppi più interessanti ed innovativi del panorama musicale, probabilmente il trio che meglio indica la nuova strada che il Jazz potrà intraprendere.
E non è un caso che questa strada parte dall’Europa.
I Leucociti, globuli bianchi, sono una parte del sistema immunitario umano in grado di proteggere il corpo da agenti patogeni e infezioni.
Questi globuli devono continuamente rinnovarsi per svolgere al meglio la loro preziosa funzione.
La musica di questo fantastico trio non poteva avere titolo migliore anche se questo fosse stato il loro primo disco.
E sì perché quando si affacciò alle grandi platee il Trio di Esbjörn Svensson, gli e.s.t. per intenderci, era il 1999 (anche se il loro primo lavoro risale al 1993) ed il Jazz, come sempre ha fatto, cercava di affrontare l’ennesima evoluzione del suo linguaggio, ancora una volta dagli USA.
Prima con il grande movimento degli M-Base, collettivo che da metà degli anni ’80 ha portato avanti l’idea di una nuova musica fondata sulla multimedialità e sull’estemporaneità della performance con protagonisti come Steve Coleman, Cassandra Wilson, Greg Osby, Robin Eubanks tra gli altri.
Poi, nei primi anni ’90 si affacciarono i giovani leoni del new-hardbop,
musicisti di talento come Roy Hargrove e Joshua Redman che avevano rinnovato la scena ma che, alla fine di quella decade, avevano diluito inevitabilmente la loro forza innovatrice.
Insomma, dalla madre patria del Jazz non scorreva più linfa vitale.
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È in quel contesto che l’arrivo degli svedesi e.s.t. portò una ventata di aria buona nel jazz, e lo fece utilizzando una nuova sintassi che rigenerava ancora una volta il linguaggio originale di questa musica mai ferma, nella sua forma più classica, il piano trio.
“cosa può un piano trio essere oggi che non sia stato prima?” ebbe a dire Pat Metheny all’ascolto degli e.s.t.
Non è sufficiente pensare che questo sia dovuto esclusivamente alla nazionalità del trio, anche se bisogna riconoscere che l’Europa, dagli anni ’70 in poi, ha partecipato in modo fondamentale all’evoluzione della musica di origine afroamericana, perdendo quel principio di emulazione che l’aveva caratterizzata al principio.
E neanche l’utilizzo di strumenti “anomali”, dall’elettronica o il radio transistor fino alle modulazioni vocali, possono giustificare l’ascolto di una voce nuova e bella come questa.
Si, sono elementi rilevanti, ma non basta.
Il valore della musica del trio di Esbjörn Svensson va ricercato nella bellissima cantabilità dei temi, nell’utilizzo di ritmiche fortemente coinvolgenti, come e più del rock e, su tutte queste qualità, nella vasta capacità d’invenzione solistica del leader e di capacità improvvisativa del trio.
Questo forse è il nuovo percorso che intraprenderà il Jazz e questo LEUCOCYTE lo rappresenta al meglio.
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Il sound unico degli e.s.t., la complice interazione tra i musicisti, l’emergere di una sola sensibilità musicale, hanno dato vita a quello che è, secondo me, il progetto più interessante del panorama.
Si dice che questo fantastico interplay e questa inesauribile vena creativa, fosse stimolata (oltre che dai tredici anni di vita del trio) da continui incontri totalmente liberi e senza finalità produttive dei componenti che, durante le pause dei loro tour, si riunivano in studio a suonare in piena spontaneità, senza utilizzo di arrangiamenti o di parti scritte, solamente lasciando “respirare” loro musica.
Anche molte composizioni che trovano posto nei lavori del passato, sembra che si siano sviluppate e, definitivamente fissate su disco, grazie proprio a questo atteggiamento genuino e caratterizzante nei confronti della loro creatività e splendida composizione.
LEUCOCYTE è la registrazione di due giornate di jam session del trio presso il “301 Studios” di Sydney, Australia.
Ascoltate la lirica introduzione al disco in “Decade”, lasciatevi pulsare dentro il basso di “Earth” o la poesia del pianoforte in “Contorted” e tutta la poderosa ritmica di “Premonition” vi risuonerà nell’anima.
