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lunedì, 11 maggio 2009

MARIO SCHIANO & TOMMASO VITTORINI

 UN CIELO DI STELLE

.
Erano anni oramai che preparavo e disfacevo le mie valige.
 
I viaggi di lavoro erano diventati così frequenti che questo gesto si era svuotato di ogni significato altro, se non quello di calcolare i giorni e le sufficienti quantità di cambi da inserire in valigia.
Oramai riuscivo a riempire la valigia in meno di quindici minuti e addirittura avevo sviluppato una tecnica che mi dava la facoltà di una rotazione fisica degli indumenti all’interno dello stesso spazio, direttamente collegata alla pianificazione dei miei cambi d’abito.
Questo mi permetteva di mantenere la mia valigia sempre in ordine, anche nell’ultimo giorno di viaggio, e di avere sempre pronto il calzino da abbinare alla camicia o alla cravatta, con la massima efficienza, senza perdere neanche un secondo del mio tempo prezioso, nell’indecisione o nella casualità degli abbinamenti.
 
Ma questa volta no, ed io non riuscivo a capire come poteva succedere.
 
Era da ieri che tenevo la valigia aperta nel salone, ai piedi del divano blu. Da ventiquattr’ore, questo mero oggetto di lavoro teneva le sua fauci spalancate, in attesa del suo calcolato contenuto.
Io gli giravo attorno, a volte mi abbassavo anche, ma non ero riuscito a poggiare al suo interno, nemmeno una coppia di calze.
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Eppure tutt’intorno avevo ordinatamente disposto otto mutande, altrettanti calzini, dieci camicie ma solamente sette cravatte, tre completi appena ritirati dalla lavanderia, due maglioni per il free time e la mia piccola borsa da bagno.
Tutto fermo in garbato raccoglimento, tutti in trepida attesa di vedere l’avverarsi di un destino già scritto perché, guardando bene, anche la cerniera precisa, comoda e rassicurante, oggi aveva assunto l’aspetto di una famelica dentatura, pronta a scattare al mio primo tentativo.
Dovevo solo decidere quale parte di me offrire per prima.
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E invece niente, era come se, per la prima volta in molti anni, non riuscissi a calcolare le quantità necessarie da mettere al suo interno, o era come se non volessi dare forma al tempo. Addirittura, ieri sera dopo quattro o cinque bicchieri, mi ero addormentato sul divano, con la valigia ai miei piedi, come un affezionato animale domestico, ma al risveglio lei aveva mostrato ancora la sua vera, ingorda forma.
.
 
Ora erano solo le nove del mattino, ma sentii l’esigenza di allungare con lo scotch il mio latte, di accendermi la prima sigaretta per cercare un po’ di lucidità che mi facesse uscire da quest’incubo, che non era terminato insieme alla notte prima.
Ma non c’era tempo da perdere, sarei partito domani.
 
Allora raccolsi tutti gli indumenti da terra, li poggiai sul tavolo della cucina, ora investito in pieno dal sole e, come in un rito sacrificale, feci la mia scelta.
I calzini e le mutande no, non potevo fare modifiche, erano la cosa più necessaria, ma le camice, in fondo, per quei pochi giorni erano troppe, e così le cravatte.
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Le guardai una ad una, versandomi ancora dello scotch con meno latte ed un poco di acqua, sollevandole delicatamente con le mani, nel massimo rispetto della loro condizione, come se questo fosse sufficiente a giustificare la mia scelta.
Ne scelsi sei, dividendole in due gruppi, ed eliminai anche tre cravatte.
Quando terminai la conta un raggio di sole fece lacrimare i miei occhi,
ma nonostante questo, presi il mucchio tra le braccia e mi avviai verso il salone.
 
Mi inginocchiai di fronte a lei, convinto della mia scelta e quasi riuscivo a non sentirmi in colpa.
Stetti così per alcuni interminabili secondi, con tutto il mio peso su un solo ginocchio, in un precario equilibrio reso possibile solo dal contrappeso delle camicie sulle braccia distese e sapevo che, qualora le avessi appoggiate al suo interno, tutto il mio corpo avrebbe smarrito quel senso di unità e sarebbe precipitato in un abisso infernale.
 
Allora, con uno scatto di reni mi alzai in piedi, ritraendo le braccia e rimanendo sorpreso nel notare che la valigia non aveva nemmeno tentato di chiudere la bocca ma, impassibile, si era lasciata sottrarre il suo lauto pasto.
Impassibile…pensavo, crudele, avrei dovuto dire.
Era solo questione di tempo, e lei giocava come fa il gatto con il topo, tanto sapeva che, prima o poi, avrei dovuto riempirla.
In fondo sarei partito domani.

Ero già passato, due bicchieri fa, allo scotch liscio.
La lancetta dell’orologio era allo stesso posto di dove l’avevo trovata al mio risveglio, però più vicina a domani che a ieri, ed io non avevo ancora vinto il mostro.
.
Allora chiamai mio padre.
 
Avevo quarant’anni, oramai, e da quando avevo cambiato città per lavoro, lo sentivo sempre meno. Non so bene perché pensai di chiamare proprio lui, in fondo quel vecchio che ne poteva sapere di valige e di importanti viaggi di lavoro, lui che aveva sempre vissuto nel suo piccolo mondo. Comunque, anche se non pensavo potesse davvero aiutarmi, lo chiamai, forse perché non mi venne in mente nessun altro a cui chiedere aiuto.
.
Mentre aspettavo che rispondesse guardai fuori, ed il cielo era pieno di stelle.
.
Al quinto squillo avevo quasi perso la speranza, poi invece sentii dall’altra parte del telefono “Roberto!”
“Ehi pà” dissi io, “come facevi a sapere chi fosse?”
“Un padre è sempre legato a suo figlio, Robè” disse con quella sua voce bassa e fumosa “sa sempre cosa vuole, ovunque esso sia, ricordatelo”
“Domani parto” gli dissi tutto d’un fiato, e lui senza attendere “era ora, è una vita che saresti dovuto partire, ed anche io lo avrei dovuto fare”
 
Pensai a quanto poco ci conoscevamo, con quest’uomo.
In realtà io ero in viaggio di lavoro per la metà del mio tempo e lui mi era sempre sembrato un sedentario, uno che non aveva desideri di nuove scoperte.
 
“Ma quando pà, quando saresti voluto partire?” gli domandai
“Ohh, è stato molto tempo fa, figlio mio” mi disse, “è stato quando hanno iniziato a ristagnare i pensieri della gente, quando nessuno in questo paese investiva più sulla cultura, ed io vedevo intorno a me solo arroganza, incompetenza e bramosia di successo. Tu eri molto piccolo ma forse, se avessi scelto meglio, ti avrei cambiato la vita…”

“Ho capito, pà, ma il fatto è un altro” dissi io, interrompendolo “io devo partire domani, ma ho un problema, non ci riesco, non riesco a…”
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“Lo so” continuò lui, “non è mai semplice figliolo, ma in fondo cosa perderesti?
La tua casa ancora da pagare, le beghe matrimoniali del nostro premier, il tuo lavoro provvisorio, le inutili discussioni se le veline hanno più cervello che culo, l’epilogo del caso Corona, le elezioni europee di giugno, i vari rigurgiti sul grande fratello, i plastici di Vespa, le mille e mille trasmissioni sul calcio piene di preparatissimi esperti, le code per il centro commerciale e le uscite con gli amici che chiacchierano, chiacchierano, spesso senza dire niente? Cosa, figlio, dimmi cosa ti trattiene qui?”
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“aspetta un attimo, papà” gli dissi riempiendomi l’ennesimo bicchiere “la questione è un’altra, il fatto è che non riesco a scegliere…”
“Roberto” mi interruppe di nuovo, ed ora la sua voce era autoritaria come nei miei ricordi d’infanzia “non sei più un bambino, e oggi la possibilità di scegliere il tuo futuro è una tua responsabilità. Devi scegliere con la tua coscienza, la meta è solo una questione di punti di vista. Potrebbero essere buone tutte o nessuna, dipende solo da chi sei, e chi sei veramente forse non lo so neanche io, ma tu lo devi sapere, in fondo al tuo cuore c’è la risposta.
.
hai sentito di quella donna che si è uccisa per non essere espulsa dall'Italia? continuò “Ecco, sembrava che lei non avesse possibilità di scelta e questo paese, con le sue leggi folli, l’ha spinta nella decisione più drastica, ma in fondo l’unica che per lei rappresentava la libertà. Noi siamo sempre fermi a guardare, ma lei ha scelto, figlio mio, ha pagato a caro prezzo la sua libertà ma ha scelto. Dovremmo prendere esempio, anche se non era una di noi, o forse sì, non lo so più, ma comunque noi non siamo da meno”
“Ma papà…” balbettai appena.
.
“Adesso devo lasciarti” mi disse l’uomo che era mio padre “ma tu scegli, o finirai come una di quelle valige abbandonate nei depositi bagagli delle stazioni, dimenticato da tutti su uno scaffale con un cartellino legato ad un dito. E noi non siamo come una valigia vuota, vero figlio mio?”
 
“No papa, noi non siamo come una valigia vuota” gli dissi guardando ai piedi del divano blu.
“Fammi sapere solo come andrà, non importa dove.
A presto figliolo, ti voglio bene” disse lui, “ti voglio bene anch’io, papà” risposi.

Appena attaccato pensai che ero stato proprio uno stupido a chiamare lui. Cosa poteva saperne mio padre di queste questioni? E poi ora si era davvero rincoglionito, stava ore ed ore a discutere sui massimi sistemi invece di preoccuparsi dei suoi calli, della prostata o del rischio infarto.
.
In quel momento mi venne in mente che non sentivo quel vecchio da molto tempo, forse da troppo, anzi non lo sentivo precisamente da Natale, quando gli avevo regalato un telefono nuovo ed avevamo passato la serata a memorizzare i numeri dei suoi conoscenti sulla rubrica.
Lui non capiva l’utilità di memorizzare così tanti numeri, perché tanto, diceva, non lo chiamava mai nessuno.
.
Poi facemmo delle prove con il mio cellulare e rimase stupito dal fatto che sul display appariva il nome di chi lo stava chiamando.
Ogni volta che squillava, lui indicava il telefono con un dito e, sorridente diceva “Roberto!”

 

Credits:
Label: Cramps records
Catalog#: 5207 306
Format: LP
Country: Italy
Released: 1979, february
 
Mario Schiano, Tommaso Vittorini
(ideazione, testi, musiche, canzoni, sceneggiatura e regia)
 
con Clara Murtas, Toni Cosenza, Mauro Vestri
e con Filippo Bianchi, Robert W. Carroll, Gino Castaldo,
Gina Croce, Gabriella Fornaciari

 

tutte le immagini sono di Alberto Sughi, in ordine di pubblicazione:

La Stanza di un Uomo - 1968

Un Uomo tra gli Oggetti - 1967

La Poltrona della Poltrona - 1969

Ritratto di Mio Padre - 1978


venerdì, 24 aprile 2009

MARCELLO ROSA - Jazz a Confronto 2 - HORO

SOUL FOOD

Marcello-Rosa

Ho sorriso oggi, pensando che proprio con un brano di questo disco,
 ho “inaugurato” il mio blog.
 
È passato più di un anno e, ovviamente, diverse cose sono cambiate.
 
Innanzitutto sono cambiati i miei tempi, piegati dalle correnti della vita, ed è sicuramente mutato il paesaggio intorno a me, sempre più innaturale e lontano.
Ovviamente si sono modificati i miei gusti, e meno male, mi viene da dire, altrimenti sarei un conolophus subcristatus del jazz, immobile sul costone roccioso della musica più mutevole del mondo.
Nuovi amici si sono avvicinati al mio cortile e, immancabilmente, altri non ne hanno fatto più ritorno.
Poi, ancora, è cambiato il mio lavoro, e questo ha variato sostanzialmente i miei equilibri.
.
Tutto questo in poco più di un anno, eppure ritrovo le stesse tracce.

Sento, infatti, che non è cambiato il mio ritmo più intimo, né tantomeno il nutrimento che ogni giorno, contro tutte le intemperie, coltivo instancabilmente e mi sforzo di continuare ad offrire a me stesso.
.
Insomma, nonostante tutto, per me, scelgo sempre il miglior cibo per l’anima.
.
Voi, trovate ancora erba buona in questo misero mondo o cercate di migrare verso altri luoghi di desiderio?

