Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
Ve lo avevo promesso che avrei dedicato una categoria speciale ai tanti dischi di Gianni Basso che sono stati stampati solo in vinile, ed eccola qua.
LOST MASTERPIECES
È assurdo pensare che, in una società dalle ipertrofiche produzioni, alcune gemme del Jazz di questo paese rischiano l’oblìo perché, a detta di tanti, non hanno mercato.
Oggi, al telefono con Renato Sellani, il Maestro paragonava il jazz ed il pop alla Formula 1 ed alla Atletica leggera.
Sponsor e belle donne in uno e divertimento e sudore nell’altro.
Cos’altro dire…
Per fortuna alcuni appassionati hanno iniziato a ristampare quello che è stato definito il periodo d’oro del Jazz italiano, quando è iniziato tutto, ma sugli anni Settanta, fino al finire degli Ottanta, c’è ancora il silenzio.
La contraddizione è ancora più evidente, dal momento che sono gli anni in cui il nostro Jazz è diventato adulto.
Ma crescere significa pensare…
Io non potevo che iniziare da qui.
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Credits:
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Label: HORO
JAZZ a confronto 3
Catalog#: HLL 101-3
Format: LP
Country: Italy
Released: 1973, February
At “Titania Studio”
Produced by Aldo Sinesio
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Gianni Basso (tenor sax),
Franco D’Andrea (p), Bruno Tommaso (bass), Bruno Biriaco (drums)
È passato più di un anno e, ovviamente, diverse cose sono cambiate.
Innanzitutto sono cambiati i miei tempi, piegati dalle correnti della vita, ed è sicuramente mutato il paesaggio intorno a me, sempre più innaturale e lontano.
Ovviamente si sono modificati i miei gusti, e meno male, mi viene da dire, altrimenti sarei un conolophus subcristatus del jazz, immobile sul costone roccioso della musica più mutevole del mondo.
Nuovi amici si sono avvicinati al mio cortile e, immancabilmente, altri non ne hanno fatto più ritorno.
Poi, ancora, è cambiato il mio lavoro, e questo ha variato sostanzialmente i miei equilibri.
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Tutto questo in poco più di un anno, eppure ritrovo le stesse tracce.
Sento, infatti, che non è cambiato il mio ritmo più intimo, né tantomeno il nutrimento che ogni giorno, contro tutte le intemperie, coltivo instancabilmente e mi sforzo di continuare ad offrire a me stesso.
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Insomma, nonostante tutto, per me, scelgo sempre il miglior cibo per l’anima.
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Voi, trovate ancora erba buona in questo misero mondo o cercate di migrare verso altri luoghi di desiderio?
Ricevo e, molto volentieri, pubblico questo messaggio:
Aldo Sinesio sta preparando, con la mia collaborazione, il rientro della HORO sul mercato. Entro pochissimo saranno disponibili i CD tratti dal quintuplo album di Freddie Hubbard e un inedito, un duo fra Dave Burrell e Sam Woodyard. A poco a poco l'intero catalogo sarà pubblicato su CD e non è esclusa una ripresa dell'attività produttiva.
A presto, Gianni Morelenbaum Gualberto
22 Febbraio 2009 - 11:31
Bene.
Da un po’ “girava” la voce di una possibile ripubblicazione del catalogo, io ne avevo parlato anche con Paolo Scotti, che con la sua Deja Vu sta facendo un ottimo lavoro di recupero e di produzione di una parte del Jazz italiano.
Ma qui c’è di più, c’è lo scoop e ci sono i diretti interessati, perché Gianni è stato il collaboratore di Sinesio per un bel po’ di tempo, oltre ad essere un attento osservatore della scena musicale contemporanea.
Per cui, oltre che ringraziare Gianni Gualberto che ha scelto anche questo blog per una notizia che reputo, per quanto mi riguarda, esplosiva,
a parte la felicità nel poter recuperare quei pochi dischi di questa mitica label che ancora non ho raccolto in vinile,
oltre all’importanza che trovo nel recupero della memoria storica in tutti i suoi sensi, e quello culturale è tra i primi che intendo,
oltre al fatto che, una volta tanto, possiamo essere - casualmente, per carità - orgogliosi di essere italiani, oltre al valore oggettivo della maggior parte di queste incisioni, ho ancora delle curiosità da soddisfare.
Dello splendido duo me ne parlasti tu, Gianni, era luglio, ricordi?
Ma il grande Hubbard non è stato mai pubblicato su Horo, cos’è stà storia del quintuplo album?
Inoltre io ricordo un tuo interessante intervento su un libro di quasi trent’anni fa, intitolato “Nascita e sviluppo delle etichette discografiche indipendenti”, dove attestavi che nel vasto catalogo della HORO c’erano opere buone e mediocri, con una casualità di scelta che toglieva organicità al lavoro dell’etichetta, che necessitava di un migliore editing e di un più approfondito taglio grafico.
Per cui, sarà vostra intenzione ripubblicare l’intero catalogo, cosa che io trovo giusta per dare integrità all’operazione, o solo quei dischi che riterrete più riusciti? Ci sarà una nuova veste grafica e redazionale o intendete mantenere l’aspetto originale anche per dare un valore aggiunto alla ripubblicazione?
Come sarà distribuita la produzione? Ci sarà un sito dedicato?
Poi parli di una ripresa dell’attività produttiva, cioè c’è l’intenzione di mettere in catalogo voci nuove?
Per ultimo, lo sai quanti collezionisti metterai sul lastrico, gente che ha impegnato anche la moglie pur di possedere una copia mint di “New Steps”, “A European Proposal”, “Catch”, “Parabola”, “Open City” o “The Loadstar” ?
Lo so, tu ci dai una notizia bella ed io ti rompo le palle con una sfilza di domande, ma parliamo della HORO, capisci?
È come dire che non si può andare in un covo di Jazz addicted, tirar fuori la roba migliore, far assaggiare appena appena l’amaro sulle gengive e poi sparire.
E no, caro Gianni, qui ti devi fermare, ti devi confrontare, ci devi chiarire, c’è da condividere, please.
Non era forse questo uno dei principi di quella splendida etichetta?
Grazie di tutto Gianni, aspetto news con il piatto che già gira.
A presto.
p.s.
Per tutti quelli che hanno commentato i miei post sulla HORO, annuncio che possiamo partire con le prenotazioni. Io mi rendo disponibile a tenere il conto.
Il 1974 è importante per capire l’aria che si respirava in quegli anni.
Inizia in un clima di austerità, dove la “fantomatica” crisi petrolifera impone targhe alterne e propone aumenti dell’oro nero fino al 250%.
Neanche un mese dopo vanno sotto accusa diversi uomini politici e funzionari ministeriali per aver ricevuto tangenti dall’Unione Petrolifera Italiana in cambio di false dichiarazioni che giustifichino l’aumento incontrollato della benzina.
Nessuna crisi, solo la solita smania di profitto.
