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venerdì, 04 settembre 2009

Mr. G.B. - L'ultima Jam di Gianni Basso

Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, agosto 1888

 

Non sapeva più da quanto tempo se ne stava da solo in quella stanza, forse ore, minuti o addirittura giorni.
.
Non era preoccupato per questo, era abituato ad aspettare il suo turno, però questo non possedere il senso del tempo lo confondeva.
Aveva vissuto tutta la sua vita intorno al tempo, cadenzando il respiro per spaccare il secondo, oppure restandogli appena un poco indietro, per dare modo alle impressioni di formarsi con calma, fino a spingerlo avanti, con forza e decisione per ricreare il tempo a sua immagine e somiglianza.
Ora invece Gianni non sapeva più da quanto tempo se ne stava immobile in quella posizione, forse ore, minuti o addirittura giorni.
 
Allora provò ad aprire un poco gli occhi.
Intorno a se solo una stanza vuota, come quella sedia al suo fianco, e una luce forte, densa e biancastra che lo colpiva direttamente in faccia.
.
Capì che il suo momento era arrivato e che, anche se era steso su un letto e non aveva con se il suo strumento, doveva iniziare il suo assolo.

Gianni suonava come quando aveva iniziato.
Certo pensava diversamente ora, aveva passato sessant’anni a soffiare sangue e saliva in quel tubo cromato d’ottone, ma la sua voce era sempre la stessa, una voce ricca e generosa, calda e rilucente anche quando scendeva negli abissi più oscuri della sua personale ricerca.
Questo perché lui stesso era un uomo coraggioso, solare e sensibile, ma soprattutto perché era un cercatore di emozioni, un donatore di sentimenti, un minatore del jazz che si era dedicato alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’animo umano.
 
Terminò il suo assolo quando sentì finalmente un rumore, sperando di veder comparire intorno a se i suoi compagni di sempre, per continuare a respirare, ancora una volta, insieme.

Mr. G.B. con Oscar Valdambrini e Giorgio Azzolini

Gianni sorrise a quegli sconosciuti che gli si erano avvicinati, loro invece lo fissavano preoccupati.
 
Non era un sorriso per mascherare l’imbarazzo, da sempre cercava gli sguardi complici dei suoi colleghi e, anche se non si era mai completamente abituato, da anni sentiva gli occhi calorosi dei suoi ammiratori su di lui.
Lui era così, aperto a tutto e, solo apparentemente, faceva tutto come se niente fosse mai davvero importante.
Ma quella situazione era davvero strana, per questo li guardava incuriosito e sorrideva.
 
Lui aveva sentito da vicino la voce di Chet Baker, aveva inciso la sua insieme a quelle di Dusko Gojkovic, Slide Hampton, Lars Gullin e Buddy Collette, aveva diviso il palcoscenico della vita con gente del calibro di Gerry Mulligan, Dizzy Gillespie, Helen Merrill, Maynard Ferguson, Kenny Clarke, Art Farmer, Sonny Stitt e molti altri.

Mr. G.B. con Chet Baker

In Italia era cresciuto suonando al fianco di Gorni Kramer, Armando Trovajoli, Franco Cerri, Giampiero Boneschi, Roberto Nicolosi, Piero Umiliani e tutti i ragazzi scimmia del jazz.
Ma questa formazione qui era davvero curiosa, più che imbarazzante.
Curiosa, pensava, intanto perché i tre uomini avevano il camice bianco.
.
Non che questo fosse per lui un problema, anche se la sua vicenda personale era sbocciata intorno agli anni Cinquanta, quando la camicia e la cravatta erano d’obbligo, Gianni aveva attraversato praticamente tutta la storia di questo secolo, ed era abituato ad altre improvvisazioni o a più spettacolari “stranezze” che non ad un camice per abito di scena.
Ciò che lo incuriosiva, invece, era il fatto che gli uomini non avessero con loro nessuno strumento.

Mr. G.B. con Valdambrini e Armando Trovajoli

 
Questo era davvero bizzarro per lui, e si chiedeva cosa mai avrebbero potuto fare loro quattro insieme senza i loro strumenti.
Poi quegli uomini iniziarono a collegare dei fili tra il suo corpo ed alcuni apparecchi elettronici, a leggere freneticamente lunghi rotoli di particolari trascrizioni che venivano stampati lì per lì dalle stesse macchine ed infine indossarono degli strani attrezzi e si disposero intorno a lui.
 
Gianni sorrise a quegli sconosciuti, non aveva alcuna paura a buttarsi in una ignota avventura e, anche se si sentiva mancare le forze, era pronto ad iniziare un nuovo racconto.
Doveva solo aspettare che partisse la musica.

Mr. G.B. con Idrees Sulieman

 
Per ora, l’unico suono che riusciva a sentire era un tenue beep, ripetuto e costante.
Il nuovo, pensava Gianni, questo aspetto aveva segnato tutta la sua vita.
 
Lui, astigiano doc, aveva passato la sua adolescenza con la famiglia in Belgio, dove in quegli anni vivevano anche Bobby Jaspar, Django Reinhardt, René Thomas, Toots Thielemans e Jacques Pelzer.
Come avrebbe potuto lui, un ragazzo affascinato dalla musica, non innamorarsi del jazz?

Junior G.B. al clarinetto, all'albergo Savona ad Alba

 
Quando tornò in Italia era già stato stregato dal tenore leggero di Lester Young, e lo diceva a tutti incidendo quei 78 giri con Vittorio.
Ma erano pochissimi a comprendere il suo linguaggio, giusto qualche sognatore come Nunzio Rotondo e Umberto Cesàri.
Il nostro piccolo paese era appena scosso dal dixieland revival, animato dagli appassionati dello swing tradizionale di New Orleans ed invece Gianni, che aveva ascoltato il futuro attraverso le voci di Stan Getz e Zoot Sims, suonava avanti, molto avanti.
A quei tempi per lui, abbagliato dai riflessi dorati della West Coast californiana, animato dal sanguigno ritmo bebop dei fratelli afroamericani, non fu facile farsi accogliere dal vasto pubblico, ma tutti i musicisti accorrevano ad ascoltarlo e questo, oltre al suo carattere paziente, ma deciso e tenace come il Barbera migliore, lo spingeva a continuare sulla sua strada.