 
Credits:
Label: HORO
Catalog#: HLL 101-2
Format: LP
Country: Italy
Recorded: 1973, January
At “Titania Studio”
Produced by Aldo Sinesio
 
 
Tracklisting:
 
A1) Don (M. Rosa) – 4’35”
A2) Blues For The King (M. Rosa) – 3’00”  
Marcello Rosa, Dino Piana, Alberto Collatina, Aldo Josue (trnes), Giancarlo Schiaffini (bass trne), Enrico Pieranunzi (p), Bruno Tommaso (bass), Alex Serra (perc), Massimo Rocci (perc., drums)
 
A3) Folk Song (G. Schiaffini) – 3’15”
Giancarlo Schiaffini (contralto flgh), Marcello Rosa (trne, tuba),
Enrico Pieranunzi (p),Gianni Foccia (el. bass), Massimo Rocci (drums)
 
A4) Soul Food (M. Rosa) – 3’48” 
Marcello Rosa, Dino Piana, Alberto Collatina, Aldo Josue (trnes), Giancarlo Schiaffini (bass trne), Puccio Sboto (vib), Enrico Pieranunzi (p), Bruno Tommaso (bass), Alex Serra (perc), Massimo Rocci (perc., drums)
 
 
.
B1) Toledo (M. Rosa) – 7’15”
Marcello Rosa, Giancarlo Schiaffini (trnes), Enrico Pieranunzi (p),
Gianni Foccia (el. bass), Massimo Rocci (drums)
 
B2) Rosa Minore (A. Pieranunzi) – 3’35”
Enrico Pieranunzi (p),
Gianni Foccia (el. bass), Massimo Rocci (drums)
 
B3) Hello Satch (M. Rosa) – 4’08”
B4) Walking Down Lexington Avenue (M. Rosa) – 2’10”
Marcello Rosa, Lucio Capobianco, Alberto Collatina, Aldo Josue (trnes), Giancarlo Schiaffini (bass trne, tuba), Enrico Pieranunzi (p), Roberto Della Grotta (el. bass), Massimo Rocci (drums).
 

sabato, 12 luglio 2008

HAVE YOU NEVER MET MR. UMBERTO CESÀRI ?

Roman New Orleans Jazz Band


MusicPlaylist

Qualche giorno fa ho ricevuto un pacco con alcuni dischi acquistati in rete.
Mi capita spesso, avrete capito che la mia passione si nutre dell’accumulo fisico di nuove registrazioni, ma non sempre mi capita di sorprendermi così.
 
Mi spiego:
Due settimane fa ho incontrato un signore che vendeva una serie di LP, quasi tutti di Jazz tradizionale, roba tipo Lino Patruno & la Milan College Jazz Society, con diversi ospiti stranieri come Bud Freeman, Eddie Miller, Jimmy Mc Partland.
Insomma sano swing, gustoso revival, jazz liscio.
Tra i vari vinile della stessa etichetta, il venditore ne aveva messo in vendita uno di Umberto Cesàri, intitolato semplicemente “Reminiscenze 1975” nessun’altra informazione in merito.
.
Umberto Cesàri
 .
È ovvio che per uno che ha raccolto almeno tremila vinile nella sua vita, di cui una buona parte di jazz italiano, il nome di Umberto Cesàri non suona del tutto nuovo, ma è legato comunque a poche facciate di 78giri, a rare partecipazioni, a registrazioni mitologiche, oramai.
Ma un disco a suo nome, quando mai, non si è mai sentito.
Contatto il tipo dell’inserzione che mi conferma il titolo e mi dice che non ha altre informazioni, perché il disco è sigillato. Mi scrive però i nomi delle canzoni registrate, grandi standard come “Laura”, “How Hig the Moon”, “Body and Soul”, “I’ll Remember April” e via dicendo.
 
Effettuo subito il pagamento, modesto in realtà, ed attendo immaginandomi il suono di questo disco leggendario.
Intanto leggo quel poco che trovo sulla musica di Cesàri, cosi facendo mi avvicino con grande rispetto anche alla figura umana di Umberto.
.
Alberto Burri - Sacco 5 P, 1953
 .
La prima cosa che trovo è il ritratto, misterioso e mitologico, che ne fa Enrico Cogno su uno dei libri più interessanti scritti nel nostro paese su questa amata musica Jazz Inchiesta: Italia [1]
.
"Umberto Cesàri è entrato nella leggenda. Pianista geniale, pilota di jets, medium, corridore automobilista, adoratore di Art Tatum, ora vive (uomo triste o felice?) dietro i vetri di una finestra, a guardare il mondo del quale non vuole fare più parte.
Nel 1950, trentenne, sbalordì l'Italia con la sua tecnica incredibile e venne considerato il miglior pianista italiano.
Suonò a lungo alla radio, incise con Pes e Loffredo, in trio, e con il quartetto di Aurelio Ciarallo.
Adesso di Cesàri  si parla come si usa fare per le figure mitiche, con affetto, con rimpianto, ammirazione.
In un'epoca votata alla divulgazione, al consumo, allo scambio informativo, un pianista che non divulga, non consuma, non scambia informazioni e vive in una stanza guardando il mondo da dietro i vetri ha, in effetti, qualcosa di irreale e magico. E', anche se vivo, già uomo-leggenda.
Chiedere ad un giovane musicista se conosce il nome di Cesàri sarebbe tempo perso. Non saprebbe chi è. E' fuori del mondo.
Chiedere a Cesàri se conosce il mondo è tempo perso. E' fuori della finestra"
.
Alberto Burri - Combustione C 1, 1959
 .
Chi è quest’uomo che ama il progresso e la velocità e, allo stesso tempo, resta immobile nel suo isolamento?
Che musica nasce da quelle mani geniali, che percorrono rapide quel metro e venti di tastiera per chilometri e chilometri, stando ferme in una stanza?
 
Nell’incisione con il Trio di Roma, l’ultima traccia di questa selezione, di bassa qualità ma di inaudita novità per l’epoca, è il trattamento che Cesàri riserva al noto tema di Porter che lascia sbalorditi ancora oggi.
Pensate la reazione all’ascolto originale, negli anni ’50. Arrigo Polillo, ascoltò il trio al Cinema Splendore di Roma, e fu molto colpito da questa versione "originalissima" e "quanto mai progressiva" di Begin The Beguine, al punto da far incidere immediatamente il Trio, inserendolo nella preziosa raccolta uscita per la Parlophone, che documentava su disco “Quarant’anni di Jazz in Italia”.
.
quarant
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Ascoltando le altre registrazioni di Cesàri, ad esempio la prima traccia di questa selezione, registrata con il Marcello Riccio (cl) 5et a Roma nel 1959, dove suona con uno swing inesorabile, che non si ripete mai uguale a se stesso e la seconda, con la Romans New Orleans Jazz Band (1957/1960), sono la velocità e la spericolatezza che rendono unico il suono del suo pianoforte, supportati da una mostruosa tecnica, una smisurata fantasia, un tocco geniale e sopraffino, che avrebbe dovuto lanciarlo nell’olimpo dei miti come il suo amato Art Tatum. Nel 1960 registra diverse facciate per la prestigiosa RCA, ma poi, improvvisamente cambia direzione, nel senso che non autorizzerà mai la pubblicazione. 
Questi straordinari elementi musicali, unitamente al rifiuto totale della formazione accademica, rendono ancora più mitologico questo personaggio.
.
“…lo entusiasmava la rivincita del sapere popolare sul sapere scientifico. Per quattro anni, narrava, aveva frequentato il Conservatorio di S. Cecilia senza saper leggere la musica: suonava tutto a orecchio. Poi il maestro scoprì il bluff e lo cacciò via, ma gli disse: sei un fenomeno. Non aver avuto la benedizione della Cultura Ufficiale gli era fonte di irrisolte tensioni interiori. Da un lato si vantava di essere una smentita vivente ai dogmi accademici, proprio come il guaritore che sconfigge il medico. Dall'altro, la mancanza di studi regolari lo rendeva insicuro. Per lui, alle sue opere mancava sempre una virgola per essere perfette, e per questo le nascondeva” [2]
.
Alberto Burri - Grande Plastica 1, 1962
 
Le cronache raccontano che Umberto Cesàri si rifiuta di suonare in pubblico, si nasconde in casa e, addirittura, scompare.
Studi più approfonditi riconducono il suo comportamento “anomalo” ad un trauma bellico, una fucilazione simulata, che lascia il segno sull’esposizione del suo corpo musicale di fronte ad un pubblico di sconosciuti. Altri interpretano questo gesto, come una difesa della purezza della sua arte contro la commercializzazione della stessa.
.
"Dagli anni '50 in poi, insieme alla naturale, insopprimibile spinta evolutiva di tutto lo scibile umano, si verificò quel fenomeno d'involuzione pratica che tutti gli artisti ed intellettuali più puri (o meno impuri) deprecano e dal quale ben pochi si salvano...Con l'arte pura, infatti, non si sarebbe facilmente conseguito il guadagno e il successo.
Ed è proprio da qui che ha origine la prima seria ribellione e la frustrazione del nostro personaggio. Il quale non avrebbe mai rinunciato alla sua purezza e nobiltà artistica per bramosia di facili guadagni e successi. Egli - pur apprezzando e classificando realisticamente ogni tendenza, scuola, stilema - ha sempre sostenuto e dimostrato che la vera musica è e deve essere la sintesi più perfetta delle più nobili espressioni e proposizioni, al pari di tutte le arti e della scienza. Ed ovviamente ha sempre badato con seria attenzione al jazz come fonte genuina d'ispirazione e di progresso, se non altro come stimolo al sempre maggiore arricchimento del tessuto melodico."
[3]
.Alberto Burri - Rosso Plastica, 1964
.
Il suo esilio volontario, però, non lo allontanò dall’arte, tutt’altro.
Cesàri continuò a suonare e registrare ininterrottamente, a dipingere, a scrivere saggi e poesie.
I pochi che lo hanno frequentato nel periodo del ritiro, ci restituiscono un’immagine più sfaccettata e profonda del musicista geniale e solitario e, proprio per questo, ancora più affascinante.
.
"In realtà, definire Cesàri "musicista" è perfino riduttivo. Si interessava di mille cose. Nella sua stanza gli oggetti più disparati si accavallavano come le idee musicali nei suoi assoli. Dipingeva, in uno stile figurativo moderno e aspro. Scriveva, anche, e amava dialogare.
Era un parlatore straordinario. Suoi temi prediletti erano le moto, gli aerei, il paracadutismo di cui amava descrivere le ebbrezze. Narrava storie bizzarre, in cui vi era sempre un colpo di scena. Mostrava profonda conoscenza di ogni argomento, e così si conquistava la fiducia dell'interlocutore. Poi, pian piano, le sue storie diventavano sempre più strane, fino a sfumare impercettibilmente nell'irreale. Si usciva da casa sua percorsi da una sottile inquietudine. E veniva spontaneo ripercorrere mentalmente quelle storie, cercando di separarvi realtà e fantasia. Niente: la cucitura non si trovava. Era geniale in tutto. E in tutto esprimeva la sua fantasia grandiosa, monumentale e bizzarra, barocca e tortuosa, amante di tutto ciò che è massiccio, denso, affollato, convulso, traboccante, inaspettato e spettacolare. Se avesse scritto romanzi, avrebbe rivaleggiato con Borges e Garcìa Marquez. E chissà non ne abbia scritti. I suoi cassetti potrebbero celare sorprese."
[4]
.
Alberto Burri - Nero Cretto G 4, 1975
 