Francis Bacon part of "Deuxième Version de Triptyque 1944" - 1988
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Il 12 Maggio si và alle urne per il referendum abrogativo sul divorzio, fortemente voluto dalla chiesa, dal suo braccio politico, la DC, e dai conservatori del MSI.
Su trentatré milioni e mezzo di elettori, il 59% vota NO all’abrogazione di questo diritto. Forte la partecipazione delle donne.
Qualche giorno dopo, durante una manifestazione antifascista indetta dai sindacati, in Piazza della Loggia a Brescia, una bomba uccide otto persone e ne ferisce più di cento. La strage verrà rivendicata dai fascisti di “Ordine Nero”.
A San Benedetto Val di Sambro, il 4 Agosto, il treno Italicus esplode per un’altra bomba.
Un volantino di Ordine Nero così rivendica la strage: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti».
Piazza della Loggia, Brescia
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In Settembre, il neonato Nucleo antiterrorismo guidato dal generale Dalla Chiesa, arresta Renato Curcio ed Enrico Franceschini, appartenenti alle Brigate Rosse.
All’inizio di Ottobre, la Fiat annuncia la cassa integrazione per 65.000 operai.
Alla fine di Novembre viene proclamato il quarto Governo Moro, con La Malfa e Spadolini e la solita sfilza di democristiani. Al Ministero del Bilancio c’è Andreotti, che nomina sottosegretario Salvo Lima, più volte coinvolto in indagini della commissione antimafia.
Capite che aria intendo?
Non sentite puzza di bruciato??
Félicien Rops "Le Tentazioni di Sant'Antonio" - 1878
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Il 12 Febbraio 1974, a Roma, entrano in studio per la prima volta insieme, Mario Schiano e Giorgio Gaslini, due dei musicisti più rappresentativi di quella che sarà la stagione più libera e creativa del Jazz italiano.
Entrambi avevano contribuito ad innescare quello che verrà interpretato come il momento di rinnovamento di questa musica, ognuno con il proprio, personalissimo modo che si differenzia dall’altro eppure si compensa nello stesso momento.
Il frutto di questo incontro è il disco che state ascoltando.
Gaslini, disegna con consapevolezza la volontà di cambiamento, costruisce schemi di rottura attraverso la forma colta della composizione, insegna il Jazz al conservatorio, sdoganandone l’importanza culturale.
Schiano afferma la spontaneità e la rabbia necessaria per la trasformazione, sostiene l’importanza della performance dal vivo, incrocia ed ingloba altri linguaggi artistici, con un unico obiettivo, quello del messaggio.
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Uno ha fatto dell’intenzionalità la scelta più libera della sua ricerca.
L’altro ha usato il principio della casualità per intendere il senso della sua stessa vita.
Tutti e due comunque si muovono sul terreno del recupero della tradizione, ed allo stesso tempo esplorano instancabilmente il cielo sconosciuto dell’improvvisazione.
Entrambe, insomma, cercano la ricchezza dell’universo umano.
Tutti e due fungono da poli aggregatori per le giovani leve di allora, che poi diverranno i maestri di oggi, e promuovono, accompagnano, stimolano ed utilizzano l’energia giovanile per ottenere il miglior risultato che la loro ricerca potrà mai dare.
Giorgio Gaslini aveva anticipato le urgenze musicali che saranno proprie degli anni Settanta, già nel Febbraio del 1966 con New Feelings.
Nel Novembre dello stesso anno, dal vivo al Folkstudio di Roma, con un manifesto che ne anticipa i contenuti [1], nasce il “Gruppo Romano Free Jazz” di Mario Schiano con Franco Pecori e Marcello Melis.
Francis Bacon part of "Triptyque, août 1972"
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Il 28 Maggio 1968, nei giorni in cui a Parigi, Berkeley ed in altre università cominciano i moti studenteschi, Gaslini registra con una Big Band dal vivo “Il fiume furore, Jazz per il movimento studentesco / Canto per i martiri negri in memoria di Martin Luther King”.
Il 25 Aprile del ’70, festa della Liberazione nazifascista, lo Schiano Trio incide “If not ecstatic we refund”,
un discoche presenta l’originalità di lasciare affiorare continuamente, sotto il tumulto e le impertinenze anarchiche, un’eredità. […] Non si sa dire se questa anteriorità è accusata, derisa o al contrario è rivendicata come un’assenza.
Forse la risposta è un po’ e un po’.
Questa incertezza mette voglia di conoscere meglio questi musicisti che, nel loro disprezzo di strade troppo nettamente tracciate, elaborano simili ragionamenti. [2]
Nel 1972 a Giorgio Gaslini fu assegnata la cattedra di Jazz al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Tra i suoi allievi c’erano Bruno Tommaso e Patrizia Scascitelli, mentre tra gli uditori parteciparono Massimo Urbani, Maurizio Giammarco, Tommaso Vittorini ed altri. Queste saranno le nuove forze del Jazz italiano, le voci infuocate di quegli anni, le menti più creative del nostro panorama.
Nel Marzo dello stesso anno tocca a Gaslini far registrare “i suoi allievi”.
La prima documentazione appare nel disco “Message”, con guest come Enrico Rava & Paul Rutherford. Successivamente, nel giugno 1973, ancora a nome del pianista milanese esce “Favola Pop – Reportage dall’isola di Utopia”.
Questo passaggio degli stessi musicisti nell’opera di uno o dell’altro titolare, ci permette di vedere quanto i percorsi di Schiano & Gaslini, all’apparenza agli antipodi, siano in realtà molto vicini.
Questo, oltre il fatto di rendere loro il merito di aver creduto in questi giovani, di averli aiutati a liberarsi dalla “schiavitù” dell’emulazione del linguaggio del Jazz americano e di averli così consegnati, per sempre, all’olimpo dei jazzmen.
Félicien Rops "Pornocrate" - 1878
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“…nell’ambiente circolò la voce che per realizzare «Sud» io gli avevo praticamente fregato allievi ed uditori, il che non era vero, perché quei musicisti li avevo scoperti io, giovanissimi. Così, quando Aldo Sinesio mi invitò a realizzare un disco per la sua collana, la Horo, ed io gli proposi un incontro con Gaslini, molti erano sicuri che Giorgio non sarebbe venuto. Invece quando arrivai in sala di registrazione lui era lì che mi aspettava da un’ora! Giorgio intervenne in due brani, unitamente a Bruno Tommaso, «Unità» e «Canto ritrovato», un antico canto lombardo da lui rielaborato.” [3]
Il disco della Horo è il numero 8 della mitica serie Jazz A Confronto, un disco cardine del Jazz italiano di quegli anni, dove si raggiunge “… il giusto punto di fusione nell’apparente dicotomia della «casualità-intenzionale». Tutto è frutto cioè, di quanto si è voluto fare, in un ambito dove tutto era da scoprire per caso.” [4]
In questo periodo ho sempre più difficoltà a trovare le parole.
