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venerdì, 16 ottobre 2009

RIGHT HERE

Manco da un po’, su splinder, ma non vorrei che pensaste che io vi abbia abbandonati.
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Barnett Newman, Right Here, 1954

 
È solo che mi sono spostato un po’ più in la, dalla parte che in questo momento sento più giusta, su una piattaforma dove la condivisione della propria passione è reale, e già sufficiente a se stessa, senza il necessario bisogno di troppi commenti aggiuntivi, sempre molto gradevoli, ma sempre più spesso di rappresentanza, e a volte leggeri fino al superfluo.
 
Lì ho “trovato” un mondo dove lo scambio è reale, magari limitato quasi esclusivamente alla musica, ma che offre davvero un panorama delle incisioni discografiche vario, essenziale, misto e bastardo e, proprio per questo, fottutamente ricco.
Qui c’ero quasi solo io a trattare la musica in questo modo, raccontandola, facendola sentire ed anche vedere.
Questa “unicità”, a livello di competitor, poteva anche essere conveniente per il mio blog, ma come stimolo personale era sempre più blando e la mia ricerca, sempre pensata come un ponte tra il conosciuto e l’ignoto, mancava dell’altro appoggio.
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Edward Hopper, Camere vicino al mare, 1951
 
Questo non vuol dire che chiudo su splinder, anzi.
Qui è dove è iniziato tutto e qui ci sono le mie vere emozioni, le forme della mia coscienza messe a nudo.
Proprio in questo periodo sto concludendo un post sulla “guida per comprendere la mia vita”, cioè su una “guida per ascoltare ed amare la musica jazz”… vedete, le due cose spesso si mischiano nella mia testa e in quale altro posto posso fare autoanalisi per 4,08€ al mese?
Qui ci sarò sempre, magari con meno frequenza di prima, ma con la stessa passione per le emozioni.
 
Ma di là c’è la musica, musica dappertutto, e la musica è la mia vita, appunto.
 
Insomma, se non avete nessun bulimico bisogno di leggere le mie sceme parole, aspettatemi pure qui, ma se volete continuare da subito ad ascoltare le mie rare selezioni musicali, cliccate su http://jazzfromitaly.blogspot.com/.

Oppure passate solamente ogni tanto, per sapere almeno se sono morto.
.
 
 

Basquiat, Worthy Constituens, 1986


ca

On air:

Scétate
by Tullio De Piscopo, from "Future Percussion"
Carosello Jazz from Italy 21038
January 1978

Tullio De Piscopo (drums), Larry Nocella (tenor sax), Giorgio Cocilovo (g), Luigi Bonafede (p),
Lucio Terzano (bass), Luis Agudo (perc)

martedì, 06 ottobre 2009

SANTUCCI & SCOPPA - DIRE RECORDS 10

LOST MASTERPIECES



Andrea Pazienza da "Francesco Stella"

 

Non so quanti di voi sussulteranno al nome di Santucci & Scoppa.



First reprint on DIRE, 1977
 
Veramente, dall’altra parte di questo piccolo blog, non riesco a capire in quanti proverete quel sottile brivido che certa musica riesce a dare, non solo all’inizio, quando comincia a solleticare le strutture subcorticali del vostro cervello o mentre risale verso la corteccia uditiva dei due emisferi cerebrali, ma attraverso tutto il processo dell’elaborazione musicale, che coinvolge anche l’ippocampo, che è il centro della nostra memoria.
 
Non sono in grado di capirlo perché, anche conoscendo un poco i vostri gusti, non conosco i vostri trascorsi, ma riesco ad immaginare benissimo che, se state ancora leggendo queste righe, a quest’ora starete battendo il piede sotto la scrivania del vostro ufficio o tamburellando a tempo sul tavolo della vostra camera.

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Al Folkstudio
 
Anzi, non solo vi immagino, io vi vedo tutti, con la testa ciondolante, gli occhi socchiusi, la bocca che lancia impercettibili segnali e tutto il movimento concentrato tra il bacino e le spalle, con la sedia che inizia a scricchiolare, perché è impossibile resistere al mitico groove di Santucci & Scoppa.
 
Francesco “Cicci” Santucci (tp) & EnzoScoppa (tenor sax), nascono entrambi a Roma, dove si incontrano già nel 1958, dando vita, insieme a Sandro Brugnolini, alla Modern Jazz Gang.
E’ in questa formazione che, fino al 1962, oltre ad un effettivo affiatamento, ad un particolare gusto per gli arrangiamenti, che costituiranno il loro marchio di fabbrica futuro, ed un insolito e coraggioso piacere compositivo, almeno per quegli anni degli inizi quando i jazzmen di casa nostra erano soliti emulare i grandi d’oltreoceano, loro costruiranno la strada per l’affermazione di una delle coppie più importanti e belle del nostro jazz.

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Andrea Pazienza da Francesco Stella
 
“…la vostra musica è meravigliosa, ma perché non suonate mai un pezzo americano? Ce ne sono di bellissimi…”
Questa, dai ricordi di Sandro Brugnolini, era la domanda che più spesso veniva rivolta loro dai jazz fan dell’epoca.
“…in fondo, ci costruiamo tutti i brani da eseguire per puro egoismo; e cioè per protrarre il piacere che ognuno di noi prova durante l’improvvisazione, anche nel corso dell’esposizione del brano…” e questa, la sua solita e bellissima risposta, resa ancora più esplicita nello splendido “Miles before and after” del 1960.

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MJG "Miles before and after" - Rome 1960 - ADVENTURE AV-LM 300/003
 
Santucci & Scoppa, negli anni sviluppano anche un eccellente tecnica strumentale, come dimostrano le collaborazioni con Amedeo Tommasi in “Zamboni 22” (1960), o in “Jazz allo Studio 7” di Romano Mussolini (1962), ma è grazie alla caratteristica di suonare solo e sempre la musica creata da loro, che la mitica coppia si ritroverà catapultata nel pantheon del jazz mondiale, con una modernità ed un taglio trasversale alle etichette musicali, come dimostrano già nel 1962, quando licenziano un EP dedicato ai poeti moderni americani, quelli della beat generation, per intenderci.

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Rome 1962 - SIL 4091 (EP)
 
Poi arrivano gli anni ’70, quelli chiamati anni di piombo, da qualcuno, ma che dovrebbero essere ricordati come gli anni elettrici, dove tutto scorreva con una energia unica, con un mai ripetuto spirito di aggregazione, con un elevato livello culturale condiviso tra i molti strati delle diverse classi sociali, con una rara inventiva originale.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
 
Anni quelli che, nonostante tutto, sono oggi invidiabili rispetto allo stantio movimento artistico, desiderabili al posto del pattume culturale propostoci, anni nei quali, Santucci & Scoppa, registrano insieme il meglio della loro produzione.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
 
Prima con la FLY ReCORD di Aldo Sinesio, il futuro produttore della HORO, con il quale registrano nel 1971 “Looking Around” e subito dopo “Mondo Operaio”, entrambi con Franco D’Andrea al pianoforte ed alle tastiere, Bruno Tommaso al basso e Bruno Biriaco alla batteria.
Queste due rare sonorizzazioni, sono state raccolte e ristampate nella serie “Jazzissima vol. 1” della BLACK CAT RECORDS e, seppur bellissime, interamente composte ed improvvisate da loro, devono sottostare alle “regole” dei commenti musicali, per cui alternano lati oscuri e siderali (Trip) a frenetici ritmi (Run Run), armonie globali (Deep Look) a reinterpretazioni del folk puro (Nuraghi).
.
 
 

"Looking Around" - Rome 1971 - FLY RECORD AS 55
.
 
Poi, nel giugno del 1971, viene registrato a Roma “On The Underground Road”, il disco n° 10 della DIRE, contenente la splendida musica che state ascoltando, ed è l’apoteosi.
.

 
 Qui, al quintetto che aveva registrato per la FLY, si aggiungono Joel Vandrokenbrak (org) e Roberto Podio con Gegé Munari alle percussioni.

 
.
 
Questo vinile, dato alle stampe nel 1972 e originariamente prodotto da Piero Umiliani, anche se pubblicato da Tito Fontana per la DIRE, è riuscito ad avere due meritate ristampe, la prima della DIRE stessa nel 1977 e la seconda, nel 1995, per l’etichetta RIGHT TEMPO.
.
 
 

Second reprint on RIGHT TEMPO ATCL 807 - 1995
 
Le tracce sono bellissime, con un groove trascinante, come in “What’s Hatching” che apre il disco, ed una ballabilità rara nel mondo del jazz, come in “Camel Walk” o in “Tip Cat”.
Ma tutto il disco ha l’energia del fuoco, l’intensità del sole, la profondità del mare, la forza del vento…
Altro che anni di piombo.
.


Andrea Pazienza da Francesco Stella
 
In seguito i due incideranno ancora insieme diverse sonorizzazioni, tra cui “Toward the Peace” per la METROPOLE.
.
 


"Toward the peace" - Rome 1972 - METROPOLE SM 7004
 
“Olimpiade” per la SOUND WORKSHOP di Umiliani,
“Do It Yourself” per la CAM

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"Do it yourself", 1979 - CAM SAG 9098

ed alcuni dischi per la RRC/FLY inseriti nella collana “Viaggio attraverso i problemi dell’uomo”, con titoli come “Lavoro”, "Guerra", “Traffico” ed altri, tutti ambitissimi dai collezionisti di tutto il mondo, come documentano le aste registrate su popsike
.
 

Poi ognuno prende la sua strada, anche se si incrocia spesso, come nel 1975 per il disco di Kenny Clarke uscito per la HORO – Jazz a Confronto 20, per i dischi che Scoppa registra con la PENTAFLOWER nei tardi anni ‘80, dove Santucci partecipa con la sua voce, ora ancora più morbida, fino a quel raro incontro tra i due del 1996, registrato con il titolo “Honey”.
.
 
Ma questo,
questo disco è un regalo che vi voglio fare, ma è anche un test per valutare la vostra salute mentale: se arrivati a “Tangana”, la traccia n°2 del lato B, non avete buttato all’aria la vostra scrivania o non ballate come forsennati intorno al distributore del caffè, allora probabilmente siete stati lobotomizzati.
.


Andrea Pazienza da Francesco Stella

ca
 
Questo post lo dedico ai miei amichetti in musica:
a Maurizio, per il suo beat coinvolgente,
a Manuel, per il suo musicale sguardo oltre,
a Costantino, per la sua voce ruggente.
 

A D+ gli ho dedicato una vita, che se ne fa di un disco in più?
 


mercoledì, 30 settembre 2009

DIRE RECORDS 1 - RENATO SELLANI

LOST MASTERPIECES
 


Balthus - Jeune fille à la chemise blanche - 1955
 


Quando ho creato questa categoria, non sapevo esattamente cosa desideravo, ma ero certo di cosa assolutamente non volevo.

 
Non volevo che alcune gemme andassero perse tra i Fuori Catalogo,
non volevo che, per gli assurdi meccanismi dell’industria musicale, alcune delle pagine del nostro jazz andassero per sempre smarrite,
e nemmeno volevo che la mia collezione di vinile restasse cosa morta sugli scaffali della mia passione privata.
.
 
Questo disco, con il numero uno stampato grande sulla copertina, non solo è uno dei rari gioielli di cui vi parlavo, ma è anche uno dei capitoli più importanti della Storia italiana di questa musica, per almeno due motivi.
 
Il primo è che questo è il disco di debutto in piano solo di Renato Sellani, registrato nel 1968, l’anno in cui Sellani esce dal mitico quintetto Basso & Valdambrini sostituito da Ettore Righello, che anticipa e afferma tutta la sua futura ricerca poetica, sospesa tra eleganza classica e geniale inventiva, spesso proprio in solitudine.
.

 
Il secondo motivo è che questo disco, dato alle stampe nel luglio del 1971, inaugura la DIRE di Tito Fontana, la prima tra le etichette italiane che documenteranno lo sviluppo del Jazz di casa nostra.
 
A questa seguirà la HORO di Aldo Sinesio, con il suo primo disco registrato da Irio De Paula nel dicembre 1972 e, subito dopo, la CAROSELLO Jazz from Italy che pubblicherà l’incontro live di Bud Freeman con la Milan College Jazz Society nel suo primo disco del 1975.

Ma torniamo alla DIRE.
“l’idea mi è venuta a seguito della grande passione che io ho per il jazz e proprio per il fatto che questo povero jazz non era proposto quasi da nessuno e tanto meno da quei grossi discografici che guadagnano i soldi con i dischi «normali», ma che evidentemente amano solo le cose che rendono.”
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Balthus - Autoportrait - 1949
 
Questo racconta Tito Fontana a Guido Gazzoli, in un’intervista pubblicata su Musica Jazz nel maggio 1978.
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Fontana, industriale ma anche pianista e compositore, aveva uno studio in Corso Venezia, dove spesso riceveva amici e musicisti.
Intorno a lui, nello Studio 7, ogni martedì si incontravano il compositore e chitarrista Alberto Rota, il pianista Sante Palumbo, ma anche Enrico Intra e Franco Cerri.
In poco tempo quel fatidico studio divenne un punto di riferimento per tutti i jazzisti di passaggio, o residenti a Milano.
.
 
Da lì a varare una label sofisticata ed elegante come il suo produttore ci vuole poco. Vedono la luce così i primi dieci dischi della DIRE che, nonostante la grafica minimale che numera “semplicemente” le produzioni, si arricchisce di una cura di pregio delle cover, tutte con copertina apribile su cartoncino lucido, con grandi primi piani dell’artista stampati all’interno, e si impone con naturalezza sul mercato internazionale.
.
Seguendo i gusti di Fontana, il primo ciclo ci presenta diversi pianisti, tra cui Guido Manusardi e Maurizio Lama, oltre al già citato Sellani che è presente anche nel disco di Renata Mauro. Troviamo poi Flavio Ambrosetti, Franco Cerri, Giorgio Azzolini in Big Band, Giancarlo Barigozzi, il trio di Gordon Beck/Ron Mathewson/Daniel Humair e lo splendido disco di Santucci & Scoppa.
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Dopo questo sfolgorante inizio, la DIRE prende la sua prima lunga pausa.
 