Anche Enrico Cogno, tra i primi ad interessarsi a questa particolare figura del jazz italiano, con il quale ho aperto questo scritto, aggiunge nuove considerazioni e descrive altre sfumature del leggendario Umberto Cesàri, ricollocando così il mito, semplicemente, al ritratto di un uomo straordinario.
.
 “La stanza nella quale Cesàri mi ospita è eccitante. Voglio dire che è una stanza nella quale si potrebbe girare un film, una stanza che "fa colore". E' completamente tappezzata di cartoni, scatole di "ondulato" appiattite al muro, collages di auto da corsa, foto di motociclette in curva a 250 all'ora. Soprattutto cartoni (quelli usati per l'imballo delle uova) applicati in funzione di pannelli fonoassorbenti. Ci sediamo accanto al pianoforte, un mezza-coda antico che riempie l'ambiente. Cerco di sovrapporre l’immagine di questo Umberto Cesàri che mi siede di fronte (un corpo tarchiato, un volto aperto e simpatico) con quella creata sulle descrizioni raccolte a suo tempo. La sovrapposizione non riesce.
Cesàri, visto così, non ha nulla di mitico, di leggendario. E' un uomo con le sue idee (giuste? accettabili? obiettive? Non lo so. Le sue idee) che sembra perfettamente inserito nel mondo. L'immagine di lui dietro i vetri è suggestiva ma letteraria, finta e anche un po' retorica. E mi dispiace di averla data, poichè non è quella vera, ma al tempo stesso mi piace averla riportata così come l'ho raccolta in giro, perchè è quella che ho raccolto in giro.
Umberto Cesari parla molto, tanto, di tutto e di tutti. Del jazz, del suo jazz, ha una visione (lo dico con profondo affetto) che mi ricorda una frase del grande Vasarely: "un pizzico di megalomania è la spinta indispensabile in ogni fatto creativo".
Se non avessi sentito, poco più tardi, un suo duetto con Oscar Peterson (quest'ultimo con Ray Brown e Ed Thigpen nei brani della Canadian Suite a tutto volume sul giradischi, Cesari al centro della stanza a sbalordirmi, con le mani fredde senza atmosfera, nelle armonizzazioni più complesse e difficili che abbia ascoltato da un pianista europeo) avrei potuto dire che Cesari è soltanto un personaggio originale e basta.
Ma quel modo di trattare il piano e la mostruosa tecnica usata ne fanno un personaggio tout-court, assolutamente unico nel mondo del jazz italiano."
[5]
.
Alberto Burri - Bianco Plastica B L, 1967
 .
Ed è in quella stanza che Umberto suona senza sosta, è su quel palcoscenico nascosto che alimenta la sua passione, è li che sfida la sua stessa tecnica più e più volte, registrandosi sempre per poi ascoltarsi ancora, appassionato pubblico di se stesso.
Ed è da quei nastri che è nato “Reminiscenze 1975” il disco che mi è capitato tra le mani, registrazioni in piano solo precedenti al 1975, pubblicate per volontà di Cesàri stesso nel 1982. [6]
.
Per reminiscènza la lingua italiana intende il ricordarsi in modo vago e impreciso di una cosa quasi dimenticata.
Ed avrebbe senso, riguardo una musica che, così si crede, rappresenti una passione giovanile, un ricordo di vent’anni fa, l’immagine sbiadita di un’emozione passata.
Ma Cesàri è un genio, non ha mai smesso di suonare ed ama la discussione filosofica quanto i colpi di scena improvvisi e bizzarri. E allora la reminiscènza si distingue dalla memoria, così è anche nella terminologia platonica, indicando un momento della conoscenza delle idee che, presenti nella memoria, vengono come risvegliate e ritrovate, attraverso un processo di purificazione, dalla sensibilità.
Il titolo descrive meglio di mille parole il perché l’autore abbia accettato la pubblicazione tardiva di quelle sue musiche. Lui che si era rifiutato a contratti milionari, che aveva detto no agli uomini della RAI, lui che non si sentiva mai “adeguato” ad una registrazione pubblica, ora licenzia un disco privato, offre ad un pubblico che oggi non lo conosce un ritratto intimo della sua amata musica, coerente come lui, purificata dalle tentazioni del music business e, infinitamente geniale.
.
Umberto Cesàri
 
Questo tesoro di musica mi è arrivato l’altro giorno, dentro un anonimo pacco piatto di cartone ondulato.
Questa grande lezione di vita mi ha consegnato il postino inconsapevole.
Una reminiscènza splendente, nascosta tra i solchi conosciuti e oscuri di un vinile di più di venticinque anni fa.
 
Umberto sarebbe felice di questa storia bizzarra, io mi alzo in piedi e batto le mani.
 
 
 


[1] Enrico Cogno, “Jazz Inchiesta Italia – Cappelli Editore, Bologna 1971
[2] Marcello Piras, Musica Jazz - Dicembre 1992
[3] Giulio Tripputi, Musica Jazz - Maggio 1968
 
[4] Marcello Piras, Musica Jazz - Dicembre 1992
[5] Enrico Cogno, Musica Jazz - Agosto/Settembre 1972
[6] Umberto Cesari “Reminiscenze 1975” – Carosello Jazz from Italy, CLE 21050



venerdì, 18 gennaio 2008

DUSKO GOJKOVIC “SLAVIC MOOD”

Strange Mood

 Questo è un periodo un po’ strano per me, uno di quei periodi in cui la vita è assordante e la realtà sembra un paesaggio misterioso e irriconoscibile, dove tutti intorno a me parlano ma io non comprendo nessuno.


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francy Boland
 Dusko Goykovich(flugelhorn) & Electrola Studio Orchester GER
‘a munnezza che ho visto nelle strade di Napoli,
 sembra un prato fiorito in confronto
alla puzza di carogna che emana tutto quello che c’è nascosto dietro…
 
Allora parlo poco, non incontro gente e non scrivo molto,
 ma la musica c’è sempre,
perché il volume alto non disturba se c’è armonia,
perché preferisco i paesaggi sconosciuti a quelli che non riconosco più,
perché Lei parla la lingua universale,
composta di umori e sensazioni,
che arriva direttamente al cuore.
 
dusko-bigAscolto cose diverse in questi periodi,
distanti tra loro mille di quelle unità di misura inventate dall’uomo per ingabbiare lo spazio:
 
Don Cherry,
per la magia dei paesaggi sonori.
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Cristina Donà,
per la pelle liscia delle sue parole.
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Coltrane, da “A Love Supreme” in poi,
per godere della luce delle stelle, nel buio del cosmo.
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Fela Anikulapo Kuti,  
per la gioia e la sana,
giusta rabbia.
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Nils Petter Molvaer,
per i suoi soffi elettronici e siderali.
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Luca Flores,
per sentire dove si può arrivare.
 
E poi Dusko Gojkovic,
nel disco che state ascoltando.
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slavic mood
 
Slavic Mood, registrato il 24/25 ottobre 1974 a Roma, per l’etichetta VISTA,
una sussidiaria della RCA che nella sua breve esistenza ha licenziato soltanto otto LP nel maggio del ’75.
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DuskoGojkovic-LBL
 
Pochi ma buoni:
 
Mario Schiano/Marcello Melis “Perdas de fogu” TPL1-1082
Steve Lacy “Flakes” TPL1-1097
Patrizia Scascitelli “Ballata” TPL1-1113
Maurizio Giammarco / Andrea Centazzo “Davanti e oltre la soglia” TPL1-1114
Dusko Gojkovic “Slavic Mood” TPL1-1115
Enrico Rava “Pupa o crisalide” TPL1-1116
Mario Schiano “Partenza di Pulcinella per la luna” TPL1-1117
Gato Barbieri/Luis Enriquez Bacalov “Desbandes” TPL1-1149
 
samba tziganeDusko Gojkovic, trombettista e compositore,
è nato nel 1931 a Jajce in Bosnia, e già all'età di diciotto anni suonava nella Radio Big Band di Belgrado ed era considerato un vero talento. La sua prima incisione su disco risale al 1956 con i FRANKFURT ALL STARS [1] e l’ultima, per ora, è Samba Tzigane [2] uscito nel 2006 per la tedesca Enja.
 
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Belgrade Blues
Quarant’anni di grande musica,
ed infinite collaborazioni con i più importanti musicisti del panorama jazz mondiale, da Maynard Ferguson [3], Woody Herman [4] ,
Kenny Clarke [5], Mal Waldron  [6], Francy Boland [7] , la Clarke-Boland Big Band [8] , The European All Star [9] e molti altri.
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Collette-The-MJazz-vol5
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In Italia ha inciso molto,
 già dal 1961 nel disco “The Polyhedric Buddy Collette” [10] con Renato Sellani (p), Franco Cerri (b) e Jimmy Pratt (ds) oltre al sassofonista titolare.
 .
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cuppini quintet
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Con il grande Gil Cuppini Quintet [11] con Barney Willen (ts), George Gruntz (p) e K.T.Geier (bass) e,
sempre con lo stesso Cuppini,
 GILCUPPINIsofstroke"Sof' Stroke" [12] in Big Band con
Alberto Corvini, Emilio Soana, Oscar Valdambrini (tp); Dusko Gojkovic (tp, flh, arr); Mario Pezzotta, Dino Piana, (tb); Glauco Masetti (as); Gianni Basso, Eraldo Volonte (ts); Sergio Rigon (bars, fl); Ettore Righello (p);
Giorgio Azzolini (b) tra gli altri, oltre al batterista titolare.
 
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Poi, nel 1972 incide a proprio nome insieme al trombonista Slide Hampton
per la romana HORO di Aldo Sinesio, nella serie Jazz a Confronto, il n°18 [13]
con Gianni Basso, Sal Nistico (ts) e Sergio Rigon (bar. s) tra gli altri.
Horo18 Hampton-Goykovic
 
Due anni dopo incide l’album che state ascoltando,
un capolavoro [14] con Vince Benedetti (p) ,
Ben Tompson (sop. s, ten. s.), Joe Nay (bass),
 Andy Scherrer (drums).
 
(...)
Quando metto questo disco,
semplicemente chiudo gli occhi.
 
Per un po’ le brutte immagini se ne vanno,
anche se la puzza rimane.
 
 
 
 
 


[1] "Vier Temperamente" Brunswick 10 059 EPB, Germany
[2]Samba Tzigane” - 2006, ENJA, ENJ 9489
[3] THE NEW SOUND OF MAYNARD FERGUSON - 1964, Cameo C-1046
[4] The Swinging Herman Herd - Recorded Live" - 1964, at "Harrah's Club", Nevada – Philips PHM 200 131
[5] Dusko Gojkovic - Kenny Clarke International Jazz Octet – 1961 Radio-Televizija Beograd  RTB LP 403 Yugoslavia
[6]SWINGING MACEDONIA” - 1966  Philips Studio Cologne - Re-issues 1988 by Enja 4048, Germany
[7] "Fellini 712" – 1968 Germany MPS BASF CRM 691
[8] "All Blues" - 1969 Koln, Germany MPS BASFCRM 747
[9]Meeting 1961” - Telefunken (SLE 14206-P) con Franco Cerri.
[10] STELLA LPS 6108, Italy 1961
[11] “What’s New ?” Italy 1961 - Meazzi MLP-04012 – Re-issues on CD by Right Tempo Classics RTCL 811CD
[12] 1968, Live at "Universal Club Marina di Carrara", Italy - Meazzi MLPS 04048
[13] SLIDE HAMPTON & DUSKO GOJKOVIC - January 25, 1972 Rome, Italy Horo HLL 101-18
[14] SLAVIC MOODVista TPL1-1115 , Italy – Re-issued on CD by RCA Victor, Germany 2006


giovedì, 03 gennaio 2008

TROVAJOLI GEZZITAL

 Il Jazz nella Musica di armando trovajoli

 

 

Matrimonio_All
Non vi siete sentiti liberati e nudi di fronte a Voi stessi,
quando Filomena Marturano si è tolta il cappello/maschera e lo ha gettato via in “Matrimonio all’italiana” [1] film di Vittorio De Sica del 1964?
Conoscete quella sensazione agrodolce di malinconia e di feroce ironia che caratterizza “C’eravamo tanto amati” [2] film di Ettore Scola?
Avete mai vissuto una storia più fragile, amara e solitaria - eppure bella come solo una struggente melodia sa essere - del capitano Fausto G. interpretato da uno splendido Gassman in “Profumo di Donna” [3], film di Dino Risi del 1974??

Cprofumo di donna 45

 






La musica che accompagna, descrive, sottolinea i sentimenti e le emozioni di questi film, è opera del Maestro Armando Trovajoli, che ha attraversato la Storia del cinema italiano   - e quindi del costume di questo paese - commentando più di trecento film con l’arte dei suoi suoni.

 
Il suo “ingresso” nel mondo del cinema è legato ad un Baion,
quel El Negro Zumbon cantato da Flo Sandons e interpretato da Silvana Mangano nel film “Anna” di Alberto Lattuada del 1951, che avete appena visto.
 
Gente di Roma
Da quel "pezzettino stupido" - come dice il Maestro - alla colonna sonora di “Gente di Roma” [4], delicato e commovente ritratto della sua amata città, uscito nel 2003 per la regia del suo amico Ettore Scola,
 è un susseguirsi di capolavori, premi e riconoscimenti, giustamente in tutto il mondo.
A questo recente lavoro del maestro collaborano tra gli altri :
Cicci Santucci (tp), Danilo Rea (p), Enzo Pietropaoli (bass) e Roberto Gatto (drums), alcuni tra i migliori musicisti Jazz del nostro paese.
 
E non è un caso che Trovajoli creda ancora nel jazz,
perché è stato il suo primo amore.
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Armando Trovajoli
 
 Ovviamente unito ad una preparazione classica (nel 1948 si diploma in pianoforte a pieni voti al Conservatorio di S. Cecilia, con il Maestro Libero Barni) e ad una vasta cultura musicale, che gli permette di esprimersi in diversi ambiti e di non fare distinzioni tra musiche colte o popolari.
 
