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Manco da un po’, su splinder, ma non vorrei che pensaste che io vi abbia abbandonati.
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Barnett Newman, Right Here, 1954
È solo che mi sono spostato un po’ più in la, dalla parte che in questo momento sento più giusta, su una piattaforma dove la condivisione della propria passione è reale, e già sufficiente a se stessa, senza il necessario bisogno di troppi commenti aggiuntivi, sempre molto gradevoli, ma sempre più spesso di rappresentanza, e a volte leggeri fino al superfluo.
Lì ho “trovato” un mondo dove lo scambio è reale, magari limitato quasi esclusivamente alla musica, ma che offre davvero un panorama delle incisioni discografiche vario, essenziale, misto e bastardo e, proprio per questo, fottutamente ricco.
Qui c’ero quasi solo io a trattare la musica in questo modo, raccontandola, facendola sentire ed anche vedere.
Questa “unicità”, a livello di competitor, poteva anche essere conveniente per il mio blog, ma come stimolo personale era sempre più blando e la mia ricerca, sempre pensata come un ponte tra il conosciuto e l’ignoto, mancava dell’altro appoggio.
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Edward Hopper, Camere vicino al mare, 1951
Questo non vuol dire che chiudo su splinder, anzi.
Qui è dove è iniziato tutto e qui ci sono le mie vere emozioni, le forme della mia coscienza messe a nudo.
Proprio in questo periodo sto concludendo un post sulla “guida per comprendere la mia vita”, cioè su una “guida per ascoltare ed amare la musica jazz”… vedete, le due cose spesso si mischiano nella mia testa e in quale altro posto posso fare autoanalisi per 4,08€ al mese?
Qui ci sarò sempre, magari con meno frequenza di prima, ma con la stessa passione per le emozioni.
Ma di là c’è la musica, musica dappertutto, e la musica è la mia vita, appunto.
Insomma, se non avete nessun bulimico bisogno di leggere le mie sceme parole, aspettatemi pure qui, ma se volete continuare da subito ad ascoltare le mie rare selezioni musicali, cliccate su http://jazzfromitaly.blogspot.com/.
Oppure passate solamente ogni tanto, per sapere almeno se sono morto.
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Basquiat, Worthy Constituens, 1986
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On air:
Scétate
by Tullio De Piscopo, from "Future Percussion"
Carosello Jazz from Italy 21038
January 1978
Tullio De Piscopo (drums), Larry Nocella (tenor sax), Giorgio Cocilovo (g), Luigi Bonafede (p),
Lucio Terzano (bass), Luis Agudo (perc)
Non so quanti di voi sussulteranno al nome di Santucci & Scoppa.
First reprint on DIRE, 1977
Veramente, dall’altra parte di questo piccolo blog, non riesco a capire in quanti proverete quel sottile brivido che certa musica riesce a dare, non solo all’inizio, quando comincia a solleticare le strutture subcorticali del vostro cervello o mentre risale verso la corteccia uditiva dei due emisferi cerebrali, ma attraverso tutto il processo dell’elaborazione musicale, che coinvolge anche l’ippocampo, che è il centro della nostra memoria.
Non sono in grado di capirlo perché, anche conoscendo un poco i vostri gusti, non conosco i vostri trascorsi, ma riesco ad immaginare benissimo che, se state ancora leggendo queste righe, a quest’ora starete battendo il piede sotto la scrivania del vostro ufficio o tamburellando a tempo sul tavolo della vostra camera.
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Al Folkstudio
Anzi, non solo vi immagino, io vi vedo tutti, con la testa ciondolante, gli occhi socchiusi, la bocca che lancia impercettibili segnali e tutto il movimento concentrato tra il bacino e le spalle, con la sedia che inizia a scricchiolare, perché è impossibile resistere al mitico groove di Santucci & Scoppa.
Francesco “Cicci” Santucci (tp) & EnzoScoppa (tenor sax), nascono entrambi a Roma, dove si incontrano già nel 1958, dando vita, insieme a Sandro Brugnolini, alla Modern Jazz Gang.
E’ in questa formazione che, fino al 1962, oltre ad un effettivo affiatamento, ad un particolare gusto per gli arrangiamenti, che costituiranno il loro marchio di fabbrica futuro, ed un insolito e coraggioso piacere compositivo, almeno per quegli anni degli inizi quando i jazzmen di casa nostra erano soliti emulare i grandi d’oltreoceano, loro costruiranno la strada per l’affermazione di una delle coppie più importanti e belle del nostro jazz.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
“…la vostra musica è meravigliosa, ma perché non suonate mai un pezzo americano? Ce ne sono di bellissimi…”
Questa, dai ricordi di Sandro Brugnolini, era la domanda che più spesso veniva rivolta loro dai jazz fan dell’epoca.
“…in fondo, ci costruiamo tutti i brani da eseguire per puro egoismo; e cioè per protrarre il piacere che ognuno di noi prova durante l’improvvisazione, anche nel corso dell’esposizione del brano…” e questa, la sua solita e bellissima risposta, resa ancora più esplicita nello splendido “Miles before and after” del 1960.
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MJG "Miles before and after" - Rome 1960 - ADVENTURE AV-LM 300/003
Santucci & Scoppa, negli anni sviluppano anche un eccellente tecnica strumentale, come dimostrano le collaborazioni con Amedeo Tommasi in “Zamboni 22” (1960), o in “Jazz allo Studio 7” di Romano Mussolini (1962), ma è grazie alla caratteristica di suonare solo e sempre la musica creata da loro, che la mitica coppia si ritroverà catapultata nel pantheon del jazz mondiale, con una modernità ed un taglio trasversale alle etichette musicali, come dimostrano già nel 1962, quando licenziano un EP dedicato ai poeti moderni americani, quelli della beat generation, per intenderci.
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Rome 1962 - SIL 4091 (EP)
Poi arrivano gli anni ’70, quelli chiamati anni di piombo, da qualcuno, ma che dovrebbero essere ricordati come gli anni elettrici, dove tutto scorreva con una energia unica, con un mai ripetuto spirito di aggregazione, con un elevato livello culturale condiviso tra i molti strati delle diverse classi sociali, con una rara inventiva originale.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
Anni quelli che, nonostante tutto, sono oggi invidiabili rispetto allo stantio movimento artistico, desiderabili al posto del pattume culturale propostoci, anni nei quali, Santucci & Scoppa, registrano insieme il meglio della loro produzione.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
Prima con la FLY ReCORD di Aldo Sinesio, il futuro produttore della HORO, con il quale registrano nel 1971 “Looking Around” e subito dopo “Mondo Operaio”, entrambi con Franco D’Andrea al pianoforte ed alle tastiere, Bruno Tommaso al basso e Bruno Biriaco alla batteria.
Queste due rare sonorizzazioni, sono state raccolte e ristampate nella serie “Jazzissima vol. 1” della BLACK CAT RECORDS e, seppur bellissime, interamente composte ed improvvisate da loro, devono sottostare alle “regole” dei commenti musicali, per cui alternano lati oscuri e siderali (Trip) a frenetici ritmi (Run Run), armonie globali (Deep Look) a reinterpretazioni del folk puro (Nuraghi).
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"Looking Around" - Rome 1971 - FLY RECORD AS 55
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Poi, nel giugno del 1971, viene registrato a Roma “On The Underground Road”, il disco n° 10 della DIRE, contenente la splendida musica che state ascoltando, ed è l’apoteosi.
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Qui, al quintetto che aveva registrato per la FLY, si aggiungono Joel Vandrokenbrak (org) e Roberto Podio con Gegé Munari alle percussioni.
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Questo vinile, dato alle stampe nel 1972 e originariamente prodotto da Piero Umiliani, anche se pubblicato da Tito Fontana per la DIRE, è riuscito ad avere due meritate ristampe, la prima della DIRE stessa nel 1977 e la seconda, nel 1995, per l’etichetta RIGHT TEMPO.