“ho ricominciato perché i miei amici mi hanno spinto a non mollare e soprattutto perché mi sono sentito aiutato dall’amico musicista Claudio Fasoli”.
Questo dirà Fontana ancora a Gazzoli, nell’intervista citata.
Infatti, il catalogo DIRE si svilupperà con le incisioni di Franco D’Andrea, Dado Moroni, Enrico Pieranunzi, Gianni Basso, Enrico Intra, Franco Cerri, Claudio Fasoli e molti altri, continuando a documentare lo stato del jazz italiano fino agli inizi degli anni Novanta.
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Balthus - Nu au repos - 1977
 
Poi, l’oblio.
Un pezzo di Storia smarrita, diversi documenti sonori irreperibili, alcuni capolavori perduti.
 
LOST MASTERPIECES, appunto.
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Quando ho creato questa categoria, non sapevo esattamente cosa desideravo, ma ero certo di cosa assolutamente non volevo.
 
Questo disco è il motivo n°1
.


DIRE FO 333 - First Reprint - 1978
 
 
 
ca
 
Credits:
Label: DIRE
Catalog#: FO 333
Format: LP
Country: Italy
Released: 1971, July
 
Recorded on 1968
At “Studio 7”
Produced by Tito Fontana
 
Renato Sellani (p)
 Renato Sellani
 
ca

Tracklisting:
.
 
A1) Invitation (Kaper)
A2) Lush Life (Strayhorn)
A3) A Meno Che (Fontana)
A4) I’ll Remember Clifford (Golson)



ca
 
B1) ‘Round About Midnight (Monk)
B2) I Fall In Love Too Easily (Styne/Cahn)
B3) Nostalgia (Rota)
B4) Tribute To Someone (Hancock)

 

martedì, 24 febbraio 2009

NEWS from HORO RECORDS

By Aldo Sinesio & Gianni Morelenbaum Gualberto

 
Ricevo e, molto volentieri, pubblico questo messaggio:
Aldo Sinesio sta preparando, con la mia collaborazione, il rientro della HORO sul mercato. Entro pochissimo saranno disponibili i CD tratti dal quintuplo album di Freddie Hubbard e un inedito, un duo fra Dave Burrell e Sam Woodyard. A poco a poco l'intero catalogo sarà pubblicato su CD e non è esclusa una ripresa dell'attività produttiva.
A presto,
Gianni Morelenbaum Gualberto
22 Febbraio 2009 - 11:31

Bene.
Da un po’ “girava” la voce di una possibile ripubblicazione del catalogo, io ne avevo parlato anche con Paolo Scotti, che con la sua Deja Vu sta facendo un ottimo lavoro di recupero e di produzione di una parte del Jazz italiano.
Ma qui c’è di più, c’è lo scoop e ci sono i diretti interessati, perché Gianni è stato il collaboratore di Sinesio per un bel po’ di tempo, oltre ad essere un attento osservatore della scena musicale contemporanea.

Per cui, oltre che ringraziare Gianni Gualberto che ha scelto anche questo blog per una notizia che reputo, per quanto mi riguarda, esplosiva,
a parte la felicità nel poter recuperare quei pochi dischi di questa mitica label che ancora non ho raccolto in vinile,
oltre all’importanza che trovo nel recupero della memoria storica in tutti i suoi sensi, e quello culturale è tra i primi che intendo,
oltre al fatto che, una volta tanto, possiamo essere - casualmente, per carità - orgogliosi di essere italiani, oltre al valore oggettivo della maggior parte di queste incisioni, ho ancora delle curiosità da soddisfare.

Horo-HDP-23-24-Sun-Ra

 
Dello splendido duo me ne parlasti tu, Gianni, era luglio, ricordi?
Ma il grande Hubbard non è stato mai pubblicato su Horo, cos’è stà storia del quintuplo album?

Jazz a confronto 14 Rava

 
Inoltre io ricordo un tuo interessante intervento su un libro di quasi trent’anni fa, intitolato “Nascita e sviluppo delle etichette discografiche indipendenti”, dove attestavi che nel vasto catalogo della HORO c’erano opere buone e mediocri, con una casualità di scelta che toglieva organicità al lavoro dell’etichetta, che necessitava di un migliore editing e di un più approfondito taglio grafico.
Per cui, sarà vostra intenzione ripubblicare l’intero catalogo, cosa che io trovo giusta per dare integrità all’operazione, o solo quei dischi che riterrete più riusciti? Ci sarà una nuova veste grafica e redazionale o intendete mantenere l’aspetto originale anche per dare un valore aggiunto alla ripubblicazione?

 
Come sarà distribuita la produzione? Ci sarà un sito dedicato?
Poi parli di una ripresa dell’attività produttiva, cioè c’è l’intenzione di mettere in catalogo voci nuove?
 
Per ultimo, lo sai quanti collezionisti metterai sul lastrico, gente che ha impegnato anche la moglie pur di possedere una copia mint di “New Steps”, “A European Proposal”, “Catch”, “Parabola”, “Open City” o “The Loadstar” ?

Lo so, tu ci dai una notizia bella ed io ti rompo le palle con una sfilza di domande, ma parliamo della HORO, capisci?
È come dire che non si può andare in un covo di Jazz addicted, tirar fuori la roba migliore, far assaggiare appena appena l’amaro sulle gengive e poi sparire.
E no, caro Gianni, qui ti devi fermare, ti devi confrontare, ci devi chiarire, c’è da condividere, please.

Sinesio-Shepp

 
Non era forse questo uno dei principi di quella splendida etichetta?
 
Grazie di tutto Gianni, aspetto news con il piatto che già gira.
 
A presto.

 
p.s.
Per tutti quelli che hanno commentato i miei post sulla HORO, annuncio che possiamo partire con le prenotazioni. Io mi rendo disponibile a tenere il conto.

domenica, 08 febbraio 2009

Maurizio Giammarco & Andrea Centazzo

Davanti e Oltre la Soglia

Art by Jackson Pollock “the Deep”, 1953

 

 

 

Come dicevo negli ultimi post, la necessità di trovare nuove strade, il tentativo continuo di aperture inaspettate, il coraggio di portare oltre il proprio universo conosciuto l’indispensabile ricerca, è tra le mie poche possibilità di salvezza.
.
 
Il pezzo per Nazione Indiana è nato, uscito di getto come spesso amo più fare, come io sono, nonostante le apparenze.
Ed allora i ricordi si sono uniti alle emozioni, il sapere ha fatto spazio alle invenzioni, l’individualità è penetrata nel collettivo generazionale, così, naturalmente e miracolosamente insieme, come il passaggio di una nuvola nel cielo.
Domani lo faccio leggere a D.
Lei ha sempre la precedenza e l’esclusiva, non solo sulle mie idee, ma sulla mia vita.
Poi lo invio ad Andrea, per sapere cosa ne pensa.
 
Nel frattempo questo disco, a me caro per l’universo delicato e stratificato di cui è composto, mi sembrava la cosa più vicina all’emozione che ho provato.
 
Vi terrò aggiornati.
.
 
Credits:
Label: VISTA
product by IT for the RCA
Catalog#: TPL1 1114
Format: LP
Country: Italy
Released: 1974, april & may

Maurizio Giammarco & Andrea Centazzo
 
Tracklisting:
A1) Musica Originale dal Film della Mia Vita (Giammarco) – 5’38”
       M.G. (el. soprano sax, fl, prep. p.), A.C. (drums, perc)
A2) Shapperpie (Centazzo) – 4’21”
A3) Il Filosofo (Giammarco) - 3’19”
       M.G. (ten. sax, sopranino, fl, p, bell harmony)
A4) Ti Ho Portata fra le Nuvole (Giammarco) – 4’19”
       M.G. (soprano sax, bells), A.C. (drums, bells),
       Giuppi Paone (vocal)
A5) Davanti e Oltre la Soglia (Giammarco) – 5’07”
 
B1) Dkas (Giammarco - Centazzo) – 2’41”
       M.G. (sopranino sax, bells), A.C. (drums, tamburelli)
B2) Flash on the Rock Scene (Giammarco - Centazzo) – 5’36”
       M.G. (el. soprano sax), A.C. (drums),
       Alvin Curran ( sinthetizer, ring modulator filter for sax)
B3) Canzone per Carla (Centazzo) – 4’45”
       A.C. (drums)
B4) Moruzzo (Giammarco - Centazzo) – 4’23”
B5) Sensazioni della Campagna (Giammarco - Centazzo) – 1’50”
B6) Relaxin’ at Borgo Treppo (Giammarco - Centazzo) – 3’42”
 

venerdì, 23 gennaio 2009

Jazz a Confronto 30 – HORO

 

 

 

In questo periodo ho sempre più difficoltà a trovare le parole.

 
Sono giorni in cui vedo aumentare la distanza tra il mio essere individuo e tutto il mondo che mi gira intorno,
lunghissimi attimi nei quali mi interrogo sempre più spesso sul senso di uno spazio come questo, cercando di capire il valore fragile di una musica rispetto al senso concreto di questa mia esistenza.
 
Come trovare la rara bellezza in quel che è sotto gli occhi di tutti?
Parlare poi dei soliti noti, in anticipo o meno, lo trovo sempre meno interessante.
 
Non è forse nella ricerca che si può incontrare una scoperta?
Ma quanta fatica ci vuole, ogni volta, per spogliarsi delle proprie sicurezze e rimettersi in gioco?

 
Credits:
Label: HORO
Catalog#: HLL 101-30
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, November 27th
produced by Aldo Sinesio

Tracklisting:
 
Side one
1) Tensions (Gerardo Iacoucci)
2) Percussioni Africane (Gerardo Iacoucci)
3) Strutture (Gerardo Iacoucci)
 
Side two
1) D Minor Blues (Gerardo Iacoucci)
2) Omaggio a Lennie (Gerardo Iacoucci)
3) Magda's Waltz (Gerardo Iacoucci)
4) Caiage (Gerardo Iacoucci)
.
 

venerdì, 10 ottobre 2008

BYE BYE LITTLE GIANT, to Johnny Griffin

 Johnny Griffin


Musica Jazz di Ottobre dedica la cover (e finalmente una bella cover!)
ad un gigante del Jazz che ci ha lasciati, recensisce un libro sulla storia della sua vita appena dato alle stampe ed annuncia che nel prossimo numero dedicherà a questo musicista “un più adeguato ricordo”.
.
Musica Jazz, ottobre 2008, Cover
 
E si, perché la notizia e grossa, ma è niente in confronto alla statura musicale di Johnny Griffin, soprannominato the “Little Giant”,
morto il 25 Luglio scorso in Francia, dove risiedeva, e dove solo quattro giorni prima, ad ottant’anni suonati, si era esibito dal vivo.
.
Johnny Griffin
 
Ora, non vorrei inaugurare una nuova rubrica (che dite, Jazz Obituary potrebbe andare?) o fare il coccodrillo ritardato sull’improvvisa scomparsa di un grande del Jazz.
Potrei anche stare qui a raccontarvi che Griffin a sedici anni soffiava già come un demonio nella Big Band di Lionel Hampton, che è stato tra i sassofonisti più rappresentativi della scena Hard Bop, scritturato dalla Blue Note prima e dalla Riverside poi, che ha inciso con Coltrane, Monk, Max Roach, Lockjaw Davis o la Clarke-Boland Big Band.
.
Johnny Griffin
 
Ma preferisco di no, magari in un’altra occasione, non qui, perché se anche lui non c’è più, è rimasta la sua musica ed allora lascio parlare quella, registrata in un’occasione particolare in Italia, ed incisa su un disco mai più ristampato, il volume 10 della serie “Jazz a Confronto” della HORO di Aldo Sinesio.
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Jazz a Confronto n10 - Horo Records
 
Siamo nel 1974, in quello stesso anno Miles Davis incide un siderale “Dark Magus, Keith Jarrett il sospeso “Belonging” con il quartetto europeo e la Mahavishnu Orchestra aveva appena registrato “Birds of Fire”, il capolavoro del Jazz Rock.
Erano anni in cui il Fender creava armonie psichedeliche, il basso offriva ritmi spezzati ed elettrificati, anni in cui ci si interrogava sulla morte del Jazz  (lo si fa sempre ma il jazz cambia corpo e non muore mai), in cui si cercava nei NUCLEUS di Ian Carr o nelle note latine di Gato Barbieri una nuova via per questa musica.
L’onda elettrica del Jazz-Rock o del progressive coinvolge anche i musicisti italiani, come i Perigeo che nel 1974 incidono “Genealogia”.
.
Johnny Griffin
 
Ebbene, in quel caldo aprile, il Piccolo Gigante suona per una settimana al Music Inn di Roma, piccolo e storico locale di Pepito Pignatelli, proprio con la ritmica del Perigeo e cioè con Franco D’Andrea al pianoforte, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Bruno Biriaco alla batteria.
Sarà per la vecchia bellezza di questa città, per il primo sole che rende tutto più sonnolento o perché, dall’alto della sua statura un gigante come Griffin può permettersi di tutto, fatto sta che il piccolo gigante non cerca il modernismo a tutti i costi, non si perde tra le novità e anzi, fa sue le idee delle nuove correnti e suona la sua musica, senza età.
Puro Jazz.
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griffin
 
Sentitelo questo disco, per la prima volta tutto in formato digitale, ascoltatelo bene il primo brano, questo "Music Inn Blues" così tirato che, allo stesso tempo, vi lancia in alto nel cielo e vi riporta a casa, godetevi le due ballads che vi toccheranno il cuore e poi, nell’ultima traccia, ditemi se non c’è la felicità di un piccolo gigante.
 
 
“Per chi non crede nell’hard bop, dunque, un documento prezioso su cui meditare. Per chi non crede nel Jazz italiano, anche. Per chi non crede nel Jazz, invece, temo ci sia poco da fare. Qui non c’è alcun tentennamento “third strem”, arrangiamenti pomposi o orchestrazioni elaborate, elucubrazioni a mezza via tra l’India e Stockhausen.
C’è proprio solo Jazz.
Ottimo.”
 