Godetevi il pianismo ricco di echi jarrettiani e l’ironia del suo mugugno in “Jazz” e lasciate andare il lettore avanti, a volume alto, nel futuro di questa musica fino alla suite di “Leucocyte”, divisa in quattro movimenti tra cui “Ad Mortem”, nel quale trova posto un’unica cellula naturale del pianoforte che si sviluppa come un mantra in altre sonorità, stritolate e rese echi siderali dall’elettronica, fino all’ultimo brano, “Ad Infinitum”, che afferma una consapevolezza e lascia una speranza già nel titolo.
La pubblicazione del disco, purtroppo, è successiva alla morte del pianista e leader Esbjörn Svensson, ma questo non deve essere interpretato come un testamento o come un omaggio alla scomparsa.
La musica qui racchiusa, è un battesimo, è l’ennesima prova che il Jazz è vivo, sempre nuovo e vegeto, se creato con gli strumenti della vera Arte che, come dicevo all’inizio, difendono il Jazz da morte certa.
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Musicisti:
Esbjörn Svensson: grand piano, electronics, transistor radio.
Dan Berglund: double bass, electronics.
Magnus Öström: drums, electronics, voice.
Brani:
01.Decade
02.Premonition
I. Earth
II. Contorted
04. Jazz
05. Still
06.Ajar
07. Leucocyte
I. Ab Initio
II. Ad Interim
III. Ad Mortem
IV. Ad Infinitum
Oddjob
SUMO
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Random.
Non è una funzione che uso spesso sul mio lettore CD.
Ma mi piace farlo quando ho un disco nuovo, di un gruppo che non conosco tra le mani.
E lo ammetto, fino a ieri io gli Oddjob non li conoscevo, ma oggi mi sono entrati nel sangue.
Random.
#03. Golden Silver presenta il tema rilassato, su un tappeto ritmico deciso, caratterizzante, poi delicatamente si astrae con i suoni sintetici, creando una texture avveniristica su cui fluttua la musica del quintetto, che sembra prodotta fra cent’anni.
Sorrido e aspetto.
Random.
Lo faccio perché ritengo che un disco, se è buono, lo è in mezzo, all’inzio ed alla fine.
Certo, dietro c’è la scelta del musicista di organizzare i brani, di creare l’atmosfera con il primo pezzo per introdurre il lavoro intero. Ma questa è ragione, ed io per sapere se un disco è buono, uso il sentimento, non uso la ragione.
Quella viene dopo, quando ne parlo o lo de-scrivo.
Random.
#02. The Big Hit.
Già il titolo la dice lunga, accattivante nella sonorità iniziale dettata all’unisono dal sax e dalla tromba, felicemente danzante in ¾.
Solo l’improvvisazione, geniale e sghemba del pianoforte, ti fa pensare ad un quintetto jazz, poi la tromba, lucente ed argentea, offre un linguaggio nuovo ed apre al tema collettivo, affascinante, ripetuto e bello. Ed infatti le mie casse fremono, il mio cuore palpita in sintonia, sento per la prima volta un riff che conoscevo già, indimenticabile e che mai più ascolterò, uguale a se stesso.
Questo è il pezzo giusto
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Random.
#05. Småland, il tema è scandito lentamente, è una carezza sulla memoria, è un carillon dei sentimenti che si riflettono tenui, vibranti di emozioni, sulla superficie dei ricordi, accecanti di un blu elettrico.
Random.
Oddjob, un quintetto Jazz con un syntheseizer ed altri strumenti che sembrano assemblati in funzione Random, appunto.
Tromba, Moog, Saxofono, Glockenspiel, piano & Hammond, e uno zither.
Random.
#07. Punch è un dialogo vitale tra il sax e la batteria, con un groove trascinante, energico, ritmico, che trasforma la mia stanza in un posto in prima fila all’Apollo Theatre di quarant’anni fa, nel cuore del funky più assoluto.
SUMO. Forse è questo il segreto, texture futuribili, strumenti tradizionali, atmosfere da club e musica già suonata, domani.