Già nel 1935 troviamo il giovane Armando nel gruppo di Carlo Minari (v)
con il grande trombettista Gaetano Gimelli.
Poi nel ’37, è al piano nell’orchestra di Rocco Grasso,
che stava “scrivendo” le pagine del nostro jazz degli albori suonando
- alternandosi con il fratello Alfio al violino e alla chitarra -
nello stile del Quintetto Hot Club de France di Stéphane Grappelli e
 Django Reinhardt, senza aver mai ascoltato la loro musica.
Nel 1939 Armando Trovajoli suona con l’orchestra di Sesto Carlini (alto, cl).
 
Ma l’amore per il jazz, il Maestro lo esprime anche con piccole formazioni.
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Armando Trovajoli
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Nel 1949, invitato da Charles Delouné,
Trovajoli rappresenta il jazz italiano al Festival di Parigi,
con Gorni Kramer al basso e Gilberto “Gil” Cuppini alla batteria.
Lì, nella Sale Playel, la musica Jazz americana si presentava sul prestigioso palcoscenico europeo, e Lui si trovò a suonare prima di Miles Davis e dopo Charlie Parker.
 
Trovajoli Kiss meDa quell’anno iniziò una serie di incisioni jazz a suo nome.
 
Mi piace ricordare quelle in Trio con Franco Cerri (bass) e Paolo Tagliaferri (drums) registrate a Roma il 9 Marzo 1950 per l’etichetta milanese Parlophon,
dal quale è tratta la prima traccia che ascoltate in questo post :
Afternoon Blues.
“La Parlophon non aveva uno studio nella capitale, e le storiche sedute del Marzo 1950 furono effettuate con un’attrezzatura mobile portata da Milano.
Il pianista Umberto Cesari, che incise nella stessa occasione, ricorda che le macchine si guastavano di continuo e loro, ogni volta, ricominciavano da capo [5].
 
Poi ci sono le incisioni raccolte nell’album Musica per i vostri sogni
registrate durante alcune trasmissioni radiofoniche da Lui stesso condotte - sempre nel '50 - in collaborazione con Piero Morgan - aka Piero Piccioni - dove presentava esecuzioni in Trio Jazz (con Roberto Nicolosi bass e Gil Cuppini drums) ed orchestra d'archi, probabilmente il primo tentativo del genere in Italia.
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BEAT GENERATION
 
La seconda traccia che state ascoltando, BLUES
è una rara registrazione della grande orchestra jazz,
costituita e diretta da Armando Trovajoli negli studi romani della RAI,
tra il 1956 ed il ‘58.
Di quell’importante organico ci resta una sola testimonianza su disco:
“The Beat Generation” registrato in stereofonia a Roma e prodotto in edizione di gran pregio dalla Rca  con i migliori solisti del Jazz italiano di quei tempi:
Oscar Valdambrini, Nini Rosso, Nino Culasso (tp), Dino Piana (pst trne), Mario Pezzotta (trne’s), Attilio Donadio (alto s), Gianni Basso (ten.s), Gino Marinacci (bar. s, fl), Armando Trovajoli (p), Enzo Grillini (g), Berto Pisano (bass) Sergio Conti (drums), tra gli altri.
Agli arrangiamenti parteciparono Trovajoli stesso,
Bill Smith (clarinettista di Dave Brubeck) e Bill Russo.
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Trovajoli-session
 
Un’impresa questa, che voleva raccogliere i massimi esponenti del jazz italiano ed allinearli alle più avanzate esperienze americane - nello stesso anno Stan Kenton varava la sua orchestra mellofonica e Gil Evans registrava con la sua nuova orchestra il disco “Out of the Cool” per la Impulse –
 
In questa traccia senza tema, su un semplice giro di blues variamente armonizzato nel corso di otto chorus, il sax alto di Attilio Donadio impersona la soggettività del narratore che si addentra nella notte, attraversando luci e silenzi, lampi ed esplosioni, carezze e coltellate, in un clima di lancinante tensione… [6]
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Trovajoli at Capannina
 
Poi il Maestro registra “Magic Moments alla Capannina” [7]
in quartetto e con orchestra d’archi.
In questo disco alla voce c’è Miranda Martino, che traghetta il lavoro nell’ambito della musica leggera, ma nei brani “Lady” e “Corner” dove troviamo Trovajoli al pianoforte accompagnato dalla ritmica, ascoltiamo veramente del jazz di classe e si preannunciano le intenzioni.
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Armando Trovajoli Softly
 
Il 1959 è l’anno in cui il jazz avvolge completamente la musica del Maestro.
Questo è documentato nell’album “Softly” , [8]
e in quello che per me è fondamentale per classificare Trovajoli
tra i più grandi jazzisti italiani e di tutti i tempi.
 
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TROVAJOLI JAZZ PIANO[9]
inciso nella primavera del 1959 a Roma per la Rca ,
con Berto “Mr. Metronomus” Pisano (bass), Enzo “the Look” Grillini (g),
Sergio “P.M. the Count” Conti (drums).
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Trovajoli Jazz Piano
 
Qui c’è il culmine del suo piano Jazz,
personale ed elegante, di raffinata essenza, leggero e senza fronzoli.
 
Una pietra miliare dell’interpretazione di grandi standard jazz,
eseguiti con una delicatezza che non vuole sopraffare,
con un tocco lieve, come un soffio che descrive e colora i diversi stati d’animo,
con tecnica sbalorditiva e sano swing.
dal quale è tratta la terza traccia di questa playlist:
Get Me to the Church on Time.Trovajoli-Magic Moments
 
Una vera dichiarazione di intenti,
con un senso dello swing ostinato e vitale, sostenuto da una ritmica pulsante.
 
E pensate che il Maestro,
considerato dagli “addetti ai lavori” uno dei nostri migliori jazzisti,
 era schivo, quasi bloccato nel suo pudore,
 insicuro del significato e del valore delle sue esecuzioni al piano…
 
Un segno di grande modestia che è solo dei geni,
e degli uomini veri.
 
Un dubitare per continuare a ricercare.
 
Trovajoli round
 
Come il senso di magica incertezza che Trovajoli riesce
a ricreare in Round Midnight 
un capolavoro del Jazz, inciso nello stesso disco.
Apre la traccia il contrabbasso, che annuncia la cadenza.
 
Poi parte la melodia al piano, suonata in modo chiaro, essenziale,
con la mano destra che “scandisce” le note per esaltarle e
le lega insieme per farle scendere giù,
nella profondità dell’animo umano.
Trovajoli Sremo61
La ritmica colora appena le ombre,
ed il pianoforte sembra stare appena un attimo dietro nel tempo,
creando una sensazione sospesa, come di nebbia azzurrina.
 
Il Maestro suona questa traccia con un approccio classico.
 
Se, per assurdo togliessimo la ritmica, potrebbe sembrare un preludio di Chopin e, nell’esprimere questo suo senso di classicità Trovajoli sceglie
uno degli autori più moderni del jazz di tutti i tempi, l’imprevedibile,
spigoloso,
sghembo,
stupefacente,
Blue mOnk!
 
Ancora una sentita dedica d’amore per il jazz.
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Trovajoli Gershwin 1 
Poi, nel 1962 i tre album dedicati a Gershwin, [10]
l’anno dopo il musical “Rugantino” [11] e,
sempre nel 1963 la splendida colonna sonora di “Ieri, oggi, domani” [12] ,
il commento sonoro al film “7 uomini d’oro” [13] del ’65
hanno portato la musica di Trovajoli in ambienti più vasti e,
forse non catalogabili come “in” jazz.
 
.
Ma, come dice il Maestro
“quando il jazz ti è entrato nel sangue si manifesta in ogni evento musicale”
 
L’ultima traccia che ascoltate è del 1974,  [14]
 resta sempre un certo profumo di Jazz.
 

Grazie Maestro!

 

 


Bibliografia:

Armando Trovajoli di Maurizio Baroni - Marco D'Ubaldo - MEDIANE Libri, June 2007

Armando Trovajoli


[1]  RCA Records JBPM45-3297 
[2]  Duse ELP 54
[3]  CAM AMP 147
[4] CAM 513879-2
[5] Note di Marcello Piras al disco fuori commercio “italian jazz graffiti” MJP 1064 – agosto 1988.
[6] Dal testo di Salvatore G. Biamonte
[7] RCA IT LPM 10028
[8] RCA IT LPM 10064
[9] RCA IT LPM 10049
[10] Gershwin-Trovajoli, volume 1 RCA PML 10336, vol. 2 PML 10337, vol. 3 PML 10338.
[11] CAM LP Gennaio 1963 - CMS 30-051
[12] CAM LP – CMS 30-076
[13] CAM 2LP – CDR 33-1
[14] Profumo di Donna – Tromba solista Oscar Valdambrini

 


mercoledì, 19 dicembre 2007

TENCO's JAZZ

L’ANIMA JAZZ DELLA MUSICA DI LUIGI TENCO

 

La figura poetica e musicale di Luigi Tenco,
è stata analizzata sotto diversi punti di vista,
ma non è mai abbastanza.
 
Della sua passione e formazione Jazz
si conoscono sommariamente le superfici.
 
Questo scritto è un piccolo, sincero omaggio,
ed un appassionato approfondimento su questo particolare aspetto,
a cominciare dalla traccia che state ascoltando,
Our love is here to stay [1]
un brano di Gershwin che vede Tenco,
 impegnato in una interpretazione vocale in inglese,
suonare il suo sax alto.
 
Tenco-sax-alto
Luigi nasce a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938, e
nel 1948 con la famiglia si trasferisce a Genova.
Qui Tenco cresce ed intreccia i rapporti con le persone che saranno suoi amici e compagni d’avventura musicale e personale.
 
Durante gli anni del liceo mette in piedi il suo primo gruppo musicale conosciuto,
 che si ispira al nome e di uno dei padri della musica jazz.
Nel 1953 nasce il “ Jerry Roll Morton Boys Jazz Band
che vede Luigi al clarinetto, che la leggenda vuole fosse tenuto insieme dagli elastici, il suo compagno di banco al liceo Bruno Lauzi al banjo,
 Alfred Gerard alla chitarra e Danilo Dègipo alla batteria.
Il quartetto suonava brani come Sweet Georgia Brown e Route 66 di
Nat King Cole o Savoy Blues di Kid Ory.
tenco saxNon ci sono incisioni di questa prima esperienza, ovviamente dilettantistica,
 ma l’amore per il jazz e per la libertà che esso rappresentava,
viene espressa nei ricordi degli amici musicali di Luigi, come Giorgio Gaber :
"Il Jazz in fondo ci faceva sentire un po' più nobili. Era uno dei pochi universi in cui ci si potesse riconoscere. Ci serviva per oltrepassare una musica leggera deteriore, impraticabile. Dovevamo per forza individuare un filone nuovo, che in pratica emerse da un miscuglio di jazz e altro
che poteva ricordare un Nat King Cole”
o quelli di Gino Paoli :
In fondo eravamo più jazzisti che altro: la nostra estrazione era quella. Ed eravamo anche un po' tutti praticanti: io suonavo la batteria, Luigi il sax, Bruno Lauzi il contrabbasso.
 Comunque il jazz rappresenta un'esperienza senz'altro decisiva per tutta la parte genovese della canzone d'autore. Abbiamo cominciato suonandolo - per quanto ci era possibile, perché nessuno di noi era un grande musicista - ma soprattutto ascoltandolo, con grossi sacrifici, perché negli anni Cinquanta comprare un disco di jazz non era poi così facile: non bastava entrare in un negozio e chiederlo...
sul balcone
Questa musica straordinaria esercitava però su tutti noi un fascino irresistibile.
Significava anzitutto libertà, affrancamento dalla musica imperante, inutile, abbastanza schematica e limitata, oltre che troppo frivola, che avevamo ereditato dal ventennio fascista. Pensa che trauma passare d'un colpo a questa cosa incredibile, fuori dagli schemi, questa musica che nasceva nel momento stesso in cui veniva suonata!"
 
 Successivamente Tenco conosce Marcello Minerbi, che suonava alla “Cambusa di Capurro e che accolse Luigi ed il batterista Coppola nel suo nuovo trio,
soprannominato “Trio Garibaldi”.
In questo modo il jazz entra in maniera più professionale nella vita di Tenco.
Intanto, con l’aiuto di Minerbi stesso, andò a Milano nel negozio di Monzino, e comprò un “vero” strumento, un sax contralto Selmer Aristocratic,
lo stesso che imbracciava Charlie Parker e Paul Desmond, i suoi idoli musicali.
 
Poi, tra il 1956 ed il 1958, fece un'altra esperienza di stampo jazz.
 