Marcello Piras, dalle note di copertina.
 
 

lunedì, 29 settembre 2008

PHILOLOGY – A Jazz Life

“io voglio il fischio dell’ancia di Charlie Parker”

Charlie Parker unissued


 



Come vi ho già raccontato su Italian Jazz Labels, la documentazione su disco del Jazz italiano, vive la sua stagione d’oro tra gli anni ’70 e gli inizi dei ’90, grazie soprattutto all’impegno ed alla passione di alcuni “piccoli” produttori indipendenti, dal momento che le grandi major si sono interessate tardi - e sempre poco - al fenomeno.
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Horo8 Mario Schiano & Giorgio Gaslini
Della HORO di Aldo Sinesio (1972), probabilmente la prima e che resta tra le più prestigiose, avete letto gli inizi, le scelte ed i famosi confronti.
In quegli stessi anni (i master su nastro partono dal ’68 anche se la prima produzione su disco è del ’77) troviamo il pianista Tito Fontana, con la sua raffinata etichetta DIRE, che si prodigava ad incidere il meglio del Jazz di casa nostra.
Del 1975 è la prima incisione della serie Jazz from Italy, curata da Lino Patruno e Giancarlo Pillot per la Carosello, che spazierà dal Jazz tradizionale agli inediti progetti di grandi solisti italiani, registrando molto spesso con ospiti internazionali di grande livello.
Nel 1976 nasce la Red Records di Sergio Veschi, che si contraddistingue per l’alta qualità artistica e tecnica delle sue produzioni e, subito dopo (1979) la Soul Note di Giovanni Bonandrini, che nasce in seno alla Black Saint di Giacomo Pellicciotti dedicata più rigorosamente all’avanguardia, al quale dobbiamo il merito di aprire al panorama italico un’importante finestra sulle produzioni jazz internazionali.
Per ultima, solo in ordine di tempo, nasce la SPLASC(H) di Peppo Spagnoli, quasi casualmente nel 1982, che documenterà le varie realtà del nuovo Jazz italiano, dimostrando vera passione e vasta ampiezza di vedute registrando l’opera prima di Paolo Fresu, i debutti di Pietro Tonolo, Riccardo Fassi e Stefano Battaglia ma anche i grandi protagonisti del nostro jazz, come Gianni Basso, Guido Manusardi, Giorgio Azzolini, Gianluigi Trovesi, Mario Schiano etc, etc.
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GIANNI BASSO hit
 
A parte altre labels, con minore diffusione e di breve vita professionale, come la Ictus di Andrea Centazzo, la Gala Records, la CMC, la Cecma, la Pentaflower, la Bull Records e la Edi-Pan, praticamente introvabili sul mercato, roba da collezionisti, insomma, la Storia del Jazz italiano è tutta qui.
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Una manciata di labels con dietro un’idea ed un’etica di produzione, per la maggior parte in studio.
Questa è già una grande cosa per un paese piccolo come il nostro, dove per anni la musica Jazz è stata “ai margini” del music business, relegata sui piccoli palcoscenici e promossa solo sulla stampa specializzata, ma mancava il respiro del Jazz, l’invenzione unica e irripetibile, la documentazione del miracolo creativo che è la fonte di questa musica, “il momento quello” *
 come ha detto quel grande poeta improvvisatore che è Victor Cavallo.
 
Poi finalmente, un uomo innamorato profondamente del Jazz, un fan appassionato dei grandi Maestri di questa che è, anche per me, la musica più bella, un personaggio unico e coraggioso,
inventa lì sul momento, senza filtri o artificiali pensieri di produzione, quella che è l’etichetta più vicina all’anima del Jazz.
 
Nel luglio del 1987, nasce la PHILOLOGY di Paolo Piangiarelli.
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italian jazz label
 
“Perché faccio dischi così belli? Perché lo amo il Jazz, tanto e da sempre, da più di cinquant’anni, come e forse più di voi e nel 1987 ho deciso di farli io i dischi di jazz, quelli che non vedevo sul mercato, quelli che avrei voluto che altri facessero per me ma non li facevano…”
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Così Paolo Piangiarelli presenta la sua avventura, così descrive un sogno che il suo amore, il suo impegno e la sua grande capacità relazionale umana hanno trasformato in una delle realtà più importanti del panorama musicale.
 Ed il vasto catalogo della PHILOLOGY, testimonia tutto questo e rappresenta in maniera concreta la sua filosofia e quella della sua amata creatura.
Il nome stesso, ed il logo, è una dedica ad uno dei suoi eroi, quel Phil Woods che al sax contralto ha continuato la lezione di Charlie Parker, non emulandolo o, semplicemente rendendogli omaggio
- e tutti gliene dobbiamo - ma ponendosi come continuatore della sua musica, come discendente diretto e come il miglior rappresentante, a mio parere, dell’evoluzione che la musica di Bird avrebbe mai potuto avere se lui non ci avesse lasciato così presto.
E non è un caso che sia proprio uno dei suoi idoli a dare il via alla grande produzione che Piangiarelli metterà “on air” fino ad oggi.
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Phil Woods
 
Il catalogo si apre proprio con tre LP del Phil Woods Quartet (con Mike Melillo, Steve Gilmore e Bill Goodwin) in quel magnifico THE MACERATA CONCERT [1] registrato al Teatro Lauro Rossi nel Novembre del 1980.
Paolo cercherà di incidere e pubblicare la musica di Phil nelle combinazioni più varie possibili, sempre di alto livello artistico e di grande creatività.
Come in "THE BIRTH OF THE ERM" [2] con la European Rhythm Machine, nel "MEMORIAL CHARLIE PARKER" [3] o con la Big Bang Orchestra di Mario Raja [4] .
 
Nel box con i tre LP registrati dal Phil Woods Quartet a Macerata, trova spazio un bellissimo booklet ed anche una dettagliata discografia del contraltista di Springfield, redatta da Piangiarelli stesso.
Questo dello studio, dell’archiviazione, del dettaglio, è un altro caposaldo dell’etichetta, che chiaramente dichiara la sua ricerca filologica nello stesso nome, ed aggiunge un dettaglio chiarificatore nella filosofia della PHILOLOGY.
 
Piangiarelli infatti ritiene che bisogna presentare le session così come sono, nella loro reale naturalezza, perché crede che tutto quello che accade durante le improvvisazioni fa parte del processo creativo e per questo deve essere presentato nella sua relativa integrità.
 La ricerca di inediti per la presentazione al pubblico degli appassionati di tutta la musica registrata dai grandi Maestri del Jazz, è un’altra sfaccettatura che caratterizza la produzione della PHILOLOGY e gli dona visibilità internazionale.
Infatti, come un “piccolo” Dean Benedetti, Paolo parte alla ricerca di nastri inediti dei suoi idoli, pubblicando Bird’s Eyes [5], LP con inediti di Charlie Parker che inaugura una serie che nel tempo raggiungerà oltre venticinque volumi, poi Prez’s Hat [6], con inediti del grande Lester Young che si protrarrà in altri cinque volumi ed anche un bellissimo LP con inediti di Clifford Brown e Chet Baker [7].
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Clifford Brown & Chet Baker unissued
 
Questa operazione genererà non pochi dibattiti tra gli appassionati ed anche alcune polemiche sulle colonne del mensile Musica Jazz, essendo questi nastri provenienti da registrazioni private (quella di Brown addirittura incisa da lui stesso a casa sua) e non perfetti dal punto di vista della qualità sonora.
Ovviamente non tutti amano il Jazz così profondamente come Paolo Piangiarelli e non tutti hanno ancora compreso che la documentazione su disco del Jazz, di questa musica che si nutre dell’invenzione e del cambiamento continuo, che ha fatto dell’improvvisazione la sua genialità compositiva è, non solo utile e bella, ma necessaria per affrontare il futuro, conoscendo il passato.
Bastano poche righe scritte da Marcello Piras, per far comprendere meglio di molte spiegazioni l’importanza di queste pubblicazioni.
“ la questione non è oziosa. Ormai sta finendo un’epoca: finora sono stati i privati a salvare dal naufragio i sacri testi del Jazz. Senza dubbio, considerati per quello che sono, un documento, questi nastri sono davvero qualcosa di unico, che non meritava di finire nella spazzatura. Era importante che questo materiale non andasse perduto: bene ha fatto chi lo ha portato finalmente alla luce del sole” [8]
 
Ma torniamo a noi, al tema portante di questo scritto, alle produzioni PHILOLOGY ed alla dedizione di Piangiarelli per i suoi idoli.
Ho appena accennato il nome di Chet Baker, ma questo è un nome importante nella musica Jazz ed ha un posto di rilievo, come merita, anche nella produzione di Paolo.
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Chet Baker Trio - Live from Moonlight
 
Il primo è uno dei migliori concerti del trombettista di Yale, registrato nel 1985 al Moonlight Club di Macerata [9] con Massimo Moriconi (bass) e Michel Grailler (p), un disco intimo dove Chet affronta con una dolcezza unica e con tempi estremamente dilatati alcuni dei pezzi che più amava.
My Funny Valentine, How Deep is the Ocean, My Foolish Heart, Estate. "Sempre gli stessi pezzi" che sembrano ogni volta nuovi, le “canzoni semplici” che la sua voce sublimava in pura poesia, le melodie famose ogni volta sconosciute all’invenzione del suo respirare nella tromba.
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Un disco bellissimo, vero e proprio LIVE CULT, reso unico da una discografia cronologica e da delle liner notes a firma dello stesso amico e produttore che sanno più di un assolo in Jam, di una libera improvvisazione su tema che di una lettura “critica” del concerto.
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Chet Baker & Pieranunzi - The Heart of the Ballad
 
Qualche anno dopo, Paolo, invita Chet Baker in studio e lo fa incidere in due dischi memorabili e, purtroppo, gli ultimi della produzione in studio di Chet Baker.
Tra la fine del febbraio ed i primi di marzo 1988 nascono per la PHILOLOGY “The Heart of the Ballad” [10] in duo con Enrico Pieranunzi e “Little Girl Blue” [11] in quartetto con lo Space Trio del pianista romano. Anche qui l’atmosfera è delle migliori ed il risultato è sublime grazie anche alla scelta dei temi e soprattutto all’ispirazione dei musicisti.
Nella riedizione in CD, Piangiarelli include tre take di “But Beautiful” la splendida ballad di Jimmy van Heusen, più la quarta che era quella usata nella prima stampa dell’LP.
Ascoltando tutte e quattro le tracce di seguito, si ha la fortuna di assistere alla nascita di uno dei gioielli che Chet sapeva donare, senza chiedere mai niente in cambio. Perché, anche secondo me, nessun suono di Chet deve andare perduto, perché ognuno è una rara gemma, e questo lo dobbiamo anche a uomini come Paolo Piangiarelli.
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Chet Baker - Naima
 
Postumi escono tutti i nastri che questo appassionato fan/produttore ha inciso nel tempo o recuperato e salvato dall’oblio.
“Seven Faces of Valentine” [12] e “Naima: Unusual Chet” [13] sono due raccolte di tracce live che vanno dal 1975 al ’87, la prima dedicata interamente alle innumerevoli versioni del classico di Rodgers & Hart, con diversi accompagnatori.
Successivamente ha pubblicato un live in due volumi registrato al Club 21 di Parigi [14] e il bel concerto “A Night at the Shalimar” [15] con Nicola Stilo, Furio Di Castri e Mike Melillo e Luca Flores alternati al pianoforte.
 
Due mesi dopo la tragica scomparsa di Chet Baker, la PHILOLOGY produce un sincero omaggio alla musica ed un saluto allo spirito di Chet, incidendo con Tiziana Ghiglioni e Mike Melillo “Goodbye, Chet” [16].
Il disco presenta anche due inedite versioni di “Lament”, incise da Chet Baker con il quartetto di Tiziana Ghiglioni al festival di Bari nel 1985, unica traccia registrata, dal nostro “emulo” di Dean Benedetti con il suo Sony tascabile, di quel mancato incontro discografico tra i due.
 
Nel novembre 1989, grazie a Paolo Piangiarelli esce, allegato a Musica Jazz, “the Newport Years vol.1” [17], che propone registrazioni inedite di Baker del 1955 al famoso jazz festival. Inoltre permette di ascoltare la tromba di Chet Baker in duo con la nostra Caterina Valente (voce e chitarra) al festival tedesco di Baden-Baden nel ’56.
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Chet Baker The Newport Years
Lo stesso produttore, qualche anno dopo, mette a disposizione delle registrazioni inedite di Baker in Italia tra il ’75 ed il 1988 per l’allegato di Musica Jazz dedicato a Chet Baker.
Tra queste c’è una perla, SOLAR di Miles Davis, registrato da Chet Baker a Torino il 21 aprile 1988 con Enrico Rava, Massimo Urbani e Franco D’Andrea.
 