Beep… beep… beep...
 
Ci mise molto anche a convincere Oscar, “lo struzzo Oscar”, a suonare con lui in pubblico.
Ci mise molto Gianni, fino alla nascita di quel “Sestetto Italiano” che, in diverse forme, disegnerà il futuro del jazz moderno nel nostro paese.
Poi, da quel giorno, restarono fianco a fianco per più di vent’anni e non c’era appassionato in tutto il mondo che non si alzava in piedi al nome di quella mitica accoppiata.
 
Signore e Signori, Basso & Valdambrini.
.
Vent’anni.
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni. Chissà dov’è ora Oscar, e chissà se questi giovani in camice bianco ci hanno mai sentito suonare insieme.
 
Sorrise apertamente a quegli sconosciuti, loro invece si voltarono ed uscirono dalla stanza.

Basso Valdambrini Quintet

 
Ora era di nuovo solo, e lui non ci era abituato.
Beep beep… beep beep… beep beep
 
Gianni era sempre stato circondato da amici e le sue idee migliori erano nate proprio pensando a vasti gruppi, la sua facilità di immaginazione si nutriva delle tante e differenti voci che, unite, formavano le migliori delle grandi orchestre.
Quando si separò da Oscar, la sofferenza fu insopportabile.
.
Loro due, insieme, avevano costruito il futuro di questa amata musica e avevano formato quasi una famiglia del jazz, con il grande Dino, Berto e Gil prima, ed i sodali Renato, Giorgio e Gianni, o Lionello, per lungo tempo.
Poi, dopo vent’anni, qualcosa è cambiato e la comunicazione tra loro due non era più la stessa.
Tutto quello che prima indicava sintonia e fratellanza di respiro, adesso sembrava un ostacolo.
Vent’anni.
.
Vent’anni avevano offuscato perfino i ricordi.

Mr. G.B. con Valdambrini e Dino Piana, in partenza per N.Y.

 
Per Gianni tutto era iniziato grazie alla Taverna Messicana, un posto magico, la prima vera Cave italiana.
Per Oscar invece, tutto aveva potuto avere inizio perché in quella Taverna lì, tutti andavano per la droga e le mignotte, per cui loro potevano improvvisare, ripetere ed inventare di nuovo, e nessuno protestava perché erano lì per ben altri traffici.
 
Oscar diceva che nel nostro paese non sarebbe mai nato un solista a livello americano, perché siamo la quart’ultima nazione al mondo in fatto di educazione musicale e perché il nostro folklore non è utilizzabile per il jazz.
Gianni affermava che il jazz è, ora, figlio del mondo e che sarebbero stati proprio i ragazzi a dire la parola nuova e risolutrice.
 
Oscar rinfacciava ai giovani la loro debolezza e l’estremo bisogno di droga per costruirsi dei paradisi artificiali, lontani dalla realtà.
Gianni sosteneva che per i giovani d’oggi erano solo cambiati i bisogni.
L’eroina aveva preso il posto dei mondi artificiali che la religione e la politica ci propinavano da secoli.

Italian Jazz Stars

 
Vent’anni sono tanti per una vita e non sono nulla in confronto alla storia, pensava Gianni.
Seguiva il suo cuore, lui, che in quel momento pulsava libero, raddoppiava il tempo e desiderava conoscere giovani sonorità.
Per questo non esitò un momento ad uscire di scena, ma l’amore per suo fratello Oscar rimase invariato e la sofferenza fu insopportabile.
Avrebbe voluto incontrare ancora Oscar, lo avrebbe voluto qui, in questo momento.
 
Quando si aprì la porta Gianni ebbe un sussulto, ma non poteva essere lui.
Oscar non avrebbe mai indossato un camice bianco su di un palco.
L’uomo si avvicinò in silenzio, alzò il suo strumento appuntito e trasparente e poi si chinò su di lui.
 
Gianni non riuscì più a tenere gli occhi aperti.
Beep … beep… beep

Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889

 
Ora tutto vorticava, un frenetico sapore aveva preso il posto del solito tranquillo gusto, la musica non era più accompagnamento o sottofondo ma comunicava direttamente con il cuore del mondo, alterando gli schemi mentali imposti, scardinando gli accordi della consuetudine.
Certo, c’era sempre quel romanticismo e quello spirito d’avventura che aveva colorato i primi anni, ma ora tutto era dilatato, amplificato, portato agli eccessi proprio per dimostrare le infinite possibilità di questo linguaggio universale.

 
Oggi non servivano più i dialoghi intimi e privati, ora si doveva alzare la voce per affermare di essere qui ed ora, si aprivano le porte a tutti, si usava lo stesso slang che veniva urlato nei cortei per strada, ed il jazz, finalmente, aveva la forza e la capacità per smettere di essere intrattenimento o emulazione dei vecchi modelli e diventava, sotto gli occhi di tutti, arte pura.
Oggi si doveva partecipare per poter cambiare e Gianni era lì, come sempre piazzato al centro del palco, con un piede fortemente radicato nella tradizione, mentre con l’altro spingeva forte la sua amata musica nell’evoluzione di se stessa e del mondo che non la poteva più ignorare.

Mr. G.B. con Dizzy Gillespie

 
Gianni sentiva ancora viva l’emozione di quella serata al Centro Pirelli con Renato, Giorgio e il grande Gil, dove aveva voluto soffiare la stessa rabbia e passione di quelli che gli altri consideravano i capiscuola, e che lui sentiva come fratelli.
I suoi fratelli di sempre, diceva.
.
Ed allora via, con lo stesso linguaggio del cangiante Miles, dell’unico Trane, di Sonny il colosso, di McCoy l’architetto delle emozioni, dell’immenso Bird.
Via, volava via con loro Gianni, li sentiva vicino anzi, adesso era proprio insieme a loro, sempre più vicino e suonava al loro fianco, come solo lui sapeva, con la sua voce, con il suo linguaggio, quello del grande G.B.
 