In quegli anni, anche se occasionalmente, entrò a far parte del
Modern Jazz Group [1]
il complesso del pianista Mario De Sanctis,
 con Alberto Cameli al sax tenore, Attilio Oliva al sax baritono,
Fabrizio De André alla chitarra, Carlo Casabona al contrabbasso e
Corrado Galletto alla batteria.
Questa formazione eseguiva un repertorio del jazz moderno, che andava da Miles Davis alla musica di Lee Konitz, dal be-bop di Bird al “filone” West Coast che aveva i suoi capostipiti in Bud Shank, Dave Brubeck, Gerry Mulligan e Chet Baker,
grande amore di Luigi.
modern jazz group
 
Spesso suonavano al Teatro Genovese o al Teatro Duse, e dividevano il palco con una delle più note band di jazz tradizionale, la Riverside Syncopators Jazz Band
capitanata del trombonista Lucio Capobianco.
Il pubblico, come sempre, si divideva tra i tanti amanti della tradizione e
i pochi cultori del modernismo.
 
Suonare jazz in quegli anni, con un repertorio non semplice segnò per sempre la concezione musicale dei partecipanti.

 Le scelte di Tenco sono sempre state all’avanguardia,

 la musica di Luigi era già senza tempo.

 
Questa specifica formazione musicale, questo amore per il jazz
ha creato l’humus dove si svilupperanno tutte le canzoni di Luigi Tenco
negli anni successivi.

Questo spiega perché le sue canzoni più famose abbiano una struttura armonica che ben si adatta al jazz.

E probabilmente anche perché diversi musicisti italiani hanno dedicato il proprio amore in jazz alle canzoni di Luigi,
oltre ad essere un doveroso omaggio alla sua universale poesia.
 
Giorgio Gaslini
Il primo a registrare una sua traccia fu Giorgio Gaslini, che nel 1964 incise per la Emi - Voce del Padrone 
"Mi sono innamorato di te" nel suo
"12 Canzoni d'amore Italiane",
con Dino Piana al trombone,
Gianni Bedori al flauto,
Lorenzo Nardini al sax e
un quartetto d'archi, oltre al pianoforte del Maestro.
 
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Una rilettura particolare di “Un giorno dopo l’altro” è incisa tra l’aprile ed il maggio 1989 da Nino de Rose,
nel suo disco “Italian Jazz Singers” edito dalla SPLASC(H). [2]
Qui, insolitamente il pianista preferisce attribuire una tinta carioca, sia nel canto che nella melodia alla canzone, donandogli un nuovo tempo medio e
una veste di calda bossa nova.
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La stessa traccia viene registrata nello
 stesso anno, dal duo composto da Danilo Rea al pianoforte
e Roberto Gatto alla batteria, nel disco IMPROVVISI. [3]
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Poi, nel maggio 1989 Beppe Castellani include ben tre canzoni di Luigi nel suo "Italian Standards" [4] oltre a due di Gino Paoli. Il tenorsassofonista è accompagnato da Giorgio Signoretti alla chitarra, il grande Ares Tavolazzi al contrabbasso e Riccardo Biancoli alla batteria. Le tracce sono "Mi sono innamorato di te", "Se sapessi come fai" e  “Un giorno dopo l’altro”.

 
Beppe-Castellani
Neanche un anno dopo, sempre per la stessa label,
Castellani licenzia un secondo LP [5] dedicato agli evergreen italiani, 
che esce nel marzo del 1990 ed è quasi un omaggio monografico alla musica di Tenco, del quale registra quattro tracce su cinque.
Questa volta i titoli sono “Ragazzo mio”, “Tu non hai capito niente”,
"Vedrai vedrai" e "Ho capito che ti amo".
In entrambi i lavori, il quartetto “sente” l’anima delle ballad nelle canzoni
di Luigi Tenco, e riesce a trasmettere lo stesso mood crepuscolare con l’intensità della voce al sax tenore del leader.
Grazie anche agli altri componenti, la musica assume una valenza armonica adeguata ad una rilettura jazz, specialmente l’energica batteria di Biancoli e il basso di Ares Tavolazzi, possente e concreto come le parole di Luigi ma anche leggero e divertito quando “gioca” con la propria voce doppiando il suo assolo in pizzicato,
con lo stesso spirito della musica spesso allegra di Tenco.
 
Luca Flores
Nel maggio del ’90 il sempre poco ricordato Luca Flores, incide due toccanti versioni delle musiche di Tenco.
Averti tra le mie braccia”
 e la bellissima, commovente “Angela”,
la seconda traccia che state ascoltando in questa piccola antologia.
Il disco è SOUNDS AND SHADES OF SOUND[6], registrato con
 Lello Pareti al basso e Piero Borri alla batteria,
 ed esce per la SPLASC (H) di Peppo Spagnoli
un etichetta fondamentale per la diffusione del jazz italiano.
Il Trio colora la prima canzone di uno swing fresco,
che si esprime sul tempo veloce.
Invece Flores, sempre in un ottimo stile jazz, sottolinea gli accenti romantici interpretando “Angela”
si sente il suo rispetto per la melodia classica, fa risuonare echi alla Debussy, e mantiene alta l’emozione nella cantabilità del pezzo,
così fa anche Lello Pareti nel suo intenso assolo.
Flores-Trio
 
Nel 1991 è il contrabbassista Furio Di Castri
ad inserire una canzone di Luigi in un suo disco. In Trio con Stefano Cantini al sax soprano e Roberto Ciammarughi al piano
, incide “Averti fra le braccia” [7]
 
Konitz Battaglia
Nel 1993 è il pianista Stefano Battaglia che incide in Italian Ballads vol.1 [8]
due canzoni di Tenco, in duo con il magico sax di Lee Konitz.
La rara traccia “Mai” e “Mi sono innamorato di te”
 
 
Renato Sellani-1
Due toccanti versioni vengono poi incise in solo
dal pianista Renato Sellani [9]
La prima “Vedrai, vedrai” è inserita in un sentito medley dedicato a Genova, città adottiva di Luigi e di nascita di Gino Paoli e Umberto Bindi,
ai quali sono dedicate le altre due tracce.
Poi c’è “Lontano, lontano”
E qui Sellani accenna con grande eleganza di tocco la canzone,
poi improvvisa sulla melodia, donandoci classici legati e note cristalline che esprimono bene la sua poesia e la dedica a Tenco.
 
Poi, per volere del produttore Paolo Piangiarelli e la sua Philology,
nasce quello che lui stesso definisce il Tenco Project.
Una dedica d’amore sconfinato,
 un investimento sentito che darà memorabili prodotti musicali.
Nelle note di copertina del primo volume, Piangiarelli racconta che aveva pensato il disco con la voce di Tiziana Ghiglioni, un pianista da definire ed il sax di Massimo Urbani che, messo a conoscenza del progetto, ne fu entusiasta.
Purtroppo, Massimo ci lasciò prima di realizzare questo lavoro, e quindi non sapremo mai quali perle ci avrebbe potuto donare, lui così innamorato della melodia…
Ma il progetto andò comunque avanti e,
nel dicembre del 1993 la Philology registra quello che è per me il capolavoro dell’interpretazione della musica di Tenco in Jazz.
“Tiziana Ghiglioni canta Luigi Tenco” [10]
con la nostra voce più bella del jazz italiano, quella della Lady del Jazz
Tiziana Ghiglioni, appunto,
Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso, Paolo Fresu alla tromba e flicorno e Umberto Petrin al pianoforte.
Ghiglioni-canta-Tenco
 
Poesia pura, emozione palpabile, tanto sentimento e vera musica.
 
In “Ciao amore, ciao” che è la terza traccia che ascoltate,
c’è la sintesi di tutto il disco,
tutta la poetica di Tenco,
con il coraggio per il viaggio, il dolore per lontananza, la poetica rurale tanto cara a Luigi e le domande, le mille domande inevitabili che affollavano la sua mente
 
…saper se domani si vive o si muore…
Su tutto però, la forza dell’amore.
 
E poi, in musica c’è quello che intendo per capolavoro.
 
La voce di Tiziana lucente, a volte dolente, che da sola vale il disco,
il piano di Petrin, che cura insieme a Trovesi tutti gli arrangiamenti,
descrive, sottolinea, intelligentemente accompagna,
swinga e poi torna all’origine,
a quelle note semplici che compongono il tutto.
Trovesi che al sax alto, lo stesso strumento di Luigi,
ci ricorda la tradizione, impersonando la canzone,
facendola vivere di pura energia e poesia sonora.
Fresu che entra in punta di piedi nell’universo tenchiano,
prima con una nota lunga, in respirazione circolare, a creare un soffio sonoro,
e poi, in sordina libera l’anima, con grande partecipazione e superba melodia.
Senza stacchi, il quartetto ci dona un’altra perla tanto cara a Tenco
“Lontano lontano”
e qui è Tiziana che prima con umiltà espone il testo con enorme rispetto,
senza sovrapporre la sua personalità alle parole di Luigi,
poi omaggia il musicista con la sua voce, strumento tra gli strumenti,
 che si manifesta nuova, incontaminata ed interpreta in puro jazz,
con la più bella forma e con la più alta sensibilità.
 
Un capolavoro, appunto.
 
 Montellanico-l
La stessa etichetta produce il secondo capitolo del Tenco Project nel 1996.
Il disco è “L’altro Tenco” [11]
ed esce a nome di un’altra toccante voce del nostro panorama jazzistico, la romana
Ada Montellanico che registra con
Fabio Zeppetella alla chitarra,
Piero Leveratto al basso e Fabrizio Sferra alla batteria un disco particolare in tutti i sensi.
Intanto perché affronta i temi di Luigi meno noti, dell’altro Tenco appunto, e poi perché si avvale di due special guest, la tromba di Enrico Rava e, in due brani delle tastiere di Enrico Pieranunzi, con il quale più avanti produrrà un altro lavoro sempre dedicato alla musica di Tenco.
Nel disco la voce di Ada, è intima, accarezza le parole e dona loro la giusta luce,
calda e crepuscolare al tempo stesso.
La tromba di Rava, spesso in controcanto alla voce, colora i temi e li impreziosisce di sublimi gocce lucenti, portando la melodia in alto, nel posto che gli spetta.
“Triste sera”
è un piccolo gioiello che ascoltate come quinta traccia
ed è emblematica per descrivere il rapporto della musica di Tenco con il jazz.
La ritmica offre un groove trascinante,
Ada Montellanico interpreta il pezzo con vitalità e sano swing,    
Enrico Rava racconta, mantenendo tutta la sua impronta,
i suoi acuti ed i suoi “voli” melodici.
 
tenco-in-jazz
Nel febbraio del 1998 per lo stesso progetto, vede la luce
“Tenco in Jazz” [12]
sempre con la splendida voce di Tiziana Ghiglioni in quartetto con
Giovanni Ceccarelli al pianoforte, Attilio Zanchi al contrabbasso e
Gianni Cazzola alla batteria.
 
Nel 2000 il pianista Renato Sellani
dedica un intero disco alla musica di Luigi Tenco [13].
Lo incide in trio con Massimo Morioni al basso e Massimo Manzi alla batteria. Qualche preziosa gemma ce la dona ancora Tiziana Ghiglioni,
voce ospite in qualche traccia.
 
BollaniAnche Stefano Bollani ha dedicato una sua particolare rilettura a
“Un giorno dopo l’altro”.
Chiara, trasparente eppure solida come un cristallo.
La canzone è contenuta nell’album LES FLEURS BLEUS [14] inciso dal pianista con
Scott Cooley al contrabbasso e Clarence Penn alla batteria.
 
Ancora un omaggio, da parte del sassofonista Beppe Castellani
che si era già espresso sulla musica di Tenco.
Questa volta è in duo con il "suo" chitarrista Giorgio Signoretti e in una ricca ed affascinante conversazione poetica, riescono a trovare nuove strade nell'universo di Tenco, senza ripetersi. [15].
 
 Gianluigi Trovesi
Nel 2005 Gianluigi Trovesi registra di nuovo “Angela”  [16]
in Trio con Umberto Petrin al pianoforte e Fulvio Maras alle percussioni ed elettronica,
ed è un ritratto di intensa melodia nella forma a lui più congeniale.
.
 
.
Montellanico & Pieranunzi
Nello stesso anno è uscito l’ultimo importante lavoro sulla musica di Tenco
a firma di Ada Montelanico ed Enrico Pieranunzi [17].
Con lo stesso mood intimo della precedente collaborazione, e con rinnovata ricerca poetica, ci donano una nuova, dolce emozione.
Qui i brividi ci vengono mossi non solo per la musicalità dello straordinario ensemble, con Paul McCandless alle ance, Bebo Ferra alla chitarra,
Luca Bulgarelli al contrabbasso e Michele Rabbia alle percussioni, oltre agli
Arkè String Quartet in alcune tracce,
 ma soprattutto dal fatto che vengono musicati per la prima volta quattro brani inediti di Luigi Tenco.
 
