Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
Finalmente, mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti [1], o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” [2].
Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. [3]
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz [4] mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” [5], agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.
Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.
Barazzetta al centro, con un giovane Lee Konitz
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Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno [6], e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini [7] o di Rudy Rabassini [8], perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
“…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.”
Cover Art by Arrigo Polillo
Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.
Barazzetta con Stan Kenton
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Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.
"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."
Cover Art by Guido Crepax
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Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz.
Barazzetta con Buddy Collette
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Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.
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Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.”
Cover Art by Guido Crepax
Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:
ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”
Barazzetta al centro tra Gorni Kramer e Benny Goodman
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Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:
voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz». Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.”
Cover Art by Guido Crepax
Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:
“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?”
Barazzetta con Charles Mingus
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Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):
“ Caro Giuseppe, AIUTO!
Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 [9]. Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…”
Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
In queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.
Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
Marcello Riccio (cl), Umberto Cesàri (p), Giorgio Battistella (vib),
Pino Liberati (bass), Peppino D’Intino (drums)
Rome 1959, January 26
A3) Original Lambro Jazz Band
“Ole Miss”
Peppino Ferrario (tp), Herman Meyer (second tp), Renato Gerbella (cl), Francesco Cavallari (trne), Carlo Manto (p), Raffaele Linares (bass), Mario Pratella (banjo), Claudio Clerici (drums)
Milan 1958, January 28
A4) Milan College Jazz Society
“Down Home Rag”
Giorgio Alberti (tp), Gianni Acocella, Luciano La Neve (trne), Bob Valenti (cl), Carlo Bagnoli (ten. sax), Vanni Moretto (p), Luigi Bagnoli (bass), Luigi Allievi (drums)
Milan 1959, January 29
A5) Modern Jazz Gang
“Arpo”
Cicci Santucci (tp), Sandro Brugnolini (alto sax), Alberto Collatina (valve trne), Carlo Metallo (bar. sax), Leo Cancellieri (p), Sergio Biseo (bass), Roberto Podio (drums)
Rome 1959, January 26
A6) Flavio Ambrosetti and His All Stars
“Thou Swell”
Raimond Court, Sergio Fanni (tp), Flavio Ambrosetti (alto sax), Marcel Peters (bar. sax), Gorge Gruntz (p), Eric Peter (bass), Daniel Humair (drums)
Milan 1959, February 14
A7) Modern Flaminia Quintet
“What’s New”
Checchino Tommassini (alto sax), Giovanni Spalletti (vib), Raffaele Giusti (p),
Sandro Santoni (bass), Lionello Bionda (drums)
Milan 1958, October 18
B1) Quintetto Basso – Valdambrini
“Almost Like Being In Love”
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. sax), Renato Sellani (p),
Aurelio Ciarallo (cl), Carlo Zoffoli (vib), Walter Branchi (bass), Roberto Petrin (drums)
Rome 1959, January 26
[1] Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia
[2] AAVV, Jazz e cultura mediterranea, ISMEZ,
[3] Musica & Jazz
[4] Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Giuseppe Barazzetta, Enciclopedia del Jazz, Messaggerie Musicali Milano, 1953
[5] Giuseppe Barazzetta, Jazz inciso in Italia, Messaggerie Musicali, 1960
[6] Enrico Cogno, Jazz Inchiesta Italia, Cappelli editore, 1971
[7] Franco Mondini, Sulla strada con Chet Baker e tutti gli altri, Lindau, Torino 2003
[8] Rudy Rabassini, Piccola Storia del Jazz a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2007
[9] Mingus at Monterey, Live at Jazz Festival, California, Jazz Workshop 001/002 , re-issue on Prestige P-24100, 1981
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Nota alla selezione grafica:
le cover pubblicate in questo post, sono una parte dei dischi che Barazzetta ha curato, scrivendo anche tutte le note di copertina, durante la sua consulenza presso la Carisch, dal 1954 al 1960.
Le fotografie sono tratte dal volume "Una vita in quattro quarti".
Proprio oggi, in questo stesso giorno di due anni fa, Tony Scott lasciava questa forma di vita, per come la conosciamo noi, per raggiungere i suoi più grandi amici che gli avranno certamente tenuto un posto d’onore lassù, come meritava, nell’olimpo del Jazz.