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Second reprint on RIGHT TEMPO ATCL 807 - 1995
Le tracce sono bellissime, con un groove trascinante, come in “What’s Hatching” che apre il disco, ed una ballabilità rara nel mondo del jazz, come in “Camel Walk” o in “Tip Cat”.
Ma tutto il disco ha l’energia del fuoco, l’intensità del sole, la profondità del mare, la forza del vento…
Altro che anni di piombo.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
In seguito i due incideranno ancora insieme diverse sonorizzazioni, tra cui “Toward the Peace” per la METROPOLE.
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"Toward the peace" - Rome 1972 - METROPOLE SM 7004
“Olimpiade” per la SOUND WORKSHOP di Umiliani,
“Do It Yourself” per la CAM
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"Do it yourself", 1979 - CAM SAG 9098
ed alcuni dischi per la RRC/FLY inseriti nella collana “Viaggio attraverso i problemi dell’uomo”, con titoli come “Lavoro”, "Guerra", “Traffico” ed altri, tutti ambitissimi dai collezionisti di tutto il mondo, come documentano le aste registrate su popsike
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Poi ognuno prende la sua strada, anche se si incrocia spesso, come nel 1975 per il disco di Kenny Clarke uscito per la HORO – Jazz a Confronto 20, per i dischi che Scoppa registra con la PENTAFLOWER nei tardi anni ‘80, dove Santucci partecipa con la sua voce, ora ancora più morbida, fino a quel raro incontro tra i due del 1996, registrato con il titolo “Honey”.
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Ma questo,
questo disco è un regalo che vi voglio fare, ma è anche un test per valutare la vostra salute mentale: se arrivati a “Tangana”, la traccia n°2 del lato B, non avete buttato all’aria la vostra scrivania o non ballate come forsennati intorno al distributore del caffè, allora probabilmente siete stati lobotomizzati.
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Andrea Pazienza da Francesco Stella
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Questo post lo dedico ai miei amichetti in musica:
a Maurizio, per il suo beat coinvolgente,
a Manuel, per il suo musicale sguardo oltre,
a Costantino, per la sua voce ruggente.
A D+ gli ho dedicato una vita, che se ne fa di un disco in più?
Quando ho creato questa categoria, non sapevo esattamente cosa desideravo, ma ero certo di cosa assolutamente non volevo.
Non volevo che alcune gemme andassero perse tra i Fuori Catalogo,
non volevo che, per gli assurdi meccanismi dell’industria musicale, alcune delle pagine del nostro jazz andassero per sempre smarrite,
e nemmeno volevo che la mia collezione di vinile restasse cosa morta sugli scaffali della mia passione privata.
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Questo disco, con il numero uno stampato grande sulla copertina, non solo è uno dei rari gioielli di cui vi parlavo, ma è anche uno dei capitoli più importanti della Storia italiana di questa musica, per almeno due motivi.
Il primo è che questo è il disco di debutto in piano solo di Renato Sellani, registrato nel 1968, l’anno in cui Sellani esce dal mitico quintetto Basso & Valdambrini sostituito da Ettore Righello, che anticipa e afferma tutta la sua futura ricerca poetica, sospesa tra eleganza classica e geniale inventiva, spesso proprio in solitudine.
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Il secondo motivo è che questo disco, dato alle stampe nel luglio del 1971, inaugura la DIRE di Tito Fontana, la prima tra le etichette italiane che documenteranno lo sviluppo del Jazz di casa nostra.
A questa seguirà la HORO di Aldo Sinesio, con il suo primo disco registrato da Irio De Paula nel dicembre 1972 e, subito dopo, la CAROSELLO Jazz from Italy che pubblicherà l’incontro live di Bud Freeman con la Milan College Jazz Society nel suo primo disco del 1975.
Ma torniamo alla DIRE. “l’idea mi è venuta a seguito della grande passione che io ho per il jazz e proprio per il fatto che questo povero jazz non era proposto quasi da nessuno e tanto meno da quei grossi discografici che guadagnano i soldi con i dischi «normali», ma che evidentemente amano solo le cose che rendono.”
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Balthus - Autoportrait - 1949
Questo racconta Tito Fontana a Guido Gazzoli, in un’intervista pubblicata su Musica Jazz nel maggio 1978.
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Fontana, industriale ma anche pianista e compositore, aveva uno studio in Corso Venezia, dove spesso riceveva amici e musicisti.
Intorno a lui, nello Studio 7, ogni martedì si incontravano il compositore e chitarrista Alberto Rota, il pianista Sante Palumbo, ma anche Enrico Intra e Franco Cerri.
In poco tempo quel fatidico studio divenne un punto di riferimento per tutti i jazzisti di passaggio, o residenti a Milano.
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Da lì a varare una label sofisticata ed elegante come il suo produttore ci vuole poco. Vedono la luce così i primi dieci dischi della DIRE che, nonostante la grafica minimale che numera “semplicemente” le produzioni, si arricchisce di una cura di pregio delle cover, tutte con copertina apribile su cartoncino lucido, con grandi primi piani dell’artista stampati all’interno, e si impone con naturalezza sul mercato internazionale.
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Seguendo i gusti di Fontana, il primo ciclo ci presenta diversi pianisti, tra cui Guido Manusardi e Maurizio Lama, oltre al già citato Sellani che è presente anche nel disco di Renata Mauro. Troviamo poi Flavio Ambrosetti, Franco Cerri, Giorgio Azzolini in Big Band, Giancarlo Barigozzi, il trio di Gordon Beck/Ron Mathewson/Daniel Humair e lo splendido disco di Santucci & Scoppa.
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Dopo questo sfolgorante inizio, la DIRE prende la sua prima lunga pausa.
“ho ricominciato perché i miei amici mi hanno spinto a non mollare e soprattutto perché mi sono sentito aiutato dall’amico musicista Claudio Fasoli”.
Questo dirà Fontana ancora a Gazzoli, nell’intervista citata.
Infatti, il catalogo DIRE si svilupperà con le incisioni di Franco D’Andrea, Dado Moroni, Enrico Pieranunzi, Gianni Basso, Enrico Intra, Franco Cerri, Claudio Fasoli e molti altri, continuando a documentare lo stato del jazz italiano fino agli inizi degli anni Novanta.
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Balthus - Nu au repos - 1977
Poi, l’oblio.
Un pezzo di Storia smarrita, diversi documenti sonori irreperibili, alcuni capolavori perduti.
LOST MASTERPIECES, appunto.
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Quando ho creato questa categoria, non sapevo esattamente cosa desideravo, ma ero certo di cosa assolutamente non volevo.
Questo disco è il motivo n°1
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DIRE FO 333 - First Reprint - 1978
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Credits:
Label: DIRE
Catalog#: FO 333
Format: LP
Country: Italy
Released: 1971, July
Recorded on 1968
At “Studio 7”
Produced by Tito Fontana
Renato Sellani (p)
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Tracklisting:
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A1) Invitation (Kaper)
A2) Lush Life (Strayhorn)
A3) A Meno Che (Fontana)
A4) I’ll Remember Clifford (Golson)
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B1) ‘Round About Midnight (Monk)
B2) I Fall In Love Too Easily (Styne/Cahn)
B3) Nostalgia (Rota)
B4) Tribute To Someone (Hancock)
Se non capite cosa intendo dire, non vi preoccupate, è normale, siete di questo mondo.
Lui no.
Nunzio era venuto da un altro mondo, da un universo fatto di Poesia, Amore, Fratellanza e Genialità.
Non può essere lo stesso, no?
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Se ancora non mi comprendete, non vi rammaricate, dico davvero,
ma alzate gli occhi al cielo.
Nunzio è quella stella luminosa e cangiante che, per una strana e rarissima anomalia celeste, è scesa tempo fa sul nostro piccolo pianeta, ed oggi è tornata a casa, nel mondo che più gli si addice.
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Non vedete che il cielo piange di gioia per il ritorno del suo figliolo prediletto?
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Se ancora non vi ci raccapezzate, allora per voi non c’è speranza.
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, agosto 1888
Non sapeva più da quanto tempo se ne stava da solo in quella stanza, forse ore, minuti o addirittura giorni.