Random.
#06. Painkiller
Trova di nuovo spazio la cellula tematica di “the Big Hit”, ma in una luce nuova, improvvisa e ritrovata. La tromba, in sonorità senza tempo, ricorda alcune aperte improvvisazioni di Don Cherry, l’organo sa di sermoni antichi, il basso spalanca la porta del futuro, Jimmy Smith, il fratello del groove, balla con questi ragazzetti svedesi.
Ok, è un disco perfetto, allora leggo le notes e ricomincio.
Questa volta da #1.
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Su tutti spicca la tromba di Goran Kajfeš che soffia sonorità metalliche, schegge di suono che trovano posto nell’ancestrale ricordo dei balcani e si dirigono nel futuro del mondo. In alcuni brani usa un Glockenspiel, un metallofono della famiglia dello xilofono, con la stessa sonorità delle campane, se percosso o di un carillon, se pizzicato.
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Per “ruskträsk” Johansson, è il suo compagno ideale, che risponde in mille lingue con il sax baritono, tenore o soprano, oltre che con i flauti o il clarinetto ai messaggi di Kajfeš, accompagnando, superando e inventando controcanti perfetti.
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Poi Daniel Karlsson, tremulo al piano acustico come un angolo monkiano di cristallo, potente con l’hammond dall’anima soul, come in questa #12. Nostradamus, dedicata più al mitico “Funky President” che all’oscuro profeta di cui porta il nome, che ricorda la tanto amata blue note e che, usando anche il vibrafono, ci trasporta in atmosfere da club anni ’60.
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Questo è possibile grazie anche al moog di Peter Forss che, principalmente con il basso, dona un battito pulsante, pastoso, denso e rotondo che da forma a tutto il suono degli Oddjob.
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Infine c’è il ritmico Janne Robertson, ostinato ed energico, che inventa un nuovo tempo con la batteria e le percussioni, come in questo #01. Kingston che, brevemente, apre il disco, e ricrea armonie celestiali con lo zither, una cetra austriaca.
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In un paio di brani è la special guest, Stoffe Wallman, che al synth offre un trattamento ancor più particolare alle voci del quintetto, creando una superficie sonora in cui la distorsione, lo stiramento, il ripetrsi e l’alternarsi dei suoni e dei silenzi, tessono uno sfondo ideale per lo sviluppo espressivo degli strumenti.
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Mi congratulo con Siegfried Loch che ha voluto gli Oddjob nella sua attenta ACT, offrendogli il primo disco di respiro internazionale, battendo il tempo, segnando il futuro.
Musicisti: Goran Kajfes, trumpet, cornet, glockenspiel
Per "Ruskträsk" Johansson, saxophones, flutes, clarinet
Daniel Karlsson, piano, organs, vibraphone
Peter Forss, bass, moog
Janne Robertson, drums, percussion, zither
Special Guest:
Stoffe Wallman, synthesizer (tracks 3 and 12)
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Brani:
. 01. Kingston
02. The Big Hit
03. Golden Silver
04. Sewerside Blues
05. Småland
06. Painkiller
07. Punch
08. The Day TV Stood Still
09. Where Did You Sleep Last Night
10. Salvador
11. Like Josef
12. Nostradamus
Sul Jazz Scandinavo, leggete anche Jazz pà Svenska, apparso sul blog Dark Intervals.
Provate a pensare a tutti i musicisti che hanno calcato i palcoscenici del jazz e, nel gioco affascinante delle DUE voci, hanno scritto alcune delle più belle pagine di questa musica.
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Louis Armstrong & Jack Teagarden,
Charlie Parker & Dizzy Gillespie,
Stephane Grappelli & Django Reinhardt,
Miles Davis & John Coltrane,
Chet Baker & Gerry Mulligan,
Gianni Basso & Oscar Valdambrini.