Per un attimo nella sua mente, si affollarono i compagni che avevano percorso con lui quella nuova strada.
Vide Franco, Dodo, Tullio, Julius e Luciano, poi ancora Lucio, Mario e Giancarlo, il caro amico Giancarlo...

Mr. G.B. con Tito Fontana allo Studio 7

 
Beep… ... beep… ... beep... ...
 
A Gianni gli ultimi vent’anni sembravano passati in un lampo.
Sempre in giro per il mondo a suonare la sua musica tra Copenhagen, New York, Parigi, Lubiana e Tokyo, ma lui, cittadino del mondo, solo ad Asti si sentiva davvero a casa.
Nemmeno ora era solo, perché lui non era mai veramente solo.
Adesso era circondato dai tanti membri sella sua Big Band, e dai giovanissimi Fabrizio, Andrea e Stefano.
Ora con lui c’erano anche Paolo e Paolo, i suoi ultimi produttori.
Curiosi i due Paoli, stesso nome, stessa passione eppure vite così differenti, come nel jazz.
Mai due volte la stessa nota.

Mr. G.B. con Fabrizio Bosso

Era felice Gianni, perché ora c’erano proprio tutti.
C’erano tutti perchè erano dentro di lui, più che in quella stanza, tutti tranne …
Impossibile, lei c’era sempre, era sbocciata insieme ai primi successi, Luciana ci doveva essere, lei c’era sempre stata.
 
Gianni si alzò di scatto, strappando dal corpo fili e tubi inerti, sbarrando gli occhi su quella stanza vuota, su quella sedia che non serviva a nulla se non c’era sopra il suo strumento.
 
Luciana… dove sei mia amata?
Beep beep beep… beep beep beep… beep beep beep

Luciana, la bellissima moglie

 
La porta si spalancò di scatto, ma erano ancora solo quegli uomini in camice bianco. Gianni sbuffò un sorriso, insieme ad un po di sangue e saliva.
Loro agitatissimi gli si fecero intorno, provarono a farlo stendere, ed a ripristinare tutti quei fili, tubi e chiavette che lo tenevano collegato a questo mondo, ma erano gesti meccanici, pura manutenzione.
Lui sapeva bene di quanta cura aveva bisogno un vecchio sassofono.
 
Lo avevano aperto, smontato pezzo dopo pezzo per togliere via il male, poi ricucito ed osservato.
Avevano lavorato sul suo corpo, avevano lucidato l’esterno, loro.
Ma nessuno poteva respirargli dentro come faceva lui.
 
Beep… ... ... beep… ... ... beep... ... ...
 
Era stanco Gianni, ma non voleva chiudere gli occhi mentre quegli uomini spegnevano la luce, come se lo spettacolo fosse terminato.
Non sentiva alcun applauso o richiesta di bis, per cui rimase attaccato alla vita.
Non sarebbe mai sceso da un palcoscenico prima che il suo pubblico fosse soddisfatto, non Gianni, quella era la sua vita.

 
Attese all’ombra della morte, fino a che da un lontano puntino luminoso si fece avanti una madonna, anzi una Lady bellissima e fiera d’ebano.
Aveva una candida gardenia che le illuminava il volto, profumava di gin e sembrava che camminasse ondeggiando attraverso un leggero fumo blue.
 
Gianni aveva capito tutto e non riuscì a trattenere una grossa e calda lacrima.
Lei la raccolse con una tenerezza infinita.
 
Lui avrebbe voluto raccontagli la sua ragione di vita, spiegargli che prima doveva finire di trasmettere agli altri tutto ciò che aveva “raccolto”, che voleva far diventare la sua città natale una delle capitali europee del Jazz.
Avrebbe voluto sapere da lei se c’era ancora qualcuno che aveva bisogno di lui.
Poi Gianni avrebbe voluto chiedere a quella Lady se gli rimaneva ancora del tempo per continuare a suonare e se lei lo poteva aiutare a non smettere ora, perché per lui smettere di soffiare il suo amore per gli altri, sarebbe stato come un fallimento.
Avrebbe voluto, ma era così emozionato che non riuscì a parlare.
.
Allora lei si avvicinò al suo respiro e gli sussurrò hush now, it’s a bitter crop, baby.
 
Gianni, che non aveva mai sentito musica più dolce, si alzò dal letto.
Poi le strinse forte la mano, la seguì sorridendo verso l’origine di quella luce ed uscì per sempre da quella stanza.

Vincent Van Gogh "Quattordici girasoli in un vaso" Arles, gennaio 1889

 
 
Nota alle immagini:
.
le fonti sono diverse, tra cui retro copertine ed interni di LP, vecchie annate di Musica Jazz e altre pubblicazioni.
La maggior parte delle foto sono dell’Archivio Gianni Basso e sono tratte dal volume “Gianni Basso, una vita con il sax” l’unica e bellissima biografia sul Maestro, scritta da Armando Brignolo e pubblicata nel 2004 da Fabiano Editore
 
 
Nota alla selezione musicale
 
la discografia di Gianni Basso è sterminata tra i molti dischi a suo nome, quelli con Oscar Valdambrini e le tantissime collaborazioni.
In questo post trovate una selezione di rare e sparse tracce, prese da diversi LP mai ripubblicati in CD (tranne quattro, segnalate e bellissime, che non ho resistito ad inserire)
 
In futuro sarà per me un piacere pubblicare integralmente questi lavori, che rischiano l’oblio, in una speciale categoria dedicata al grande G.B.
 