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Non era preoccupato per questo, era abituato ad aspettare il suo turno, però questo non possedere il senso del tempo lo confondeva.
Aveva vissuto tutta la sua vita intorno al tempo, cadenzando il respiro per spaccare il secondo, oppure restandogli appena un poco indietro, per dare modo alle impressioni di formarsi con calma, fino a spingerlo avanti, con forza e decisione per ricreare il tempo a sua immagine e somiglianza.
Ora invece Gianni non sapeva più da quanto tempo se ne stava immobile in quella posizione, forse ore, minuti o addirittura giorni.
Allora provò ad aprire un poco gli occhi.
Intorno a se solo una stanza vuota, come quella sedia al suo fianco, e una luce forte, densa e biancastra che lo colpiva direttamente in faccia.
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Capì che il suo momento era arrivato e che, anche se era steso su un letto e non aveva con se il suo strumento, doveva iniziare il suo assolo.
Gianni suonava come quando aveva iniziato.
Certo pensava diversamente ora, aveva passato sessant’anni a soffiare sangue e saliva in quel tubo cromato d’ottone, ma la sua voce era sempre la stessa, una voce ricca e generosa, calda e rilucente anche quando scendeva negli abissi più oscuri della sua personale ricerca.
Questo perché lui stesso era un uomo coraggioso, solare e sensibile, ma soprattutto perché era un cercatore di emozioni, un donatore di sentimenti, un minatore del jazz che si era dedicato alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’animo umano.
Terminò il suo assolo quando sentì finalmente un rumore, sperando di veder comparire intorno a se i suoi compagni di sempre, per continuare a respirare, ancora una volta, insieme.
Mr. G.B. con Oscar Valdambrini e Giorgio Azzolini
Gianni sorrise a quegli sconosciuti che gli si erano avvicinati, loro invece lo fissavano preoccupati.
Non era un sorriso per mascherare l’imbarazzo, da sempre cercava gli sguardi complici dei suoi colleghi e, anche se non si era mai completamente abituato, da anni sentiva gli occhi calorosi dei suoi ammiratori su di lui.
Lui era così, aperto a tutto e, solo apparentemente, faceva tutto come se niente fosse mai davvero importante.
Ma quella situazione era davvero strana, per questo li guardava incuriosito e sorrideva.
Lui aveva sentito da vicino la voce di Chet Baker, aveva inciso la sua insieme a quelle di Dusko Gojkovic, Slide Hampton, Lars Gullin e Buddy Collette, aveva diviso il palcoscenico della vita con gente del calibro di Gerry Mulligan, Dizzy Gillespie, Helen Merrill, Maynard Ferguson, Kenny Clarke, Art Farmer, Sonny Stitt e molti altri.
Mr. G.B. con Chet Baker
In Italia era cresciuto suonando al fianco di Gorni Kramer, Armando Trovajoli, Franco Cerri, Giampiero Boneschi, Roberto Nicolosi, Piero Umiliani e tutti i ragazzi scimmia del jazz.
Ma questa formazione qui era davvero curiosa, più che imbarazzante.
Curiosa, pensava, intanto perché i tre uomini avevano il camice bianco.
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Non che questo fosse per lui un problema, anche se la sua vicenda personale era sbocciata intorno agli anni Cinquanta, quando la camicia e la cravatta erano d’obbligo, Gianni aveva attraversato praticamente tutta la storia di questo secolo, ed era abituato ad altre improvvisazioni o a più spettacolari “stranezze” che non ad un camice per abito di scena.
Ciò che lo incuriosiva, invece, era il fatto che gli uomini non avessero con loro nessuno strumento.
Mr. G.B. con Valdambrini e Armando Trovajoli
Questo era davvero bizzarro per lui, e si chiedeva cosa mai avrebbero potuto fare loro quattro insieme senza i loro strumenti.
Poi quegli uomini iniziarono a collegare dei fili tra il suo corpo ed alcuni apparecchi elettronici, a leggere freneticamente lunghi rotoli di particolari trascrizioni che venivano stampati lì per lì dalle stesse macchine ed infine indossarono degli strani attrezzi e si disposero intorno a lui.
Gianni sorrise a quegli sconosciuti, non aveva alcuna paura a buttarsi in una ignota avventura e, anche se si sentiva mancare le forze, era pronto ad iniziare un nuovo racconto.
Doveva solo aspettare che partisse la musica.
Mr. G.B. con Idrees Sulieman
Per ora, l’unico suono che riusciva a sentire era un tenue beep, ripetuto e costante.
Il nuovo, pensava Gianni, questo aspetto aveva segnato tutta la sua vita.
Lui, astigiano doc, aveva passato la sua adolescenza con la famiglia in Belgio, dove in quegli anni vivevano anche Bobby Jaspar, Django Reinhardt, René Thomas, Toots Thielemans e Jacques Pelzer.
Come avrebbe potuto lui, un ragazzo affascinato dalla musica, non innamorarsi del jazz?
Junior G.B. al clarinetto, all'albergo Savona ad Alba
Quando tornò in Italia era già stato stregato dal tenore leggero di Lester Young, e lo diceva a tutti incidendo quei 78 giri con Vittorio.
Ma erano pochissimi a comprendere il suo linguaggio, giusto qualche sognatore come Nunzio Rotondo e Umberto Cesàri.
Il nostro piccolo paese era appena scosso dal dixieland revival, animato dagli appassionati dello swing tradizionale di New Orleans ed invece Gianni, che aveva ascoltato il futuro attraverso le voci di Stan Getz e Zoot Sims, suonava avanti, molto avanti.
A quei tempi per lui, abbagliato dai riflessi dorati della West Coast californiana, animato dal sanguigno ritmo bebop dei fratelli afroamericani, non fu facile farsi accogliere dal vasto pubblico, ma tutti i musicisti accorrevano ad ascoltarlo e questo, oltre al suo carattere paziente, ma deciso e tenace come il Barbera migliore, lo spingeva a continuare sulla sua strada.
Beep… beep… beep...
Ci mise molto anche a convincere Oscar, “lo struzzo Oscar”, a suonare con lui in pubblico.
Ci mise molto Gianni, fino alla nascita di quel “Sestetto Italiano” che, in diverse forme, disegnerà il futuro del jazz moderno nel nostro paese.
Poi, da quel giorno, restarono fianco a fianco per più di vent’anni e non c’era appassionato in tutto il mondo che non si alzava in piedi al nome di quella mitica accoppiata.
Signore e Signori, Basso & Valdambrini.
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Vent’anni.
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni. Chissà dov’è ora Oscar, e chissà se questi giovani in camice bianco ci hanno mai sentito suonare insieme.
Sorrise apertamente a quegli sconosciuti, loro invece si voltarono ed uscirono dalla stanza.
Basso Valdambrini Quintet
Ora era di nuovo solo, e lui non ci era abituato.
Beep beep… beep beep… beep beep
Gianni era sempre stato circondato da amici e le sue idee migliori erano nate proprio pensando a vasti gruppi, la sua facilità di immaginazione si nutriva delle tante e differenti voci che, unite, formavano le migliori delle grandi orchestre.
Quando si separò da Oscar, la sofferenza fu insopportabile.
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Loro due, insieme, avevano costruito il futuro di questa amata musica e avevano formato quasi una famiglia del jazz, con il grande Dino, Berto e Gil prima, ed i sodali Renato, Giorgio e Gianni, o Lionello, per lungo tempo.
Poi, dopo vent’anni, qualcosa è cambiato e la comunicazione tra loro due non era più la stessa.
Tutto quello che prima indicava sintonia e fratellanza di respiro, adesso sembrava un ostacolo.
Vent’anni.
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Vent’anni avevano offuscato perfino i ricordi.
Mr. G.B. con Valdambrini e Dino Piana, in partenza per N.Y.
Per Gianni tutto era iniziato grazie alla Taverna Messicana, un posto magico, la prima vera Cave italiana.