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Anche nel “vocal jazz” i duetti hanno trovato grandi interpreti,
come ha amabilmente descritto con passione l’amico
Il “segreto” di tanto successo è nella magica miscela che, a volte, si viene a creare. Voci diverse e contrapposte come un sax baritono denso e pastoso e una tromba leggera e fluttuante, unisoni indimenticabili, travolgenti corse e sfide creative…
Infine ci sono i capolavori in Duo,
cioè quelle unioni che sono irripetibili,
che inventano paesaggi sonori,
che sono in equilibrio tra l’origine del suono e la sua elaborazione più moderna, addirittura extraterrestre, nel senso di appartenenza ad universi sconosciuti e segreti che celiamo dentro di noi e che gli occhi – e le orecchie - devono ancora scoprire.
Come Interstellar Space [13]
di John Coltrane & Rashied Ali,
probabilmente il suo unico lavoro veramente free,
in cui la piena libertà espressiva permette al sax tenore di delineare costellazioni di melodia, nell’immenso spazio ritmico scoperto dalle percussioni.
inclassificabile, energia allo stato puro….
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o “ MU ” [14],
registrato a Parigi da Don Cherry & Ed Blackwell,
che ha aperto nuove strade, isolando la cellula base del duo e
moltiplicandola per tutte le voci dei suoi strumenti
Ed è questo il disco che ha dato spunto a questo post,
nell’occasione della sua ristampa in vinile a tiratura limitata da parte dello stesso produttore AUDION, editore di libri dedicati all’alta fedeltà, amante degli amplificatori valvolari (che producono in pochissimi pezzi) e dell’analogico,
il caro, vecchio giradischi.
Da qualche mese hanno costituito un’associazioneche si prefigge di conservare e salvare dalla distruzione apparecchiature audio e supporti di riproduzione obsoleti, organizzare mostre, istituire musei dedicati all’audio, alla sua storia ed alla sua evoluzione.
E non è un caso che ci sia un produttore “anomalo” dietro questa realizzazione,
un editore che promuove l’interesse per l’ascolto della musica e la sua corretta riproduzione con mezzi elettronici, perché anche questo è un disco “anomalo” dove
1 suono + 1 suono = l’eco di mille sfumature.
Paolo e Furio si conoscono nel 1985, ed il rapporto umano sfocia in un proficuo sodalizio musicale con il battesimo all’inaugurazione di un’enoteca a Sassari.
I due suonano al Petit Opportun di Parigi, con Aldo Romano
con il quale incideranno diversi dischi [16].
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Poi, nel 1987 esce “OPALE” [17], primo progetto a loro nome, dedicato a Gil Evans,
registrato con Francesco Tattara alla chitarra elettrica,
che delinea la poetica del duo.
La ricerca si snoda attraverso l’idioma musicale e utilizza i nuovi linguaggi elettronici,
la voluta assenza di ruoli prefissati permette lo sviluppo di interessanti sperimentazioni.
Il successivo “EVENING SONG” [18] inciso a Bologna nel ’91,
afferma la loro musica nel panorama del jazz europeo, fissando
– paradossalmente –
le caratteristiche del duo in un progetto che non ha punti fermi
se non quello dell’espressione sonora in tutte le sue molteplici forme,
anche attraverso l’ampio uso di tecnologie
“… per consentire a tutti gli esploratori di quella totale poesia sonora che è oggi il jazz, di tradurre in musica i propri dialoghi interiori [19]”
Fresu oltre alla tromba si esprime con il flicorno, la pocket trumpet,
le percussioni e l’harmonizer,
Di Castri racconta con il suo contrabbasso, le percussioni e l’elettronica.
Il duo è tratto.
“URLO” [20],
sonorizzazione dello spettacolo teatrale di Marco Gagliardo,
tratto dal poema di Allen Ginsberg omonimo,
viene inciso nel 1993 per l’etichetta Yvp.
Qui, oltre alla sempre nuova ricerca musicale, agli inediti sviluppi sonori,
è il tempo che viene frammentato,
spezzettato nelle ventisei brevi tracce che compongono il Cd e,
allo stesso tempo, moltiplicato dalle sovraincisioni,
scheggiato dai soli e
ripetuto dalle mille voci del duo.
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Un lavoro fondamentale questo per i futuri sviluppi del duo Fresu/Di Castri, che firmano tutte le tracce a quattro mani.