Sono giorni in cui vedo aumentare la distanza tra il mio essere individuo e tutto il mondo che mi gira intorno,
lunghissimi attimi nei quali mi interrogo sempre più spesso sul senso di uno spazio come questo, cercando di capire il valore fragile di una musica rispetto al senso concreto di questa mia esistenza.
Come trovare la rara bellezza in quel che è sotto gli occhi di tutti?
Parlare poi dei soliti noti, in anticipo o meno, lo trovo sempre meno interessante.
Non è forse nella ricerca che si può incontrare una scoperta?
Ma quanta fatica ci vuole, ogni volta, per spogliarsi delle proprie sicurezze e rimettersi in gioco?
Musica Jazz di Ottobre dedica la cover (e finalmente una bella cover!)
ad un gigante del Jazz che ci ha lasciati, recensisce un libro sulla storia della sua vita appena dato alle stampe ed annuncia che nel prossimo numero dedicherà a questo musicista “un più adeguato ricordo”.
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E si, perché la notizia e grossa, ma è niente in confronto alla statura musicale di Johnny Griffin, soprannominato the “Little Giant”,
morto il 25 Luglio scorso in Francia, dove risiedeva, e dove solo quattro giorni prima, ad ottant’anni suonati, si era esibito dal vivo.
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Ora, non vorrei inaugurare una nuova rubrica (che dite, Jazz Obituary potrebbe andare?) o fare il coccodrillo ritardato sull’improvvisa scomparsa di un grande del Jazz.
Potrei anche stare qui a raccontarvi che Griffin a sedici anni soffiava già come un demonio nella Big Band di Lionel Hampton, che è stato tra i sassofonisti più rappresentativi della scena Hard Bop, scritturato dalla Blue Note prima e dalla Riverside poi, che ha inciso con Coltrane, Monk, Max Roach, Lockjaw Davis o la Clarke-Boland Big Band.
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Ma preferisco di no, magari in un’altra occasione, non qui, perché se anche lui non c’è più, è rimasta la sua musica ed allora lascio parlare quella, registrata in un’occasione particolare in Italia, ed incisa su un disco mai più ristampato, il volume 10 della serie “Jazz a Confronto” della HORO di Aldo Sinesio.
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Siamo nel 1974, in quello stesso anno Miles Davis incide un siderale “Dark Magus”, Keith Jarrett il sospeso “Belonging” con il quartetto europeo e la Mahavishnu Orchestra aveva appena registrato “Birds of Fire”, il capolavoro del Jazz Rock.
Erano anni in cui il Fender creava armonie psichedeliche, il basso offriva ritmi spezzati ed elettrificati, anni in cui ci si interrogava sulla morte del Jazz (lo si fa sempre ma il jazz cambia corpo e non muore mai), in cui si cercava nei NUCLEUS di Ian Carr o nelle note latine di Gato Barbieri una nuova via per questa musica.
L’onda elettrica del Jazz-Rock o del progressive coinvolge anche i musicisti italiani, come i Perigeo che nel 1974 incidono “Genealogia”.
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Ebbene, in quel caldo aprile, il Piccolo Gigante suona per una settimana al Music Inn di Roma, piccolo e storico locale di Pepito Pignatelli, proprio con la ritmica del Perigeo e cioè con Franco D’Andrea al pianoforte, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Bruno Biriaco alla batteria.
Sarà per la vecchia bellezza di questa città, per il primo sole che rende tutto più sonnolento o perché, dall’alto della sua statura un gigante come Griffin può permettersi di tutto, fatto sta che il piccolo gigante non cerca il modernismo a tutti i costi, non si perde tra le novità e anzi, fa sue le idee delle nuove correnti e suona la sua musica, senza età.
Puro Jazz.
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Sentitelo questo disco, per la prima volta tutto in formato digitale, ascoltatelo bene il primo brano, questo "Music Inn Blues" così tirato che, allo stesso tempo, vi lancia in alto nel cielo e vi riporta a casa, godetevi le due ballads che vi toccheranno il cuore e poi, nell’ultima traccia, ditemi se non c’è la felicità di un piccolo gigante.
“Per chi non crede nell’hard bop, dunque, un documento prezioso su cui meditare. Per chi non crede nel Jazz italiano, anche. Per chi non crede nel Jazz, invece, temo ci sia poco da fare. Qui non c’è alcun tentennamento “third strem”, arrangiamenti pomposi o orchestrazioni elaborate, elucubrazioni a mezza via tra l’India e Stockhausen.
Nella stanza solo una forte luce biancastra, che illuminava i mucchi di panni sporchi e le bottiglie vuote lasciate sul pavimento.
Massimo distolse gli occhi dalle crepe che disegnavano il soffitto,
si alzò dal letto e in un attimo fu di fronte alla finestra.
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Nonostante fosse la fine di Giugno, sulle finestre c’erano ancora le buste di plastica che Ivano aveva fissato con il nastro adesivo, per non fare entrare il freddo.
Un gesto semplice che dimostrava amicizia e protezione.
My Brother Ivano, pensò, sentendo l'emozione salirgli dal petto come una marea.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che si erano incontrati, troppo.
Massimo guardò quel telo di plastica che vibrava al vento e trasformava la luce del sole in una nebulosa biancastra e innaturale, come quella di certi ospedali o quella artificiale che si usava nei teatri. Niente di più lontano da quegli ambienti morbidi di penombra in cui amava suonare.
Gli passò per la mente che quella poteva essere la luce che molti raccontano di aver visto in fondo al tunnel della vita.
Rimase lì, ad ascoltare il ritmo del vento, delicato come un sussurro di spazzole, e decise di lasciarlo andare ancora un po’.
Yeah, che almeno quella busta spezzasse quell’ovattato silenzio.
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Si voltò e fece lo stesso percorso per tornare a letto, pensando che in quei giorni sarebbe dovuta iniziare la stagione estiva dei concerti romani, in quei locali all’aperto che prima lo avevano accolto come un grande del Jazz, con gli amici che accorrevano per sentirlo suonare e gli organizzatori che gli offrivano da bere e gli preparavano magici incontri con le stelle d’oltreoceano.
“Urbani, l’enfant prodige”
“La precoce genialità di Massimo Urbani”
“Massimo, la rivelazione del Jazz italiano”.
Ora sembrava che nessuno volesse più ascoltare le storie che raccontava con il suo sax, pareva che tutti lo evitassero, che la sua musica fosse troppo imprevedibile e diretta, proprio come la sua vita.
Finalmente raggiunse il letto, anche se gli sembrò di averci impiegato un’infinità di tempo.
Guardò il telefono a lungo, come per trovare una risposta a nessuna domanda, ma quello restò muto, inutilmente presente sul pavimento.
Massimo allora si sdraiò e decise di aspettare,
di aspettare ancora un po’.