E sì, perché Anthony Joseph Sciacca aveva il Jazz nel sangue, quel sangue di mille colori che gli scorreva nelle vene al ritmo sincopato di una metropoli americana, che gli alimentava il suo grande cuore italiano, che lo faceva respirare con calma ed in sintonia con tutto il mondo, dalla piccola Salemi, terra d’origine in provincia di Trapani, alla frenetica New York.
Un'armonia naturale con il tutto, che gli permetteva di esprimersi, e di farsi comprendere, sia nell'Oriente misterioso ed affascinante dove Tony ha vissuto e suonato dal ’60 al ’65, sia nell’Africa più nera, sua ritmica casa ancestrale sul finire dei Sessanta, e che lo ha portato a scoprire, o ritrovare, le sue radici anche nella città di eterna bellezza nella quale si trasferì negli anni ’70 e dove rimase fino alla fine.
Avrei potuto raccontare le sue origini, da subito intrise di musica, la sua vita da eterno girovago, il suo immenso studio ed amore per il clarinetto, strumento al quale Tony Scott è riuscito a donare nuova vita dopo che questi era stato “relegato” ad un suono di tipo tradizionale.
Avrei potuto raccontare degli incontri magici e speciali con Charlie Parker, Lester Young, Bill Evans, John Coltrane o anche con il nostro Massimo Urbani, ma non sarei riuscito a descrivere il suo amore, ricambiato, per la figura e la voce di Lady Day.
Certo, avrei potuto raccontare dei numerosi premi che gli sono stati attribuiti per ben otto anni di seguito (dal ’53 al ’60) dalle critiche internazionali, su tutte quelle di Down Beat e Metronome, delle interminabili Jam session che alimentava con il suo fare stravagante ed instancabile, della riconoscenza che i nostri più importanti musicisti gli hanno sempre riconosciuto, tra cui Franco Cerri, Marcello Rosa, Romano Mussolini e Mario Rusca.
Avrei potuto ma, come sempre più spesso mi accade in questo periodo, ritengo che le fotografie, la sua voce e, soprattutto la sua musica, possano raccontare molto più in profondità di queste o di altre mille parole.
E allora preferisco ricordarlo con questo disco raro, non solo perché fuori commercio ed inciso con Franco Cerri in esclusiva per Ugo Malobbia, grande appassionato di Jazz, non solamente perché ci permette di ascoltare direttamente le parole di Tony e neanche perché contiene una preziosa registrazione in cui Tony accompagna Billie Holiday al pianoforte.
No, preferisco condividere con voi questo disco perché documenta una traccia del suo universo musicale, fatto certamente di swing, ma soprattutto fatto di sfumature, di accenti unici, come la sua stessa voce, di sue composizioni che ha voluto dedicare ai grandi di questa musica, suoi compagni, amici, fratelli.
Perchè in questo disco, Tony stesso racconta il suo universo fatto di Jazz, insomma.
Ciao Tony, grazie, e salutame ‘a Lady.
Credits:
Label: Malobbia
Catalog#: CM 003
Format: LP
Country: Italy
Released: 1976, september
Franco Cerri (el. g., bass, vocal),
Tony Scott (cl., ten. sax, bar. sax, p., vocal)
Bunnie Foy (vocal),
Santino Palumbo (p.), Stefano Cerri (el. bass), Carlo Sola (drums)
Lino Benso (drums on “Blues Story”)
Tracklisting:
A1) Blues Story (F. Cerri, T. Scott)
A2) Lady Day (T. Scott)
A3) Satin Doll (D. Ellington)
B1) Take The «A» Train (D. Ellington)
B2) Blues for Charlie Parker (T. Scott)
B3) Stella by Starlight (V. Young)
B4) Sophisticated Lady (D. Ellington)
B5) Lester Leaps In (L. Young)
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Nota alla selezione musicale:
La traccia di apertura, è "Za-Zen",
tratta dall'album di Tony Scott "Music for Zen Meditation (and Other Joys)",
Verve V6-8634
inciso nel febbraio 1964 a Tokyo da
Tony Scott (cl.), Shinichi Yuize (koto) e Hozan Yamamoto (shakuhachi)