La musica di Tenco è senza tempo,
l’anima musicale di Luigi è ancora con noi.
Tenco
 
 
 ________________________
 
Libri su Luigi Tenco consultati:
 
·        “Morte di un cantautore” di Mario Luzzatto Fegiz – gammalibri, 1976
·        TENCO” di Aldo Fegatelli – Franco Muzzio Editore, 1987
·        “Luigi Tenco – Vita breve e morte di un genio musicale”
di Aldo Fegatelli Colonna – Oscar Mondatori, 2002
·        “Luigi Tenco – Io sono uno, canzoni e racconti”
a cura di Enrico de Angelis – Baldini & Castoldi 2002
 


[1]Questa esperienza è ben descritta nel libro di Luigi Viva “Vita di Fabrizio De André”, Feltrinelli 2000.
[2]NINO DE ROSE E FRIENDS “Italian Jazz Singers” – SPLASC(H) Records H 189, Roma 1989.
[3] ROBERTO GATTO & DANILO REA “IMPROVVISI” – Gala Records - 1989
[4]BEPPE CASTELLANI QUARTET “ITALIAN STANDARD” - IL POSTO Records JPR 1112
[5]BEPPE CASTELLANI QUARTET “ITALIAN STANDARD 2” - IL POSTO Records JPR 1115 
[6]LUCA FLORES TRIO “SOUNDS AND SHADES OF SOUND” (SPLASC(H) Records CD H 320-2)
[7]FURIO DI CASTRI “WHAT COLOR FOR A TALE” - SPLASC(H) CDH 351
[8]STEFANO BATTAGLIA & LEE KONITZ “ITALIAN BALLADS VOL.1” – Philology W 61 – March 1993
[9]RENATO SELLANI “THE STUDIO SOLO ALBUM” Italian Mood Charter One - Philology 143 - 1993.
[10]TIZIANA GHIGLIONI CANTA LUIGI TENCO (Philology W 60.2)
[11]ADA MONTELLANICO QUARTETTO “L’ALTRO TENCO” (Philology W 85.2)
[12]TIZIANA GHIGLIONI "TENCO'N JAZZ" (Philology W 118.2) - 1998
[13]RENATO SELLANI “PER LUIGI TENCO" - (Philology W 185) - 2000
[14]STEFANO BOLLANI “LES FLEURS BLEUES” – Label Bleu LBLC 6635 - 2002 
[15]BEPPE CASTELLANI & GIORGIO SIGNORETTI “TENCO IN SAX” – Azzurra music - 2004
[16]GIANLUIGI TROVESI “VAGHISSIMO RITRATTO” – ECM 1983 – December 2005
[17] A. MONTELLANICO & E. PIERANUNZI “DANZA DI UNA NINFA” – Egea Records SCA 121 - 2005

mercoledì, 12 dicembre 2007

Siamo nel 1973, eravamo oggi.

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Oggi recensisco un disco,
a me molto caro.
Mario Schiano - SUD
 
SUD di Mario Schiano
(TOMorrow, IT - ZSTOM 2001 –
 recorded in Rome,
at Studio 38 on 1973, January 8, 9, 11 and 17)
 
tracks
1. Sa bruscia [Marcello Melis] 9:43
2. Supramonte [Marcello Melis] 9:20
3. Palazzo Panorama, int. 25 [Mario Schiano] 4:54
4. Belice, veduta aerea [Bruno Tommaso] 2:19
5. Gambrinus [Mario Schiano] 1:23
6. Sud [Mario Schiano] 6:38


 
Una gemma della musica jazz incisa in Italia, che ha contribuito all’affermazione del free jazz del nostro paese – almeno per la critica militante – e, soprattutto,
ha innalzato il valore della musica collettiva,
del gesto puramente artistico dell’invenzione melodica e,
attraverso l’urgenza espressiva,
l’importanza della voce del proprio strumento
sopra tutte le regole.
 
Almeno su quelle della musica eurocentrica, che prevedono accademica scrittura e guidata armonia.
 
Il disco, che in copertina riporta un’opera del pittore Renzo Margonari, che firma anche le note di copertina, nasce nei primi giorni del 1973 per l’etichetta TOMorrow,
una sussidiaria della RCA, che con questa label ha inciso solo questo disco e
quello dei BLUE MORNING (ZSTOM 2000, 1973) formazione romana con
Maurizio Giammarco (sax, flauto, tastiere), Roberto Ciotti (chitarra),
Sandro Ponzoni (basso) e Alfredo Minotti (batteria).
 
label of SUD
Un opera variegata SUD,
registrata in Quintetto, Ottetto e Big Band da un importante collettivo, che comprende oltre il titolare Mario Schiano : sax alto, (flauto in # 2); Tommaso Vittorini : sax tenore (in # 1-2-5-6, arrangiamento # 6); Maurizio Giammarco : sax soprano (in # 1-2-3-6);
Massimo Urbani : sax alto (in # 1-2-6); Toni Formichella : sax baritono     (in # 1-2-4-5-6); Eugenio Colombo : sax alto, flauto (in # 6); Massimo Bartoletti : tromba (in # 6); Roberto Antinolfi : tromba (in # 6); Gaetano Delfini : tromba (in # 6); Guido Anelli : trombone (in # 6); Ruggero Pastore : trombone (in # 6); Bruno Tommaso : contrabbasso; Roberto Della Grotta : contrabbasso (in # 6); Afonso Alcantara Vieira : batteria; Mandrake : tumbadora

 

 
SUD.
 
Già il titolo è una dichiarazione.
 
L’attenzione, la dedica, l’amore in sintesi per tutte le terre, i popoli e la loro musica,
che si trovano a SUD delle concezioni storico/politiche nel mondo.
 
Perché non solo di SUD geografico si tratta.
 
Schiano non descrive una zona, non si concede al racconto folkloristico - anche se d’appartenenza essendo Lui nato a Napoli nel 1933 - ma colora un clima, esprime una latitudine musicale, innanzitutto.
 
Lo fa con un organico che coralmente partecipa alla costruzione di quest’opera e con una sezione ritmica che rimanda echi africani.
Non solo ai ritmi di quei popoli colonizzati e schiavizzati dai bianchi,
che hanno dato origine al blues e che sono a logico appannaggio di tutta la musica afroamericana,
quella che, con giustificato orgoglio verrà definita
GREAT BLACK MUSIC,
ma, soprattutto, a quei ritmi africani che hanno invaso le nostre coste,
lasciando indelebili ricordi di tamurriate nere  e di ‘o sarracino impressi sulla nostra terra e nella nostra cultura.
.
Contro Schiano
.
Come al solito Schiano va controtendenza,
offre controindicazioni.
.
Approfitta quindi dell’emancipazione del linguaggio jazz tutto, per far affiorare quella che lui stesso definisce “memoria remota” e così definire la nuova identità jazzistica italiana, mediterranea o,
più precisamente, SUD europea.
Schiano si appropria del grido liberatorio del jazz contemporaneo,
 ma non dimentica le radici popolari della propria musica.
Connette così, sullo stesso solco vinilico, le varie e diverse modalità musicali,
solitamente separate dai confini imposti e supera anche i limiti temporali,
elaborando con il suo ricordo, in equilibrio tra vecchie canzoni popolari e nuovi suoni,
una musica densa, senza tempo eppure tenacemente moderna,
che offre gli stessi stimoli sia al cervello che al cuore.
 
Marcello-Melis
Apre il disco SA BRUSCIA, una traccia in ottetto – quella che state ascoltando - composta dal grande contrabbassista cagliaritano Marcello Melis, già compagno di Schiano negli anni dello storico “Gruppo Romano Free Jazz” e fra i primi a ragionare sul rapporto tra la musica tradizionale ed il jazz.
 
.
Annuncia il tema il contrabbasso di Tommaso.
Poi parte il suono collettivo a ripetere il tema-riff e,
di volta in volta cede il passo, nel centro,
alla voce di turno,
come nelle antiche,
 corali forme di espressione musicale tradizionale.
.
Il primo ad entrare nel cerchio è ovviamente Schiano,
che imbracciando l’alto, afferma subito la sua urgenza espressiva e la libertà dagli schemi, portando la musica oltre,
tutto.
Poi, lentamente torna all’inciso e passa la nota a Tommaso Vittorini che al tenore ridisegna il riff, grezzo, spesso nell’impasto del suo suono, e lo colloca in un area più riconoscibile,
oscillante tra swing e hard bop, mantenendo inalterata la primitiva valenza del tema.
.
Ora è il turno della ritmica, che aveva creato un tappeto sonoro sin dall’inizio,
adesso è il suo momento.
Mandrake alla tumbadora, un tipo di congas che proviene
dalla Regla Bantù, 
prende posto al centro del cerchio e si lascia andare al suo assolo,
che è l’origine del suono,
il tamburo che parla,
che qui si colora di tinte latine e caraibiche,
a metà strada tra noi e l’Africa.
.
Senza distacco entra la batteria di Vieira, che già trasporta il suono arcaico del tamburo nell’occidente, dove la batteria - così come la conosciamo - è stata inventata, e il suo assolo riporta il tutto in una moderna sintesi, con l’uso equivalente dei piatti e delle pelli.
 
Il basso di Tommaso, con poche linee, ristabilisce dove siamo.
Perché è il soprano di Maurizio Giammarco ad essere protagonista, ora.
 
Espone chiaro il tema, all’inizio con ricordi di “suoni flautati” poi,
lo colloca qui, nell’ora e adesso, facendo leva sulle sue moderne esperienze,
memore dei vari esperimenti della musica creativa europea, lasciando in un eco il riff alla collettività, che lo ripete ancora e, lo fa emerge con spirito di gruppo, come voce composita e grande e forte dei diversi aspetti, ma tesi verso un unico obiettivo,
l’affermazione del global, dal punto di vista del local.
 
Siamo nel 1973, eravamo oggi.
Mario Schiano
 
Oggi finalmente il disco rivede la luce,
grazie agli sforzi ed alla squisita sensibilità di un GRANDE produttore di Jazz Italiano.
Quel Signor Peppo Spagnoli, che con la sua SPLASC (H) records, ha documentato il suo amore per questa musica, ed ha permesso la sua diffusione in tutto il mondo dagli anni ’80 ad oggi.
Come racconta lui stesso a Flavio Caprera su JAZZiT,
importante magazine diretto dal preparato, arguto e sempre interessante Vincenzo Martorella,
“… ho dovuto penare per arrivare al master originale, consultando inutilmente prima un collezionista e poi la casa discografica RCA. (…) finalmente sono arrivato all’avvocato Micocci, possessore del demo originale che, tramite il figlio perché lui è scomparso, mi ha ceduto e permesso di ristampare uno dei documenti più importanti del jazz italiano d’avanguardia…”
 
Un grande, Peppo Spagnoli, non solo discografico,
ma vero amante e figura storica del nostro jazz.
 
streams
Solo per non dimenticare,
la sua etichetta che conta più di novecento titoli in catalogo,
sul finire del 1984, incide “STREAMS” di Tiziana Ghiglioni, la nostra Lady del Jazz.
Quel disco, fa “scoprire” al produttore il pianista Luca Flores, ed anche l’inimitabile voce di Maurizio Caldura Nunez al sax tenore e soprano.
 
ostinato
.
L’anno dopo licenzia il primo dei dischi di Paolo Fresu,
quel “OSTINATO” che è una bellissima dichiarazione d’intenti,
da parte di entrambe, forse.
.
 
For those I never knew
 
E ancora, documenta tutta la musica suonata da Luca Flores,
dallo splendido MATT JAZZ QUINTET,
al commovente disco in piano solo
“FOR THOSE I NEVER KNEW” purtroppo postumo.
Luca Flores
..
.
Vi lascio con un concreto dubbio, che in quegli anni ha arrovellato le menti degli appassionati,
 ed ha diviso le penne dei critici.
 
Come avrete notato, i primi undici giri di questo 33, portano sul vinile il segno del tempo.
Non un banale graffio, ma un rigonfiamento con conseguente deformazione della superficie.
In una delle tante cene a casa mia, dove il piatto gira sempre, qualcuno ha dimenticato una sigaretta accesa poggiata su questo disco.
 
Gesto di affermazione del concetto free,
o sbadata cialtroneria?
.
collective
 
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domenica, 02 dicembre 2007

CHET BAKER IN ITALY

RARE E PROFONDE TRACCE
INCISE IN ITALIA DAL 1955 AL 1988
 
 
È passato troppo tempo dall’ultimo post,
ma il blog ha generato una serie di contatti che non mi aspettavo,
e sono nate nuove collaborazioni.
Ho appena concluso due approfondimenti con interviste inedite a due Maestri della musica in Italia, e sono in attesa della loro approvazione per la pubblicazione su queste pagine.
 