Per Oscar invece, tutto aveva potuto avere inizio perché in quella Taverna lì, tutti andavano per la droga e le mignotte, per cui loro potevano improvvisare, ripetere ed inventare di nuovo, e nessuno protestava perché erano lì per ben altri traffici.
Oscar diceva che nel nostro paese non sarebbe mai nato un solista a livello americano, perché siamo la quart’ultima nazione al mondo in fatto di educazione musicale e perché il nostro folklore non è utilizzabile per il jazz.
Gianni affermava che il jazz è, ora, figlio del mondo e che sarebbero stati proprio i ragazzi a dire la parola nuova e risolutrice.
Oscar rinfacciava ai giovani la loro debolezza e l’estremo bisogno di droga per costruirsi dei paradisi artificiali, lontani dalla realtà.
Gianni sosteneva che per i giovani d’oggi erano solo cambiati i bisogni.
L’eroina aveva preso il posto dei mondi artificiali che la religione e la politica ci propinavano da secoli.
Italian Jazz Stars
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni.
Seguiva il suo cuore, lui, che in quel momento pulsava libero, raddoppiava il tempo e desiderava conoscere giovani sonorità.
Per questo non esitò un momento ad uscire di scena, ma l’amore per suo fratello Oscar rimase invariato e la sofferenza fu insopportabile.
Avrebbe voluto incontrare ancora Oscar, lo avrebbe voluto qui, in questo momento.
Quando si aprì la porta Gianni ebbe un sussulto, ma non poteva essere lui.
Oscar non avrebbe mai indossato un camice bianco su di un palco.
L’uomo si avvicinò in silenzio, alzò il suo strumento appuntito e trasparente e poi si chinò su di lui.
Gianni non riuscì più a tenere gli occhi aperti.
Beep … beep… beep
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889
Ora tutto vorticava, un frenetico sapore aveva preso il posto del solito tranquillo gusto, la musica non era più accompagnamento o sottofondo ma comunicava direttamente con il cuore del mondo, alterando gli schemi mentali imposti, scardinando gli accordi della consuetudine.
Certo, c’era sempre quel romanticismo e quello spirito d’avventura che aveva colorato i primi anni, ma ora tutto era dilatato, amplificato, portato agli eccessi proprio per dimostrare le infinite possibilità di questo linguaggio universale.
Oggi non servivano più i dialoghi intimi e privati, ora si doveva alzare la voce per affermare di essere qui ed ora, si aprivano le porte a tutti, si usava lo stesso slang che veniva urlato nei cortei per strada, ed il jazz, finalmente, aveva la forza e la capacità per smettere di essere intrattenimento o emulazione dei vecchi modelli e diventava, sotto gli occhi di tutti, arte pura.
Oggi si doveva partecipare per poter cambiare e Gianni era lì, come sempre piazzato al centro del palco, con un piede fortemente radicato nella tradizione, mentre con l’altro spingeva forte la sua amata musica nell’evoluzione di se stessa e del mondo che non la poteva più ignorare.
Mr. G.B. con Dizzy Gillespie
Gianni sentiva ancora viva l’emozione di quella serata al Centro Pirelli con Renato, Giorgio e il grande Gil, dove aveva voluto soffiare la stessa rabbia e passione di quelli che gli altri consideravano i capiscuola, e che lui sentiva come fratelli.
I suoi fratelli di sempre, diceva.
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Ed allora via, con lo stesso linguaggio del cangiante Miles, dell’unico Trane, di Sonny il colosso, di McCoy l’architetto delle emozioni, dell’immenso Bird.
Via, volava via con loro Gianni, li sentiva vicino anzi, adesso era proprio insieme a loro, sempre più vicino e suonava al loro fianco, come solo lui sapeva, con la sua voce, con il suo linguaggio, quello del grande G.B.
Per un attimo nella sua mente, si affollarono i compagni che avevano percorso con lui quella nuova strada.
Vide Franco, Dodo, Tullio, Julius e Luciano, poi ancora Lucio, Mario e Giancarlo, il caro amico Giancarlo...
Mr. G.B. con Tito Fontana allo Studio 7
Beep… ... beep… ... beep... ...
A Gianni gli ultimi vent’anni sembravano passati in un lampo.
Sempre in giro per il mondo a suonare la sua musica tra Copenhagen, New York, Parigi, Lubiana e Tokyo, ma lui, cittadino del mondo, solo ad Asti si sentiva davvero a casa.
Nemmeno ora era solo, perché lui non era mai veramente solo.
Adesso era circondato dai tanti membri sella sua Big Band, e dai giovanissimi Fabrizio, Andrea e Stefano.
Ora con lui c’erano anche Paolo e Paolo, i suoi ultimi produttori.
Curiosi i due Paoli, stesso nome, stessa passione eppure vite così differenti, come nel jazz.
Mai due volte la stessa nota.
Mr. G.B. con Fabrizio Bosso
Era felice Gianni, perché ora c’erano proprio tutti.
C’erano tutti perchè erano dentro di lui, più che in quella stanza, tutti tranne …
Impossibile, lei c’era sempre, era sbocciata insieme ai primi successi, Luciana ci doveva essere, lei c’era sempre stata.
Gianni si alzò di scatto, strappando dal corpo fili e tubi inerti, sbarrando gli occhi su quella stanza vuota, su quella sedia che non serviva a nulla se non c’era sopra il suo strumento.
Luciana… dove sei mia amata?
Beep beep beep… beep beep beep… beep beep beep
Luciana, la bellissima moglie
La porta si spalancò di scatto, ma erano ancora solo quegli uomini in camice bianco. Gianni sbuffò un sorriso, insieme ad un po di sangue e saliva.
Loro agitatissimi gli si fecero intorno, provarono a farlo stendere, ed a ripristinare tutti quei fili, tubi e chiavette che lo tenevano collegato a questo mondo, ma erano gesti meccanici, pura manutenzione.
Lui sapeva bene di quanta cura aveva bisogno un vecchio sassofono.
Lo avevano aperto, smontato pezzo dopo pezzo per togliere via il male, poi ricucito ed osservato.
Avevano lavorato sul suo corpo, avevano lucidato l’esterno, loro.
Ma nessuno poteva respirargli dentro come faceva lui.
Beep… ... ... beep… ... ... beep... ... ...
Era stanco Gianni, ma non voleva chiudere gli occhi mentre quegli uomini spegnevano la luce, come se lo spettacolo fosse terminato.
Non sentiva alcun applauso o richiesta di bis, per cui rimase attaccato alla vita.
Non sarebbe mai sceso da un palcoscenico prima che il suo pubblico fosse soddisfatto, non Gianni, quella era la sua vita.
Attese all’ombra della morte, fino a che da un lontano puntino luminoso si fece avanti una madonna, anzi una Lady bellissima e fiera d’ebano.
Aveva una candida gardenia che le illuminava il volto, profumava di gin e sembrava che camminasse ondeggiando attraverso un leggero fumo blue.
Gianni aveva capito tutto e non riuscì a trattenere una grossa e calda lacrima.
Lei la raccolse con una tenerezza infinita.
Lui avrebbe voluto raccontagli la sua ragione di vita, spiegargli che prima doveva finire di trasmettere agli altri tutto ciò che aveva “raccolto”, che voleva far diventare la sua città natale una delle capitali europee del Jazz.
Avrebbe voluto sapere da lei se c’era ancora qualcuno che aveva bisogno di lui.
Poi Gianni avrebbe voluto chiedere a quella Lady se gli rimaneva ancora del tempo per continuare a suonare e se lei lo poteva aiutare a non smettere ora, perché per lui smettere di soffiare il suo amore per gli altri, sarebbe stato come un fallimento.
Avrebbe voluto, ma era così emozionato che non riuscì a parlare.
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Allora lei si avvicinò al suo respiro e gli sussurrò hush now, it’s a bitter crop, baby.
Gianni, che non aveva mai sentito musica più dolce, si alzò dal letto.
Poi le strinse forte la mano, la seguì sorridendo verso l’origine di quella luce ed uscì per sempre da quella stanza.
Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889
Nota alle immagini:
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le fonti sono diverse, tra cui retro copertine ed interni di LP, vecchie annate di Musica Jazz e altre pubblicazioni.
La maggior parte delle foto sono dell’Archivio Gianni Basso e sono tratte dal volume “Gianni Basso, una vita con il sax” l’unica e bellissima biografia sul Maestro, scritta da Armando Brignolo e pubblicata nel 2004 da Fabiano Editore
Nota alla selezione musicale
la discografia di Gianni Basso è sterminata tra i molti dischi a suo nome, quelli con Oscar Valdambrini e le tantissime collaborazioni.
In questo post trovate una selezione di rare e sparse tracce, prese da diversi LP mai ripubblicati in CD (tranne quattro, segnalate e bellissime, che non ho resistito ad inserire)
In futuro sarà per me un piacere pubblicare integralmente questi lavori, che rischiano l’oblio, in una speciale categoria dedicata al grande G.B.
Erano anni oramai che preparavo e disfacevo le mie valige.
I viaggi di lavoro erano diventati così frequenti che questo gesto si era svuotato di ogni significato altro, se non quello di calcolare i giorni e le sufficienti quantità di cambi da inserire in valigia.
Oramai riuscivo a riempire la valigia in meno di quindici minuti e addirittura avevo sviluppato una tecnica che mi dava la facoltà di una rotazione fisica degli indumenti all’interno dello stesso spazio, direttamente collegata alla pianificazione dei miei cambi d’abito.
Questo mi permetteva di mantenere la mia valigia sempre in ordine, anche nell’ultimo giorno di viaggio, e di avere sempre pronto il calzino da abbinare alla camicia o alla cravatta, con la massima efficienza, senza perdere neanche un secondo del mio tempo prezioso, nell’indecisione o nella casualità degli abbinamenti.
Ma questa volta no, ed io non riuscivo a capire come poteva succedere.
Era da ieri che tenevo la valigia aperta nel salone, ai piedi del divano blu. Da ventiquattr’ore, questo mero oggetto di lavoro teneva le sua fauci spalancate, in attesa del suo calcolato contenuto.
Io gli giravo attorno, a volte mi abbassavo anche, ma non ero riuscito a poggiare al suo interno, nemmeno una coppia di calze.
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Eppure tutt’intorno avevo ordinatamente disposto otto mutande, altrettanti calzini, dieci camicie ma solamente sette cravatte, tre completi appena ritirati dalla lavanderia, due maglioni per il free time e la mia piccola borsa da bagno.
Tutto fermo in garbato raccoglimento, tutti in trepida attesa di vedere l’avverarsi di un destino già scritto perché, guardando bene, anche la cerniera precisa, comoda e rassicurante, oggi aveva assunto l’aspetto di una famelica dentatura, pronta a scattare al mio primo tentativo.
Dovevo solo decidere quale parte di me offrire per prima.
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E invece niente, era come se, per la prima volta in molti anni, non riuscissi a calcolare le quantità necessarie da mettere al suo interno, o era come se non volessi dare forma al tempo. Addirittura, ieri sera dopo quattro o cinque bicchieri, mi ero addormentato sul divano, con la valigia ai miei piedi, come un affezionato animale domestico, ma al risveglio lei aveva mostrato ancora la sua vera, ingorda forma.
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Ora erano solo le nove del mattino, ma sentii l’esigenza di allungare con lo scotch il mio latte, di accendermi la prima sigaretta per cercare un po’ di lucidità che mi facesse uscire da quest’incubo, che non era terminato insieme alla notte prima.
Ma non c’era tempo da perdere, sarei partito domani.
Allora raccolsi tutti gli indumenti da terra, li poggiai sul tavolo della cucina, ora investito in pieno dal sole e, come in un rito sacrificale, feci la mia scelta.
I calzini e le mutande no, non potevo fare modifiche, erano la cosa più necessaria, ma le camice, in fondo, per quei pochi giorni erano troppe, e così le cravatte.
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Le guardai una ad una, versandomi ancora dello scotch con meno latte ed un poco di acqua, sollevandole delicatamente con le mani, nel massimo rispetto della loro condizione, come se questo fosse sufficiente a giustificare la mia scelta.
Ne scelsi sei, dividendole in due gruppi, ed eliminai anche tre cravatte.
Quando terminai la conta un raggio di sole fece lacrimare i miei occhi,
ma nonostante questo, presi il mucchio tra le braccia e mi avviai verso il salone.
Mi inginocchiai di fronte a lei, convinto della mia scelta e quasi riuscivo a non sentirmi in colpa.
Stetti così per alcuni interminabili secondi, con tutto il mio peso su un solo ginocchio, in un precario equilibrio reso possibile solo dal contrappeso delle camicie sulle braccia distese e sapevo che, qualora le avessi appoggiate al suo interno, tutto il mio corpo avrebbe smarrito quel senso di unità e sarebbe precipitato in un abisso infernale.
Allora, con uno scatto di reni mi alzai in piedi, ritraendo le braccia e rimanendo sorpreso nel notare che la valigia non aveva nemmeno tentato di chiudere la bocca ma, impassibile, si era lasciata sottrarre il suo lauto pasto.
Impassibile…pensavo, crudele, avrei dovuto dire.
Era solo questione di tempo, e lei giocava come fa il gatto con il topo, tanto sapeva che, prima o poi, avrei dovuto riempirla.
In fondo sarei partito domani.
Ero già passato, due bicchieri fa, allo scotch liscio.
La lancetta dell’orologio era allo stesso posto di dove l’avevo trovata al mio risveglio, però più vicina a domani che a ieri, ed io non avevo ancora vinto il mostro.
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Allora chiamai mio padre.
Avevo quarant’anni, oramai, e da quando avevo cambiato città per lavoro, lo sentivo sempre meno. Non so bene perché pensai di chiamare proprio lui, in fondo quel vecchio che ne poteva sapere di valige e di importanti viaggi di lavoro, lui che aveva sempre vissuto nel suo piccolo mondo. Comunque, anche se non pensavo potesse davvero aiutarmi, lo chiamai, forse perché non mi venne in mente nessun altro a cui chiedere aiuto.
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Mentre aspettavo che rispondesse guardai fuori, ed il cielo era pieno di stelle.
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Al quinto squillo avevo quasi perso la speranza, poi invece sentii dall’altra parte del telefono “Roberto!”
“Ehi pà” dissi io, “come facevi a sapere chi fosse?”
“Un padre è sempre legato a suo figlio, Robè” disse con quella sua voce bassa e fumosa “sa sempre cosa vuole, ovunque esso sia, ricordatelo”
“Domani parto” gli dissi tutto d’un fiato, e lui senza attendere “era ora, è una vita che saresti dovuto partire, ed anche io lo avrei dovuto fare”
Pensai a quanto poco ci conoscevamo, con quest’uomo.
In realtà io ero in viaggio di lavoro per la metà del mio tempo e lui mi era sempre sembrato un sedentario, uno che non aveva desideri di nuove scoperte.
“Ma quando pà, quando saresti voluto partire?” gli domandai
“Ohh, è stato molto tempo fa, figlio mio” mi disse, “è stato quando hanno iniziato a ristagnare i pensieri della gente, quando nessuno in questo paese investiva più sulla cultura, ed io vedevo intorno a me solo arroganza, incompetenza e bramosia di successo. Tu eri molto piccolo ma forse, se avessi scelto meglio, ti avrei cambiato la vita…”
“Ho capito, pà, ma il fatto è un altro” dissi io, interrompendolo “io devo partire domani, ma ho un problema, non ci riesco, non riesco a…”
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“Lo so” continuò lui, “non è mai semplice figliolo, ma in fondo cosa perderesti?
La tua casa ancora da pagare, le beghe matrimoniali del nostro premier, il tuo lavoro provvisorio, le inutili discussioni se le veline hanno più cervello che culo, l’epilogo del caso Corona, le elezioni europee di giugno, i vari rigurgiti sul grande fratello, i plastici di Vespa, le mille e mille trasmissioni sul calcio piene di preparatissimi esperti, le code per il centro commerciale e le uscite con gli amici che chiacchierano, chiacchierano, spesso senza dire niente? Cosa, figlio, dimmi cosa ti trattiene qui?”