I don’t know why but I’m feeling so sad
I long to try something I never had
Never had no kissin’
Oh, what I’ve been missin’
Lover man, oh, where can you be?
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Riaprì gli occhi di colpo, come se qualcuno lo avesse chiamato, ma la stanza era sempre vuota, ora tinta di un giallo caldo per via del giorno che volgeva al termine.
Si mise seduto sul letto, raccolse un uovo sodo dal pentolino vicino al telefono, ed iniziò a sbucciarlo.
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Quanto tempo era passato da prima?
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Strano concetto il tempo, per lui che ne aveva uno interno dalle mille cadenze, sempre nuovo e irriconoscibile ai più.
Sorrise ricordandosi la faccia di Enrico, che una volta gli regalò un orologio, al quale lui chiese un manuale per farlo funzionare.
Enrico si che gli voleva bene, lo accettava così com’era, lo aveva spinto a credere in se stesso, l’aveva portato con se in America, gli aveva fatto incidere il suo primo disco con Calvin e Nestor, quella ritmica americana che era tutta un’altra cosa.
Enrico era come un fratello maggiore, “c’aveva er feeling”, pensò.
Finalmente qualcuno che si prendeva cura di lui, mica come Giorgio, il professorone, che si voleva prendere tutti i meriti della sua musica.
Enrico, caro Enrico, era ieri o vent’anni fa?
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Prese un bottiglia, senza scegliere, soppesando solo il contenuto e ingurgitò tre, quattro sorsate come fosse acqua.
Ma quel liquido denso gli strinse lo stomaco, e lo convinse a raggiungere nuovamente la finestra per guardare in faccia il sole, prima che questo andasse a morire.
Tolse la busta di plastica, scusandosi quasi con Ivano, che tanto amore aveva impiegato per stenderla da tutte le parti e, all’improvviso,
il cielo di Roma gli si svelò davanti.
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I suoi occhi toccavano piazza Guadalupe, che sembrava piccola e delicata, protetta da una cinta di alberi, più in là seguivano il ritmo incessante che scorreva su via Trionfale e lassù, proprio vicino al cielo, Monte Mario, dove si andava a vedere le stelle.
Questo lo fece stare bene, per qualche ora o pochi minuti, sorridendo la sua gioia in faccia al sole, che ora era rosso, grosso e basso come una bolla di fuoco spuntata là, dove finisce la città.
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“Il più bel posto del mondo” disse ad alta voce e, subito, si stupì del suono della sua stessa voce, che era sempre stata alta, delicata e anomala per il suo corpo ma ora, più che mai, sembrava appartenere ad un altro.
Forse era perché non la sentiva da troppo tempo?
O forse perché qualcosa era cambiato?
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Questo lo rese agitato.
Lui che aveva sempre improvvisato, pensando di non essere più se stesso, divenne furioso.
Correndo da un angolo all’altro della stanza, cercò tra i cumoli di roba sparsi sul pavimento, calpestò i suoi dischi, distrusse bicchieri, buttò all’aria i libri di studio, rovesciò il letto, spostò mille e mille buste di rifiuti e poi, finalmente, in un angolo vuoto,
trovò il suo strumento.
Lo afferrò, corse fuori e salendo le scale, in un attimo fu sul terrazzo,
dove il cielo sembrava più vicino ed il sole era ancora alto.
I tasti disegnavano una geografia familiare sotto le sue dita, perfettamente delineati, in ordine e sempre al loro posto. Imboccò lo strumento senza alcuna accortezza e, quando iniziò a soffiare, tutto si calmò.
Il blues era una medicina fantastica e la sua voce, unica e ineguagliabile, non lo aveva abbandonato, era rimasta con lui.
Lei non lo avrebbe lasciato mai.
The night is cold and I’m so alone
I’d give my soul just to call you my own
Got a moon above me
But no one to love me
Lover man, oh, where can you be?
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All’inizio delineò piano una melodia, solo per Lui e per il suo strumento. Poi, in crescendo la portò in alto, soffiando con forza tutto il suo amore per la tradizione, omaggiando i Maestri suoi amici con l’uso delle loro frasi, con la forma appena accennata dei loro ricordi. Una dedica così bella e toccante che tutti i passanti di Monte Mario si fermarono ad ascoltare.
Poi, come aveva sempre fatto, cercò la propria via, dolorosamente e con la stessa facilità e naturalezza che aveva nel respirare.
La melodia esplose, frastagliata in mille schegge lucenti ed in ognuna si percepiva la tensione, la partecipazione, la fatica fatta di sangue e di sudore, l’amore che Massimo nutriva per il suono.
Lottò duramente con il suo pensiero veloce come il lampo e sfinì le sue dita, perse nell’inseguimento di un sogno irraggiungibile, quello di un ragazzo di Monte Mario che voleva suonare il Jazz.
La disperazione si manifestò con un grido alto, caldo e metallico allo stesso tempo, che fece fermare tutte le persone, al di là dei confini del quartiere, del paese o di questo mondo, chiedendosi da dove arrivava tanta bellezza, da dove nasceva tanto amore.
Chiedendosi come si poteva sopportare tanto dolore.
Suonò per un tempo interminabile, per il mare e per il sole, per la luna e per le stelle, con gli occhi rivolti al cielo e lo strumento lontano dal corpo, che andava verso l’alto come se dovesse spiccare il volo. Solo il suo peso corporeo lo teneva ancorato su questa terra, come una zavorra, come uno scomodo ostacolo.
La sua voce, il suo soffio, la sua musica tutta era di un altro pianeta e sembrava volesse tornare a casa.
Suonò per Bird, suonò per Trane e per il povero Albert, pensò a Sonny ed al caro Larry,
che erano tutti lì con lui,
che erano lì per Lui.
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A quel punto, per un momento dispensato dal dolore, piegò la melodia su se stessa, che tornò all’origine, toccando con morbide linee quelle frasi che tanti avevano suonato, donando un corpo nuovo ad un abito usato e con dolcezza, terminò la frase da cui era partito.
L'aria era carica di una tensione incredibile, tangibile, visiva, come ogni volta che Massimo imboccava il sax.
Nonostante avesse suonato con una dolcezza inaudita, scegliendo le parole più semplici per raccontare dal profondo le emozioni ed i sentimenti, si percepiva che il grido di dolore era sempre dietro l'angolo, si sentiva che la rabbia era sempre in agguato, pronte ad assalire lui e la coscienza di tutti quelli che, anche per caso, si trovavano a sfiorare la sua persona.
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Il silenzio che seguì era argenteo, elettrico come quell’istante indefinibile che nasce tra la fine della canzone e l’inizio dell’applauso, che appartiene ancora alla musica ed al suo creatore, ma è già di pubblico dominio. Nessun rumore, anche il vento si era fermato.
Tutto il mondo rimase attonito, sospeso da questa vita comune in un attimo di Poesia creativa, in silenzioso rispetto al cospetto del suo creatore.
