Pensieri improvvisi sulla libertà, il desiderio, l’informazione, la musica e sul prenderlo nel culo.

Marchel Duchamp "Si Prega di Toccare" 1947
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Questo post nasce un po’ per caso, all’improvviso, dovrei dire.
Non che l’informazione, la musica e la libertà non siano argomenti interessanti e spesso contemplati su questo blog, ma è sulla sottile differenza tra il desiderio profondo di averlo nel culo e sul trovarselo invece conficcato nel profondo del proprio intimo, con la scusa di parlare di libero mercato, della crisi del calcio o dell’influenza suina, e magari farselo pure piacere, che mi vorrei soffermare.
Ecco, questo desiderio di comprendere le sfumature dell’animo umano e le mutevoli trasformazioni del gusto, è nato un po’ per caso.
Ma andiamo con ordine.
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Marcel Duchamp "Ruota di Bicicletta" 1913
Era da tempo che desideravo parlarvi di Mazzon, ma per il rispetto che nutro per la creatività di questo nostro musicista, nella ricerca di una certa sintonia, più sui contenuti impliciti nella sua musica che non nelle forme esplicite dei suoi pezzi, ed anche per un umile tentativo di partecipazione allo sviluppo del concetto di jazz come linguaggio, processo a cui lui ha contribuito notevolmente, non trovavo le parole adatte, ed ho accantonato l’idea, come migliaia di pagine del mio diario che restano private.
Poi, qualche tempo fa è venuto nella mia città il grande Roberto Del Piano, l’amico bertop, e passeggiando per una San Lorenzo assolata, il nostro discorso, che ovviamente verteva anche sui temi musicali, ha improvvisamente generato il nome di Guido Mazzon, con il quale Del Piano ha condiviso incontri musicali e personali.

Tralascio qui le considerazioni, tra un rigatone ed un carciofo alla romana, sui nostri gusti personali, chi un po’ ci conosce trarrà le proprie conclusioni, ma quello che mi interessa riportare in questo ambito è che tutte e due, che riconoscevamo una certa durezza al primo approccio con l’uomo Mazzon, non potevamo non attribuire alla sua ricerca musicale un elevato senso civico, un rigore formale, una libertà partecipata ed un gustoso senso dell’ironia.
Già le sue formazioni dal nome di “Precarious Orchestra”, “Unità Musicale” e “Gruppo Contemporaneo”, parlano da sole.
Questo in qualche modo volevo dire e, insomma, l’ho scritto, eppure mi sembrava non bastasse, anzi sembrava il solito discorso di appassionati su un musicista per musicisti.
Allora ho salvato il file prematuro e l’ho lasciato lì, nel cassetto virtuale a decantare.

Marcel Duchamp "50 cc Air De Paris" 1919
Poi ho letto “Ninfomane e incazzata”, l’ultimo post di pornoromantica, che gioca già dal titolo sui trucchi della comunicazione, sfruttando una delle sua migliori arti, quella di far convivere il desiderio ed il piacere sessuale con il pensiero civico, in un personale tentativo di elevare l’animo e la coscienza umanoide che circonda il web, il sesso e tutto lo scibile umano.
Qui infatti, a dispetto del titolo che privilegia l’ipersessualità femminile, è l’incazzatura che Carolina vuole raccontare, l’angoscia che assale un essere pensante, quando sempre di più si rende conto che ce lo stanno mettendo nel culo e, cito, oltretutto (figuriamoci) senza vaselina.
Cosa c’entra questo discorso con Mazzon, direte voi?
Magari con il desiderio e con il culo, pure pure, ma con l’informazione, la musica e la libertà?