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“aspetta un attimo, papà” gli dissi riempiendomi l’ennesimo bicchiere “la questione è un’altra, il fatto è che non riesco a scegliere…”
“Roberto” mi interruppe di nuovo, ed ora la sua voce era autoritaria come nei miei ricordi d’infanzia “non sei più un bambino, e oggi la possibilità di scegliere il tuo futuro è una tua responsabilità. Devi scegliere con la tua coscienza, la meta è solo una questione di punti di vista. Potrebbero essere buone tutte o nessuna, dipende solo da chi sei, e chi sei veramente forse non lo so neanche io, ma tu lo devi sapere, in fondo al tuo cuore c’è la risposta.
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hai sentito di quella donna che si è uccisa per non essere espulsa dall'Italia?” continuò “Ecco, sembrava che lei non avesse possibilità di scelta e questo paese, con le sue leggi folli, l’ha spinta nella decisione più drastica, ma in fondo l’unica che per lei rappresentava la libertà. Noi siamo sempre fermi a guardare, ma lei ha scelto, figlio mio, ha pagato a caro prezzo la sua libertà ma ha scelto. Dovremmo prendere esempio, anche se non era una di noi, o forse sì, non lo so più, ma comunque noi non siamo da meno”
“Ma papà…” balbettai appena.
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“Adesso devo lasciarti” mi disse l’uomo che era mio padre “ma tu scegli, o finirai come una di quelle valige abbandonate nei depositi bagagli delle stazioni, dimenticato da tutti su uno scaffale con un cartellino legato ad un dito. E noi non siamo come una valigia vuota, vero figlio mio?”
“No papa, noi non siamo come una valigia vuota” gli dissi guardando ai piedi del divano blu.
“Fammi sapere solo come andrà, non importa dove.
A presto figliolo, ti voglio bene” disse lui, “ti voglio bene anch’io, papà” risposi.
Appena attaccato pensai che ero stato proprio uno stupido a chiamare lui. Cosa poteva saperne mio padre di queste questioni? E poi ora si era davvero rincoglionito, stava ore ed ore a discutere sui massimi sistemi invece di preoccuparsi dei suoi calli, della prostata o del rischio infarto.
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In quel momento mi venne in mente che non sentivo quel vecchio da molto tempo, forse da troppo, anzi non lo sentivo precisamente da Natale, quando gli avevo regalato un telefono nuovo ed avevamo passato la serata a memorizzare i numeri dei suoi conoscenti sulla rubrica.
Lui non capiva l’utilità di memorizzare così tanti numeri, perché tanto, diceva, non lo chiamava mai nessuno.
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Poi facemmo delle prove con il mio cellulare e rimase stupito dal fatto che sul display appariva il nome di chi lo stava chiamando.
Ogni volta che squillava, lui indicava il telefono con un dito e, sorridente diceva “Roberto!”
Credits:
Label: Cramps records
Catalog#: 5207 306
Format: LP
Country: Italy
Released: 1979, february
Mario Schiano, Tommaso Vittorini
(ideazione, testi, musiche, canzoni, sceneggiatura e regia)
con Clara Murtas, Toni Cosenza, Mauro Vestri
e con Filippo Bianchi, Robert W. Carroll, Gino Castaldo,
Gina Croce, Gabriella Fornaciari
tutte le immagini sono di Alberto Sughi, in ordine di pubblicazione:
Pensieri improvvisi sulla libertà, il desiderio, l’informazione, la musica e sul prenderlo nel culo.
Marchel Duchamp "Si Prega di Toccare" 1947
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Questo post nasce un po’ per caso, all’improvviso, dovrei dire.
Non che l’informazione, la musica e la libertà non siano argomenti interessanti e spesso contemplati su questo blog, ma è sulla sottile differenza tra il desiderio profondo di averlo nel culo e sul trovarselo invece conficcato nel profondo del proprio intimo, con la scusa di parlare di libero mercato, della crisi del calcio o dell’influenza suina, e magari farselo pure piacere, che mi vorrei soffermare.
Ecco, questo desiderio di comprendere le sfumature dell’animo umano e le mutevoli trasformazioni del gusto, è nato un po’ per caso.
Ma andiamo con ordine.
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Marcel Duchamp "Ruota di Bicicletta" 1913
Era da tempo che desideravo parlarvi di Mazzon, ma per il rispetto che nutro per la creatività di questo nostro musicista, nella ricerca di una certa sintonia, più sui contenuti impliciti nella sua musica che non nelle forme esplicite dei suoi pezzi, ed anche per un umile tentativo di partecipazione allo sviluppo del concetto di jazz come linguaggio, processo a cui lui ha contribuito notevolmente, non trovavo le parole adatte, ed ho accantonato l’idea, come migliaia di pagine del mio diario che restano private.
Poi, qualche tempo fa è venuto nella mia città il grande Roberto Del Piano, l’amico bertop, e passeggiando per una San Lorenzo assolata, il nostro discorso, che ovviamente verteva anche sui temi musicali, ha improvvisamente generato il nome di Guido Mazzon, con il quale Del Piano ha condiviso incontri musicali e personali.
Tralascio qui le considerazioni, tra un rigatone ed un carciofo alla romana, sui nostri gusti personali, chi un po’ ci conosce trarrà le proprie conclusioni, ma quello che mi interessa riportare in questo ambito è che tutte e due, che riconoscevamo una certa durezza al primo approccio con l’uomo Mazzon, non potevamo non attribuire alla sua ricerca musicale un elevato senso civico, un rigore formale, una libertà partecipata ed un gustoso senso dell’ironia.
Già le sue formazioni dal nome di “Precarious Orchestra”, “Unità Musicale” e “Gruppo Contemporaneo”, parlano da sole.
Questo in qualche modo volevo dire e, insomma, l’ho scritto, eppure mi sembrava non bastasse, anzi sembrava il solito discorso di appassionati su un musicista per musicisti.
Allora ho salvato il file prematuro e l’ho lasciato lì, nel cassetto virtuale a decantare.
Marcel Duchamp "50 cc Air De Paris" 1919
Poi ho letto “Ninfomane e incazzata”, l’ultimo post di pornoromantica, che gioca già dal titolo sui trucchi della comunicazione, sfruttando una delle sua migliori arti, quella di far convivere il desiderio ed il piacere sessuale con il pensiero civico, in un personale tentativo di elevare l’animo e la coscienza umanoide che circonda il web, il sesso e tutto lo scibile umano.
Qui infatti, a dispetto del titolo che privilegia l’ipersessualità femminile, è l’incazzatura che Carolina vuole raccontare, l’angoscia che assale un essere pensante, quando sempre di più si rende conto che ce lo stanno mettendo nel culo e, cito, oltretutto (figuriamoci) senza vaselina.
Cosa c’entra questo discorso con Mazzon, direte voi?
Magari con il desiderio e con il culo, pure pure, ma con l’informazione, la musica e la libertà?
Marcel Duchamp "Etant Donnés: La Chute de l'Eau. Le Gaz d'Eclairage" 1946/1966
E invece c’entra perché Carolina, che di solito riesce a far sorridere con i suoi scritti dai titoli deliziosi come in “Pompino perfetto vs pompino improvvisato” , che cerca instancabilmente di educarci alla parità dei sessi come in “Leccare la patonza da 0 a 10”, che ha il coraggio di affrontare e di sfatare molti luoghi comuni come in “In culo oggi sì” e in “Barzotto è bello!” , aprendoci la strada ad avventure che nella vita ci aiutano a diventare grandi, fino ad arrivare ad affrontare l’annoso conflitto tra padri e figli, elegantemente risolto in “Siediti comodo, papà”, trova molti punti di contatto con la scelta dei titoli di Mazzon, come “Ed ora parliamo di libertà”, “C’era una volta un Re”, “Uffa!”, “Tema per il «Che»”, “Ecologia-Ecologia”, “Il fascino discreto dell’avanguardia” e “3/4 di rivoluzione”.