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Nessun applauso.
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Massimo aprì gli occhi e, infatti, non vide nessuno.
Quando staccò lo strumento dal suo corpo, il sole era ancora lì, ora meno caldo e appena un poco più basso, come se fossero passati solo pochi minuti.
Non era cambiato niente, era cambiato tutto.
Massimo sentì tramontare la vita dentro.
Da quanto tempo durava?
Trentasei anni o un giorno??
Se anche avesse avuto ancora tempo, sarebbe stato capace di raccontare altro, Lui che non avrebbe mai suonato la stessa cosa per due sere di seguito?
I’ve heard it said
That the thrill of romance
Can be like a heavenly dream
I go to bed with a prayer
That you’ll make love to me
Strange as it seems
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Venne quel momento della giornata in cui è già tardi per tornare a cena a casa ed è ancora presto per andare a bere con gli amici.
Massimo aveva sempre mangiato male, scegliendo a caso come senza alcuna direzione.
Solo la pasta alla carbonara aveva un posto di privilegio nei suoi gusti.
Ora non mangiava quasi più.
Prese un’altra bottiglia qualunque, si riempì un bicchiere di cartone fino all’orlo, bevve in un solo sorso e decise di uscire, da solo.
In fondo la solitudine lo aveva sempre accompagnato nella sua musica.
Appena sceso in strada riconobbe l’odore del suo quartiere.
Lui era cresciuto lì, ma non su via Balduina o via Cortina d’Ampezzo, la parte dove ci sono le case dei dottori e degli avvocati,
con i portieri in livrea e le sbarre dappertutto.
No, lui era nato nelle case popolari di Monte Mario, e ne era orgoglioso.
Dalla fine di via Aristide Gabelli, dove abitava ora, ci metteva due minuti a piedi per raggiungere piazza di Nostra Signora di Guadalupe,
il centro del quartiere, il centro del mondo per Massimo.
Quante volte si era seduto su quelle panchine, sotto gli alberi della piazzetta con Chet Baker, Don Cherry, con Dave Liebman o Sal Nistico.
Ma oggi non c’era nessuno seduto vicino a Lui e questo non gli piaceva.
Pensò allora di andare dal sor Antonio, “er man” del “bar delle palmette”, che anche se era li per vendere, una parola per Massimo la trovava sempre.
Si alzò dalla panchina, attraversò la piccola piazza e subito, all’inizio di via Augusto Conti trovò il bar.
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L’insegna al neon disegnava “Sissi Bar” con una luce viola che non potè fare a meno di notare. “Sissi Bar”, così c’era scritto, e dentro del sor Antonio neanche l’ombra. Sedette ugualmente al bancone, ordinò da bere e si guardò intorno.
Niente, non riconosceva niente di quel posto.
E si che c’era stato mille volte con Ivano, lo zio Luciano e gli amici del quartiere.
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Massimo pensò che era colpa sua.
Pensò che ci aveva messo troppo ad attraversare la piazza, che il tempo, il Suo tempo, non era come quello degli altri, e che lo portava su e giù per i piani della vita come un ascensore impazzito, a volte troppo velocemente o, altre volte, lasciandolo inesorabilmente indietro.
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Il tempo era il padrone della melodia della sua vita.
Come quella volta che con Furio, Luigi e Paolo decisero di mettere su un gruppo. Passavano gli anni ed i giorni a suonare, a bere Campari con Gin, a parlare di Chet o di Dexter. Grazie ad Alberto Alberti questi quattro amici suonavano nei festival più importanti e si trovavano a dividere il palcoscenico con Freddie Hubbard o Jack DeJohnette o Woody Shaw. Fecero un disco molto bello con l’etichetta di Sergio Veschi e affittarono perfino una stanza a Procida per starsene un po’ al mare.
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A ricordarlo ora sembra un sacco di tempo passato insieme,
mentre lo vivevano sarà durato un attimo.
Il tempo è un gran improvvisatore, pensò Massimo, mai uguale a se stesso.
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Uscì da quel bar sconosciuto da sempre e tornò in piazza, questa volta contando i passi.
Scelse un panchina, dal momento che erano tutte vuote e stette lì, a guardare la vita.
Passò una signora grassoccia con le scarpe troppo larghe e una macchina della polizia.
Tutto lì.
Someday we’ll meet
And you’ll dry all my tears
Then whisper sweet
Little things in my ear
Hugging and a-kissing
Oh, what I’ve been missing
Lover man, oh, where can you be?
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“Tancredi, Di Bartolomei, Nela, Vierchowod, Maldera, Falçao, Prohaska, Ancelotti, Iorio, Pruzzo e Bruno Conti, che è il più Jazz di tutti…”
A questo pensava quando si sentì chiamare per nome.
“Massimo, Massimone…”
Sorpreso e felice di ascoltare il suono del suo nome ancora una volta, aprì gli occhi e si trovò davanti un ragazzo di cent’anni che gli sorrideva con la pelle della faccia accartocciata sul teschio e appena qualche dente in bocca.
“Sò Italo, er fratello piccolo dei Ruscio, te ricordi?”
Massimo guardò quel viso come si osserva un complicato reticolo di linee aerospaziali, con la stessa attenzione di quando si studia una cartina stradale.
“cioè, tu sei er pulcetta ?” disse non credendo alla sua stessa, infallibile, memoria che ricordava quel vecchio, appena un attimo fa, come un ragazzino di dieci anni che giocava a pallone in piazza con i calzoni corti.
“si, so io. Nun è che c’avresti venti sacchi pe comprà un po’ de robba a mezzi, eh Massimè?”
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La “robba”.
Lui non ci pensava sempre, ma ora sembrava l’unico aggancio per non restare solo, un pretesto per dividere un po’ di tempo insieme con qualcuno, una lieve medicazione per assopire almeno un po’ il dolore dei suoi ricordi.
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“si, vabbè, tiè stì ventisacchi, però nun ce vado io a compralla, vacce tu, io t’aspetto a casa, a casa de mì madre, che lì mò nun c'è più nessuno...”
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Massimo si alzò dalla panchina, tirandosi su i jeans sempre un po’ corti e s’incamminò senza salutare, 'chè quello, per lui, non era nessuno.
Poi si voltò e sorridendo disse forte “ciao a purcè…”
che oggi per lui, quello lì era tutto.
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Uscendo dalla piazza passò davanti alla chiesa.
Era lì che aveva cominciato a suonare, a dodici o tredici anni, con la banda di Monte Mario, in quello stanzone dove Jeannot lo sentì suonare il sax e gli disse "continua, e sarai il migliore del mondo".
Nel cortile guardò con affetto i giochi colorati dei bambini e, per un attimo, pensò a Valentina, che stava a Bologna ed alla faccia che avrebbe potuto avere il piccolo Massimetto, il figlio che la sua donna portava in grembo.