Di seguito i riferimenti di questa selezione:
 
 
1)       Bob’s Body (G. Basso) – 4’14”
Gianni Basso (ten. sax)
Inedito – Calliano, 19 marzo 1991
 
2)       Bernie’s Tune (B. Miller) – 6’41
Gianni Basso (ten. sax), Fabrizio Bosso (tp, flgh), Andrea Pozza (p), Luciano Milanese (bass), Stefano Bagnoli (drums).
Dal CD “Five Brothers – Remembering Chet & Jeru vol. 1” – PHILOLOGY W319.2 - Aprile 2005
 
3)       Ain’t Misbehavin’ (F. Waller) – 3’07”
Gianni Basso (ten. sax), Vittorio Paltrinieri (p), Al King (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
Dal 78 giri “Gianni Basso Quartetto” – MUSIC JH 1135 – Milano Ottobre 1952
 
4)       Donna Lu (A. Donadio) – 2’36”
Gianni Basso (ten sax), Oscar Valdambrini (tp), Dino Piana (trne), Renato Sellani (p), Giorgio Azzolini (bass), Lionello Bionda (drums)
Dal LP “Exciting 6” - GTA JLP 603 – Gennaio 1967 - 
ripubblicato in CD dalla DEJAVU
 
5)       Parlami D’Amore Mariù (N. Bixio) – 2’05”
Gianni Basso (ten sax), Oscar Valdambrini (tp), Renato Sellani (p), Giorgio Azzolini (bass), Gianni Cazzola (drums)
Dal LP “Basso Valdambrini Quintet” – MUSIC LPM 2079 – Milano Giugno 1959
ripubblicato in CD dalla DEJAVU
 
6)       Hit (G. Bergamelli) – 5’34”
Gianni Basso (soprano sax), Renato Sellani (p), Dodo Goya (bass), Tullio De Piscopo (drums)
Dal LP “Hit” – CAROSELLO Jazz from Italy CLE 21016 – Milano Giugno 1975
 
7)       My One And Only Love (V. Housen) – 4’13”
Gianni Basso (soprano sax), Renato Sellani (p), Dodo Goya (bass), Tullio De Piscopo (drums)
Dal LP “Hit” – CAROSELLO Jazz from Italy CLE 21016 – Milano Giugno 1975
 
8)       Miss Bo (G. Basso) – 6’12”
Gianni Basso AT Big Band
Dal LP “Miss Bo” – ESAGONO ES 002 – Milano Novembre 1985
 
9)       Moon Over Asti (G. Basso) – 10’42”
Gianni Basso (ten. sax), Dusko Gojkovich (tp), Peter Michelin (p), Luigi Trussardi (bass), Alvin Queen (drums)
Dal CD “Live at Birdland Neuburg – BIRDLAND N. BN 04 – Novembre 1994
 
10)     Nature Boy (E. Ahbez) – 4’00”
Gianni Basso (ten. sax), Sante Palumbo (p), Luciano Milanese (bass), Giancarlo Pillot (drums) e quartetto d’archi
Dal LP “Ballads” – DIRE FO 379 – Milano 1985 (?)

lunedì, 21 aprile 2008

Piero Umiliani (preview)

Ragazzo Scimmia del Jazz

15/febbraio/1940 (giovedì)
.
“…Sono andato a lezione di armonia dal signor Gigino;
egli mi ha detto che se mi procuro dei versi e mi viene in mente un motivo potrei, col suo aiuto, comporre qualche canzonetta e poi portarla da un editore e farla pubblicare.
Le prime volte anche gratis e col tempo potrei anche guadagnare;
comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe, ripeto se riuscissi, un discreto guadagno….”
.
"Oggi, in un piccolo negozio  ho trovato “Hot Duke”. 
Sono rimasto fulminato da quella musica...."
.
Questo scriveva sul suo diario Piero Umiliani,
all'età di quattordici anni.
Un Maestro,
protagonista del post di prossima pubblicazione.



Note:
la prima traccia che ascoltate è tratta dal film "L'audace colpo dei soliti ignoti", registrata nel 1961 da Piero Umiliani (p), Chet Baker (tp), Nini Rosso (tp), Bill Gillmore (trne), Marcello Boschi (alto s), Livio Cervellieri (ten. s), Gino Marinacci (bar. s), Berto Pisano (bass), Jimmy Pratt (drums).
.
La seconda traccia è "Dolce ed Ostinato", scritta e diretta da Piero Umiliani per grossa formazione comprendente:
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso  (ten. s), Glauco Masetti (alto s), Dino Piana (trne), Franco D'Andrea (p), Giorgio Azzolini (bass) tra gli altri.
Probabilmente registrata tra il 1962 ed il '66.

 


mercoledì, 09 aprile 2008

Un CD a 78 giri, un ossimoro in jazz

crumb-OK


.

Ma si sa, questo è periodo di contraddizioni, abbiamo un debito pubblico probabilmente non risanabile e spendiamo 350 milioni di € per nuove elezioni con vecchie facce.


Allora io propongo un CD,
che gira a 78 giri.
 
Nel senso che recupera dei rari brani di jazz italiano,
suonati negli anni che vanno dal 1946 al ’48 ed incisi,
grazie al genovese Roberto Nicolosi, chitarrista, arrangiatore e
uno tra i primi critici musicali.
 
Ovviamente,
su vecchi padelloni, provenienti dalle collezioni di
Marco Pacci, Adriano Mazzoletti e Vittorio Centola.
.
galleria del jazz italiano 1946-1948
 
Nel 1945 Nicolosi, trasferitosi a Milano, oltre a suonare con l’Orchestra del momento e l’Orchestra Ceragioli, dette vita ad una rubrica radiofonica dal titolo
“Galleria del Jazz”.
Il successo della sua trasmissione, gli spalancò le porte della casa discografica ODEON, varando così una serie discografica dedicata ai jazzisti italiani,
la prima del genere in Italia.
 