Insomma, un rapporto vero e duraturo, quello tra Paolo & Chet, uno scambio di affetti e di intenti, un’amicizia ed un rispetto unico,
molto di più che un rapporto professionale.
Lo stesso che lega questo “anomalo” produttore ad un altro dei suoi eroi ai quali la sua etichetta musicale è dedicata, Lee Konitz, l’unico saxofonista che negli anni ’50 aveva già uno stile personale così originale che gli permise di restare “del tutto indifferente” alla prepotente influenza di Bird.
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La PHILOLOGY registra per la prima volta l’alto sax di Konitz nel 1988, facendolo suonare a Roma con quello stesso Space Jazz Trio con il quale aveva fatto incontrare Baker, incidendo due dischi in due giorni, l’intenso e fresco “Blew” e lo splendido “Phil’s Mood” [18].
Nello stesso anno Piangiarelli licenzia “Solitudes” [19], dove propone il lirico pianoforte di Pieranunzi come unico compagno del sax di Lee Konitz, realizzando un album di ballad dello stesso sapore agrodolce del magico duo con Chet Baker.
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Lee Konitz - Blew
 
Da quel momento in poi, Paolo riserva a Lee lo stesso trattamento filologico che ha nei confronti dei suoi idoli, registrando il solismo unico di Konitz nelle più diverse espressioni, dall’orchestra ai dischi più intimi in duo con i più interessanti pianisti di casa nostra come D’Andrea, Sellani, Umberto Petrin, Stefano Battaglia, fino al particolarissimo “Self Portrait” [20] dove il Maestro del sax alto, registrando in solitario, sovraincide la voce del suo strumento fino a quattro volte, improvvisando sempre, prima sul tema scelto e, successivamente, sulle sue stesse improvvisazioni.
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Poi c’è l’incontro con un grande trombettista del nostro paese, uno dei più interessanti uomini del jazz.
Nel 1997, Lee Konitz incontra di nuovo in uno studio di registrazione Enrico Rava, con il quale aveva inciso il suo primo disco in Italia, quasi trent’anni prima, quel memorabile “StereoKonitz” [21] con il complesso di Giovanni Tommaso.
Per Piangiarelli i due incidono “L’Age Műr” [22],
“un vero disco di Jazz, uno di quelli che forse nessuno fa più ai nostri giorni…” come dice Rava nelle note di copertina.
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Lee Konitz & Enrico Rava
 
Enrico Rava è da sempre, insieme a Chet, il trombettista favorito di Paolo. La sua label lo aveva già avuto come gradito ospite delle sue produzioni nel ’90, con Pieranunzi, Enzo Pietropaoli al basso e Roberto Gatto [23].
Per Piangiarelli, come in tutti i suoi rapporti “professionali”, è ancora il cuore a dettare le nuove direzioni della PHILOLOGY.
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Nel 1999 incide “Rava plays Rava” [24], che rappresenta il primo capitolo del Rava’s Songbook, in duo con un giovane pianista, che nello stesso anno aveva inciso il primo disco a suo nome [25] proprio in casa PHILOLOGY. Nel novembre 2000 Piangiarelli organizza l’incontro di Rava con Renato Sellani, uno dei più eleganti pianisti italiani, con un senso dello swing ed una capacità poetica innata e naturale, che darà alla luce due album, il primo dei quali, “Radio Days” affronta il repertorio della canzone italiana, nel modo più lirico e bello che possiate immaginare.
“Donna” di Kramer, “Roma nun fa la stupida stasera” di Trovajoli, “Arrivederci” di Bindi e poi Le tue mani, Ma l’amore no, Amore baciami ed altre, vengono presentate spogliate di tutto il superfluo, restituite con l’essenza della melodia, con il profumo dei ricordi.
Un disco affascinante e prezioso.
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Rava play Rava
Qualche mese dopo i due si ritrovano, sempre al Mu Rec Studio di Milano, ed incidono un’altra perla della PHILOLOGY.
“Le Cose Inutili”, parte dallo stesso assunto del precedente, ma si confronta con la canzone americana.
Una manciata di standard proposti in una luce che smussa gli angoli, con una veste che accende il desiderio, con una semplicità che, in questo raro caso, è sinonimo di grandezza.
Successivamente c’è l’incontro di Rava con i due mostri sacri di Piangiarelli, Phil Woods e Lee Konitz.
L’aveva detto Paolo “…ho deciso di farli io i dischi di jazz, quelli che non vedevo sul mercato, quelli che avrei voluto che altri facessero per me…”
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Phil Woods Lee Konitz Enrico Rava
 
E sarà ancora Enrico Rava a fare “da ponte” ad un altro amore musicale di Paolo Piangiarelli, che nel 1977 registra il trombettista in concerto all’Arena Sferisterio di Macerata [26].
Su quel palco, oltre a lui, c’è Jean-François Jenny-Clark al basso, Aldo Romano alla batteria e, soprattutto, Massimo Urbani al sax alto.
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La sua etichetta discografica doveva ancora nascere, ma Paolo s’innamorò subito di quel ragazzo, il cui genio era un mistero.
Quando nel 1987 nacque la PHILOLOGY, tra i primi dischi da pubblicare Piangiarelli volle proprio Massimo Urbani, e gli propose un disco memorabile [27], un duo con Mike Melillo, che non aveva mai incontrato Urbani e che è stato per anni il pianista di Phil Woods, di totale improvvisazione per Bird.
Non un disco su Bird o sulla sua musica, ma proprio per Bird, forse l’unico disco di Massimo Urbani apertamente dedicato a Charlie Parker.
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Max non incide neanche una traccia delle composizioni a firma di Parker, anche se diverse citazioni, fulminee, vengono fuori inaspettatamente fedeli agli impossibili originali sempre cangianti, ma suona tutti gli standard a lui cari, non interpretando la musica di Parker ma respirando à la Bird, seguendo l’ebbrezza dei suoi voli irraggiungibili ed anche il rischio delle sue cadute verso il basso, nella geniale forma improvvisata tanto cara a Bird, quanto a Max.
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Massimo Urbani & Mike Melillo
“Lover Man”, “Out of Nowhere”, “What is this Thing Called Love”, I’ll Remember April” si formano nell’aria con enorme rispetto della canzone stessa, suonate con l’intensità che è solo dei grandi solisti, con un gusto per l’avventura musicale che non è mirabolante o fantasmagorica, ma indaga tra le pieghe semplici della composizione, illumina gli angoli più nascosti, ricerca con sobrietà e naturalezza fino a trovare la Poesia, sempre nuova, che solo i puri o gli innamorati sanno pronunciare.
 
Poi arriva il brano “The Gypsy”, di William Gordon Reid, e tutto il disco prende la forma di un capolavoro.
“…quando gli ho chiesto di suonare The Gypsy, che è un brano che lo stesso Parker ha suonato una sola volta nella seduta storica e drammatica di Lover Man, Massimo non lo aveva mai sentito. Glielo feci sentire io in studio, una volta sola, e lui l’ha suonato subito dopo ad orecchio, l’ha suonato incerto come quello di Parker, due versioni entusiasmanti.
Parker suonò a stento la melodia di The Gypsy perché stava male, la suonò usando appena le note fondamentali del tema, era al minimo delle sue possibilità ed al massimo della sua creatività. Ho tenuto presente quella seduta di Parker. Massimo suonando quel pezzo, ha accettato la sfida e si è messo nella condizione psicologica di Parker. Erano tutti e due in un momento di impedimento: Parker non aveva facoltà mentali giuste in quel momento, Massimo non conosceva il pezzo; entrambi hanno fatto un capolavoro di un brano che non avevano mai suonato.” [28]
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Massimo Urbani
 
Questo restarà, purtroppo, l’unico disco in studio che Urbani incide con la PHILOLOGY, ma Paolo continuerà a registrare Max in tutte le occasioni che gli capitano, perché Piangiarelli non fa progetti a tavolino per la sua etichetta, lui insegue un sogno, si innamora dell’uomo che c’è dietro lo strumento, si appassiona al soffio di quello strumento.
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Di Massimo Urbani esce “the Urbisaglia Concert” [29] con una ritmica sconosciuta ai più e con dei brani che fanno “gridare al miracolo” l’illustre critico inglese David Waddington. Poi vede la luce la sua partecipazione ad una rara registrazione del Gaetano Liguori Idea Quintet [30], che colloca il fenomeno italiano nella storia del jazz. Un disco importante, con un Urbani appena ventenne eppure già maturo nell’uso dello strumento e nel saper usare il linguaggio delle emozioni, un disco “inaspettatamente Jazz”, in un periodo dove i furori del free rivendicavano libertà difficili da raggiungere, con le splendide voci di Danilo Terenzi al trombone, del leader al pianoforte, dell’elastico e reiterato creatore di panorami armonici Roberto Del Piano al basso ed il motore ritmico di Filippo Monico.
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Gaetano Liguori Idea Quintet
 
Successivamente esce “Max Leaps In” [31] tra le più esplosive performance del saxofonista romano qui registrato con Melillo, Massimo Morioni al basso e Tullio De Piscopo, e “Go Max, Go” [32] registrato con Riccardo Zegna al pianoforte ed “i veterani” Luciano Milanese al basso e Gianni Cazzola alla batteria.
Ancora il “Live at Strabacco” [33] registrato benissimo in una piccola osteria, ancora con un’ignota ritmica - a parte Massimo Manzi alla batteria – e nonostante questo, o forse proprio per questo, con un Urbani in gran forma, che incide pezzi infuocati come Red Cross e My Little Suede Shoes di Charlie Parker, e ci regala una rara My Funny Valentine, vera perla di delicatezza, ed il “Live at the Supino Jazz Festival” [34] con il grande Luca Flores, che tanto ha suonato con Massimo.
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Poi c’è il concerto di Bologna registrato con Marcello Tonolo al pianoforte [35] uscito in concomitanza della prima edizione dell’International Massimo Urbani Award (Camerino 2004) e “Wild Genius” [36] registrato un anno prima della sua morte con i grandi Vannucchi, Rosciglione e Gegè Munari, oltre a Maurizio Urbani e Bob Mover come ospiti.
Piangiarelli mette a disposizione anche due lunghi live registrati con Enrico Rava, il furibondo “Flat Fleet” [37] con Franco D’Andrea, Mark Helias al basso e Barry Altschul alla batteria ed il bellissimo “Live at JazzBO’ 90” [38] con lo stesso D’Andrea e Giovanni Tommaso e Aldo Romano.
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Rava / Urbani - Live at JazzBO 90
 
Insomma, se Massimo in vita ha inciso meno di dieci dischi a suo nome,
qui ne troviamo altrettanti che ci permettono di conoscere meglio la sua figura, di apprezzare fino in fondo la sua musica, di affermare la sua grandezza.
 
Questo il ruolo della PHILOLOGY, questo il sogno di Paolo Piangiarelli.
 
Oltre alla passione per questi solisti, veri giganti del Jazz, Paolo ha sempre dimostrato un grande interesse per i crossover, una curiosità instancabile ed un fiuto eccezionale. La sua label ha cercato di documentare, stimolare, indicare i molti punti in comune tra i diversi linguaggi, evidenziando le affinità e cercando le possibili congiunzioni, tra autori solo apparentemente distanti come Battisti, Bindi e Bongusto con Sellani o tra il Jazz e le musiche "altre", come la bossa nova e la musica brasiliana in generale. Il risultato più toccante si trova nei dischi di Barbara Casini con Phil Woods o Lee Konitz, passando per l'elegante "Un Anno d'Amore" inciso con il Maestro Renato Sellani, fino allo splendido, morbido e profumato "Todo o Amor", primo lavoro a suo nome.
Ma la storica label ha promosso anche progetti importanti come i due omaggi a Billie Holiday fatti da Tony Scott, riscoperto sempre da Piangiarelli, ed il Franco D’Andrea Quartet e, soprattutto direi, il Tenco Project che ha visto Tiziana Ghiglioni, la migliore delle nostre cantanti Jazz, cimentarsi con il repertorio di uno dei più particolari autori della canzone italiana.
Ne è uscito un capolavoro, con un trio di eccezione come Paolo Fresu alla tromba, Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso e Umberto Petrin al pianoforte, oltre alla splendida voce di Tiziana.
Di questo progetto ne ho parlato approfonditamente in Tenco’s Jazz
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Ghiglioni-canta-Tenco
 
Dei progetti futuri della PHILOLOGY ve ne parla direttamente Paolo, che ho raggiunto al telefono qualche sera fa per la chiaccherata/intervista che segue.
 
 
"Quando la bellezza ti fa paura, è meglio che tu non lo prendi quel disco, è troppo bello per te, prendi un pò di merda in giro, che ce n’è tanta"
Intervista a Paolo Piangiarelli:
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JfI: Ciao Paolo,
la tua label ha prodotto i nomi tutelari del jazz contemporaneo, da più di vent’anni. Come effettui le tue scelte e quali sono le direzioni della PHILOLOGY?
 
PP: È naturale,
cerco di registrarli ogni volta che posso, in situazioni interessanti, in particolari combinazioni artistiche che siano di stimolo per il musicista, non faccio dischi banali, credo.
Il fatto che la critica ritiene che io, di un uomo come Konitz faccia troppi dischi, questa è una affermazione stupida,
è come dire, ma se Mozart fosse vissuto più dei trentatre anni che è vissuto, avrebbe fatto troppe sinfonie? O praticamente qualcuno si sarebbe dispiaciuto di questo fatto?
Messa in questi termini, io sento la necessità di fare questi dischi, visto che adoro Konitz perché lo ritengo uno dei più grandi geni del jazz improvvisato di tutti i tempi, ed io credo che il jazz non sarebbe tale, non sarebbe grande come è, se fosse solo scrittura, se non ci fosse l’improvvisazione del grande solista.
Il Jazz vive ancora di grandi solisti che sempre meno ci sono, ahimè, e non potrebbe vivere solo di pagine scritte, questo è il punto.
Adesso, se uno sente il jazz che si produce adesso, si accorge che mancano i grandi soli, cioè prendi i solisti come Joe Lovano, ma chi sono questi qui, sono competitivi con l’importanza e la profondità di gente del passato come Lester Young?
è importante, perché Lovano ha vinto per anni il referendum del downbeat, ma a che titolo lo ha vinto?
Qual è il suo spessore di personalità o di forza solistica?
Questo è vitale, questo punto è fondamentale.
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Lee Konitz Musica Jazz
 
Io se non ci fossero ancora, e purtroppo dobbiamo parlare di persone ottantunenni, se non ci fosse un Konitz, ci terremmo Ornette Coleman, con tutto il rispetto?
Capìto?
Onestamente Coleman che deriva da Konitz, che ha preso tutto da Konitz, che gli deve il suono, il tentativo di suono, perché adesso lo ha perso, non ce l’ha più Coleman, è un pigolìo il suo suono e la sua capacità improvvisativa dov’è?
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JfI: Eppure, per alcuni addetti al settore, Ornette Coleman è un genio della scrittura.
 