Non pensò ad altro aprendo l’ennesimo pacchetto di sigarette, questa volta senza distruggerlo. Restò qualche tempo stupito e commosso di tanta delicatezza.
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Proseguì per qualche passo sulla sua vita, passando per via Augusto Conti, per poi girare subito a sinistra in via Agostino Dati, verso casa. Lì, proprio all’inizio, c’è sempre stato un negozietto di dischi, ed allora gli venne in mente quando in vetrina trovò “AEUTOPIA”, il suo disco con Beaver, Cameron e Ron al piano.
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Forse la più bella macchina ritmica che avesse mai guidato.
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Pensando al titolo non potè fare a meno di sorridere amaramente davanti ai grandi giochi del destino, crudele e beffardo.
Ora, in quella vetrina, non solo non trovava più il suo nome, ora lì non c’era proprio più niente. Provò meno dolore quando si accorse di non riuscire a vedere neanche la sua immagine riflessa.
Il vetro rifletteva solo la strada, le macchine parcheggiate ed una fontanella dalla quale non usciva più niente.
Provò anche ad alzare il braccio, come per un saluto, per confermare quello che nella sua testa già pensava.
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Il vetro, rimasto vuoto e impassibile, lo spinse con più fretta verso casa.
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Arrivato sotto le palazzine, si fermò al primo portone, guardando la finestra del primo piano.
Lì ci abitava Ivano.
La luce era accesa e, dalle persiane accostate, Massimo poteva vedere la sagoma della madre che si muoveva nella cucina. Pensò anche di andare a trovarla, di non salire a casa sua ad aspettare “il pulcetta” con la robba, ma ebbe paura di non riconoscere la mamma di Ivano.
Entrò al secondo portone e salì le scale fino al secondo piano, dove c’era la casa dove era nato. Girò la chiave e aprì la porta, in casa non c’era nessuno.
Maria Teresa, la madre, era morta da tempo.
Massimo si fece una carezza da solo, pensandola.
Il fratello Maurizio viveva dalla fidanzata, Marco era a Belgioioso, in comunità, ed i più piccoli, Gianni e Barbara erano, come sempre, al lavoro.
Anche Ugo, il padre, se ne era andato da poco.
Massimo ricordò le risate con i fratelli quando Ugo, un omone grande e grosso in canottiera e bretelle, preparava i panini al prosciutto a Chet, che era già senza denti e che impiegava due ore di orologio per mangiarli.
Oppure quando il padre tornava a casa dal lavoro, metteva su un disco di Coltrane, senza sapere chi fosse, si sedeva sul balcone, sempre in canottiera e bretelle, e piangeva per la commozione.
Massimo accese la televisione.
Trasmettevano “i soliti ignoti” che a lui piaceva tanto.
Abbassò tutto il volume aspettando “il pulcetta” eppure, stranamente,
c’era musica nell’aria.
I don’t know why but I’m feeling so sad
I long to try something I never had
Never had no kissin’
Oh, what I’ve been missin’
Lover man, oh, where can you be?
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Nota al testo:
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Il corpo di Massimo Urbani morì per arresto epatico la notte tra il 23 ed il 24 giugno 1993.
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La musica di Massimo è ancora viva, e si trova al fianco delle stelle del Jazz.
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Massimo Urbani è, e resta, uno dei migliori alto saxofonisti della storia del Jazz.
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Questo mio scritto deve tutto alla musica di Massimo, un ragazzo di borgata che aveva uno spiccato senso per la vita ed una conoscenza profonda della musica dei suoi idoli d’oltreoceano.
Devo molto anche al lavoro di Carola De Scipio “l’avanguardia è nei sentimenti – Vita, morte, musica di Massimo Urbani” Stampa Alternativa, Roma, 1999, ed al bellissimo modo di raccontare vite in Jazz di Geoff Dyer.
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Nota alla selezione musicale:
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1) “Lover Man” dal CD Massimo Urbani – Red Rodney Live at Alexanderplatz,
“In assoluta indipendenza dal troppo rapido variare delle mode e dei gusti, la nostra etichetta vuole rappresentare un preciso punto d’osservazione sul cangiante panorama del jazz d’oggi.
Non una storia di questa musica dunque, ma semmai un largo florilegio di quanto in essa c’è di attuale, di vivo. [1]”
Così, quasi quarant’anni fa, veniva presentata al pubblico una delle più prestigiose etichette italiane di jazz, attiva nel decennio degli anni Settanta, che ha contribuito a dare all’Italia un posto di rilievo nel panorama jazzistico internazionale.
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Quelle “quattro righe” portano la firma di Aldo Sinesio, regista cinematografico, appassionato di jazz e poi “anomalo” produttore.
“…verso la metà degli anni Quaranta, con la guerra ancora in corso, il jazz si poteva ascoltare alla radio, benché fosse proibito. Tra i primi musicisti che ho ascoltato, ricordo un giovanissimo Charlie Parker.
Ma, all’epoca, la mia vera passione era il cinema." [2]
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Aldo Sinesio, siciliano, espatriò a New York, andando a vivere nel Greenwich Village, che negli anni Cinquanta ribolliva nell’enfasi della ricerca culturale, palcoscenico naturale di molti di quegli artisti che, sperimentando nuovi linguaggi, scriveranno la storia contemporanea.
“…era incredibile: la musica nasceva ad ogni angolo di strada. Poteva accadere di entrare in un club fumoso e trovarsi di fronte a Sun Ra. Un concerto poteva iniziare con tre o quattro musicisti e finire con una jam di dieci, quindici persone. Era il centro del mondo…" [3]
E lui voleva essere parte attiva di quel mondo che animava la sua passione, divisa tra cinema e jazz.
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“Uno dei miei primi documentari a sfondo sociale aveva per titolo
“Pane di Zolfo”. La musica che utilizzai era quella di Trane…”
“Pane di Zolfo”, non un titolo a caso e la musica, non una qualsiasi ma John Coltrane.
Il pane, è uno degli alimenti “poveri” fondamentali della cultura gastronomica italiana ed anche il più rappresentativo.
Senza pane non si va a tavola, sarebbe inconcepibile.
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Le miniere di zolfo, per quasi duecento anni hanno profondamente segnato - nel bene e nel male - l'economia, la storia e la cultura di quella parte della Sicilia compresa nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Enna e sono anche tristemente ricordate nell’opera di un altro grande siciliano, Luigi Pirandello, in "Ciàula scopre la luna" [4]. Questa novella, dalle tinte di critica sociale, racconta tramite la vicenda di un “caruso”, Ciàula,
il sistema di estrazione dalle miniere che ha contribuito a sviluppare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile.
I carusi erano bambini da 7 ai 12 anni, che dalle profondità delle gallerie portavano i carichi di zolfo sulle spalle. La loro paga consisteva in una somma esigua anticipata alla famiglia in cambio dell'uso del bambino. A causa di questo debito il caruso riceveva solo acconti, quasi sempre in natura, come farina, olio e spesso solo pane.