 

Oggi vi presento un grande ospite,
una stella del jazz internazionale,
che in trent’anni ha inciso e suonato molte volte nel nostro paese,
lasciando tracce profonde nei cuori degli appassionati e ricordi indelebili nei musicisti che hanno avuto la fortuna di suonare ed incidere con lui.
 
 
Nel 1955, due mesi dopo la morte per overdose di Dick Twardzik,
dotatissimo pianista del suo quintetto “europeo” [1],
 Chet Baker suona in Italia alla Taverna Duomo di Milano,
dal 31 dicembre al 15 gennaio.
Nella nuova formazione, troviamo al piano Francy Boland
(che più avanti avrebbe formato una famosa Big Band con Kenny Clarke),
il contrabbassista Eddie De Haas, Charles Saudrais alla batteria e,
Jean-Louis Chautemps al sax tenore.
Chet-at-Florence-one
Poi, a metà gennaio, il quintetto suonò al Teatro Eliseo di Roma e,
successivamente al Conservatorio Cherubini di Firenze, dove la sua musica fu registrata e pubblicata (diversi anni dopo) in due LP dell’etichetta Replica [2] .
Qui Chet suona lunghi brani bop, con una “lucente” improvvisazione straordinaria e, nei brani lenti o cantati, è profondamente lirico.
 
Chet-at-Florence two
Chi conosce anche minimamente la biografia di Chet Baker, sa che seguirlo nei suoi molti spostamenti, improvvisi e veloci, è impresa non facile.
Per fortuna abbiamo i DISCHI,
che documentano le date.
 
Dopo quelli del ’58 incisi a New York per la Riverside, ritroviamo l’anno dopo Chet a Milano, dove suonò molto al Santa Tecla, al Circolo della Rinascente e partecipò a diversi Festival tra cui quello di Bologna, accompagnato dal Quintetto di Lucca. Partecipò anche ad una tournee con Caterina Valente [3]
Caterina Valente W Chet Baker DECCA EP 9 30025 1956 March 26
Sextet&Quartet
In quell’anno incise due LP in Italia,
 il primo è “Chet Baker Sextet & Quartet” [4],
con Glauco Masetti (sax contralto), Gianni Basso (ten sax), Renato Sellani (p), Franco Cerri (bass) Gene Victory (drums). La musica registrata in Sextet, è stata pubblicata anche su etichetta JAZZLAND
 (JLP 18) con il titolo “Chet Baker in Milan”.
 
Chet-with-Len-MercerIl secondo si chiama “Chet Baker Sings and Plays with Len Mercer” [5]
con Masetti, Cerri, Victory, Mario Pezzotta (trne), Fausto Papetti (bariton sax), e orchestra d’archi, con arrangiamenti e conduzione di Ezio Leoni e Giulio Libano.
Il disco è stato pubblicato con lo stesso titolo e diversa cover per l’etichetta americana UP-Front (UPF – 176),
con il titolo “Chet Baker with Fifty Italian String”per la JAZZLAND (JLP 21),
con il titolo “Angel Eyes” per la Scepter Records (SPS 540),
con lo stesso titolo e diversa cover per l’etichetta inglese DJM (2016)
 
La documentazione della musica di Chet Baker su disco è smisurata,
ad oggi si contano più di duecento incisioni a suo nome,
con diverse ristampe nel tempo in tutto il mondo, e molti LIVE usciti postumi.
Capirete come sia complicato compilare una discografia dettagliata.
 
 
Nel 1959, Piero Umiliani scelse Chet Baker come tromba solista per la colonna sonora del film di Nanny Loy “Audace colpo dei soliti ignoti”.
Sempre con lo stesso autore incide nel 1960 le musiche per il film
“Intrigo a Los Angeles”(CAM – cms 30-104).
Chet collaborò più volte con il Maestro Umiliani, come possiamo ascoltare su
Italian Movies” (Liuto LRS 0063 1) e “SMOG” del 1962 (Rca LPM 10320),
ristampato per la StudioUno (STN 1008) nel 1999,
da cui è tratta la traccia che state ascoltando.
Smog
 
In seguito, fu chiamato da diversi grandi compositori, per commentare in musica i film italiani, come “Totò di notte n1” di Armando Trovajoli, e “Una vita violenta” di Piero Piccioni.
 
 
Nel 1960 Chet Baker viene scritturato alla Bussola di Focette, in Versilia,
dove suona per tutta la stagione estiva con il Trio di Romano Mussolini (p),
 con Carlo Loffredo (bass) e Roberto Podio (drums).
 
Poi c’è il “troppo noto” arresto nella stazione di servizio di San Concordio Contrada ed il relativo processo mediatico e penale, che si svolse a Lucca nell’aprile del ’61,
e che trattenne Chet Baker per undici mesi nelle prigioni italiane.
 
Nel dicembre del 1961, tornato in libertà, trovò molti amici che lo aspettavano.
I primi furono Giovanni Tommaso, Amedeo Tommasi, Franco Mondini e
Antonello Vannucchi, che gli organizzarono un concerto di rientro alla normalità al Teatro Comunale di Lucca.
 
Un mese dopo, il 5 gennaio 1962,
Chet inaugura il nuovo studio di registrazione della RCA,
 al 12° chilometro della via Tiburtina a Roma.
Insieme al pianista Amedeo Tommasi,
Bobby Jaspar (tenor sax), René Thomas (g), Benoît Quersin (bass) e Daniel Humair (drums), registra uno splendido disco con un titolo propiziatorio
“Chet is Back!” [6].
chet is back!
 
La traccia che trovate qui sotto,
è "Ballata in forma di Blues"
composta per l’occasione dal
Maestro Amedeo Tommasi.
Una poetica sintesi della vicenda umana di Chet.
Già nell’introduzione, annuncia l’amore per le origini,
il blues da dove tutto è nato.
Poi quel senso agrodolce, come sospeso tra notorietà e sconfitta,
il tutto raccontato con un’indimenticabile melodia,
e quell’ostinato riff, proprio del blues e di chi deve - comunque - andare avanti.
 
 
Sempre nel ’62, suonò con una Big Band diretta da Ennio Morricone, ed incise per la Rca un EP con quattro canzoni [7]
Chet Baker sò che ti perderò
 
 Chet trascorre diversi anni in giro per l’Europa,
subisce altri arresti ed espulsioni da alcuni paesi e rientra negli Stati Uniti.
Registra ancora, è ovvio, con la Limelight, la Prestige, la Word Pacific, ma l’attenzione del pubblico americano non è più la stessa degli anni ’50,
ed in Europa non può rientrare.
Quindi, sparisce per alcuni anni.
Si parla della separazione con sua moglie Carol,
di un “troppo famoso” pestaggio a San Francisco dove gli fecero saltare tutti i denti, del suo lavoro in incognito presso una pompa di benzina,
disperso nei profondi USA.
 
C’è molta letteratura superficiale su questo, e poca musica, per me.
 
Poi un salto nel tempo,
e, dalla metà degli anni Settanta,
 Chet Baker torna con la sua musica che,
per me,
rappresenta il periodo migliore.
chet
 
Inizia a suonare seduto,
con poche lunghe note necessarie,
il microfono spinto fin dentro la campana della tromba,
 per non perdere nessuna sfumatura.
 
La sua voce, 
che ha conservato l’esile poesia,
ora sembra un tenero flusso ininterrotto,
che lega insieme le parole, le polverizza e le soffia via,
 piano
nel microfono,
sempre attaccato alle labbra,
in un delicato bacio sonoro.
 
Gli occhi chiusi,
per non distrarsi,
per guardarsi dentro,
nel fondo delle emozioni.
 
 
In Italia Chet ri-appare al Festival di Pescara, nel luglio del ’75 dove registra un’unica, stupenda traccia [8], quella “My Funny Valentine” che sempre più spesso,
uscirà come un respiro dalle sue labbra.
 
Poi, nel luglio 1976 il suo amico Pepito Pignatelli gli affida la gestione del suo locale, lo storico “Music Inn” di Roma.
Esiste una registrazione postuma, sul disco dal titolo “Deep in a Dream of You”
 pubblicato dall’etichetta svedese Heart Note (moon MCD 026-2) che sembra documenti la musica di quel mese romano.
 
The incredible C B
Nel marzo del ’77 registra “The IncredibileChet Baker Plays and Sings”
 
per la milanese Carosello ( CLN 25075)
con la sua compagna Ruth Young (che canta in due tracce) e
Bruce Thomas (p), Gianni Basso (ten. s), Jacques Pelzer (alto, fl),
 Lucio Terzano (bass) e Giancarlo Pillot (drums).
 
Soft Journey
Tra il dicembre ’79 ed il gennaio del 1980 avviene il primo incontro
con Enrico Pieranunzi,
e nasce uno dei suoi migliori album degli ultimi anni.
“Soft Journey” per la romana Edi Pan (NPG 805)
con Maurizio Giammarco (ten. s), Riccardo Del Frà (bass), Roberto Gatto (drums)
 
 
Nell’ottobre del 1983 è ospite nel locale di Giorgio Vanni a Milano,
dove con la sua nuova compagna Diane Vavra (sopran sax) e Nicola Stilo (fl),
Michel Graillier (p), Riccardo Del Frà (bass), Leo Mitchell (drums)
 registra il LIVE Al Capolinea (jii 5)
con una superba versione di “Estate” di Bruno Martino.
Il disco è stato ristampato con una differente cover nel 1987
dalla Red Records (NS 206)
Al Capolinea
 
Nel 1985 incide “Symphonically” per la Soul Note (SN 1134)
con Mike Melillo (p), Massimo Moriconi (bass), Giampaolo Ascolese (drums) e l’orchestra Filarmonica Marchigiana.
Il 24 novembre dello stesso anno, con Massimo Moriconi e Michel Grailler (p), suona al Moonlight Club di Macerata.
Paolo Piangiarelli – appassionato produttore – pubblica in doppio LP questo bellissimo live per la sua etichetta, Philology (214 W10-11).
 
Partecipa alla registrazione del magnifico “Silence” (121 172)
 inciso a nome di Charlie Haden (bass) nel novembre 1987,
 per la Soul Note di Giovanni Bonadrini
con Enrico Pieranunzi (p), e Billy Higgins (drums).
Un album veramente suonato con maestria,
con il lato migliore sui tempi veloci,
ai quali non si sottrae neanche la classica ballad “My funny Valentine”.
 
A Recanati, tra febbraio e marzo ’88, Chet incide due splendidi dischi con Pieranunzi, ancora una volta per la Philology.
“the (He)art of the Ballad” un duo intimo e
e “Little Girl Blue” con lo Space Jazz Trio del pianista,
che comprende Enzo Pietropaoli (bass) e Fabrizio Sferra (drums).
 
Nel gennaio 1988 Baker partecipa ad una particolare incisione
“Chet on poetry” un disco rimasto incompiuto,
che fu successivamente completato e mixato a cura di Nicola Stilo per l’etichetta Novus.
Qui oltre a Chet alla tromba e all’inedita lettura in italiano di poesie di Gianluca Manzi e Maurizio Quercini troviamo appunto Stilo (fl., g., p),
Enzo Pietropaoli (bass), Roberto Gatto (drums), Alfredo Minotti (perc.).
Chet-on-Poetry
 
Ancora postumi - sempre per l’etichetta di Paolo Piangiarelli - escono
“A night at the Shalimar” (W 59) con Nicola Stilo, Furio Di Castri (bass),
e Mike Melillo o Luca Flores (p).
E“Goodbye Chet” (W22) con varie registrazioni live tra il 1985 e il 1988
con Mike Melillo e Tiziana Ghiglioni.
 
Nel 1994, con il numero di dicembre della rivista Musica Jazz, è uscito un cd con registrazioni inedite effettuate tra il 1975 e il 1988, a cura di Piangiarelli.
Tra queste c’è una perla, SOLAR di Miles Davis, registrato da Chet Baker a
Torino il 21 aprile 1988 con Enrico Rava, Massimo Urbani e Franco D’Andrea.
 
Nel 1992, con ristampa nel ’99, la Dreyfus ha pubblicato
il LIVE in Bologna del 1985,
con Philip Catherine (g) e Jean-Louis Rassinfoss (bass).
        
Vorrei ricordare, anche se non registrato in Italia,
“Last Concert in Rosenheim” disco uscito per la Timeless con
Luca Flores (p), Nicola Stilo e Marc Abrams
il 17 aprile 1988,
un mese prima della sua morte.
 
Il ricordo di Chet è inciso in tutti i suoi dischi,
in Italia ce ne sono molti.
 