Titoli che lui, come lei, usa per spiazzare gli ascoltatori passivamente omologati, per mettere a nudo gli allineamenti ottusi ai diktat della cultura dominante, titoli che usano per attrarre e poi sorprendere, ovviamente improvvisando sul contenuto e mantenendo molto rigore nella ricerca.
Ecco, chissà se a Mazzon piacerà il parallelo, e se a Carolina andrà bene questa mia collocazione di lei, sullo stesso piano di lui, rispetto al mondo.
Marcel Duchamp "Perchè non starnutire Rrose Sélavy?" 1921
Ci siamo l’ho finito, mi sono detto, ma poi, salvando per l’ennesima volta il file, ho pensato che questa non è una fine, che forse non ho detto niente, che non ci capirete molto e penserete che confondo la libertà con un ragionamento sconclusionato e la rabbia con un bruciore di culo.
Possibile che sia così difficile descrivere un sentimento come la libertà, per me, cittadino di una repubblica che l’ascrìve direttamente in molti articoli che formano la sua costituzione?
Marcel Duchamp "Scolabottiglie" 1914
Ok. È meglio che lascio perdere, un altro non finito.
Veramente non capisco perché butto il mio tempo per lasciare un segno così labile dopo una giornata intera di lavoro, quando potrei sdraiarmi sul divano, davanti alla televisione.
Forse perché ho rinunciato alla televisione già diverso tempo fa, quando ancora non esisteva Pandora, quando era già evidente che per la completa realizzazione del Progetto per la Propaganda 2, questo nostro elettrodomestico era stato scelto come cavallo di Troia.
Questo sì che è stato facile, altro che raccontare in un post la libertà.
È bastato staccare l’antenna.
Marcel Duchamp "Con Rumore Segreto" 1916
E guardate che non l’ho buttata via, è lì accanto, raccolta in una piccola roccia, sempre a disposizione, perché uno potrebbe smettere di fumare anche continuando a comprare tutti i giorni le proprie sigarette, se volesse.
Eppure, nonostante sia a portata di mano, il desiderio di attaccare l’antenna alla finestra sul mondo che non c’è, si allontana giorno dopo giorno, con episodi inequivocabili e sgradevoli come la censura a Enzo Biagi, i telegiornali della vergogna, o i grandi fratelli che mi fanno tanta pena, come la censura a Sabina Guzzanti, o le frequenze rubate dal colosso mediaset a Europa 7, distanze aumentate dalla censura a Vauro ai mille arcani sulla scomparsa dell’informazione, che sono di più e ben più misteriosi persino dei segreti di Fatima, tipo:
perché non mandano in onda in prima serata, Biùtiful Cauntri, che è un punto di vista sull’Italia vista dalla Campania, al posto dei proclami in pompa magna sulla messa in funzione del termovalorizzatore di Acerra, che invece è un punto di vista sulla Campania vista dall’Italia?
Cioè, perché ce rincojoniscono de bucìe e non ci fanno vedere film come ZEITGEIST?
Già, la televisione.
Marcel Duchamp "La Sposa Messa a Nudo dai Suoi Scapoli, anche (Il Grande Vetro)" 1912/'15/'23
Pasolini diceva che il rapporto della TV con i suoi spettatori è esattamente quello che non dovrebbe essere.
Cioè che è:
«tipicamente autoritario: infatti tra video e spettatore non c’è la possibilità di dialogo. Il video è una cattedra, e parlando dal video si parla, necessariamente, ex cathedra.
Non c’è niente da fare, il video consacra, dà autorità, ufficialità. Anche i personaggi comici, umili, stanno lì con l’aria di aver ricevuto una benevola manata sulla spalla da chi è più potente di loro: anzi, da chi è Potente per eccellenza. Insomma il video rappresenta l’opinione e la volontà di un’unica fonte d’informazione, che è quella appunto, genericamente, del Potere. E tiene così in soggezione l’ascoltatore».
E ancora:
«essa infatti, quale fonte di informazione centralistica, è manipolata per ragioni extra-culturali, e la sua diffusione deve tener anticipatamente conto del bassissimo livello medio della cultura dei destinatari» [1]
Marcel Duchamp "Macinatrice di Cioccolato" 1914
Ecco che torna Mazzon, forte e chiaro, che di Pier Paolo è cugino e che lo ricorda innanzitutto con la stessa sublime Poesia, con la sua costruzione del suono, fortemente attaccato alle radici eppure nuovo, che lascia lo stesso segno con il suo approccio visivo al mondo, crudo, sarcastico, sempre uguale ed ogni volta cangiante, che cerca di raccontare la realtà, sfruttando il mezzo tecnico e dello spettacolo e non fa del becero spettacolo con l’esibizione della povera pratica quotidiana.
Guido Mazzon ricorda Pasolini anche in un suo libro [2], dove parla di libertà, del desiderio, dell’informazione, della musica, del suo mondo insomma e di molto altro.
Marcel Duchamp "Fresh Widow" 1920
«Forse si può dire il mondo solo se lo si è costruito completamente nel proprio linguaggio. Altrimenti si è fatalmente destinati a percorrere le solite routines personali, inconsce, restando all’interno di un mondo già detto (da altri) e soltanto condivisibile (con gli altri). Lo spazio per la creatività si trova soffocato e la parte più interessante del mondo, cioè quella non ancora conosciuta, rimane ineffabile. È attraverso lo sforzo del linguaggio che invece si può costruire il mondo o codificarlo per renderlo comune; ed è nell’atto proprio del dire che risiede il gesto poetico che costruisce, in quanto il dire è suono, significato, forma, oggetto e soggetto costituente. È cioè mattone, calce, legno, progetto, idea, architetto e muratore. Ciò che non è detto resta là, in un limbo di cose inespresse che in un certo senso non esistono: per rendere al mondo una cosa bisogna almeno dirla »[3]
Marcel Duchamp "9 Stampi Maschi" 1914/1915
Ecco, lo voglio dire, secondo me la libertà esiste, ed ha i suoni di Mazzon, le parole di Pasolini, gli occhi aperti su quello che non ci vogliono far vedere, l’amicizia di bertop, la curiosità di borguezed anche il culo, splendidamente pensante, di Carolina.
Però bisogna cercarla, conquistarla, costruirla, difenderla, alimentarla e saperla vedere, appunto.
Spetta a voi, insomma, scoprire la differenza tra il prenderlo nel culo e il ritrovarselo conficcato nel profondo.
Potrebbe non sembrare facile, ma in fondo basta un click.
Marcel Duchamp "Fontana" 1917
p.s.
se neanche voi riuscite ad arrivare alla fine a questo post, ad ascoltare tutto il disco di Mazzon, a desiderare di raccontare altri gridi ed altri link che si aggiungano a queste libere chimere, allora non c’è speranza.
Però una cosa ve la devo dire:
fate uno sforzo, non scegliete la via più semplice, ma quella più vera e profumata, anche se può apparire oscura e tortuosa e arrivate almeno fino a qui. Già l’ascolto del primo pezzo che apre il lato B del disco, ne vale la pena, perché vi resterà nel cuore.
pp.ss.
Sempre se ce l’avete, un cuore.
Credits:
Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february
È passato più di un anno e, ovviamente, diverse cose sono cambiate.
Innanzitutto sono cambiati i miei tempi, piegati dalle correnti della vita, ed è sicuramente mutato il paesaggio intorno a me, sempre più innaturale e lontano.
Ovviamente si sono modificati i miei gusti, e meno male, mi viene da dire, altrimenti sarei un conolophus subcristatus del jazz, immobile sul costone roccioso della musica più mutevole del mondo.
Nuovi amici si sono avvicinati al mio cortile e, immancabilmente, altri non ne hanno fatto più ritorno.
Poi, ancora, è cambiato il mio lavoro, e questo ha variato sostanzialmente i miei equilibri.
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Tutto questo in poco più di un anno, eppure ritrovo le stesse tracce.