Dal 13 febbraio 1946 al 12 giugno 1948, Nicolosi supervisionò
le otto sedute di incisione dove aveva riunito di fronte ai microfoni,
i migliori “jazzmen” italiani dell’epoca.
Tra questi, potete ascoltare i pionieri come Nino Impallomeni [1],
Gorni Kramer [2], Enzo Ceragioli [3] e Cosimo Di Ceglie [4],
ma anche i giovanissimi
Giorgio Gaslini [5], Franco Cerri [6] e Glauco Masetti [7].
 
Un CD a
78 giri.
.
recordstore
 .
Perché questo originale contrasto?
Perché questo lavoro non intende altro che
essere una operazione di tipo culturale,
ed esiste grazie alla passione ed all’impegno di Luciano Macrì
della AUDION,
presso la quale è possibile ordinare il CD.
 
Da sempre si parla di un mercato in crisi,
della morte del vinile,
del pericolo di internet,
dei pirati del download.
recordstore
 
Balle.
La musica è viva e vegeta.
Sono gli interessi – in politica diremmo i programmi – che sono tarati su frequenze diverse.
Internet non fa altro che aumentare la diffusione di un disco,
e questo dovrebbe essere il primo obiettivo di chi fa musica.
Le regole del profitto delle grandi industrie -  e di tutto l’indotto discografico -
ne hanno altri, di obiettivi.
 
Nessuno parla mai di defiscalizzare l’IVA ai dischi,
come si fa sui libri.
La musica è considerata come un bene di lusso,
come il caviale (che poi un bene non è).
 
Nessun governo investe sulla cultura musicale, 
figuriamoci cosa possono fare i comuni, per i festival.
Non esistono archivi istituzionali, a parte la Discoteca di Stato,
che non fa molto per conservare il nostro patrimonio culturale perché “…in Italia non esiste una normativa per il deposito obbligatorio dei documenti sonori…” [8].
.
savethevinyllz4
.
Nel nostro paese,
ancora quello di SanRemo, del belcanto, di papaveri e papere,
gli unici che costituiscono validi archivi storici,
sono i collezionisti o
alcuni enti che vivono grazie alle donazioni degli stessi.
E lo fanno con immenso piacere,
ma con grande sforzo e tutto a spese loro.
 
Nessuno regolarizza la distribuzione,
pochissimi danno visibilità alle etichette indipendenti,
le recensioni sulle riviste specializzate,
spesso si traducono in promozioni alle major.
 
La musica viene trattata, a tutti gli effetti, come un prodotto,
niente a che vedere con il valore culturale.
E come un prodotto è assoggettata alle regole della grande distribuzione, che impera, detta legge, costruisce spauracchi e ne permette la diffusione solo nei grandi megastore,
come avviene per tutti i prodotti.
.
vinyl
 
Quanto ci costa fuori stagione una vaschetta di fragole?
Quanto costa all’origine?
Paghiamo tutto noi, caro, e lo pagheremo anche negli anni a venire, per assorbire l’impatto sull’ambiente che il trasporto produce.
 
Non è la qualità che conta,
ma la quantità venduta.
.
 
E la qualità è nella musica e,
solo successivamente, nel supporto.
 
Sulla qualità della musica,
sempre più spesso creata con esigenze di marketing che hanno come obiettivo quello di diventare una suoneria da cellulare,
non voglio approfondire.
 
Ognuno ha la musica che si merita.
 
Sul valore culturale ed artistico del supporto,
voglio spendere due parole.
.
in_the_groove
 .
Abbiamo sminuito l’oggetto disco, facendolo diventare un mero supporto, o addirittura eliminando proprio il supporto,
a favore di un risparmio dei costi e di un aumento dei volumi.
 
E poi gridiamo alla catastrofe.
 
Vi ricordate le copertine degli LP?
Le aprivate per leggere le note e godere delle foto?
Assaporavate il tempo che passava dal lato A al lato B?
Godevate nell’ascolto fisico, della puntina a contatto con i solchi?
 
Ecco,
è un po’ la differenza che passa tra comprare i carciofi romani
tra marzo e aprile,
caparli, metterli a bagno con l’acqua e limone, passarli nel sale e pepe, riempirli di aglio triturato e mentuccia romana, cuocerli a testa in su nel tegame, sfumarli con il vino bianco e
mangiare “quattro salti in padella” tutto l’anno.
 
Eppure i carciofi sono i carciofi.
.
 
recordstore
.
E i negozi di dischi, quelli che vendono solo dischi,
che ti consigliano cosa ascoltare,
dove passi ore solo a guardare le copertine,
dove trovi anche l’usato…
 
Ce n’è ancora uno nella vostra città?
 
Avete letto il romanzo di Nick Hornby,
da cui è stato tratto il film High Fidelity?
.
high_fidelity
 
.
In questi giorni mi arrivano varie info su come
salvare i negozi di dischi.
 
C’è l’appello di Carlo Moretti su la Repubblica,
Katia mi gira il sito del RecordStoreDay,
Debora mi invita a posare con il mio disco preferito per MyBeautifulDisco, la mostra di Luca Saini,
GM parla di collezionisti di dischi africani sul suo T.P.Africa,
E Maurizio son due giorni che mi dice che ha una scatola pesante piena di cose per me che ha trovato al mercatino dell’usato…
 
Voi cosa fate?
 
Io giro il CD dall’altro lato e
resto in ascolto.
.
 
recordstore
 


[1] Track #4 e #5
[2] track #5
[3] Track # 3
[4] Track # 3
[5] Track #5
[6] Track # 2
[7] Track # 4
[8] Dalla Home Page del sito della Discoteca di Stato.

sabato, 17 novembre 2007

DAL V-DISC AL MICROSOLCO

JAZZ IN ITALY FROM 1946 TO 1956
 
 
Prima di raccontare la storia del Jazz italiano nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, è con piacere che “ospito” su questo spazio quello che per me è una perla rara del cinema/jazz italiano.
 