PP: Perché la critica ancora riempie le pagine della sua composizione Lonely Woman, ma scherziamo?
Ha fatto solo quello, più qualche composizione per i dischi contemporary come “Something Else!!!!” e “Tomorrow is the Question” e poi in definitiva ci siamo tenuti il suo quartetto splendido con Charlie Haden e David Izenzon, ed il capolavoro “Free Jazz” che praticamente resta confinato a se stesso e poi il PRIME TIME, logorroico quanto altro mai.
Assolutamente non creativo, non creativo per 30 anni.
E adesso appena fa un concerto accenna, deve accennare il suo Lonely Woman, altrimenti non si riconosce e la critica scrive:
“..che bello il momento in cui Ornette ha ridonato il suo solo in Lonely Woman…”
è poco, è veramente poco, io non ci stò più a queste cose.
La critica è regredita a livello infantile.
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Tenco Project - back
 
JfI: Beh, la critica dovrebbe indicare direzioni, si dovrebbe schierare
 
PP:Ma il disco che ha vinto il Grammy, l’hai ascoltato bene tu? [39]
 
JfI:L’ho ascoltato poco.
 
PP: È bene per te che non l’hai ascoltato, fai uno sforzo, mettilo su ed ascoltalo per due tre volte ed alla fine converrai con me, qui ci stiamo prendendo tutti per il culo, ed io non mi voglio far prendere per il culo.
Allora mi faccio dei dischi che nell’impostazione sono tradizionali, dove ci sono ancora i soli, e chiunque li faccia e li prenda, devono essere assoli importanti.
A me piacciono i solisti che raccontano qualcosa, che abbiano personalità di suono e che poi sappiano veramente raccontare delle storie grazie al cuore che hanno, allo spessore spirituale che hanno ed anche a quello tecnico.
La dove la tecnica ce n’è di meno, si può essere ancora dei grandi solisti se si è come Rava, che ha trasformato le sue “debolezze”, cioè una tecnica non travolgente, in qualcosa che viene dal profondo, dallo stomaco, Rava ha cominciato a gridare.
Il grido di Rava arriva, va bene?
La tecnica puoi anche non averla ma devi raccontare qualcosa, sennò ci prendi per il culo.
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Rava plays Rava - reprint
 
JfI: Io ho un ricordo bellissimo del disco Rava plays Rava.
 
PP: È un capolavoro, fatto 5 anni prima che la Label Bleu se ne accorgesse.
Io sono molto legato a Rava, e lui mi ha sempre voluto bene, ha sempre fatto dischi per me quando poteva ed anche Bollani, che adesso è diventato quello che è diventato, ed è difficilissimo fare un disco di Bollani, ma il suo primo disco da leader, Stefano l’ha fatto con me, era Mambo Italiano con Ares Tavolazzi.
Insomma ma allora chi era Bollani, non era ancora noto, e Rava mi disse che aveva scoperto da poco nel gruppo di Barbara Casini il pianoforte di Bollani e mi disse “…in questo momento mi piacerebbe avere una voce come la sua nel mio gruppo perché ancora non lo conosce nessuno…”,
Questo volle Rava, in un disco in cui suona la sua musica, ed io subito lo registrai, una settimana dopo che lui me lo disse.
 
Io ho colto subito quei momenti, quando un grande musicista mi diceva “adesso mi piacerebbe questa voce per me”, io non mi sono mai chiesto niente, quanto mi porta in termini di guadagno o quanto vale questo.
Ma che me ne frega del guadagno, io faccio i dischi per i posteri e quasi quasi mi dispiace di venderli agli squallidi, a quelli che non li capiscono o che non gliene frega niente.
Quando la bellezza ti fa paura è meglio che tu non lo prendi quel disco, è troppo bello per te, prendi un pò di merda in giro che ce n’è tanta.
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Tony Scott - Homage to Lady Day
 
JfI: Questo che dici rispecchia la filosofia della tua produzione e quello che dicevamo prima dei grandi solisti, cioè se non c’è emozione, se non c’è il racconto, se non c’è il respiro, non c’è musica.
 
PP: Si, perché senza questo criterio non avremmo un genio come Massimo Urbani. Quanto ha dato al Jazz Urbani?
Lui non sapeva leggere la musica eppure ecco il solista, personalità, suono, istinto.
Senza questi, il Jazz è morto, oppure ci terremmo soltanto Winton Marsalis e le sue rivisitazioni delle orchestre di Ellington o di Fletcher Henderson, adesso.
Lui studia la storia del Jazz, Marsalis, e ce la fa studiare a noi, siamo tutti tornati scolaretti.
Se la Lincoln Center Orchestra, come istituzione, è dedicata solo a questo, a ripassare la storia, ma ce la facciamo a casa noi, mettiamo i sacri testi e ce li ripassiamo tutti.
Dove stanno i grandi solisti nell’Orchestra di Winton?
Non ci sono.
Victor Goines è un solista di tenore degno dei nomi di cui parlavamo prima, Lester, Coleman Hawkins?
No. Quell’orchestra è spenta.
Lo stesso Winton, secondo me, con il tempo ha perso il suono, non è più il Winton di una volta.
Io lo preferivo quando stava con Art Blakey e suonava di tecnica e d’istinto e di cuore e quello che veniva fuori era un magma incandescente.
Dopo si è punito e pulito tutto ed a quel punto, a me interessa molto meno.
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Rava Sellani - Le Cose Inutili
 
JfI: Non interessa neanche a me, eppure negli USA ha un posto di assoluto rilievo nell’albero del Jazz
 
PP: Io credo che Winton Marsalis non può rivaleggiare quanto ad espressività con un trombettista come Rava, ma nemmeno con Bosso, secondo me, anche tecnicamente.
Bosso ha un calore, è un grande sottovalutato, Fabrizio, lo danno tutti per scontato perché è un supertecnico, bravissimo, ma vadano nel profondo.
È entusiasmante quello che suona e quando suona in un teatro lo manda a fuoco quel teatro lui, perché arriva, arriva quello che suona, i suoi soli sono bellissimi, è un vero solista ed improvvisa, con un suono magnifico, il suono di sordina di Bosso non ce l’ha nessuno.
 
Un critico americano è rimasto scioccato da Bosso, in una delle poche recensioni che mi sono state dedicate, non ricordo se su JazzTime o DOWNBEAT, che quasi mai recensiscono le mie produzioni, perché io faccio incontri tra grandi americani e grandi italiani e per loro le sezioni ritmiche ed i solisti italiani notoriamente sono inferiori agli americani.
E chi lo dice questo?
Noi abbiamo solisti migliori dei loro, il nostro studio si è trasformato piano piano.
Noi non facciamo Jazz in assimilazione del fraseggio altrui, ma suoniamo nel nostro linguaggio.
La storia del Jazz è posseduta dagli italiani ed è veramente amato il Jazz dagli italiani.
Ecco perché suonano così bene ed io non scambierei i nostri nomi come D’Andrea, Bollani, Pieranunzi e Lanzoni, questo sedicenne geniale di Firenze, ma io non li scambio con i loro Jason Moran.
Ma lo hai sentito il disco di Jason Moran?
E loro pompano i loro cavalli ed i nostri non li recensiscono, lo fanno solo quando Bollani, raggiunta la ECM, viene imposto per le recensioni.
Adesso viene recensito Bollani e solo adesso danno a Bollani ed a Rava l’onore del Blindfold test sul numero di Downbeat di febbraio.
Questa è una vergogna.
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Mike Melillo / Ares Tavolazzi - Almost Blue
 
JfI: gli americani sono sempre stati nazionalisti e convinti di essere il miglior popolo del mondo, poi non gli toccare il loro Jazz, come se la musica avesse un recinto intorno…
 
PP: Sono sciovinisti gli americani, che non hanno recensito i miei 7 dischi di Phil Woods in Italy 2000 che sono superlativi, li ho mandati in due copie ma nessuna recensione è uscita su Downbeat.
Vergogna.
C’erano musicisti come Bollani, Bosso, D’Andrea, De Paula, un disco più bello dell’altro.
Li ho fatti dopo che la prestigiosa Blue Note aveva scritturato Woods per otto dischi in otto anni. Il primo disco è stato un disco di BeBop con Johnny Griffin e Tommy Flanagan al piano e dal momento che non ha venduto tanto questo disco qui, è stato chiamato dalla grande etichetta e gli hanno praticamente reciso il contratto.
Io che pensavo di non poter fare più i dischi di Woods, mi ero messo l’anima in pace, ma appena l’ho saputo ho chiamato il mio eroe, un altro sottovalutato considerato come un emulo di Parker, niente di più ridicolo.
Andatevi a sentire il periodo della European Rhythm Machine, quello non era un emulo di nessuno, quello era un musicista meraviglioso, super, che è rimasto tale.
Ora non suona più 4000 note, ne fa 40 ma basta sentir il disco di Tony Bennett “the Art of Romance” dove nel brano di apertura c’è un solo di Phil, che praticamente io non lo posso sentire spesso perché è troppo bello, senti questo suono, a 76 anni uno ha questo suono, e suona questa quintessenza di note, una musica non più di 4000 note ma di 40 e va bene lo stesso, perché è un gigante, uno degli ultimi.
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Tiziana Ghiglioni - Goodbye Chet
 
JfI: Phil Woods e Lee Konitz sono due dei tuoi idoli, vero?
 
PP: Si, ed ho realizzato questo sogno di riunirli insieme ad Umbria Jazz, questi due giganti, ed è stata un’impresa che mi stava mandando sul lastrico con condizioni pesanti imposte anche dagli organizzatori di Umbria Jazz, che non mi hanno aiutato per niente.
Io tutto quel poco che ho fatto in Italia con i miei dischi, lo ritengo un miracolo. Perché l’ho fatto con l’aiuto di musicisti sensibili come Rava, come Bollani, come D’Andrea, come Pieranunzi, come Sellani.
Io l’ho voluto riscoprire Sellani, del quale ho fatto 66 dischi, l’ho ritenuta una missione, non gli faceva fare più dischi nessuno a questo Signore del Jazz.
Thomas Conrad di JazzTime mi ha detto grazie, perché non avevo capito subito Sellani ed ora, grazie a te l’ho capito, mi ha detto, è veramente molto personale e mi dispiace di averlo scoperto in ritardo.
 
JfI: Tra questi grandi nomi troviamo anche Gianni Basso.
 
PP: Lui sta suonando meglio che mai ed ora, mi arrivano migliaia di email, soprattutto dagli USA, che dicono “sono un fan di Gianni Basso”. Io lo chiamo Gianni e glielo dico, ma lui si schernisce e ride.
Ma anche qui dovremmo tirare le orecchie alla critica, in questo caso a quella italiana. Per esempio su Jazzit, un giovane redattore ha recensito un disco di Basso con Irio De Paula dedicato a Jobim.
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Irio de Paula
Suonano prevalentemente classici e lui l’ha valutato con sufficienza, dandogli appena due stelle, scrivendo che è sempre lo stesso repertorio e ci vorrebbero cose nuove.
Sarebbe come rimproverare Chet Baker di suonare tutte le sere Just Friend o My Funny Valentine o Lament.
Vallo a chiedere a Chet, in vita, “senti… guarda, tu suoni sempre But not for me…”
senza considerare il fatto che lo suona sempre diverso, con una nuova emozione, che non legge la musica scritta ma cerca una nuova intensità ogni volta, che vive il concerto con una dinamicità ed un’invenzione unica.
Ma questa è la caratteristica del Jazz, a differenza di Mozart, Brahms, questa è la specificità che appartiene al Jazz.
 
JfI: L’invenzione è l’anima vitale di questa musica
 
PP: C’è un disco di Konitz che devi assolutamente ascoltare.
Anni fa D’Andrea fece su mio progetto un disco mirabile che si chiama in Three Lines. Lui ha improvvisato tre volte su se stesso.
Dato un tema, poniamo ‘o sole mio, ha fatto la prima improvvisazione, poi se l’è fatta mandare in sala e sopra questa ha improvvisato una seconda linea, sparandosi un secondo assolo sopra, poi ha fatto mandare tutte e due ed ha registrato, sempre nuovo, una terza linea improvvisativa.
Di questo capolavoro io avrò venduto cento copie, forse fra cento anni qualcuno capirà.
Perché se c’è qualcosa di nuovo che viene fatto da un musicista del quale si pensa di aver scoperto tutto, allora non si pensa di approfondire.
E non dovrebbe essere questo il ruolo della critica?
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Lee Konitz - Musica Jazz Maggio 1953
Allora, Konitz ha sentito questo disco ed è rimasto a bocca aperta ed ha voluto registrare la stessa idea, facendo la sua musica.
L’unica cosa che mi chiese fu: ma D’Andrea per fare questo capolavoro, dimmi, ha usato il metronomo?
Assolutamente no, gli ho risposto, niente trucchi con Philology, tutto vero, così com’è.
Io non chiedo mai di rifare un pezzo, anche se il musicista avverte che c’è un piccolo errore, perchè tutte le energie messe in quel solo emozionante, se lo rifai una seconda volta, io non ci troverò più quello che ho sentito prima.
Allora l’ho portato in studio, Konitz, per fare un disco in solitario su three lines, e lui che fa, prende Subconscious Lee, si fa un pedalone di prima linea, poi sopra incide una seconda improvvisazione, si spara tutte e due in studio e ne registra una terza linea, poi si gira verso di me e con la mano mi fa un cenno, mi fa quattro, voleva superare Franco, questa è la capacità, questa è l’invenzione, questo è il segreto del Jazz.
Era una sezione di sax inventata li per li, suonata in quel momento in diretta [40]
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Chet Baker - The Art of Ballad - back
 
JfI: Di Konitz avrai registrato più di trentacinque titoli
 
PP: Una settimana fa l’ho registrato a Milano, dove Konitz stava con Martial Solal per la rassegna MITO e gli ho fatto fare altri tre dischi, con il progetto Konitz plays Konitz. Il terzo è con Zambrini, uno con Paolo Birro ed il primo con un pianista di Firenze, Piero Frassi bravo quanto Bollani ma che non sgomita tanto per arrivare.
Me l’ha fatto conoscere Michela Lombardi, una meravigliosa cantante, colta e passionale che riesce a scrivere anche grandi testi, un’altra che canta come nessuna ma nessuno sembra accorgersene.
Anche di lei ho prodotto io il suo disco di debutto [41], ed un altro con il vol. 17 della Revelation Series [42] poi l’ho affiancata al trio del pianista Riccardo Arrighini e l’ho fatta incidere Starry Eyed Again dedicato a Chet Baker [43] ed il tributo al repertorio di Baker continua con altri due dischi di prossima uscita registrati con il trio di Renato Sellani [44] sempre per la mia label.
Michela Lombardi è una che canta come nessuna e spero che anche questa intervista possa offrire un’altra revelation.
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Michela Lombardi
 
JfI: Nella Revelation Series ci sono importanti musicisti, ma c’è soprattutto il futuro del Jazz.
 
