
Io non ho mai creduto a Babbo Natale.
Cioè non ho mai creduto ad un signore che, da solo e per tutto l’anno, fabbrica regali di cui poi ne fa dono indistintamente a tutti, dico tutti i bambini.
Anche nell’altra favola lì, quella del paradiso o l’inferno, prima o poi un giudizio c’è, per cui non è possibile che esista un magnate che, senza giudicare, o volere altro in cambio, ti faccia del bene.
A meno che non sia una gigantesca operazione di marketing ed il signore, di cui sopra, non scarichi interamente il costo dell’operazione dalle tasse.
Secondo me è difficile credere a questo anche quando si è bimbetti, ma poi qualcuno ti fa trovare sul tavolo una montagna di regali, diffonde in giro bontà a prezzi alti e foto di questo omone barbuto e sorridente e tu, ingenuo, scettico e piccolo uomo, inizi a credere che forse esiste davvero.
D'altronde, a quell’età, non hai coscienza dei tuoi coetanei africani dei quali, per esempio in un paese come la Sierra Leone, il 18% muore prima di festeggiare il primo compleanno.
Chiedete a loro, o ai loro fratelli, se credono in Babbo Natale.
Sarà perchè non hanno visto i regali?
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Insomma, credere a Babbo Natale è un pò come credere all’esistenza del terrorismo così, tout court.
Per me è sempre stato difficile.
Uomini che piazzano bombe tra altri uomini o si lanciano con aerei impazziti sulle torri alte della società moderna così, per un ideale, mica per difendersi da attacchi decennali, da scarnificazioni culturali, da embarghi insostenibili, da invasioni coatte e recidive, dal prosciugamento dei propri patrimoni in cambio di briciole di carità. No, lo fanno così, per niente.
Ma poi qualcuno fa scoppiare delle bombe in giro, diffonde terrore e foto segnaletiche (magari lombrosiane, esotiche ed extraordinarie) e tu inizi ad aver paura, e pensi che forse, il terrorista, esiste davvero.[1]
A casa mia non abbiamo mai creduto a Babbo Natale.
Sarà perché a natale i regali che ci scambiamo noi sono sempre stati dei semplici nutrimenti, niente di superfluo e nessuna illusione.
Per esempio quest’anno ho ricevuto un litro di olio buono, un chilo di parmigiano, tre o quattro confezioni di caffè e i soliti, utilissimi calzini.
Certo, ho anche ricevuto il bellissimo Siena Jazz Eye, il catalogo della mostra omonima che illustra la grafica delle copertine dei dischi di Jazz o tutto il meglio di Carosello che, oltre al morbido mondo dei ricordi, illustra l’arte della pubblicità, quando ancora la pubblicità era anche arte.
Nutrimenti per il corpo o per la mente, ma sempre semplici nutrimenti.
Infatti la spesa me l’ha regalata mia madre, che sa quanto è dura andare avanti, ed i due libri la mia donna e mia sorella,
che davvero mi conoscono e mi amano.
Quale Babbo Natale.

Babbo Natale, il babbo di questa società consumistica di oggi, è un generico, una macchietta della vita moderna, un superficialone che in realtà privilegia l’opulenza e la quantità a scapito della qualità.
È un cabarettista fallito nella sua arte a buon mercato e un uomo di successo presso un pubblico a buon mercato.
È un furbetto che, con la scusa della bontà per tutti, ha messo in piedi un impero commerciale, fatto di illusioni a buon mercato (che sono semplici trucchi che durano poco, mica sono i sogni), che sparge fumo per gli occhi e trappole per gli uomini liberi.
Il suo laboratorio incantato, con la facciata da baita innevata, con i gentili gnomi che lo aiutano, in realtà è una copertura per una delle tante fabbriche sparse per il mondo in cui si sfrutta la mano d’opera minorile per l’iperproduzione volta al profitto, per il consumismo inutile e fine a se stesso, niente a che vedere con il bello, l’utile o il necessario.
La sua squadra di lavoro, altro non è che un branco di iene affamate che seguono il capobranco solo perché ne hanno paura, perché si ingozzano degli avanzi che lui lascia e sperano, un giorno, di prendere loro quell’ambìto primo posto.
Niente a che vedere con unità, fratellanza e affiatamento.
Ma questo nessuno ce lo fa vedere, per cui voi non ci credete, vero?