Il pane e lo zolfo.
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Sinesio, nato in una realtà difficile come quella siciliana, una volta tornato in Italia voleva cambiare il mondo attraverso il linguaggio della sua passione, il cinema politico, raccontando di tradizione e sfruttamento.
“… ma l’Italia non era – e non è ancora – un paese libero, ed incontrai notevoli difficoltà. Quando capii che non potevo lavorare con il cinema politico nel mio paese, pensai che il jazz, non avendo parole ma solo musica, poteva essere un valido compromesso. Dopo aver lavorato per un breve periodo nella RAI come collaboratore esterno, capii che non era il mio ambiente e cominciai a produrre sonorizzazioni per sottofondi con la Fly Records. I proventi di questa etichetta venivano reinvestiti nel progetto della HORO Records, un’etichetta solamente di jazz…" [5]
La HORO Records nasce a Roma nel 1972 ed è, per me,
l’equivalente italiano della impulse! Americana.
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Il sound inciso nei dischi delle due labels, è intriso dello spirito di quegli anni, fatto di sperimentazione musicale e di indignazione politica.
Entrambe sono riuscite ad amalgamare i diversi stili musicali ed i tanti approcci personali in una sonorità precisa e moderna, le cui tracce sono importanti ancora oggi.
Provate a fare i nomi delle due labels a qualsiasi appassionato di jazz,
che sia americano, giapponese o bergamasco.
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Per la impulse registrò sia Duke Ellington che McCoy Tyner,
Earl Hines come Keith Jarrett, sia Pee Wee Russell che Pharaoh Sanders.
Sui dischi HORO troviamo sia Renato Sellani che Sun Ra,
Gianni Basso come Archie Shepp, Oscar Valdambrini come Lester Bowie.
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Le due labels, sono caratterizzate per la devozione alla musica d’avanguardia, ultima significativa direzione presa dal jazz.
Su etichetta impulse abbiamo praticamente tutto John Coltrane,
per la Horo registrò il primo disco a proprio nome Massimo Urbani.
Ed anche nel brand io trovo similitudini:
Arancione e nero per la impulse,
“…a significare il fuoco e l’ebano, la furia e l’orgoglio” [6]e
Rosso, nero e bianco per la HORO.
Il rosso della passione e della politica, il nero ed il bianco come due opposti necessari al jazz ed uniti nel confronto.
“… concentrai tutte le mie forze e l’esperienza accumulata tra gli Stati Uniti e l’Italia, per iniziare a produrre dischi di artisti che avevo già incontrato a New York o qui. Quando iniziai tutti credevano che sarei fallito nell’arco di pochi mesi, invece eccomi qua, con un catalogo da far invidia alle più importanti major discografiche…” [7]
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L’etichetta prosegue il suo “percorso” fino a tutto il ’79, registrando Mario Schiano, Steve Lacy, Enrico Rava, Johnny Griffin, Giancarlo Schiaffini, Lee Konitz, Piero Umiliani, Gil Evans, Giorgio Gaslini, Max Roach, Giancarlo Barigozzi, Sam Rivers, Enrico Pieranunzi, Roswell Rudd e l’elenco potrebbe continuare. Grandi personaggi fatti incontrare in studio, messi a confronto in Italia, registrati con progetti inediti quasi sempre negli storici “Studi TITANIA” di Roma.
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“… ci pare importante sottolineare che la novità essenziale della collana è quella di non utilizzare in nessun caso nastri già incisi per altre case e variamente pubblicati: ogni brano contenuto in un qualsiasi disco HORO è stato appositamente registrato per noi, dando inediti e stimolanti risultati per quanto riguarda l’incontro, nei nostri studi, di personalità jazzistiche di diversa estrazione…" [8]
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E infatti, sui dischi HORO, troviamo piccole gemme che hanno per titolo “Blues for Sinesio” e “Roma Today” di Lee Konitz, “Music Inn Blues” di Johnny Griffin, “Calypso in Roma” di Don Pullen, “Open City- Città Aperta” e “Volare” di Ran Blake,
L’impegno e la passione di questo straordinario produttore, hanno dato vita ad una settantina di dischi memorabili.
“il primo fu Frank Rosolino, un grande trombonista. Con un musicista del suo calibro in catalogo, fu tutto più facile. Al secondo, Johnny Griffin, gli chiesi di registrare con me, e quando lui mi chiese il perché gli risposi che lo aveva già fatto Rosolino, e lui accettò. Ancora ricordo l’incontro con Gil Evans, un gran signore. Non mi conosceva, e l’accordo fu preso in una hall di un piccolo albergo romano.
Alla fine erano gli stessi musicisti a chiamarmi prima di venire in Italia.”
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Ma il suo vero guadagno è stato il rispetto dei maggiori artisti della scena jazz internazionale che, praticamente, hanno tutti inciso per lui.
“…una volta stabilita la parte economica si comportavano da veri professionisti. Durante la trattativa avevano la sicurezza e la consapevolezza di essere tra i più grandi del mondo. In quel momento, la maggior parte di loro, stava godendo di una fama internazionale che gli permetteva di chiedere qualunque cosa. Capivano subito con chi avevano a che fare e non avevano la presunzione di sparare cifre improponibili per un piccolo produttore.”
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Ed anche della critica, che ha riconosciuto l’importanza della produzione HORO, citata dal New York Times e recensita da critici internazionali come Nat Hentoff e Ira Gitler. Le note sul retro di copertina, di questi bellissimi LP, documentano il periodo con scritti di Roberto Capasso, Enrico Cogno, Gian Mario Maletto, Marcello Piras, Franco Fayenz, Walter Mauro, Mario Luzzi, Gianni Gualberto….
Tra i solchi di questi vinile, nella grafica di queste copertine,
tra le note autografe che occupano tutto il retro del disco,
c’è la Storia del Jazz.
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La musica della HORO si è sviluppata su tre serie,
delle quali la più importante, una vera e propria collana organica è,
a mio parere, la serie JAZZ a Confronto.
“…proprio perché la collana non intende essere aperta solo ad alcune esperienze e preclusa ad altre, si chiama JAZZ a Confronto:
confronto di idee, di generazioni, di stili, di suoni, di ispirazioni. Una serie che vuole registrare su disco senza alcuna discriminazione, il miglior jazz di tutto il mondo, sperando che questa meravigliosa musica del popolo esca definitivamente fuori dall’isolamento dove l’ignoranza ed il potere politico/economico vorrebbero lasciarla…” [9]
Queste parole, sempre a firma di Aldo Sinesio, sono scritte sulle buste interne di protezione del vinile, dove di solito trovano posto dei messaggi promozionali.
Qui, invece, c’è una vera e propria dichiarazione politica e d’intenti,
tra l’altro mantenuti.
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Dal 1980, non c’è stata più alcuna nuova produzione a firma di Sinesio.