"7/8"
sette/ottavi, un film dedicato alla Libertà e alla Musica
Prodotto e diretto da
STEFANO LANDINI
Brani originali eseguiti dal
 PAOLO FRESU QUINTET
manifesto sette ottavi
 
Perla perché, finalmente, un film su quello che vi ho raccontato sul post precedente[1]. Rara perché, purtroppo, io non l’ho MAI visto in giro, anzi se qualcuno potesse darmi notizie su eventuali proiezioni, farebbe cosa gradita.
 
 
Torniamo alla nostra musica:
Con la fine della guerra, terminò anche l’ostracismo del regime fascista
e il Jazz poté finalmente “uscire allo scoperto”.
Non solo, la nostra era la musica amata dagli americani che ci avevano liberato e, nella sua espressione swing, era una musica allegra, spensierata e ballabile, che faceva divertire e sperare in un futuro migliore, dimenticando “per un attimo” il triste passato e le rovine della guerra.
 
La traccia che vi posto è
Un contagioso swing in mi bemolle del 1946
nell'interpretazione di Ernesto "Mister Swing" Bonino
CONOSCI MIA CUGINA?
di Pinchi - C. A. Rossi, Ed. Melodi
 Ernesto Bonino & Duke Ellington
 
 
Ora i musicisti e gli appassionati non dovevano più incontrarsi di nascosto o
camuffare i nomi delle canzoni e dei loro amati autori, anzi.
Nei mercati si trovavano grandi quantità di V-Disc[2], venivano nuovamente proiettati film dove la musica jazz era presente a pieno titolo, i circoli del jazz riprendevano le loro attività[3] e,
Musica-e-Jazz Agosto/Settembre 1945sul finire dell’estate del 1945, nacque la prime delle riviste musicali dedicate alla musica afro-americana : Musica e Jazz[4], fondata da Gian Carlo Testoni, autorizzata dal Comando delle truppe alleate.
Nel 1947 nacque la prima Federazione Italiana del Jazz, alla quale facevano riferimento i circoli di tutta Italia, che favorendo l’incontro tra gli appassionati, organizzava “raduni”, convegni e concerti.
Il Secondo Convegno Nazionale dei Circoli del Jazz, si svolse nel maggio del 1948 nel Teatro della Mostra dell’Artigianato a Firenze, dove musicisti venuti da tutta la penisola suonarono insieme per due giorni in lunghissime Jam Session. Probabilmente quello fu il primo Festival del Jazz italiano.
Su tutti i partecipanti, mi piace ricordare la “0,13”, Orchestra romana diretta da Piero Piccioni con Nino Culasso (tp), Bruno Martino (p) e Carlo Loffredo (bass), tra gli altri.
 
Questi incontri, oltre a soddisfare i desideri degli amanti del Jazz, permisero anche la circolazione di informazioni, contatti e dischi tra i musicisti, perché all’epoca non esistevano complessi jazz costantemente attivi, gettando le basi
del moderno Jazz italiano, che in quegli anni veniva suonato molto,
ma inciso poco e male.
primo-raduno-Hot-Club 1947
L’industria del DISCO, era in gravi difficoltà.
Aveva subìto le distruzioni causate dal conflitto, mancavano le materie prime, e non c’erano studi di incisione adeguati. Si stampavano poche copie e, pochissime venivano vendute. Molti dischi avevano all’interno un foglio di carta, per “risparmiare” sul vinile, che negli anni si è gonfiato, ingobbito ed ha rovinato irrimediabilmente i solchi.
 
Per cui, di quei giorni di grande entusiasmo in swing, resta pallida traccia.
 
Grazie al lavoro di collezionisti e storici, abbiamo delle discografie segnate nel tempo, ma oggi è molto difficile riuscire ad ascoltare quella musica.
Il primo lavoro importante sulle incisioni Jazz in Italia dagli anni Venti alla fine deiGiuseppe Barazzetta Cinquanta, è stato "JAZZ inciso in Italia"[5] di Giuseppe Barazzetta, poi il "Quarant'anni di Jazz in Italia" di Adriano Mazzoletti del 1946[6].
Lo stesso autore ha inoltre scritto il già citato “Il Jazz in Italia.Dalle origini al dopoguerra[7]   ed ha ampliato il suo lavoro e soprattutto la discografia in appendice (con la collaborazione di Marco Pacci), sul volume del 2004[8].
Come Lui stesso spiega nelle note “…nell’aprile del 1959, mi fu concessa l’autorizzazione a consultare i dati di oltre cinquantamila dischi a 78 giri di ogni genere, conservati nella Discoteca centrale RAI di Roma.
(…)Nei primi anni Sessanta, sopravvenuto il disco Long Playing, gran parte di questi 78 giri furono mandati al macero o regalati ad Enti benefici.
 
Ancora un importante documento per il jazz nostrano inciso tra il 1949 ed il 1956,
è il disco fuori commercio allegato al n. 8/9 del 1988, della rivista Musica Jazz.
Una raccolta di rari brani tratti da 78 giri, alcuni in copia unica,
a cura di Marcello Piras.
 
Da questo LP è tratta la seconda traccia che ho il piacere di postarVi. Si tratta di AFTERNOON BLUES
di Armando Trovajoli (p),
Franco Cerri (bass), Paolo Tagliaferri (drums)
 
 
Registrata con un’attrezzatura mobile in un teatro di doppiaggio
 a Roma il 9 marzo 1950,
per l’etichetta Parlophon.
Il fruscìo di sottofondo non solo è naturale, è necessario.
 
Ho detto che erano anni di spensieratezza, di balli sincopati ed allegria,
ma qui c’è l’essenza del Jazz,
quella nota blues che ci ricorda da dove veniamo,
e ci dice chi siamo.
 
Il Jazz italiano!
 
Trovajoli 1958 - RCA

Nota al post:

 

oggi, 19 Novembre, ho ricevuto da Alessandro – membro dello staff del Maestro Trovajoli –

l’informazione che il bellissimo  brano che trovate qui sopra  "AFTERNOON BLUES" 

- per me fino ad oggi RARA traccia - è stato appena pubblicato per la

Riviera Jazz Records a cura del “sempre poco citato”  Adriano Mazzoletti, con altre "perle" del periodo.