Marcel Duchamp "Etant Donnés: La Chute de l'Eau. Le Gaz d'Eclairage" 1946/1966
E invece c’entra perché Carolina, che di solito riesce a far sorridere con i suoi scritti dai titoli deliziosi come in “Pompino perfetto vs pompino improvvisato” , che cerca instancabilmente di educarci alla parità dei sessi come in “Leccare la patonza da 0 a 10”, che ha il coraggio di affrontare e di sfatare molti luoghi comuni come in “In culo oggi sì” e in “Barzotto è bello!” , aprendoci la strada ad avventure che nella vita ci aiutano a diventare grandi, fino ad arrivare ad affrontare l’annoso conflitto tra padri e figli, elegantemente risolto in “Siediti comodo, papà”, trova molti punti di contatto con la scelta dei titoli di Mazzon, come “Ed ora parliamo di libertà”, “C’era una volta un Re”, “Uffa!”, “Tema per il «Che»”, “Ecologia-Ecologia”, “Il fascino discreto dell’avanguardia” e “3/4 di rivoluzione”.
Titoli che lui, come lei, usa per spiazzare gli ascoltatori passivamente omologati, per mettere a nudo gli allineamenti ottusi ai diktat della cultura dominante, titoli che usano per attrarre e poi sorprendere, ovviamente improvvisando sul contenuto e mantenendo molto rigore nella ricerca.
Ecco, chissà se a Mazzon piacerà il parallelo, e se a Carolina andrà bene questa mia collocazione di lei, sullo stesso piano di lui, rispetto al mondo.

Marcel Duchamp "Perchè non starnutire Rrose Sélavy?" 1921
Ci siamo l’ho finito, mi sono detto, ma poi, salvando per l’ennesima volta il file, ho pensato che questa non è una fine, che forse non ho detto niente, che non ci capirete molto e penserete che confondo la libertà con un ragionamento sconclusionato e la rabbia con un bruciore di culo.
Possibile che sia così difficile descrivere un sentimento come la libertà, per me, cittadino di una repubblica che l’ascrìve direttamente in molti articoli che formano la sua costituzione?

Marcel Duchamp "Scolabottiglie" 1914
Ok. È meglio che lascio perdere, un altro non finito.
Veramente non capisco perché butto il mio tempo per lasciare un segno così labile dopo una giornata intera di lavoro, quando potrei sdraiarmi sul divano, davanti alla televisione.
Forse perché ho rinunciato alla televisione già diverso tempo fa, quando ancora non esisteva Pandora, quando era già evidente che per la completa realizzazione del Progetto per la Propaganda 2, questo nostro elettrodomestico era stato scelto come cavallo di Troia.
Questo sì che è stato facile, altro che raccontare in un post la libertà.
È bastato staccare l’antenna.

Marcel Duchamp "Con Rumore Segreto" 1916
E guardate che non l’ho buttata via, è lì accanto, raccolta in una piccola roccia, sempre a disposizione, perché uno potrebbe smettere di fumare anche continuando a comprare tutti i giorni le proprie sigarette, se volesse.
Eppure, nonostante sia a portata di mano, il desiderio di attaccare l’antenna alla finestra sul mondo che non c’è, si allontana giorno dopo giorno, con episodi inequivocabili e sgradevoli come la censura a Enzo Biagi, i telegiornali della vergogna, o i grandi fratelli che mi fanno tanta pena, come la censura a Sabina Guzzanti, o le frequenze rubate dal colosso mediaset a Europa 7, distanze aumentate dalla censura a Vauro ai mille arcani sulla scomparsa dell’informazione, che sono di più e ben più misteriosi persino dei segreti di Fatima, tipo:
perché non mandano in onda in prima serata, Biùtiful Cauntri, che è un punto di vista sull’Italia vista dalla Campania, al posto dei proclami in pompa magna sulla messa in funzione del termovalorizzatore di Acerra, che invece è un punto di vista sulla Campania vista dall’Italia?
Cioè, perché ce rincojoniscono de bucìe e non ci fanno vedere film come ZEITGEIST?
Già, la televisione.

Marcel Duchamp "La Sposa Messa a Nudo dai Suoi Scapoli, anche (Il Grande Vetro)" 1912/'15/'23
Pasolini diceva che il rapporto della TV con i suoi spettatori è esattamente quello che non dovrebbe essere.
Cioè che è:
«tipicamente autoritario: infatti tra video e spettatore non c’è la possibilità di dialogo. Il video è una cattedra, e parlando dal video si parla, necessariamente, ex cathedra.
Non c’è niente da fare, il video consacra, dà autorità, ufficialità. Anche i personaggi comici, umili, stanno lì con l’aria di aver ricevuto una benevola manata sulla spalla da chi è più potente di loro: anzi, da chi è Potente per eccellenza. Insomma il video rappresenta l’opinione e la volontà di un’unica fonte d’informazione, che è quella appunto, genericamente, del Potere. E tiene così in soggezione l’ascoltatore».
E ancora:
«essa infatti, quale fonte di informazione centralistica, è manipolata per ragioni extra-culturali, e la sua diffusione deve tener anticipatamente conto del bassissimo livello medio della cultura dei destinatari» [1]