Fino ad oggi, tutti i dischi dell’etichetta HORO, non sono mai stati ristampati in CD e vengono battuti alle aste per collezionisti anche per diverse centinaia di euro.
Io sono a conoscenza di un solo titolo ristampato esclusivamente per il mercato giapponese [?]
Diversi forum internazionali cercano il contatto con Aldo Sinesio,
il quale si deve essere preso una pausa
“…quando penso alle cose che ho fatto rivivo un sogno. Ora sono pronto a ricominciare, a rimettere il catalogo in commercio, gestendo il tutto da un sito internet. Inoltre ci sono diverse etichette interessate al mio catalogo. Sono rientrato da poco dagli USA per questo motivo…” [10]
Qualcuno di voi ha notizie?
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Brani musicali:
“Canto Ritrovato” dal LP
Jazz a confronto n. 8 HLL 101-08 di Mario Schiano e Giorgio Gaslini,
Roma 12 Febbraio 1974:
Mario Schiano (alto s), Bruno Tommaso (bass), Giorgio Gaslini (p)
“Costa Bruciata” dal LP
Jazz a confronto n. 26 HLL 101-26 di Stafford James, Roma 31 Luglio 1975:
Stafford James (bass), Enrico Rava (tp), Dave Burrell (p), Beaver Harris (drums)
“Pastoral” dal LP
Jazz a confronto n. 6 HLL 101-06 di Giancarlo Barigozzi, Milano Dicembre 1973:
Giancarlo Barigozzi (sopr. s), Bruno Tommaso (bass), Gianni Cazzola (drums)
“Chiaroscuro” dal LP
Jazz a confronto n. 5 HLL 101-05 di Giancarlo Schiaffini, Roma Giugno 1973:
Giancarlo Schiaffini (trne), Massimo Urbani (alto s), Maurizio Giammarco (sopr. s), Martin Joseph (p), Bruno Tommaso (bass), Michele Iannaccone (perc.)
“Up from the Skies” dal LP
HORO HDP 31/32 di Gil Evans, Roma 29 Luglio 1978:
Gil Evans (p., el. p), Steve Lacy (sopr. s), Arthur Blythe (alto s.), Lew Soloff (tp), Earl Mc Intyre (trne), Peter Levin (keyboards), Don Pate (bass), Noel Mc Ghee (drums)
“Blues for Sinesio” dal LP
Jazz a confronto n. 32 HLL 101-32 di Lee Konitz, Roma 17 Gennaio 1976:
Lee Konitz (alto s), Dave Cliff (g), Peter Ind (bass), Al Levitt (drums).
“Leslie” dal LP
Jazz a confronto n. 8 HLL 101-08 di Mario Schiano e Giorgio Gaslini,
Roma 12 Febbraio 1974:
Mario Schiano (alto s), Maurizio Giammarco (ten. s), Toni Formichella (ten. s),
Massimo Urbani (sopr. s), Bruno Tommaso (bass), Michele Iannaccone (drums).
che riportano il numero di serie che va da HLL 101-01 a quello di HLL 101-35, registrati a Roma tra il 1972 ed il 1976.
·Tutti i dischi hanno la copertina singola
·Questa collana ha avuto quattro serie con diversi stili grafici di copertina,
che sono cambiati negli anni.
·Anche la grafica dell’etichetta tonda del vinile (label) è cambiata di conseguenza, eccetto per la prima e la seconda serie che hanno la stessa grafica.
·Alcuni titoli delle prime tre serie sono stati ristampati dalla HORO con le diverse e successive grafiche di copertina.
Specifiche della grafica di copertina e della label
della serie “jazz a confronto”
·La grafica originale degli LP da 01 a 05 è composta da un disegno in nero di Angelo Canevari su sfondo rosso, con una fascia verticale bianca lungo tutto il lato destro, con il nome della collana ed il nome del musicista.
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Solo il primo volume della serie (HLL 101-01) è stato stampato in poche copie con la fascia verticale marrone a destra con il nome del musicista, successivamente ristampato con la fascia bianca.
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La label tonda del vinile è rossa con le scritte nere ed il logo della HORO bianco.
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Alcuni di questi cinque LP sono stati ristampati in seguito con la grafica delle copertine successive.
·La grafica originale degli LP da 06 a 12 è composta dallo stesso disegno in nero di Angelo Canevari su uno sfondo rosso, attraversato da diverse strisce bianche verticali. Il nome della collana è stampato in alto in rosso e nero ed il nome del musicista è stampato in basso in nero.
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La label tonda del vinile è rossa con le scritte nere ed il logo della HORO bianco.
Alcuni di questi LP sono stati ristampati in seguito con la stessa grafica di copertina, ma con la label tonda del vinile bianca, attraversata da una striscia orizzontale rossa, con le scritte in nero ed il logo della HORO in rosso.
·La grafica originale degli LP da 13 a 24 è composta da una grande foto del musicista, in nero, su uno sfondo a strisce orizzontali di diversi colori. Il nome della collana è stampato in basso, in bianco e nero, su una fascia rosa e quello dell’artista è parte integrante dello sfondo.
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La label tonda del vinile è bianca, attraversata da una striscia orizzontale rossa, con le scritte in nero ed il logo della HORO in rosso.
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Alcuni di questi LP sono stati ristampati in seguito con la grafica delle copertine successive.
·La grafica originale degli LP da 25 a 35 è composta da un’illustrazione materica sui toni delle terre. Il nome della collana è parte integrante dell’illustrazione, ed è posto in diagonale, il nome del musicista è stampato in alto, in bianco, su una fascia blu notte.
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La foto del musicista è diventata parte grafica del retro di copertina, stampata nero su giallo.
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La label tonda del vinile è gialla con le scritte in blu, ed attraversata da una fascia blu, sulla quale è stampato il logo della HORO in giallo.
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HORO HZ
·La collana è composta da 12 LP,
che riportano il numero di serie che va da HZ 01 a quello di HZ 12,
registrati a Roma tra il 1975 ed il 1978.
· Tutti i dischi hanno la copertina singola, laminata.
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HORO HDP
·La collana è composta da 21 doppi LP,
che riportano il numero di serie che va da HDP 01/02 a quello di HDP 41/42,
registrati a Roma tra il 1976 ed il 1979.
·Tutti i dischi hanno la copertina apribile a libro, laminata
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Altri titoli
HORO HSN
· Io sono a conoscenza di due soli titoli di questa serie:
HSN 751 Irio De Paula “Maracanà” del febbraio 1974
HSN 752 Mimmo De Tullio “Non con Rabbia…” con Cicci Cantucci, Sal Genovese ed altri.
HORO “Il Portico”
· Ho notizie di un LP di lettura di poesie con sottofondo musicale:
HLL 104-01 Massimo Mollica/ Irio De Paula “Leggende di Sicilia”
HORO Euromusikal
·Posseggo questo LP, campione gratuito a scopo promozionale,