Sento, infatti, che non è cambiato il mio ritmo più intimo, né tantomeno il nutrimento che ogni giorno, contro tutte le intemperie, coltivo instancabilmente e mi sforzo di continuare ad offrire a me stesso.
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Insomma, nonostante tutto, per me, scelgo sempre il miglior cibo per l’anima.
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Voi, trovate ancora erba buona in questo misero mondo o cercate di migrare verso altri luoghi di desiderio?
A Seveso la diossina avvelena e distrugge giorno per giorno la vita di un’intera zona. Non è il risultato di un incidente dovuto al caso ma l’ultimo atto di un processo chimico inquinante prodotto dall’Icmesa e che durava dal 1945, con la complicità dei pubblici poteri.
La piccola Stefania Senno, fotografata dal settimanale tedesco "Stern" il 18 Luglio 1976 a Seveso
Seveso (come Manfredonia, Porto Marghera o Borgo Priolo) è solo l’esempio più clamoroso di una lunga catena di avvenimenti delittuosi. In Italia (in media) ogni anno un milione e mezzo di lavoratori sono vittime di infortuni sul lavoro; quattromila muoiono; decine di migliaia restano invalidi. È il risultato dell’organizzazione capitalistica del lavoro che ha lo scopo programmato di trasformare il lavoro umano in profitto.
Una fabbrica non produce solo oggetti di consumo, macchinari o servizi: produce anche malattie, infortuni, morti, distruzione dell’ambiente. Solo l’iniziativa dei lavoratori può imporre un’altra organizzazione del lavoro, capace di rispettare i bisogni dell’uomo produttore.
Jenny Saville "Hem" 1998/1999
Nelle lotte degli ultimi dieci anni la nuova coscienza operaia, superando la logica della “monetizzazione” (più rischi, più soldi) ha affermato un nuovo principio: «La salute non si vende, la nocività si elimina».
È così cresciuto un movimento fondato sul controllo operaio dell’ambiente di lavoro, sul rifiuto della delega ai tecnici nella soluzione dei problemi della salute e della nocività. Protagonista è il “gruppo omogeneo”, il collettivo operaio che, a partire dal recupero della propria esperienza, dà vita a momenti di mobilitazione e di cosciente presenza politica, in collegamento con il territorio e con l’iniziativa del movimento democratico per la riforma sanitaria.
A che punto è oggi questo movimento?
Quali risultati ha raggiunto e quali problemi nuovi ha davanti a se?
Sull’insieme di tali questioni il Comitato interassociativo per i circoli aziendali (Cica) ha prodotto un film intitolato «La salute non si vende».
Jenny Saville "Entry" 2004/2005
Il Cica è un organismo unitario espresso da tre grandi associazioni democratiche: Arci, Enars-Acli, Endas, che operano per un profondo rinnovamento nel campo culturale e ricreativo. In collaborazione con le organizzazioni sindacali, il Cica va costruendo un movimento per la conquista dei vecchi Cral aziendali da parte dei lavoratori.
L’obiettivo è sottrarli alla tutela interessata del padronato e dell’Enal attraverso una gestione democratica, con la qualificazione culturale delle loro iniziative, costruendo un loro collegamento con il territorio circostante.
La regia de «La salute non si vende » è di Giuseppe Ferrara, autore di chiara ispirazione democratica a cui si debbono opere come «Il sasso in bocca» e «Faccia di spia».
Com’è giusto per una produzione direttamente espressa dall’associazionismo democratico, tuttavia, il film è il frutto di un lavoro collettivo non solo sul terreno tecnico, ma anche su quello ideativo. Ci si è avvalsi, tra l’altro, della consulenza del Centro ricerche e documentazione rischi e danni del lavoro della Federazione Cgil, Cisl, Uil.
Il film unisce ad un notevole valore espressivo e narrativo una singolare efficacia documentaria sulla realtà della condizione di lavoro nel nostro paese, sull’evoluzione storica che essa ha conosciuto, sulle lotte e la coscienza dei lavoratori.
Jenny Saville "Hibrid" 1997
Questo disco presenta i brani musicali originali composti da Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film. Ad essi sono affiancate alcune interviste a lavoratori.
Finalmente, mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti [1], o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” [2].
Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. [3]
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz [4] mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” [5], agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.
Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.
Barazzetta al centro, con un giovane Lee Konitz
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Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno [6], e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini [7] o di Rudy Rabassini [8], perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
“…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.”
Cover Art by Arrigo Polillo
Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.
Barazzetta con Stan Kenton
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Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.
"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."
Cover Art by Guido Crepax
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Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz.
Barazzetta con Buddy Collette
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Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.
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Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.”
Cover Art by Guido Crepax
Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:
ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”
Barazzetta al centro tra Gorni Kramer e Benny Goodman
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Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:
voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz». Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.”
Cover Art by Guido Crepax
Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:
“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?”
Barazzetta con Charles Mingus
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Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):
“ Caro Giuseppe, AIUTO!
Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 [9]. Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…”
Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
In queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.
Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
Marcello Riccio (cl), Umberto Cesàri (p), Giorgio Battistella (vib),
Pino Liberati (bass), Peppino D’Intino (drums)
Rome 1959, January 26
A3) Original Lambro Jazz Band
“Ole Miss”
Peppino Ferrario (tp), Herman Meyer (second tp), Renato Gerbella (cl), Francesco Cavallari (trne), Carlo Manto (p), Raffaele Linares (bass), Mario Pratella (banjo), Claudio Clerici (drums)
Milan 1958, January 28
A4) Milan College Jazz Society
“Down Home Rag”
Giorgio Alberti (tp), Gianni Acocella, Luciano La Neve (trne), Bob Valenti (cl), Carlo Bagnoli (ten. sax), Vanni Moretto (p), Luigi Bagnoli (bass), Luigi Allievi (drums)
Milan 1959, January 29
A5) Modern Jazz Gang
“Arpo”
Cicci Santucci (tp), Sandro Brugnolini (alto sax), Alberto Collatina (valve trne), Carlo Metallo (bar. sax), Leo Cancellieri (p), Sergio Biseo (bass), Roberto Podio (drums)
Rome 1959, January 26
A6) Flavio Ambrosetti and His All Stars
“Thou Swell”
Raimond Court, Sergio Fanni (tp), Flavio Ambrosetti (alto sax), Marcel Peters (bar. sax), Gorge Gruntz (p), Eric Peter (bass), Daniel Humair (drums)
Milan 1959, February 14
A7) Modern Flaminia Quintet
“What’s New”
Checchino Tommassini (alto sax), Giovanni Spalletti (vib), Raffaele Giusti (p),
Sandro Santoni (bass), Lionello Bionda (drums)
Milan 1958, October 18
B1) Quintetto Basso – Valdambrini
“Almost Like Being In Love”
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten. sax), Renato Sellani (p),
Aurelio Ciarallo (cl), Carlo Zoffoli (vib), Walter Branchi (bass), Roberto Petrin (drums)
Rome 1959, January 26
[1] Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia
[2] AAVV, Jazz e cultura mediterranea, ISMEZ,
[3] Musica & Jazz
[4] Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Giuseppe Barazzetta, Enciclopedia del Jazz, Messaggerie Musicali Milano, 1953
[5] Giuseppe Barazzetta, Jazz inciso in Italia, Messaggerie Musicali, 1960
[6] Enrico Cogno, Jazz Inchiesta Italia, Cappelli editore, 1971
[7] Franco Mondini, Sulla strada con Chet Baker e tutti gli altri, Lindau, Torino 2003
[8] Rudy Rabassini, Piccola Storia del Jazz a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2007
[9] Mingus at Monterey, Live at Jazz Festival, California, Jazz Workshop 001/002 , re-issue on Prestige P-24100, 1981
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Nota alla selezione grafica:
le cover pubblicate in questo post, sono una parte dei dischi che Barazzetta ha curato, scrivendo anche tutte le note di copertina, durante la sua consulenza presso la Carisch, dal 1954 al 1960.
Le fotografie sono tratte dal volume "Una vita in quattro quarti".