E voi credete invece che una stupida trasmissione dove si aprono pacchi, un gioco molto simile a quello che si svolge la sera di natale in molte case, dove non devi sapere niente, sperando di cambiare vita così, senza pensare a niente, riesca a regalare fino a 500.000€, quando il massimo che riesce a fare il nostro governo è offrire una Social Card da 40€ al mese ad una delle sue fasce più deboli?
Voi credete che la Sardegna buona sia davvero quella del Billionaire o, quella cattiva, sia ancora quella dell’anonima sarda con i suoi rapimenti?
Nessuno parla dell’insostenibilità dei poligoni sperimentali, degli insediamenti NATO e delle molte morti e malformazioni per via dell’utilizzo di uranio da parte dei militari nella nostra più bella isola?

Come è possibile che conosciamo i nomi, le passioni, le lettere d’amore e persino i soprannomi dei protagonisti della strage di Erba, che abbiamo visto più e più volte il freddo plastico, il gruignolesco palcoscenico, la perfetta ricostruzione della sanguinosa scenografia dell’omicidio del piccolo Samuele e sappiamo poco o nulla del Petrolchimico di Marghera (157 morti e 103 malati tra gli operai nonchè un disastro ambientale con 120 discariche abusive e 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici riversati in laguna), del vero perché dell’ampliamento della base militare di Vicenza (una delle 113 basi militari USA nel nostro paese, veri depositi di ogive nucleari, di cui lo Stato italiano sovvenziona il 41% dei costi di manutenzione), dei cantieri navali di Monfalcone (tra i primi ad utilizzare in maniera industriale l’amianto, la cui nocività nel mondo era nota già dal 1940 ma, in Italia messo fuori legge solo negli anni ’70, di cui i lavoratori non sono mai stati messi al corrente), del poligono interforze del Salto di Quirra (frazione di Villaputzu, 150 abitanti, venti persone colpite da tumori al sistema emolinfatico), dell’assurdo ricatto occupazionale dell’ILVA (ex Italsider) fabbrica alla diossina di Taranto?

Insomma, io non ho mai creduto a Babbo Natale, almeno non a quello in cui vogliono credere tutti, a quello che ci hanno sempre fatto vedere, bello, grasso, sorridente e pacioso.
Preferisco altre figure, magari più impegnate e talvolta scomode, meno graziose nell’immediato ma di una bellezza profonda, magari poco condivisibili (al limite dell’asocialità) ma certamente vere, importanti ed uniche, che ci regalano piccoli barlumi di coscienza, squarci di sanità mentale, stralci di vita quotidiana che rasentano la tragedia e, allo stesso tempo, la più alta delle poesie.
Persone come Massimo Carlotto, che in Perdas de Fogu utilizza l’arte del racconto per far luce su un’inchiesta che la magistratura non compie, come Roberto Saviano che con il suo Gomorra ha messo a disposizione di tutti le analisi e le lastre, già fatte ma tenute nascoste, di una società malata di una malattia mortale come la camorra, come Ascanio Celestini che in Parole Sante ha dato voce, e l’unica veste di rispetto, agli oltre cinquemila lavoratori della Atesia, tenuti nascosti agli occhi dei più e lontani da tutti i salotti televisivi dove si parla di precarietà come nuova forma mobile di lavoro.
Per me questi sono i veri regali, opere che offrono un tassello di sapere, un briciolo di conoscere, un pacco di condividere.
Come il disco che state ascoltando, “Nuovi Sentimenti”, una suite scritta da Giorgio Gaslini nell’inverno tra il 1965 ed il 1966, incisa con i maggiori protagonisti del jazz moderno mondiale, come Don Cherry, Gato Barbieri, Steve Lacy e un giovanissimo Enrico Rava.
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LP cover of second edition on EMI - 1974
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Pensate all’Italia di quegli anni, dove ovviamente i concerti di Charles Mingus con Eric Dolphy suscitavano pareri fortemente contrastanti e invece, Duke Ellington con Ella Fitzgerald riempivano le sale (a 5.000£ a poltrona, l’equivalente di un paio di scarpe, quando lo stipendio medio era di 80.000£ al mese).
Se nel ’64 si era decretata la fine del miracolo economico, il ’65 vede le imprese in piena recessione e l’inizio del fangoso intreccio tra affari e politica.
Il 1966 è l’anno dove si assiste alla sanguinosa offensiva degli USA al Vietnam, l’anno dove viene nominato per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un ministro di colore, Robert Weaver (mossa anche di propaganda per arruolare giovani afroamericani alla guerra),
dove si discute la legge per l’istituzione della scuola materna statale (che è una realtà in tutta europa, mentre in Italia è fortemente osteggiata dalla chiesa a favore degli asili privati).
Il ’66 è l’anno dove l’Arno rompe gli argini e colpisce al cuore Firenze,
dove si incomincia a parlare del “pianeta Cina”,
l’anno in cui la Montecatini e la Edison si fondono nella Montedison, la più ambita società italiana dove si scateneranno i primi grossi appetiti condivisi tra la politica e l’industria italiana.