 

Qui la scheda tecnica ed il link :

JAZZ IN ITALY IN THE 50s

titolo: UMBERTO CESARI, NUNZIO ROTONDO, ARMANDO TROVAJOLI

codice: RJR CD 012

 
 


[1] In Jazz e Fascismo “SWING ITALIANO TRA IL 1920 E IL 1945”
[2] Victory Disc, 906 dischi a 78 giri, prodotti tra il 1943 e il 1948 da un particolare dipartimento del Ministero della Guerra degli Stati Uniti, per accompagnare le truppe americane impegnate nella guerra. Le registrazioni, a cura della RCA Victor e Columbia Records, comprendevano musiche di Ellington - Herman - Basie - Krupa - Miller - Goodman - Frank Sinatra - Ella Fitzgerald etc
[3] Amici Del Jazz diretto da Gianfranco Madini a Milano, Hot Club di Roma etc
[4] La rivista esordì con la “e” nel mezzo, perché non credeva che il pubblico fosse pronto ad una rivista di solo Jazz.   Nel 1947, suo terzo anno di vita, la “e” sparì, per consacrare la rivista alla musica Jazz, fino ai giorni nostri.
[5] Giuseppe Barazzetta, JAZZ inciso in Italia – 1960, Messaggerie Musicali, Milano
[6] Adriano Mazzoletti, “Quarant’anni di Jazz in Italia” (due LP + fascicolo), 1965 Ricordi, Milano
[7] Mazzoletti Adriano, “Il Jazz in Italia. Dalle origini al dopoguerra” – Laterza, Roma-Bari, 1983
[8]IL JAZZ IN ITALIA di Adriano Mazzoletti EDT 2004
 

mercoledì, 14 novembre 2007

SWING ITALIANO TRA IL 1920 E IL 1945

OSCILLAZIONI TRA POPOLARITÀ E DIVIETI

 

In Italia nel ventennio ’20 – ’40, nascono e si affermano due “strani” fenomeni, il fascismo ed il Jazz. 

Luca Cerchiari book cover

Due eventi in forte contraddizione - dittatoriale e coercitivo l’uno quanto libero e democratico l’altro – che non hanno punti in comune se non la nascita della radio ed il suo utilizzo, che hanno incrociato il loro cammino più volte e, sicuramente, hanno segnato la cultura di un secolo.

 

Nonostante la forte e sprezzante avversione del primo nei confronti del secondo, è proprio tra il ’38 ed il ’45, periodo in cui vengono emesse leggi e divieti del Regime alla musica afro-americana, che il Jazz vive il periodo di massima popolarità nel nostro paese,

almeno fino agli anni a cavallo tra i decenni Sessanta e Settanta,

dove la liberazione del free avrebbe aperto una strada Europea al Jazz.

 

Cominciamo dall’inizio :

 

Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini diede luogo alla nascita del Movimento Fascista,

con il nome di Fasci di Combattimento (sic!).

Nel 1917 assistiamo alla nascita della discografia jazz con l’incisione a New York della

Original Dixieland Jazz Band - diretta dall’italoamericano Nick La Rocca -,

 e già nel 1919 troviamo in Italia documenti discografici di incisioni jazz [1].

 

Tra il 1922 e il 1925, Mussolini svolge un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato,

delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura.

 

Nell’agosto del 1924, nasce l’URI Unione Radiofonica Italiana  per volontà di una figura di rilievo nel ventennio fascista, Galeazzo Ciano.

Il regime e la sua propaganda, punta molto sull’uso della radio, unico elemento di erogazione dell’informazione e della cultura, gratuito.

 

EIAR Il 1° Febbraio 1926, la stazione di Milano in diretta radiofonica, trasmette il primo programma musicale della Jazz Band del Maestro Stefano Ferruzzi. Un’ora dopo, dall’antenna della radio sul Monte Parioli di Roma si diffonde la musica dell’Orchestra jazz del maestro Amedeo Escobar. 

E ancora l’orchestra Jazz Columbia del Maestro De Risi o la Mediolana Jazz Band nata sempre nel ’26 per iniziativa di un appassionato, Mario Mantovani[2].

 

Nel 1928 l’URI diventa EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) con più stretto controllo pubblico,

e nel 1929 nasce il primo film-sonoro, “Il cantante di Jazz” con Al Jolson.

 

Negli anni ‘30, inoltre, si creano delle orchestre radiofoniche che inglobano strumenti della tradizione europea e “nuovi” fiati di provenienza americana, come quelle

di Vaccari, Mascheroni,  Pippo Barzizza o di Cinico Angelini.

 

Insomma, jazz in radio ce n’era, ma si passava tutta musica dal vivo.

Questo ostacolava la vendita del disco, quindi su pressioni dei grandi imprenditori, si è scelto di incorporare l’industria discografica in quella radiofonica.

All’interno della radio italiana, sotto la presidenza di Giancarlo Vallari, nasce la prima etichetta discografica pubblica, la CETRA.

Tra le orchestre che usufruiranno del binomio produzione discografica/radiofonica,

è quella Barzizza-Cetra che dimostra il più alto profilo jazzistico+1.

Ovviamente il riferimento musicale è al Duca del Jazz ma, a differenza di Duke Ellington,

Barzizza non concede molti assolo ai suoi orchestrali, prediligendo un suono d’insieme.

Di notevole interesse è l’interpretazione dello stile Jungle, grazie all’apporto di sordine sugli ottoni e l’utilizzo dei suoni onomatopeici, sia nei titoli che nel cantato, in puro stile scat italiano.