Marcel Duchamp "Macinatrice di Cioccolato" 1914
Ecco che torna Mazzon, forte e chiaro, che di Pier Paolo è cugino e che lo ricorda innanzitutto con la stessa sublime Poesia, con la sua costruzione del suono, fortemente attaccato alle radici eppure nuovo, che lascia lo stesso segno con il suo approccio visivo al mondo, crudo, sarcastico, sempre uguale ed ogni volta cangiante, che cerca di raccontare la realtà, sfruttando il mezzo tecnico e dello spettacolo e non fa del becero spettacolo con l’esibizione della povera pratica quotidiana.
Guido Mazzon ricorda Pasolini anche in un suo libro [2], dove parla di libertà, del desiderio, dell’informazione, della musica, del suo mondo insomma e di molto altro.

Marcel Duchamp "Fresh Widow" 1920
«Forse si può dire il mondo solo se lo si è costruito completamente nel proprio linguaggio. Altrimenti si è fatalmente destinati a percorrere le solite routines personali, inconsce, restando all’interno di un mondo già detto (da altri) e soltanto condivisibile (con gli altri). Lo spazio per la creatività si trova soffocato e la parte più interessante del mondo, cioè quella non ancora conosciuta, rimane ineffabile. È attraverso lo sforzo del linguaggio che invece si può costruire il mondo o codificarlo per renderlo comune; ed è nell’atto proprio del dire che risiede il gesto poetico che costruisce, in quanto il dire è suono, significato, forma, oggetto e soggetto costituente. È cioè mattone, calce, legno, progetto, idea, architetto e muratore. Ciò che non è detto resta là, in un limbo di cose inespresse che in un certo senso non esistono: per rendere al mondo una cosa bisogna almeno dirla » [3]

Marcel Duchamp "9 Stampi Maschi" 1914/1915
Ecco, lo voglio dire, secondo me la libertà esiste, ed ha i suoni di Mazzon, le parole di Pasolini, gli occhi aperti su quello che non ci vogliono far vedere, l’amicizia di bertop, la curiosità di borguez ed anche il culo, splendidamente pensante, di Carolina.
Però bisogna cercarla, conquistarla, costruirla, difenderla, alimentarla e saperla vedere, appunto.
Spetta a voi, insomma, scoprire la differenza tra il prenderlo nel culo e il ritrovarselo conficcato nel profondo.
Potrebbe non sembrare facile, ma in fondo basta un click.

Marcel Duchamp "Fontana" 1917
p.s.
se neanche voi riuscite ad arrivare alla fine a questo post, ad ascoltare tutto il disco di Mazzon, a desiderare di raccontare altri gridi ed altri link che si aggiungano a queste libere chimere, allora non c’è speranza.
Però una cosa ve la devo dire:
fate uno sforzo, non scegliete la via più semplice, ma quella più vera e profumata, anche se può apparire oscura e tortuosa e arrivate almeno fino a qui. Già l’ascolto del primo pezzo che apre il lato B del disco, ne vale la pena, perché vi resterà nel cuore.
pp.ss.
Sempre se ce l’avete, un cuore.

Credits:Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february Guido Mazzon (tp, flgh, p), Roberto Bellatalla (bass), Toni Rusconi (drums). On track «UFFA!» add Daniele Cavallanti (ten. sax), Filippo Santi (trne), Edoardo Ricci (alto sax)
Tracklisting: A1) Ed Ora Parliamo Di Libertà (first part)A2) G.M.M. 8.7.74A3) Canto Facile – BiancaneveA4) C’era Una Volta Un Re
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B1) Fino Alle RadiciB2) «UFFA!»B3) RigmaroleB4) Ed Ora Parliamo Di Libertà (second part)
[1] “Giornalisti, opinioni e TV” di Pier Paolo Pasolini in «TEMPO» n°53, 28 dicembre 1968
[2] “La tromba a cilindri. La musica, io e Pasolini” di Guido Mazzon con Guido Bosticco, IBIS 2008
[3] Guido Mazzon, op. cit.