PP: Questa serie la sto dedicando anche a sconosciuti, come un americano quasi settantenne chitarrista della Virginia che si chiama Lew Woodall che suona con altri “vecchietti” in un disco che si chiama “Simply Cooking”.
Per questo ho modificato il nome della mia serie in Revelation USA Series, così capiscono che anche gli americani bravi li voglio scoprire io, perché quanti soldi ti può portare scoprire un settantenne? nel business si ragiona così ed io invece mi innamoro dell’energia, della forza e “cucino” un disco in quartetto meraviglioso.
Per questa stessa serie ho registrato un musicista di Bossa Nova che ho scoperto adesso e che si chiama Rogerio Tavares per il quale ho prodotto un disco con cose minori della Bossa, che si chiama Round, e che mi ha commosso.
Ebbene, questo musicista sta in Italia da quindici anni e mi spiace di averlo scoperto solo adesso, ma non è mai troppo tardi, perché una voce così non credevo esistesse.
Rogerio ha la voce più bella, incrinata dalla vita, dalle passioni, dalle debolezze, dal dolore e dalle gioie, la più vicina a quella di Joao Gilberto che io abbia mai ascoltato.
Dopo il concerto di Sant’Elpidio ho scritto un articolo su Rogerio Tavares, l’ho scritto di getto perché se c’è un errore, faccio come un vero jazzista, lo lascio lì.
Lo sai che faccio, te lo mando (voi potete leggerlo qui)
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Chet Baker in Italy
 
JfI: Tu hai fatto anche una bellissima improvvisazione scritta per un disco di Chet Baker, che tu stesso hai prodotto, Live from the Moonlight.
 
PP: Quello è il Cult Disc in un club di Chet Baker, il più bel disco live mai fatto, beh quel pezzo li io l’ho scritto di getto, sentendo un paio di soli di Baker, io ascoltavo lui e lui ispirava me, ed infatti è concepito come una lettera a Chet.
Mi hanno detto che quelle sono le più belle liner notes mai scritte per Chet Baker.
Io l’ho scritto come un solo e se è un vero solo di Chet, mica torni indietro, in un solo o scrivi bene subito oppure è fatta e devi andare avanti.
Se si capisce questo concetto, si capisce il personaggio Paolo Piangiarelli.
Io sono così, non mi devo far vedere da nessuno, non mi devo far grande, non bastano i quattrocento dischi che ho fatto?
Ne ho fatti più della Columbia, li ho fatti con il sangue, con il sudore, con tanti sacrifici, anche i dischi minori, se solo la critica li avesse ascoltati.
 
JfI: È un’avventura difficile quella di un produttore di musica in Italia.
 
PP: Questa avventura mi è costata tanto, io vengo da una depressione brutta che ho passato due anni fa, dal quale mi sono tirato fuori da solo grazie alla scoperta di Alessandro Lanzoni, un ragazzino di 14 anni che ho sentito al premio Urbani.
Beh, io lì a mia moglie vicina, gli ho detto :
“aspetta Giovanna, aspetta, aspetta…, questo è un altro segno che il divino mi manda, è come se mi stesse dicendo: non ti è bastato quello che hai vissuto, che ti ho fatto scoprire, ancora ti permetti di essere depresso, perché?
Da domani, quando torniamo a casa, buttiamo via tutte le pillole che stò prendendo ed io in questo momento decido di essere guarito dalla depressione”
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Andrea Pozza
 
JfI: Questo dimostra la tua fede e la tua grande forza, perciò guardiamo avanti.
 
PP: Si, adesso ho prodotto il disco di debutto in piano solo di Mauro Grossi, che è il pianista sommo a cui dobbiamo Bollani, perché Mauro è il Maestro di Bollani e se uno ascolta attentamente Grossi, capisce da chi deriva Bollani. A quasi cinquantanni fa il suo primo disco in piano solo [45], ma mi sono fatto promettere che ne farà un altro dedicato a Tristano, che lui adora.
Come anche il debutto di Andrea Pozza, a 39 anni in trio, l’ho fatto io.
 
JfI: Un disco molto bello, con le liner notes a firma di Rava che le intitola “Attenzione, PERICOLO, disco di Jazz”
 
PP: Molto bello, io al Jazz devo tutto, devo anche il fatto di essere libero innanzitutto. Per questo non sono editore perché cerco solo la buona musica, non lucro con i miei dischi.
È per questo che oggi tutti i dischi sono pieni di edizioni e si evita la Poesia degli standard, l’approccio personale.
Ma Konitz lo dimostra, con i suoni naturali che registra in presa diretta, è buona la prima.
Se sai suonare fai i dischi con PHILOLOGY, sennò vai altrove e ci metti 5 gg per fare un disco, poi 5gg per pulirlo e dopo il mixaggio il disco lo puoi buttare nella spazzatura perché non è più quello che hai concepito, è una cosa ripulita, non mi interessa, prego, io voglio il fischio dell’ancia di Charlie Parker e quando Konitz si rammarica che si sente troppa saliva, io gli dico Lee, che te ne frega, sputaci in quel saxofono, ‘chè è naturale, come il colpo del pedale sul pianoforte, se c’è, c’è, perché devi attutirlo?
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Bird
 
JfI: Questo ci riporta alle tue produzioni di inediti, da salvare dall’oblio, da recuperare a qualsiasi condizione, come i nastri di Lester Young, quelli della cabina telefonica di Parker, o di Clifford Brown.
All’epoca questo ha creato qualche discussione, in pochi hanno capito il valore di quelle registrazioni e la tua passione per la ricerca filologica.
 
PP: Mi ricordo che Piras dedicò uno studio a queste uscite di Brown e, mi ricordo che sull’Unità uscì un articolo intitolato “Hello, Charlie Parker - il disco del secolo”, perché il primo solo ritrovato di Parker è come aver ritrovato la Nike di Samotracia sepolta sotto la sabbia.
L’unico limite di quelle discussioni era che tutto veniva ridotto all’aspetto commerciale di quella pubblicazione, ma ricordati che sul retro di copertina c’era scritto “It’s not Hi Fi Bird, but it’s Hi Bird”
cioè un avvertimento che non era un disco di alta fedeltà, ma è un disco del grande Parker, è il primo soffio vitale del jazz moderno,
da solo.
È li che ho avuto l’idea di far fare cose in piano solo, i duetti che ho iniziato a produrre.
Sono stato il primo che ha prodotto duetti tra due pianoforti, in anni non sospetti, con il duo di Mike Melillo e Franco D’Andrea [46].
O con quello LIVE tra Stefano Bollani & Franco D’Andrea [47], ed ancora in due dischi tra D’Andrea e Sellani [48], due stilisti completamenti diversi, due dischi sconosciuti perché sono invenduti.
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Stefano Bollani Franco D
 
JfI: Ma torniamo al futuro, Paolo, mi hai detto che Lanzoni è stata “la tua salvezza”
 
PP: Si, non avevo ragione di essere depresso e praticamente Alessandro Lanzoni me lo ha fatto capire. L’ho fatto incontrare con Lee Konitz in un disco uscito da poco dedicato a Bill Evans, che ho voluto chiamare
“Poetical Lee / 81 + 15 = 96” [49]
Lanzoni è stato probabilmente l’ultimo grande atto della mia vita musicale, perché dopo Lanzoni non credo che ci siano altre sorprese [50].
Gli americani, come al solito, se ne accorgeranno tardi perché vogliono scoprirlo tardi, perché gli fa comodo, loro vogliono scoprire solo i loro polli di allevamento, i nostri geni non li scoprono con piacere.
Loro non recensiscono i dischi se non gli paghi le pubblicità, infatti danno cinque stelle ad un disco di Sonny Fortune che secondo me dovrebbe vendere il pane.
Il trio di Lanzoni [51], con Ares Tavolazzi e Walter Paoli è il più bel trio in attività in Italia, ed Alessandro è un miracolo.
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Renato Sellani-1
 
JfI: Prima c’era stato Francesco Cafiso, un'altra tua giovanissima scoperta
 
PP: La sua scoperta è stata importante, ma quante cattiverie gli hanno fatto. Ora praticamente non ha più lo stesso manager, che è il padre di Giovanni Guidi ed è anche il suo manager, oltre che quello di Rava e Bollani.
Questi tre lo impegnano troppo, per cui mi risulta che abbia abbandonato Francesco. Ma lui deve smettere di ascoltare tutto quello che gli dicono. Devi suonare come Garbarek gli dicevano, ma secondo me non lo volevano far crescere. Lo devo andare a sentire a Foligno e spero di sentirlo bene perché se vacilla glielo dico, “a Francè non ti riconosco più”, se veramente suona peggio eh, perché lui suonava da dio a undici anni, perché con la tecnica che ha lui può suonare alla Ayler, alla Coleman, come vuole, ma deve suonare come se stesso, solo come se stesso.
 
JfI: Nella tua attività di scoprire talenti quale è stato l’apporto della critica?
 
PP: Non ho mai amato la critica, ed a pochissimi ho riconosciuto il talento del critico, la critica italiana probabilmente non meritava niente, secondo me.
Ci sono i critici dell’area bolognese che basta che possano parlare di rumori e tutto quello che si avvicina alla musica è dato per scontato, una cosa piacevole, si, ma niente di più, mentre in tutto quello che è rumore ci trovano dei significati così profondi.
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Enrico Rava - Bella
 
JfI: Per esempio nel ’90, quando hai inciso “Bella” di Enrico Rava con Pieranunzi [52] erano anni che nessuno si ricordava più di lui, l’ultimo disco promosso dalla stampa era il Soul Note del ’86, in mezzo aveva inciso due cose con la Gala che neanche circolavano e con la Label Bleu registrerà solo nel ’93.
 
PP: Si, quell’incontro io l’ho organizzato prima, molto prima della EGEA, ed io appena ho costituito la PHILOLOGY, ho pensato che Rava era così significativo per il Jazz italiano che mi sarebbe piaciuto dargli la giusta attenzione.
Così è stato per Massimo Urbani, che ho registrato subito con la mia label, un disco bellissimo, un capolavoro misconosciuto, e quando parlano di Massimo ricordano i dischi della Red, mica questo intimo capolavoro, per cui che critica è, scusa, che critica è?
A parte l’ostracismo che si può fare al produttore, tu come critico devi andare al di là, devi andare a scoprire i capolavori, ti devi documentare, anche se il produttore non ha fatto in tempo a fartelo avere, il disco.
Io posso anche aver sbagliato nelle mie promozioni, ma a volte, inviare dischi a personaggi come questi, è come dare perle ai porci.
Perché tu devi fare il tuo lavoro senza questi calcoli, me l’ha inviato o no, lo devo comprare o me lo faccio regalare, perché dietro a questo ci deve essere una passione. Io mi farei schifo da solo come produttore se avessi prodotto pensando “di questo disco non vendo una copia”, io li ho fatti tutti pensando “viene fuori un disco bello, allora lo faccio.”
 
JfI: Sicuramente, però la tua sincerità e bontà d’animo ti ha ripagato nel rapporto con i musicisti
 
PP: Si, i rapporti sono bellissimi, Lee mi adora, come mette il piede sul suolo italico mi cerca e così era con Chet e con Massimo, che era meraviglioso.
Di lui dopo il concerto di Bologna non ho fatto più niente, ma ci sono altre cose di Massimo da pubblicare molto belle e prometto che per il prossimo Premio Urbani faccio un paio di uscite di Massimo di quelle al fulmicotone.
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Max Leaps In
 
JfI: Tu hai registrato tutto il loro ultimo periodo ed i dischi di Chet Baker fatti con te sono, a mio parere, tra i migliori.
 
PP: Quei dischi di Chet Baker sono bellissimi ed io quei dischi in duo ed in quartetto con Pieranunzi, gli ultimi purtroppo della sua vita, non li ho più in catalogo, perché li ho donati a Carol Baker, la vedova di Chet, memore delle parole di Chet che mi disse, se dovessi scomparire pensa a mia moglie Carol. Ma lei non ne ha fatto niente, perché gli americani non capiscono il periodo ultimo di Baker, quel periodo senza denti, con quel suono angelico, soffiato, non lo capiscono. Loro preferiscono quando Baker faceva il bebop annacquato bianco, che suonava negli anni 50/60.
Dopo, quando ha vissuto in Europa, negli anni ’70, gli americani non l’hanno mai premiato, invece era il periodo sublime, secondo me, dove potevi sentire tutte le sere una versione diversa di Just Friends e tutte le volte restavi incantato come se non l’avessi sentita mai, è diventato grande anche come cantante.
Purtroppo, io ho anche cercato di ricomprare a Carol quei dischi, ma non mi ha mai risposto, è un peccato.
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Chet Baker - Little Girl Blue
C’è “Little Girl Blue” che è di una bellezza travolgente, con in copertina la foto di mia figlia, una bambina indiana che devo al Jazz, che mi ha insegnato tutto, ed a Chet che mi diceva “vedi Paolo, io non ho casa, la mia casa sono gli alberghi del mondo per cui devo sempre suonare per vivere, la mia casa è la custodia della mia tromba”
Questo mi ha colpito molto, Chet non aveva niente, a parte la tromba, ed allo stesso tempo donava tutto e quando ha fatto quei due dischi con Pieranunzi, io mi sono sentito dire
“io non ce la faccio più a suonare la tromba, mi apro uno studio di registrazione a Parigi e canto solamente”
Questo era il suo sogno, soffriva tanto a suonare la tromba a quei tempi. Quando venne a Macerata, io gli organizzai un tour sinfonico di otto date, era il 1985 ed io non ero ancora partito come PHILOLOGY, la registrazione di quei concerti Chet la donò a Melillo, dicendo che lui stava guadagnando molti soldi e che a Mike potevano fare comodo, e Melillo la cedette alla Soul Note, per cui quello è il primo disco “moralmente” PHILOLOGY [53], anche se è uscito per Bonandrini.
 
