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Questa è una delle rare occasioni in cui ci troviamo a festeggiare una grande personalità della musica, senza commiati od omaggi postumi, nel ruolo che a lei stessa è più congeniale, con un repertorio bellissimo e poco conosciuto, ma fortemente voluto dall’artista stessa perché veramente rappresentativo della sua carriera.
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Omara, che oggi appare come un’elegante ed aggraziata signora, è una rivoluzionaria della canzone, un’artista contro, perché ha partecipato alle sorti della sua isola d’origine con le armi a lei più congeniali, la sua voce, la poesia, la canzone.
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È per questo che questa recensione trova spazio su Jazz from Italy.
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Omara Portuondo, la Grande de Cuba, è apparsa alla ribalta internazionale, quasi per assurdo, solo nel 1999, e grazie al cinema, quando insieme a Ibrahim Ferrer interpretò la commovente versione di “Silencio” nel film/documentario di Wim Wenders, Buena Vista Social Club, che prende il nome dall’omonimo locale dell’Habana (Cuba), riservato esclusivamente all’etnia di colore, dove si esibivano i più importanti musicisti dell’isola.
Fu Nick Gold che nel 1996, quarant’anni dopo la chiusura dello storico locale, riunì gran parte di quei musicisti sotto il nome dell’Afro Cuban All Stars e, grazie anche all’interessamento del chitarrista Ry Cooder, accese di nuovo le luci della ribalta su quelle stelle, producendo il primo album a loro nome.
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Ma Omara Portuondo prestava la sua voce all’arte già nel 1948, con il gruppo Los Loquibambla, composto da sua sorella Haidé, César Portillo del la Luz, José Antonio Méndez ed il pianista Frank Emilio Flynn, quando interpretava brani famosi nordamericani, dando vita al filone che verrà denominato “movimiento del filin”, importando a Cuba il feeling della bossa nova influenzata dal jazz.
Nel 1951 Omara è con il “Cuarteto Orlando de la Rosa” con il quale esce per la prima volta dalla splendida isola caraibica, andando in tournee negli Stati Uniti.
Nel ’52 si unì alla pianista Aida Diestro e con le voci di Haidé, Elena Burke e Moraima Secada oltre la sua, fece vivere il “Quartetto Las d’Aida”, probabilmente uno dei gruppi più importanti della storia della musica cubana, che rimase attivo per più di quindici anni, incidendo il loro primo disco nel 1957 con l’Orchestra di Chico O’Farril.
È con le “Las d’Aida” che Omara effettuerà altre tournee, come quella del 1959 al “the Fontane Bleu” di Miami dove incontrerà musicisti del calibro di Nat “King” Cole, tanto per fare un nome, e nel 1960 in Europa.
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Nel 1959 Omara Portuondo incise il primo disco a suo nome, “Magia Negra”, dove le influenze del jazz si palesarono, con le interpretazioni di Caravan di Duke Ellington, The Man that Got Away di H. Arlen & Ira Gershwin e That Old Black Magic di Harold Arlen & Johnny Mercer, che da il titolo all’album.
Ma due anni dopo, quella che venne chiamata “la crisi dei missili”, costrinse Omara Portuondo a rientrare a Cuba e comportò un lungo isolamento dell’isola, pratico e culturale, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Il suo rientro forzato ed i nuovi impulsi che la Rivoluzione diede alla cultura cubana, fece nascere una presa di coscienza in Omara, che decise di raccogliere il testimone della musica di Cuba, colmando il vuoto lasciato da tutti quei musicisti che avevano abbandonato l’isola.
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In quegli anni entrò a far parte della “Orquestra Aragòn”, una delle più importanti di Cuba, oltre che continuare la sua carriera in solitario attraverso diverse incisioni per la label cubana EGREM, fondata nel 1964 e per molto tempo l’unica realtà discografica di Cuba che, per l’embargo imposto dagli USA e “accettato” dal mondo occidentale, ha sempre avuto difficoltà ad essere distribuita fuori dall’isola, come “Esta es Omara Portuondo” del 1967, “Omara 1974”, “Y tal Vez Omara Portuondo” del ’81.