Nel 1966 si svolse anche la sedicesima edizione del Festival di Sanremo, vinta da Domenico Modugno che in coppia con Gigliola Cinguetti cantano “Dio come ti amo”.
Ma per fortuna è anche l’anno di “Uccellacci e uccellini” di Pasolini, del primo LP di Fabrizio De Andrè, di “Blow Up” di Michelangelo Antonioni, del primo “Ci ragiono e canto” della coppia Dario Fo e Franca Rame, è l’anno in cui Mario Schifano dipinge la serie “compagni, compagni”.
Anno in cui si manifestano sofferenze, dove si ispirano rivolte culturali, dove si posano micce che si accenderanno poco più avanti.
Il ’68, infatti, è futuro prossimo.
Se non vedete analogie, è solo perché non ve le hanno mai volute far vedere, ma se aprite bene gli occhi, le troverete tutte intorno.
Per cui fa bene Gaslini a mettere in piedi un’opera del genere, ad indicare dei valori nuovi, a legare la sua opera alla vita ed ai problemi del momento storico in cui viene prodotta, immergendola pienamente in un contesto politico al quale la musica è indissolubilmente legata, del quale ne fa parte.
“con questa opera l’autore ci offre il privilegio di riflettere sui termini di un linguaggio che guarda con coraggio al futuro, rischiando anche di essere urtante…” [2]
Gaslini sembra affermare che abbiamo bisogno di qualità creativa, di impegno culturale, di organici senza confini che parlino la stessa lingua, di iniziare a pensare a come agire anziché, semplicemente assistere, di partecipare ed inventare le future pagine musicali, invece che continuare a leggere le parti scritte dagli uomini del passato.
Questo disco dice anche che abbiamo bisogno di dignità e di rabbia,
di NUOVI SENTIMENTI,
appunto.
Voi invece oggi, avete ancora bisogno di Babbo Natale?

GIORGIO GASLINI - Ensemble & Quartet
NUOVI SENTIMENTI - New feelings
Giorgio Gaslini (p), Don Cherry (pocket tp), Steve Lacy (sop. s), Gato Barbieri (ten. s), Gianni Bedori (alto s, fl), Enrico Rava (tp), Jean-François Jenny Clarke (bass), Franco Tonani (drums), Ken Carter (bass), Aldo Romano (drums).
Recorded in Milan, 1966 February 4th
Lato 1:
1. Recitativo e aria – 9’44”
2. Marcia dell’uomo – 7’24”
Lato 2:
1. Nuovi Sentimenti – 11’05”
2. Rotazione – 8’10”

LP cover of first edition on EMI - 1966
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Tutte le immagini sono opera di George Grosz (Berlino 1893 - 1959)
[1] Il parallelo tra Babbo Natale ed il terrorismo nasce da una chiacchierata con Ascanio Celestini.
[2] Franco Fayenz dalle note di copertina