Chet era come un bambino, era un puro, ed ha sublimato la sua triste vita con la bellezza della sua musica.
Se mi dovessi portare un musicista solo su un’isola sperduta, porterei Chet Baker.
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Paolo Piangiarelli a sx, con Tiziana Ghiglioni e Max Melillo a dx
 
 
Philology on web:
 
 
 


[1]Phil Woods Quartet “THE MACERATA CONCERT” vol. 1, 2, 3 – PHILOLOGY W 1/2/3
[2]Phil Woods & European Rhythm Machine “The Birth of ERM” – 2 LP PHILOLOGY W 16/17
[3]Phil Woods / Bob Dorough / Bill Takas "MEMORIAL CHARLIE PARKER" - PHILOLOGY W 24
[4] Phil Woods meets Big Bang Orchestra “Embraceable You” - PHILOLOGY W 25
[5] Charlie Parker “Bird’s Eyes vol. 1” - PHILOLOGY W 5 (see PHILOLOGY catalogue for others volumes)
[6] Lester Young “Prez’s Hat vol. 1” - PHILOLOGY W 6 (see PHILOLOGY catalogue for others volumes)
[7] Brown & Baker “ Black and White series vol.1 – The two Trumpet Geniuses of the fifties” – PHILOLOGY W 13
[8] Marcello Piras “ La suspense degli inediti” Musica Jazz n°8/9, Agosto/Settembre 1990
[9] Chet Baker Trio “Live from the Moonlight” – 2 LP PHILOLOGY W 10/11
[10] Chet Baker – Enrico Pieranunzi “The Heart of the Ballad” - PHILOLOGY W 20
[11] Chet Baker meets Space Jazz Trio “Little Girl Blue” - PHILOLOGY W 21
[12]Chet Baker “Seven Faces of Valentine” - PHILOLOGY W 30
[13] Chet Baker “Naima: Unusual Chet” PHILOLOGY W 52
[14] Chet Baker Trio  “A Trumpet for the Sky vol.1 & 2” – PHILOLOGY W55/W56
[15] Chet Baker “A Night at the Shalimar” – PHILOLOGY W 59
[16] Tiziana Ghiglioni – Mike Melillo “Goodbye, Chet” – PHILOLOGY W22
[17] Chet Baker Quartet plus… “The Newport Years vol. 1” – PHILOLOGY W 51
[18] Lee Konitz meets Space Jazz Trio “BLEW” – PHILOLOGY W 26;
    Lee Konitz meets Space Jazz Trio “PHIL’S MOOD” – PHILOLOGY W 27
[19] Lee Konitz & Enrico Pieranunzi “Solitudes” – PHILOLOGY W 28
[20] Lee Konitz “Self Portrait” – PHILOLOGY W 121
[21] Lee Konitz & il complesso di Giovanni Tommaso “STEREOKONITZ” – RCA IT, Ottobre 1968
[22] Konitz / Rava quartet “L’Age Műr” – PHILOLOGY W 123
[23] Enrico Rava “Bella” – PHILOLOGY W 64
[24] Enrico Rava “Rava plays Rava” – PHILOLOGY W 155
[25] Stefano Bollani / Ares Tavolazzi “Mambo Italiano, dedicato a Dean Martin” – PHILOLOGY W 141
[26] Massimo Urbani “Invitation” CD allegato a Musica Jazz, ottobre 1995 – PHILOLOGY W 58
[27] Mike Melillo / Massimo Urbani “Duet improvisation for Yardbird” – PHILOLOGY W 4
[28] Intervista a Paolo Piangiarelli di Carola De Scipio, in “L’avanguardia è nei sentimenti” – Stampa Alternativa 1999
[29] 24 novembre 1984 - PHILOLOGY W 70
[30] Live at Palazzina Liberty, Milano, 20 marzo 1979 – PHILOLOGY W145
[31] Civitanova Marche, 26 settembre 1983 – PHILOLOGY W 181
[32] Rimini, 7 agosto 1981 – PHILOLOGY W 187
[33] Ancona, 27 novembre 1984 – PHILOLOGY W 221
[34] 6 agosto 1987, PHILOLOGY W 228
[35] Live at Belzebù, 16 dicembre 1988 – PHILOLOGY W 238
[36] Isernia, 9 agosto 1992 – PHILOLOGY W 313
[37] Civitanova Marche, 11 aprile 1983 – PHILOLOGY W 734
[38] Bologna, 23 febbraio 1990 – PHILOLOGY W 338
[39] Herbie Hancock“River: The Joni Letters”
[Verve]
[40] Lee Konitz “Self Portrait” – PHILOLOGY W 121
[41] Michela Lombardi “Small Day Tomorrow” debut of a great singer (dedicated to IRENE KRAL) –      PHILOLOGY W 709
[42] Michela Lombardi “Swingaholic”
[43] PHILOLOGY W 346
[44] Moonlight Becomes You – Thinking Of Chet VOL.1
      Still In My Heart – Thinking Of Chet VOL.2.
[45] Mauro Grossi “Colori” – PHILOLOGY 2008
[46] “Timeless Monk” – PHILOLOGY W 172
[47] “The Macerata Concert” – PHILOLOGY W 167
[48] Franco D’Andrea & Renato Sellani “ L’avventura dell’incontro” – PHILOLOGY W 205
      Franco D’Andrea & Renato Sellani “ L’avventura continua” – PHILOLOGY W 214
[49] PHILOLOGY W 381
[50] Alessandro Lanzoni “I Should Care” winner of I.M.U.A. 2006 – PHILOLOGY W 355
[51] Alessandro Lanzoni Trio “On the Snow” – PHILOLOGY W 285 - Revelation Series vol. 1
[52] Enrico Rava “Bella” – PHILOLOGY W 64
[53] Mike Melillo – Chet Baker – Orchestra Filarmonica Marchigiana “Symphonically” – Soul Note

 


mercoledì, 07 maggio 2008

HORO RECORDS, JAZZ a confronto

horo records logo


Get Music Tracks! Create A Playlist!

 “In assoluta indipendenza dal troppo rapido variare delle mode e dei gusti, la nostra etichetta vuole rappresentare un preciso punto d’osservazione sul cangiante panorama del jazz d’oggi.

 Non una storia di questa musica dunque, ma semmai un largo florilegio di quanto in essa c’è di attuale, di vivo. [1]
 
Così, quasi quarant’anni fa, veniva presentata al pubblico una delle più prestigiose etichette italiane di jazz, attiva nel decennio degli anni Settanta, che ha contribuito a dare all’Italia un posto di rilievo nel panorama jazzistico internazionale.
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Sinesio-Shepp

Quelle “quattro righe” portano la firma di Aldo Sinesio, regista cinematografico, appassionato di jazz e poi “anomalo” produttore.

“…verso la metà degli anni Quaranta, con la guerra ancora in corso, il jazz si poteva ascoltare alla radio, benché fosse proibito. Tra i primi musicisti che ho ascoltato, ricordo un giovanissimo Charlie Parker.
Ma, all’epoca, la mia vera passione era il cinema." [2]
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Horo32- Lee Konitz back
Aldo Sinesio, siciliano, espatriò a New York, andando a vivere nel Greenwich Village, che negli anni Cinquanta ribolliva nell’enfasi della ricerca culturale, palcoscenico naturale di molti di quegli artisti che, sperimentando nuovi linguaggi, scriveranno la storia contemporanea.
“…era incredibile: la musica nasceva ad ogni angolo di strada. Poteva accadere di entrare in un club fumoso e trovarsi di fronte a Sun Ra. Un concerto poteva iniziare con tre o quattro musicisti e finire con una jam di dieci, quindici persone. Era il centro del mondo…" [3]
 
E lui voleva essere parte attiva di quel mondo che animava la sua passione, divisa tra cinema e jazz.
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Horo-HDP-23-24-Sun-Ra
 
“Uno dei miei primi documentari a sfondo sociale aveva per titolo
“Pane di Zolfo”. La musica che utilizzai era quella di Trane…”
 
“Pane di Zolfo”, non un titolo a caso e la musica, non una qualsiasi ma John Coltrane.
Il pane, è uno degli alimenti “poveri” fondamentali della cultura gastronomica italiana ed anche il più rappresentativo.
Senza pane non si va a tavola, sarebbe inconcepibile.
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Johnny Griffin
Le miniere di zolfo, per quasi duecento anni hanno profondamente segnato - nel bene e nel male - l'economia, la storia e la cultura di quella parte della Sicilia compresa nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Enna e sono anche tristemente ricordate nell’opera di un altro grande siciliano, Luigi Pirandello, in "Ciàula scopre la luna" [4]. Questa novella, dalle tinte di critica sociale, racconta tramite la vicenda di un “caruso”, Ciàula,
il sistema di estrazione dalle miniere che ha contribuito a sviluppare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile.
I carusi erano bambini da 7 ai 12 anni, che dalle profondità delle gallerie portavano i carichi di zolfo sulle spalle. La loro paga consisteva in una somma esigua anticipata alla famiglia in cambio dell'uso del bambino. A causa di questo debito il caruso riceveva solo acconti, quasi sempre in natura, come farina, olio e spesso solo pane.
Il pane e lo zolfo.
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Sinesio-Roach
 
Sinesio, nato in una realtà difficile come quella siciliana, una volta tornato in Italia voleva cambiare il mondo attraverso il linguaggio della sua passione, il cinema politico, raccontando di tradizione e sfruttamento.
 
“… ma l’Italia non era – e non è ancora – un paese libero, ed incontrai notevoli difficoltà. Quando capii che non potevo lavorare con il cinema politico nel mio paese, pensai che il jazz, non avendo parole ma solo musica, poteva essere un valido compromesso. Dopo aver lavorato per un breve periodo nella RAI come collaboratore esterno, capii che non era il mio ambiente e cominciai a produrre sonorizzazioni per sottofondi con la Fly Records. I proventi di questa etichetta venivano reinvestiti nel progetto della HORO Records, un’etichetta solamente di jazz…" [5]
 
La HORO Records nasce a Roma nel 1972 ed è, per me,
l’equivalente italiano della impulse! Americana.
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Horo 5 Giancarlo Schiaffini
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Il sound inciso nei dischi delle due labels, è intriso dello spirito di quegli anni, fatto di sperimentazione musicale e di indignazione politica.
Entrambe sono riuscite ad amalgamare i diversi stili musicali ed i tanti approcci personali in una sonorità precisa e moderna, le cui tracce sono importanti ancora oggi.
Provate a fare i nomi delle due labels a qualsiasi appassionato di jazz,
che sia americano, giapponese o bergamasco.
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Giancarlo Barigozzi
Per la impulse registrò sia Duke Ellington che McCoy Tyner,
Earl Hines come Keith Jarrett, sia Pee Wee Russell che Pharaoh Sanders.
Sui dischi HORO troviamo sia Renato Sellani che Sun Ra,
Gianni Basso come Archie Shepp, Oscar Valdambrini come Lester Bowie.
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Le due labels, sono caratterizzate per la devozione alla musica d’avanguardia, ultima significativa direzione presa dal jazz.
Su etichetta impulse abbiamo praticamente tutto John Coltrane,
 per la Horo registrò il primo disco a proprio nome Massimo Urbani.
 
Ed anche nel brand io trovo similitudini:
Arancione e nero per la impulse,
“…a significare il fuoco e l’ebano, la furia e l’orgoglio” [6] e
Rosso, nero e bianco per la HORO.
Il rosso della passione e della politica, il nero ed il bianco come due opposti necessari al jazz ed uniti nel confronto.
 
“… concentrai tutte le mie forze e l’esperienza accumulata tra gli Stati Uniti e l’Italia, per iniziare a produrre dischi di artisti che avevo già incontrato a New York o qui. Quando iniziai tutti credevano che sarei fallito nell’arco di pochi mesi, invece eccomi qua, con un catalogo da far invidia alle più importanti major discografiche…” [7]
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Horo8 Mario Schiano & Giorgio Gaslini
 
L’etichetta prosegue il suo “percorso” fino a tutto il ’79, registrando Mario Schiano, Steve Lacy, Enrico Rava, Johnny Griffin, Giancarlo Schiaffini, Lee Konitz, Piero Umiliani, Gil Evans, Giorgio Gaslini, Max Roach, Giancarlo Barigozzi, Sam Rivers, Enrico Pieranunzi, Roswell Rudd e l’elenco potrebbe continuare. Grandi personaggi fatti incontrare in studio, messi a confronto in Italia, registrati con progetti inediti quasi sempre negli storici “Studi TITANIA” di Roma.
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Renato Sellani
“… ci pare importante sottolineare che la novità essenziale della collana è quella di non utilizzare in nessun caso nastri già incisi per altre case e variamente pubblicati: ogni brano contenuto in un qualsiasi disco HORO è stato appositamente registrato per noi, dando inediti e stimolanti risultati per quanto riguarda l’incontro, nei nostri studi, di personalità jazzistiche di diversa estrazione…" [8]
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E infatti, sui dischi HORO, troviamo piccole gemme che hanno per titolo “Blues for Sinesio” e “Roma Today” di Lee Konitz, “Music Inn Blues” di Johnny Griffin, “Calypso in Roma” di Don Pullen, “Open City- Città Aperta” e “Volare” di Ran Blake,
“Vento Rosso” di Enrico Rava ….
 
