Musica Jazz di Ottobre dedica la cover (e finalmente una bella cover!)
ad un gigante del Jazz che ci ha lasciati, recensisce un libro sulla storia della sua vita appena dato alle stampe ed annuncia che nel prossimo numero dedicherà a questo musicista “un più adeguato ricordo”.
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E si, perché la notizia e grossa, ma è niente in confronto alla statura musicale di Johnny Griffin, soprannominato the “Little Giant”,
morto il 25 Luglio scorso in Francia, dove risiedeva, e dove solo quattro giorni prima, ad ottant’anni suonati, si era esibito dal vivo.
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Ora, non vorrei inaugurare una nuova rubrica (che dite, Jazz Obituary potrebbe andare?) o fare il coccodrillo ritardato sull’improvvisa scomparsa di un grande del Jazz.
Potrei anche stare qui a raccontarvi che Griffin a sedici anni soffiava già come un demonio nella Big Band di Lionel Hampton, che è stato tra i sassofonisti più rappresentativi della scena Hard Bop, scritturato dalla Blue Note prima e dalla Riverside poi, che ha inciso con Coltrane, Monk, Max Roach, Lockjaw Davis o la Clarke-Boland Big Band.
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Ma preferisco di no, magari in un’altra occasione, non qui, perché se anche lui non c’è più, è rimasta la sua musica ed allora lascio parlare quella, registrata in un’occasione particolare in Italia, ed incisa su un disco mai più ristampato, il volume 10 della serie “Jazz a Confronto” della HORO di Aldo Sinesio.
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Siamo nel 1974, in quello stesso anno Miles Davis incide un siderale “Dark Magus”, Keith Jarrett il sospeso “Belonging” con il quartetto europeo e la Mahavishnu Orchestra aveva appena registrato “Birds of Fire”, il capolavoro del Jazz Rock.
Erano anni in cui il Fender creava armonie psichedeliche, il basso offriva ritmi spezzati ed elettrificati, anni in cui ci si interrogava sulla morte del Jazz (lo si fa sempre ma il jazz cambia corpo e non muore mai), in cui si cercava nei NUCLEUS di Ian Carr o nelle note latine di Gato Barbieri una nuova via per questa musica.
L’onda elettrica del Jazz-Rock o del progressive coinvolge anche i musicisti italiani, come i Perigeo che nel 1974 incidono “Genealogia”.
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Ebbene, in quel caldo aprile, il Piccolo Gigante suona per una settimana al Music Inn di Roma, piccolo e storico locale di Pepito Pignatelli, proprio con la ritmica del Perigeo e cioè con Franco D’Andrea al pianoforte, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Bruno Biriaco alla batteria.
Sarà per la vecchia bellezza di questa città, per il primo sole che rende tutto più sonnolento o perché, dall’alto della sua statura un gigante come Griffin può permettersi di tutto, fatto sta che il piccolo gigante non cerca il modernismo a tutti i costi, non si perde tra le novità e anzi, fa sue le idee delle nuove correnti e suona la sua musica, senza età.
Puro Jazz.
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Sentitelo questo disco, per la prima volta tutto in formato digitale, ascoltatelo bene il primo brano, questo "Music Inn Blues" così tirato che, allo stesso tempo, vi lancia in alto nel cielo e vi riporta a casa, godetevi le due ballads che vi toccheranno il cuore e poi, nell’ultima traccia, ditemi se non c’è la felicità di un piccolo gigante.
“Per chi non crede nell’hard bop, dunque, un documento prezioso su cui meditare. Per chi non crede nel Jazz italiano, anche. Per chi non crede nel Jazz, invece, temo ci sia poco da fare. Qui non c’è alcun tentennamento “third strem”, arrangiamenti pomposi o orchestrazioni elaborate, elucubrazioni a mezza via tra l’India e Stockhausen.
C’è proprio solo Jazz.
Ottimo.”
Marcello Piras, dalle note di copertina.