Un disco che afferma e anticipa molte delle intuizioni musicali che costituiranno la cifra stilistica dei loro progetti, sia insieme che su percorsi separati.
Intanto la cantabilità di “Light of Mind” e “Lennie’s Idea”,
poi la sperimentazione pura in“Dreams, Drugs and Boxcars”, un brano di sola elettronica che non resta un mero tappeto sonoro, ma che costruisce un moderno lessico musicale, passando per il calore delle origini di “Impulso”, un omaggio al blues. Ma i due si esprimono in perfetta armonia anche in solitudine, come in “Madhouse” per solo contrabbasso e nel fluente “East River” per tromba ed arrivano, dopo un breve minuto rumoristico ancora insieme, a “Oddness and Loveboys Theme” di felliniana, futura memoria. Altre due gemme sono “Beloved”, che ha incastonato al suo interno l’incipit di “Monasterio ‘e Santa Chiara” e la dolce “Mother” che, lievemente, si annuncia con un suono di carillon e si evolve in quella che diventerà, nello stesso anno in Contos, “Ninna Nanna per Vale”.
Poi, finalmente, nel 2000 esce “FELLINI”
La registrazione del LIVE tenuto da Fresu/Di Castri alla Fortezza Medicea nel luglio 1999, al termine dei corsi di perfezionamento annuale di Siena Jazz ai quali i due musicisti partecipano da anni come docenti.
Ed è questa, oltre alla loro storica collaborazione, la “ricetta” che crea un capolavoro.
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Dal vivo il duo è documentato così com’è,
ed è la perfezione.
Il gusto per la sorpresa indica infinite possibilità musicali, la costruzione tematica, continua ed in perenne mutazione racchiude il segreto dell’improvvisazione in jazz.
La classicità delle voci dei loro strumenti evolve nell’equilibrato utilizzo dei nuovi linguaggi elettronici, e scrive e scopre parole nuove avvolte dal fascino di tutte le lingue del mondo, creando un universale esperanto musicale.
Il senso del gioco, il seducente piacere dello scambio completo tra due sensibilità musicali fanno nascere un solo flusso sonoro, impreziosito sì dalle due distinte voci, ma reso unico in questa magica alchimia.
Il feeling tra i due è palpabile e la musica ne gode appieno.
La prima traccia è “Brooklyn”,
quel luogo dell’immaginario sonoro tutto soffi elettronici e percorsi scanditi verso il basso che apriva anche il lavoro del duo di sei anni fa, “Urlo”.
Ma qui, e in tutto il disco, il tempo è dilatato, lasciato libero di fluire quasi senza interruzione di continuità, permettendo così alla musica di evolversi da una traccia all’altra con estrema naturalezza, in un dialogo elaborato quanto semplice e necessario.
La voce di Furio ci accompagna dalla prima traccia a “Everything”, dove la tromba crea subito l’atmosfera del disco, un ampio affresco sull’enfasi melodica, giocato sulla voce dei due strumenti, sulla loro cantabilità. Il basso attraversa anche questo pezzo e, in un coinvolgente reiterato groove scandisce il nuovo tempo di “Open Trio”, lasciando a Fresu la parte verso l’alto, la libertà di scorrere attraverso le molteplici sfumature dello strumento, utilizzando “tutte le cose” che gli passano per la bocca, oltre al soffio, compresi i sonori baci, in un up tempo di fisico coinvolgimento.
Naturalmente, il primo applauso.
Poi c’è “Suenos” Dall’andamento sinuoso e dalla toccante melodia.
Qui Paolo disegna il tema con la tromba aperta, con note lunghe dolcemente legate, che entrano facili nel cuore e si annidano nell’anima.
Il legno di Furio non è mai stato cosi caldo, e reinventa il tema cantando la sua melodia sempre con questo tempo rarefatto, eppure naturale, come un battito vitale ed indimenticabile.
“Fellini”, che da il titolo al disco, è magicamente sospesa tra la cadenza di un tango soleggiato e la dolce malinconia di una spiaggia vuota, al mare d’inverno.