L’impegno e la passione di questo straordinario produttore, hanno dato vita ad una settantina di dischi memorabili.
“il primo fu Frank Rosolino, un grande trombonista. Con un musicista del suo calibro in catalogo, fu tutto più facile. Al secondo, Johnny Griffin, gli chiesi di registrare con me, e quando lui mi chiese il perché gli risposi che lo aveva già fatto Rosolino, e lui accettò. Ancora ricordo l’incontro con Gil Evans, un gran signore. Non mi conosceva, e l’accordo fu preso in una hall di un piccolo albergo romano.
 Alla fine erano gli stessi musicisti a chiamarmi prima di venire in Italia.”
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Horo13 MassimoUrbani
Ma il suo vero guadagno è stato il rispetto dei maggiori artisti della scena jazz internazionale che, praticamente, hanno tutti inciso per lui.
 
“…una volta stabilita la parte economica si comportavano da veri professionisti. Durante la trattativa avevano la sicurezza e la consapevolezza di essere tra i più grandi del mondo. In quel momento, la maggior parte di loro, stava godendo di una fama internazionale che gli permetteva di chiedere qualunque cosa. Capivano subito con chi avevano a che fare e non avevano la presunzione di sparare cifre improponibili per un piccolo produttore.”
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Horo26- Stafford James
Ed anche della critica, che ha riconosciuto l’importanza della produzione HORO, citata dal New York Times e recensita da critici internazionali come Nat Hentoff e Ira Gitler. Le note sul retro di copertina, di questi bellissimi LP, documentano il periodo con scritti di Roberto Capasso, Enrico Cogno, Gian Mario Maletto, Marcello Piras, Franco Fayenz, Walter Mauro, Mario Luzzi, Gianni Gualberto….
 
Tra i solchi di questi vinile, nella grafica di queste copertine,
tra le note autografe che occupano tutto il retro del disco,
c’è la Storia del Jazz.
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 Horo 8 back
 La musica della HORO si è sviluppata su tre serie,
delle quali la più importante, una vera e propria collana organica è,
a mio parere, la serie JAZZ a Confronto.
 
“…proprio perché la collana non intende essere aperta solo ad alcune esperienze e preclusa ad altre, si chiama JAZZ a Confronto:
confronto di idee, di generazioni, di stili, di suoni, di ispirazioni. Una serie che vuole registrare su disco senza alcuna discriminazione, il miglior jazz di tutto il mondo, sperando che questa meravigliosa musica del popolo esca definitivamente fuori dall’isolamento dove l’ignoranza ed il potere politico/economico vorrebbero lasciarla…” [9]
Queste parole, sempre a firma di Aldo Sinesio, sono scritte sulle buste interne di protezione del vinile, dove di solito trovano posto dei messaggi promozionali.
 
Qui, invece, c’è una vera e propria dichiarazione politica e d’intenti,
tra l’altro mantenuti.
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Horo18 Hampton & Gojkovic
 
Dal 1980, non c’è stata più alcuna nuova produzione a firma di Sinesio.
Fino ad oggi, tutti i dischi dell’etichetta HORO, non sono mai stati ristampati in CD e vengono battuti alle aste per collezionisti anche per diverse centinaia di euro.
Io sono a conoscenza di un solo titolo ristampato esclusivamente per il mercato giapponese [?]
Diversi forum internazionali cercano il contatto con Aldo Sinesio,
il quale si deve essere preso una pausa
“…quando penso alle cose che ho fatto rivivo un sogno. Ora sono pronto a ricominciare, a rimettere il catalogo in commercio, gestendo il tutto da un sito internet. Inoltre ci sono diverse etichette interessate al mio catalogo. Sono rientrato da poco dagli USA per questo motivo…” [10]
 
Qualcuno di voi ha notizie?
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HoroHDP31-32 Gil Evans
 
Brani musicali:
 
 “Canto Ritrovato” dal LP
Jazz a confronto n. 8 HLL 101-08 di Mario Schiano e Giorgio Gaslini,
Roma 12 Febbraio 1974:
Mario Schiano (alto s), Bruno Tommaso (bass), Giorgio Gaslini (p)
 
 “Costa Bruciata” dal LP
Jazz a confronto n. 26 HLL 101-26 di Stafford James, Roma 31 Luglio 1975:
Stafford James (bass), Enrico Rava (tp), Dave Burrell (p), Beaver Harris (drums)
 
“Pastoral” dal LP
Jazz a confronto n. 6 HLL 101-06 di Giancarlo Barigozzi, Milano Dicembre 1973:
Giancarlo Barigozzi (sopr. s), Bruno Tommaso (bass), Gianni Cazzola (drums)
 
 “Chiaroscuro” dal LP
Jazz a confronto n. 5 HLL 101-05 di Giancarlo Schiaffini, Roma Giugno 1973:
Giancarlo Schiaffini (trne), Massimo Urbani (alto s), Maurizio Giammarco (sopr. s), Martin Joseph (p), Bruno Tommaso (bass), Michele Iannaccone (perc.)
 
“Up from the Skies” dal LP
HORO HDP 31/32 di Gil Evans, Roma 29 Luglio 1978:
Gil Evans (p., el. p), Steve Lacy (sopr. s), Arthur Blythe (alto s.), Lew Soloff (tp), Earl Mc Intyre (trne), Peter Levin (keyboards), Don Pate (bass), Noel Mc Ghee (drums)
 
“Blues for Sinesio” dal LP
Jazz a confronto n. 32 HLL 101-32 di Lee Konitz, Roma 17 Gennaio 1976:
Lee Konitz (alto s), Dave Cliff (g), Peter Ind (bass), Al Levitt (drums).
 
“Leslie” dal LP
Jazz a confronto n. 8 HLL 101-08 di Mario Schiano e Giorgio Gaslini,
Roma 12 Febbraio 1974:
Mario Schiano (alto s), Maurizio Giammarco (ten. s), Toni Formichella (ten. s),
Massimo Urbani (sopr. s), Bruno Tommaso (bass), Michele Iannaccone (drums).
 
My HORO Records List
 
 
Scheda tecnica delle produzioni HORO:
 
HORO HLL 101 “JAZZ a Confronto”
 
·        La collana è composta da 35 LP,
che riportano il numero di serie che va da HLL 101-01 a quello di HLL 101-35, registrati a Roma tra il 1972 ed il 1976.
·        Tutti i dischi hanno la copertina singola
·        Questa collana ha avuto quattro serie con diversi stili grafici di copertina,
che sono cambiati negli anni.
·        Anche la grafica dell’etichetta tonda del vinile (label) è cambiata di conseguenza, eccetto per la prima e la seconda serie che hanno la stessa grafica.
·        Alcuni titoli delle prime tre serie sono stati ristampati dalla HORO con le diverse e successive grafiche di copertina.
 
 
 
Specifiche della grafica di copertina e della label
della serie “jazz a confronto”
 
·        La grafica originale degli LP da 01 a 05 è composta da un disegno in nero di Angelo Canevari su sfondo rosso, con una fascia verticale bianca lungo tutto il lato destro, con il nome della collana ed il nome del musicista.
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Horo03 Gianni-Basso
 
Solo il primo volume della serie (HLL 101-01) è stato stampato in poche copie con la fascia verticale marrone a destra con il nome del musicista, successivamente ristampato con la fascia bianca.
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Horo1 Irio De Paula
La label tonda del vinile è rossa con le scritte nere ed il logo della HORO bianco.
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Horo-3-Lbl
 Alcuni di questi cinque LP sono stati ristampati in seguito con la grafica delle copertine successive.
 
 
·        La grafica originale degli LP da 06 a 12 è composta dallo stesso disegno in nero di Angelo Canevari su uno sfondo rosso, attraversato da diverse strisce bianche verticali. Il nome della collana è stampato in alto in rosso e nero ed il nome del musicista è stampato in basso in nero.
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 Horo2 Marcello Rosa
La label tonda del vinile è rossa con le scritte nere ed il logo della HORO bianco.
 
Alcuni di questi LP sono stati ristampati in seguito con la stessa grafica di copertina, ma con la label tonda del vinile bianca, attraversata da una striscia orizzontale rossa, con le scritte in nero ed il logo della HORO in rosso.
 
 
·        La grafica originale degli LP da 13 a 24 è composta da una grande foto del musicista, in nero, su uno sfondo a strisce orizzontali di diversi colori. Il nome della collana è stampato in basso, in bianco e nero, su una fascia rosa e quello dell’artista è parte integrante dello sfondo.
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 Jazz a confronto 14 Rava
La label tonda del vinile è bianca, attraversata da una striscia orizzontale rossa, con le scritte in nero ed il logo della HORO in rosso.
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Horo14 Label 
Alcuni di questi LP sono stati ristampati in seguito con la grafica delle copertine successive.
 
 
·        La grafica originale degli LP da 25 a 35 è composta da un’illustrazione materica sui toni delle terre. Il nome della collana è parte integrante dell’illustrazione, ed è posto in diagonale, il nome del musicista è stampato in alto, in bianco, su una fascia blu notte.
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 Horo-30-Iacoucci
La foto del musicista è diventata parte grafica del retro di copertina, stampata nero su giallo.
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Horo26-back
La label tonda del vinile è gialla con le scritte in blu, ed attraversata da una fascia blu, sulla quale è stampato il logo della HORO in giallo.
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Horo32-label
 
 
 
HORO HZ
·        La collana è composta da 12 LP,
che riportano il numero di serie che va da HZ 01 a quello di HZ 12,
registrati a Roma tra il 1975 ed il 1978.
·        Tutti i dischi hanno la copertina singola, laminata.
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Horohz02 Don Pullen
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Horo-HZ-05 Steve Lacy
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HORO HDP
·        La collana è composta da 21 doppi LP,
che riportano il numero di serie che va da HDP 01/02 a quello di HDP 41/42,
registrati a Roma tra il 1976 ed il 1979.
·        Tutti i dischi hanno la copertina apribile a libro, laminata
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Laboratorio della Quercia
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HoroHDP07-08 Ran Blake
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HoroHDP3-4 Sam Rivers
 
Altri titoli
HORO HSN
·        Io sono a conoscenza di due soli titoli di questa serie:

HSN 751 Irio De Paula “Maracanà” del febbraio 1974

HSN 752 Mimmo De Tullio “Non con Rabbia…” con Cicci Cantucci, Sal Genovese ed altri.

 
HORO “Il Portico”
·        Ho notizie di un LP di lettura di poesie con sottofondo musicale:
HLL 104-01 Massimo Mollica/ Irio De Paula “Leggende di Sicilia”
 
HORO Euromusikal
·        Posseggo questo LP, campione gratuito a scopo promozionale,
stampato per la fabbrica di chitarre “Di Giorgio”
EM 100 De Paula/Urso/Vieira “Manaus” del 1977
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HoroEM100 manaus
 
 
 
 
 


[1] Dalle note di copertina della serie
[2] Alessandro Casella intervista Aldo Sinesio, il Giaguaro magazine, anno I° n°2, maggio 2000.
[3] Intervista a Sinesio, cit.
[4] Luigi Pirandello, Dal naso al cielo, ed. R.Bemporad e F., Firenze 1924 – ristampa in Oscar Mondatori 1993 e in Novelle per un anno Giunti, 1994
[5] Intervista a Sinesio, cit.
[6] “The House that Trane built”, di Ashley Kahn, Il Saggiatore, Milano 2007.
[7] Intervista a Sinesio, cit.
[8] Dalle note di copertina della serie
[9] Scritta di Aldo Sinesio sulla busta originale interna degli LP.
[10] intervista Aldo Sinesio, il Giaguaro magazine, anno I° n°2, maggio 2000.

sabato, 03 maggio 2008

ITALIAN JAZZ LABELS

- preview -
 
Come ho detto altre volte, non sarebbe possibile raccontare la storia del jazz senza la documentazione – fondamentale – della musica attraverso il supporto del disco.
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Basso & Valdambrini
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Già nel 1934, Gian Carlo Testoni così si esprime sul valore dell’incisione fonografica:
“…ma per veder nascere un amore per il disco così come quello per i libri o per gli oggetti d’arte, bisogna che le case discografiche per prime, e nel loro interesse, siano convinte di questa necessità e che la loro coscienza fonografica si arricchisca di tutte quelle sfumature artistiche, culturali, psicologiche e tecniche adatte a persuadere ed incitare. Ma che cos’è una coscienza fonografica e dove può avere sede? La coscienza fonografica è anzitutto un orgoglio dei produttori, i quali debbono sapere che la loro industria è utile alla patria non meno di qualsiasi altra e che il disco non è un giocattolo, ma uno strumento di cultura.” [1]
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gil cuppini nord
 
Dischi di jazz nel nostro paese circolano da sempre, ma i dischi dei musicisti italiani, prodotti in Italia, hanno una storia diversa.
Dietro questi dischi,
ci sono innanzitutto dei grandi musicisti, poi dei produttori e, ovviamente, delle etichette discografiche.
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quarant
Delle etichette degli inizi ne ho già parlato:
Si conoscono i rari 78 giri degli inizi (1920/1930) e, anche sotto la dittatura fascista, nonostante le restrizioni ed i divieti,
furono pubblicati diversi dischi (1935/1945) incisi su piccole label.
Finalmente, finita la guerra e caduto il regime, grazie all’affermazione del microsolco, ci fu la massima diffusione degli Extended Playing e dei Long Playing, permettendo così la nascita di quello che potremmo definire il
jazz italiano moderno (dal 1950 in poi).
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Ora, in questa categoria, veniamo alle etichette nate successivamente,
dagli anni Settanta fino ai nostri giorni, perlopiù indipendenti e con dietro un’idea ed un’etica di produzione, oltre che un produttore appassionato.
La prima sarà la jazz label italiana più importante nel panorama internazionale.
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stereokonitz
 
Quale?
Nel prossimo post…


 
 On air:
"Blue Mirria" by Modern Jazz Gang - EP CETRA Jazz in Italy n°6 - 1960
"Almost Like Being in Love" by Basso & Valdambrini 5et - LP Astraphon - 1959
"Blues del Centenario" by Gianni Sanjust e Enrico Rava - EP Cetra - 1961
"Cool-laboration" by Roberto Nicolosi and His Orchestra - LP Angel Records 1959
 


[1] G.C.Testoni, in “il Disco”, giugno 1934

postato da: jazzfromitaly alle ore 01:06 | link | commenti (9)
categorie: italian jazz labels