 
 
Bibliografia in Italia:
Chet Baker in Italia a cura di Paola Boncompagni e Aldo Lastella – Stampa Alternativa
Dossier monografico in Musica Jazz n11, novembre 1989 a cura di Salvatore G. Biamonte
Dossier monografico in Musica Jazz n12, dicembre 1994 a cura di Salvatore G. Biamonte
 
Discografia:
Thorbjørn Sjøgren - Chet: A Discography - JazzMedia ApS
 
Siti web:
http://www.chetbaker.net/
http://www.chetbakertribute.com/
The Lyrical Trumpet on GEROVI-JAZZ
 
 
 


[1] “Chet Baker Quartet” Barclay LP 84 009, Parigi, ottobre 1955
[2] ” Chet Baker Quintet vol. 1 & vol.2” limited issue Replica Records - RR
[3] DECCA EP 9 30025 - 26 Marzo 1956 -
[4] “Chet Baker Sextet & Quartet” LPMusic, Milano Ottobre 1959 – ristampa by JOKER nel ’68 e ’81
[5] “Chet Baker Sings and Plays” LP CELSON – LPQ 25005 - 1959
[6] “Chet is back!” 1962 - RCA, LPM 10307
[7] Chetty’s Lullaby / So che ti perdero' – Motivo su raggio di luna / Il mio domani - 
Chet Baker & Ennio Morricone Orchestra - EP 3068 RCA Victor 1962
[8] “Seven Faces of My Funny Valentine” Philology W30-2, 1975 – ‘82

domenica, 25 novembre 2007

JAZZ ITALIANO MODERNO

THE RE-BIRTH OF MODERN ITALIAN JAZZ FROM 1955 TO DAY
 
Questo post cambia tutto.
 
Intanto, inizia con una splendida traccia del 1959,
 ascoltatela e capirete che cosa intendo, più che con mille parole.
 
 Kind of Blue Miles Davis
Tra Marzo e Aprile 1959, Miles incideva “Kind of Blue”,
una pietra miliare del Jazz moderno.
Nel Giugno 1959, Thelonious Monk registra "Five by Monk by Five"
con Charlie Rouse al sax tenore e possiamo dire addio alla terraferma,
con l’armonia e la melodia che diventano puntini luminosi nell’iperspazio musicale.
Sempre nel ‘59,
John Coltrane prendeva la sua personale strada con “Giant Steps”
 
the Artistry of Nunzio RotondoLa traccia che state ascoltando è GARINEIPAULUS
incisa nello stesso anno, il 30 Giugno a Roma,
dal Quartetto di Nunzio Rotondo (tp),
Romano Mussolini (p), Franco Cerri (bass), Gilberto Cuppini (drums) tratta da
THE ARTISTRY OF NUNZIO ROTONDO
(Music LPM2076)         
e cambia tutto.
 
Per cambiare, Nunzio Rotondo sceglie le origini.
Questo è un blues ,
e racconta con poche note essenziali, senza inutili fraseggi e scale,
lo stato d’animo di un musicista che ha fatto
del suo amore VERO per il jazz la sua felicità e la sua sofferenza.
 
Un disperato lirismo che trova eco nel registro basso,
una malinconia dolce e penetrante che apre spazi
alla speranza ed al rinnovamento, che parla nuovi linguaggi e che trova forme mai sentite, come nelle note “apparentemente” disarticolate che donano nuova e inaspettata vita al secondo chorus di contrabbasso.
 
Il Jazz italiano sta cambiando,
sul finire degli anni Quaranta l’Italia trova meritata collocazione nel panorama internazionale del Jazz.
 
Ma è dal 1955 che si può osservare
una via italiana al Jazz moderno.
 
GiorgioGasliniNewJazz
 
Le nuove concezioni musicali di solisti e gruppi,
formatesi nel ricco retroterra culturale che il Jazz aveva a disposizione,
l’affermarsi del microsolco e la diffusione del DISCO,
principalmente EP - Extended Play a 45 giri –
i cambiamenti in atto nella scena internazionale e l’importante e formativa presenza di grandi ospiti stranieri che suonarono ed incisero con i nostri musicisti, modificarono il clima di un’Italia jazzistica provinciale,
illuminando i nostri come stelle nel panorama internazionale.
 
Abbiamo visto quali sono le origini di questa musica nel nostro paese,
quali le contaminazioni e quali radici hanno generato poi, questi “strani frutti”.
 
BassoValdambriniQuintetTra i musicisti che hanno traghettato la musica Jazz dalla prima era
a quella moderna vanno ricordati:
Nunzio Rotondo, Gianni Basso e Oscar Valdambrini, Franco Cerri, Dino Piana, Armando Trovajoli, Piero Umiliani, Gilberto “Gil” Cuppini, Giancarlo Barigozzi, Enrico Intra, Eraldo Volontè, Giorgio Gaslini, Enrico Rava, Roberto Nicolosi, Umberto Cesari, Romano Mussolini, Giorgio Azzolini, Renato Sellani, Cicci Santucci ed Enzo Scoppa…
 
Le case discografiche che hanno permesso la diffusione in microsolco
del Jazz italiano moderno sono:
la Rcacon vari LP e EP più un’antologia dal titolo
“Il Jazz in Italia : quattro dimensioni”,
la Parlophon,
la Columbia-Voce del Padrone con LP e EP
e la riedizione in 33 giri nella serie Italian Jazz of the Roaring Fifties” Jazz in Italy No3 SergioFanni
di 78giri della collana “Italian Jazz Stars”,
la CETRA con 15 EP della serie
“Jazz in Italy”,
la Ricordi con il libro-disco “Quarant’anni di Jazz in Italia”
a cura di Adriano Mazzoletti ,
la Hollywood-Meazzi, la Fonit,
la Astraphon con alcuni EP e l’antologia “Dieci anni di Jazz in Italia”,
passando per la Carosello con la serie
“Jazz from Italy”,
la romana HORO di Aldo Sinesio,
la DIRE FO di Tito Fontana,
arrivando alla Splasc(H) del grande Peppo   Spagnoli, Red Records, Philologhy…
 
GIANNI BASSO hitTra i grandi ospiti stranieri che suonarono con musicisti italiani, mi piace ricordare :
Chet Baker che incise con Umiliani, Cerri, Sellani, Basso ed altri,
Bill Smith che a Roma costituì il gruppo “the Americans in Rome” ed incise anche con Nunzio Rotondo,
Bud Shank che collaborò con Ezio Leoni, Giulio Libano, Eraldo Volontè ed altri, Buddy Collette che registrò con Cerri, Sellani, Dino Piana ed altri,
Lars Gullin più volte nei gruppi di Basso&Valdambrini,
Peanuts Hucko e Trummy Young che con la Roman New Orleans Jazz Band parteciparono al disco “Jam Session in Rome”,
Helen Merrill nel disco “Parole e musica” del sestetto di Piero Umiliani etc, etc
 
Insomma,
anni fecondi, creativi, ricchi di incisioni e fermenti,
impossibile da comprimere, che necessitano cambiamenti.
 

E, dal prossimo post, anche jazz from italy cambia veste editoriale,

 con una serie di "articoli"
sempre sulla musica Jazz suonata in Italia
(e come poteva essere altrimenti chez moi...)
 ma di volta in volta incentrati
su autori, DISCHI, etichette, musicisti e contesto storico
 in maniera monografica, a differenza del lavoro svolto fin'ora,
collegati tra loro in maniera ipertestuale dalle varie tags attribuite alle categorie e
resi PREZIOSI dalle tracce musicali tratte da vinile originali.
Jazz a confronto 14 Rava
 
 Ma questo è un altro post! 
 
 
 

postato da: jazzfromitaly alle ore 03:00 | link | commenti (20)
categorie: high fidelity tracks, jazz italiano moderno
venerdì, 09 novembre 2007

MY FUNNY VALENTINE

Ciao,

eccomi da voi per un altro post di High Fidelity Tracks.

Non sò per Voi, ma per me non è stata una giornata delle migliori ed ora mi vorrei soltanto rilassare. E allora cosa c'è di meglio di un intramontabile STANDARD?

Cosa dà più serenità, calore e quel senso di sicurezza se non una canzone d’amore, sentita, conosciuta e suonata mille volte??

 

La traccia che per me funziona sempre è

MY FUNNY VALENTINE.

Questa canzone, composta da Richard Rodgers con il testo di Lorenz Hart è stata incisa in oltre 1300 album e da più di 600 artisti.

Tra questi mi piace ricordare :

la versione del 1955 di Frank Sinatra, sull’album Songs for Youg Lovers;

quella di Ella Fitzgerald, incisa nel 1956 sul disco Ella Fitzgerald Sings the Rodgers & Hart Songbook;

il duo Bill Evans & Jim Hall che nel 1962 la registrano su Undercurrent;

miles davisquella live di MILES DAVIS (tp), Gorge Coleman (ten. s), Ron Carter (bass), Herbie Hancock (p), Tony Williams (drums) il 12 Febbraio 1964 al Lincoln Center’s Philharmonic Hall (THE COMPLETE CONCERT 1964 – Columbia CL 2306 ora disponibile in doppio CD, Columbia 471246);

ancora l’interpretazione di Elvis Costello nel ’79, quella struggente di Nico che chiude il disco Camera Oscura del 1985,

la perfezione del Trio di Keith Jarret nel ‘96 etc etc.

Su tutte, quella che mi porterei sulla “solita” isola deserta (…oddio, magari mò è piena de’ famosi…)

è una delle tante versioni di CHET BAKER : “Live a Bologna”, registrata al Teatro delle Celebrazioni il 20 Aprile 1985 ( Dreyfus fdm 36558-9 ) in Trio con Philip Catherine (g) e Jean-Louis Rassinfosse (bass), dove tutto è magico. Live-in-Bologna 1985

…pianissimo, in crescendo parte il contrabbasso. Un suono legato, lungo, che con l’arco trascina le note in una lenta melodia, che passa dall’acuto al grave con una consistenza terrena, reale, quasi tangibile.

Poi la chitarra accenna appena il tema. Una breve sequenza di note che si insinua dentro, con la stessa semplice intensità di quelle musiche che, una volta ascoltate, restano in testa tutta la giornata.

Quando Chet inizia a cantare, gli altri due cedono il passo, restando nell’ombra di un accompagnamento discreto, riconoscendo alla voce la stessa valenza di uno strumento, con una musicalità e un senso del ritmo che gli permette di andare avanti da solo, con la bocca attaccata al microfono come se stesse sussurrando nell’orecchio della sua donna.

Allunga le vocali quasi a voler rendere interminabile quella dedica d’amore.

“… yooour looks are laughable,

unn...photograa...phable

yet, you’re myyy fa-vo-urite work of art...”

Tocca di nuovo alla chitarra il ruolo di elevare la musica ad uno stato etereo, un tocco cristallino e lieve, che trasporta la canzone ad un’altezza irraggiungibile, per qualsiasi strumento di legno.

live in BO2Ancora il pizzicato denso e scuro del contrabbasso che vibra dentro, fa tornare la canzone “reale” e poi…

Poi,

finalmente, la voce della tromba, rotonda, che riempie gli spazi, trasportandomi fuori da tutto, con un suono a volte incerto, caldo e naturale come il vento che si ode tra le foglie, come la brezza che si gode di fronte al mare.

Ripete l'inciso brevemente, solo con le note necessarie,

eppure c'è dentro tutta la canzone, una melodia di quelle che non si possono dimenticare, densa e rassicurante, sensuale e romantica come solo certi ricordi sanno essere.

Termina la frase delicatamente, come uscendo da dentro di Lei, e non c’è stacco tra le sue parole ed il silenzio che segue. Quel silenzio fa parte della sua musica.

Solo dopo qualche secondo di quiete, interminabile, parte l’applauso.

 

Questa però la potete trovare.

La versione che vi “posto” invece è una rara registrazione su EP 45rpm,

veramente difficile da trovare :


MY FUNNY VALENTINE

Jimmy Fontana and His Trio

probabilmente la sezione ritmica del Flaminia Quintet:

Raffaele Giusti (p), Sandro Santoni (bass), Wilder Petroselli o Lionello Bionda (drums)

Milano, 1958 Astraphon E 1248,

poi Hollywood HE 3002 EP.

Jimmy-Fontana-cover

 

E sì, Enrico Sbricioli in arte Jimmy Fontana, poco più che ventenne lascia la provincia marchigiana per entrare a far parte di una delle più importanti jazz-band della capitale. Più tardi si dedicherà alla canzone italiana, e nel 1965 incide "Il mondo", da lui scritta e magistralmente interpretata; di questa canzone saranno oltre cento le versioni pubblicate in tutto il mondo.

Anche Lui ha amato il Jazz !

 


postato da: jazzfromitaly alle ore 02:26 | link | commenti (22)
categorie: high fidelity tracks