Chiude il disco “Urlo”, che era l’ultima traccia anche nel disco omonimo, che qui ci riporta indietro nel futuro, nel misterioso ed affascinante universo esclusivamente elettronico e rumoristico dal quale tutto è iniziato.
Il Duo apre il cerchio,
e ne esce un capolavoro.
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[1] “Conversation” , Francia 1992 - Dreyfus Jazz FDM 36617-2
[2]“UNDERCURRENT”, NY 1962 – Blue Note CDP 7 90583 2
[3] “There’ll Never Be Another You”, Zagreb 1985 – Timeless CD SJP437
[4] “Old Fashioned” , Roma 1978 – Carosello Jazz from Italy CLE 21043
[5]“Montréal Diary / B”, 2001 – Label Bleu LBLC 6645 / HM 83; "The Third Man", 2006 - ECM 2020
Questo è un periodo un po’ strano per me, uno di quei periodi in cui la vita è assordante e la realtà sembra un paesaggio misterioso e irriconoscibile, dove tutti intorno a me parlano ma io non comprendo nessuno.
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‘a munnezza che ho visto nelle strade di Napoli,
sembra un prato fiorito in confronto
alla puzza di carogna che emana tutto quello che c’è nascosto dietro…
Allora parlo poco, non incontro gente e non scrivo molto,
ma la musica c’è sempre,
perché il volume alto non disturba se c’è armonia,
perché preferisco i paesaggi sconosciuti a quelli che non riconosco più,
perché Lei parla la lingua universale,
composta di umori e sensazioni,
che arriva direttamente al cuore.
Ascolto cose diverse in questi periodi,
distanti tra loro mille di quelle unità di misura inventate dall’uomo per ingabbiare lo spazio:
Don Cherry,
per la magia dei paesaggi sonori.
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Cristina Donà,
per la pelle liscia delle sue parole.
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Coltrane, da “A Love Supreme” in poi,
per godere della luce delle stelle, nel buio del cosmo.
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Fela Anikulapo Kuti,
per la gioia e la sana,
giusta rabbia.
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Nils Petter Molvaer,
per i suoi soffi elettronici e siderali.
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Luca Flores,
per sentire dove si può arrivare.
E poi Dusko Gojkovic,
nel disco che state ascoltando.
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Slavic Mood, registrato il 24/25 ottobre 1974 a Roma, per l’etichetta VISTA,
una sussidiaria della RCA che nella sua breve esistenza ha licenziato soltanto otto LP nel maggio del ’75.
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Pochi ma buoni:
Mario Schiano/Marcello Melis “Perdas de fogu” TPL1-1082
Steve Lacy “Flakes” TPL1-1097
Patrizia Scascitelli “Ballata” TPL1-1113
Maurizio Giammarco / Andrea Centazzo “Davanti e oltre la soglia” TPL1-1114
Dusko Gojkovic “Slavic Mood” TPL1-1115
Enrico Rava “Pupa o crisalide” TPL1-1116
Mario Schiano “Partenza di Pulcinella per la luna” TPL1-1117
è nato nel 1931 a Jajce in Bosnia, e già all'età di diciotto anni suonava nella Radio Big Band di Belgrado ed era considerato un vero talento. La sua prima incisione su disco risale al 1956 con iFRANKFURT ALL STARS [1] e l’ultima, per ora, è Samba Tzigane [2] uscito nel 2006 per la tedesca Enja.
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Quarant’anni di grande musica,
ed infinite collaborazioni con i più importanti musicisti del panorama jazz mondiale, da Maynard Ferguson [3], Woody Herman [4],
Kenny Clarke [5], Mal Waldron[6], Francy Boland [7], la Clarke-Boland Big Band [8],The European All Star [9]e molti altri.
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In Italia ha inciso molto,
già dal 1961 nel disco “The Polyhedric Buddy Collette” [10] con Renato Sellani (p), Franco Cerri (b) e Jimmy Pratt (ds) oltre al sassofonista titolare.
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Con il grande Gil Cuppini Quintet [11] con Barney Willen (ts), George Gruntz (p) e K.T.Geier (bass) e,