Nonostante una carriera come questa, un’artista della sua levatura che ha cantato sempre ed inciso molto era conosciuta solo dai pochi fortunati che l’avevano vista esibirsi dal vivo o dai pochissimi possessori dei suoi dischi e, praticamente, sconosciuta ai più, fino a quando, per ironia della sorte, grazie all’interesse di un americano, il chitarrista Ry Cooder appunto, la sua grande arte venne riportata sotto le luci dei palcoscenici internazionali.
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Dopo la partecipazione al progetto Buena Vista Social Club, Omara Portuondo calcò i palcoscenici più belli del mondo, in compagnia di Ibrahim Ferrer, Compay Segundo, Rubén Gonzàlez, Orlando “Cachaìto” Lòpez ed Manuel “Guajiro” Mirabal e fu protagonista del terzo lancio del progetto, con il disco “Buena Vista Social Club presents… Omara Portuondo” che nel 2000 venne accolto con grande entusiasmo di critica e successo di pubblico.
Il 2002 vede la partecipazione di Omara al Festival Jazz del Giappone, in compagnia di artisti come Wayne Shorter, Herbie Hancock, Michael Brecker e Danilo Pérez ed una sua tournee in solitario.
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L’anno dopo Omara Portuondo da un’ulteriore svolta alla sua carriera, tornando a collaborare con musicisti brasiliani e latinoamericani come Carlos Emilio, Manuel Galbàn, Amadito Vàldes, Emilio Del Monte e molti altri, ed accogliendo “nelle sue grazie” giovani talenti cubani come Roberto Fonseca, che aveva inciso il suo primo disco nel 1999, “Tiene que Ver”, e che licenzierà il suo capolavoro nel 2007 dal titolo “Zamazu”.
Il disco è “Flor de Amor” e viene presentato come una raccolta in musica di lettere d’amore della divina voce del Buena Vista Social Club, dedicato dalla stessa Omara a Celina Gonzàlez, meravigliosa interprete della musica campesina cubana.
Un ritorno alle origini con la consapevolezza acquisita e la notorietà internazionale che gli era dovuta.
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Poi nel 2008, finalmente, esce “Gracias” registrato a L’Avana, prodotto dalla Montuno e distribuito in Italia da EGEA, un’etichetta discografica che si contraddistingue nel panorama per le intense attività che hanno per oggetto la musica tutta.
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Come dicevo all’inizio di questo scritto, con “Gracias” celebriamo i sessant’anni di carriera di Omara Portuondo, una carriera che sintetizza e dona valore all’essenza stessa della musica cubana.
Un lavoro in cui Omara ha voluto rendere grazie alle tematiche a lei più care, a quelle canzoni che hanno commosso questa bellissima donna, a quegli autori che hanno fatto grande la canzone cubana, la sua canzone.
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Nel disco troviamo brani come “O que serà” di Chico Buarque, “Ámame como soy” di Pedro Pablo Milanés Arias, “Rabo de Nube” di Silvio Rodrìguez Domìnguez, o la splendida title track di Jorge Drexler, scritta apposta per Omara Portuondo.
Non solo nel repertorio Omara ha scelto i testi e gli autori più cari, ma anche tra i musicisti ha voluto i più diversi, interessanti, possibili interpreti dei suoi sentimenti come il cubano Roberto Fonseca al pianoforte, l’israeliano Avishai Cohen al contrabbasso, l’indiano Trilok Gurtu alle Tablas, al Caxixis o al Djembé, il brasiliano Swami Jr, chitarrista e arrangiatore in quasi tutti i brani. E ancora, per un evento importante come questo disco, la Portuondo ha invitato altre guest come Chico Buarque che duetta con Omara nella sua splendida “O que serà”, il bassista camerunese Richard Bona ospite in “Drume Negrita” ed ancora Chucho Valdés & Cachaìto Lopez in “Nuestro Gran Amor” tema toccante scritto dal figlio di Omara.
Insomma un disco importante, con illustri ospiti, e con un booklet tra i più belli mai stampati, per rendere grande la sua festa perché, è ovvio, con la musica di Omara Portuondo, è festa grande.
Richard Bona: vocal, double bass & percussion on #13
Plus strings on #1, #7, #12:
Bernardo Bessler, Michel Bessler, Antonella Lima Pareschi, Daniel Paiva Guedes, Silva Felipe Fortuna Lopes Prazeres, Ricardo Amado Da Silva, José Alves Da Silva: violin.
Jesùina Noronha Passaroto, Marie Christine Bessler: viola