Ricordiamo Ba-ba-baciami piccina, il frivolo Tuli-tuli-tulipan,

e il “motivetto” che fa dudu dudu dudududu dudu.

orchestra Barzizza-Cetra

 

Tra i solisti e i piccoli complessi significativi per lo swing italiano di quel periodo, dobbiamo segnalare Cosimo Di Ceglie, Franco Mojoli, Michele D’Elia e, su tutti quello di Gorni Kramer, primo fisarmonicista jazz, e padre inconsapevole di quella corrente musicale “glocal”, fusione di musica globale e locale, come espresso con cura e competenza nel lavoro di Luca Cerchiari[3]

 

Di Gorni Kramer parlerò in maniera più approfondita in un altro post,

la sua figura è così importante che non è possibile inglobarla qui.

 

A metà degli anni ’30, seguendo una corrente di apprezzamento della musica jazz in tutta Europa, anche in Italia si assiste ad un fiorire di interessi e di ricerche.

Per la prima volta Louis Armstrong suona in Italia,

al Teatro Chiarella di Torino il 14 gennaio 1935.

E, nella stessa città,  nasce il primo “circolo Hot Club”.

L’anno dopo nasce il “circolo Jazz Hot” a Milano e i pionieri e gli appassionati, nonostante fossero una piccola élite, si riuniscono per ascoltare i dischi, per commentare, per scambiarsi informazioni.

Tra questi vanno ricordati Roberto Nicolosi e Luigi Arduino a Genova,

Mario Olivieri, Jack Cappelli, Paolo Moresco e Franca Danesi a Roma,

 Livio Cerri a Pavia, Ezio Levi e Giancarlo Testoni a Milano.

I milanesi scrivono a quattro mani un’importante opera divulgatrice[4]

ed organizzano una delle incisioni storiche+2 

odeon

Come scritto nel precedente post, i dischi jazz in Italia venivano pubblicati già dal 1920, su labels come la Odeon (Swing Series), la Columbia e la Brunswick (americane), la Pathé (francese) la Parlophon (anglo-tedesca, rappresentata in Italia dalla Cetra).

 

 

Il culmine della produzione discografica del jazz italiano di quegli anni si avrà dal 1937 al ’41, con le etichette Grammofono-La Voce del Padrone, Odeon (serie dei “Maestri del Ritmo”) e, su tutte la FONIT Fonidisco italiano dei F.lli Trevisan, che nel dopoguerra si fonde con la Cetra. fonit

 

Curiosamente,

proprio negli anni di inasprimento della politica estera fascista e del varo delle leggi razziali, nel 1938.

E sì, perché nell’ottica di un protezionismo esasperato dell’economia nazionale, anche la produzione culturale deve essere allineata ai parametri del regime.

Nel Luglio 1938 il Giornale D’Italia pubblica “Il Manifesto degli Scienziati Razzisti”,

nell’ottobre una dichiarazione del Gran Consiglio fascista vieta i matrimoni di italiani con uomini e donne di razze non ariane.

Il Ministero per la Stampa si trasforma in Ministero della Cultura Popolare (Minculpop) ed assume il controllo totale degli organi di stampa, dell’Istituto Luce e della SIAE.

Vengono censurati i film internazionali di produzioni “giudaico-americane”, come la Paramaunt, la Warner Bros e la Metro e, attraverso pressioni ed emendamenti si cerca di salvaguardare la “dura e fiera” canzone fascista da “tutta la paccottiglia straniera” che non si può più trasmettere in Radio.

 

Quindi la musica jazz, di provenienza afro-americana, viene messa “sotto controllo”.

 

cetraUna parte della critica, sottomessa ai voleri del regime, elabora teorie e proclami e si spende per denigrare il valore della musica jazz, o “gez” come venne più volte chiamata.

Il libro più asservito fu “Jazz Band” di Anton Giulio Bragaglia[5], che fruttò in cambio all’autore la direzione del nuovo Teatro delle Arti di Roma.

Ma anche sulle pagine dei quotidiani e nei discorsi alla radio i detrattori continuarono

la loro “cieca” battaglia.

“… il Commissario dell’Opera Nazionale Dopolavoro ha proibito in via assoluta le ultime danze d’importazione straniera e ha disposto seri provvedimenti per la riforma delle Orchestrine escludendo da esse la Jazz-Band che è, occorre riconoscerlo onestamente, l’abbrutimento della musica…”

da “L’Amico dei Musicisti” .

“… il jazz è fenomeno di barbarie, oppio e cocaina…” il compositore Pietro Mascagni in un discorso alla radio[6]

 

Già sul finire degli anni ’30, i musicisti nostrani subivano sempre più pressioni e censure, in merito alla programmazione da loro suonata nelle radio. musica-degenerata

Ricorda Gorni Kramer:

“… era una continua lotta con i dirigenti. Ogni giorno dovevamo presentare la scaletta delle nostre esecuzioni ad una commissione di censura. Non dovevano esserci canzoni straniere, non autori ebrei, vietatissimi il jazz. Noi prendevamo i classici del jazz e li trasformavamo: titoli italiani, italianizzati i nomi degli autori o inventati. Per un po’ è andata bene, poi qualcuno ha cominciato a far girare la voce, e così richiami negli uffici della censura, romanzine dapprima, poi minacce e anche allontanamento dalla radio…” [7]

Nonostante tutto, si riusciva a suonare e a incidere il Jazz internazionale,

Louis Armstrong divenne Luigi Braccioforte, Benny Goodman – Beniamino Buonuomo e, c’era sempre Del Duca.

I classici si chiamavano Con Stile – In the Mood, Le tristezze di San Luigi – St. Louis Blues,

Manna dal cielo – Pennies from Heaven e così via, come descritto altre volte.

 

Nel 1940, con l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, il regime aumenta il controllo e la censura sul materiale discografico.

Nel 1942 si emette il decreto la “Disciplina per la diffusione del disco fonografico” e si vieta ogni traccia di cultura “giudaica”.

Il Jazz diventa fuorilegge, insomma.

Vengono fatti sparire i 78 giri e le matrici dai magazzini della radio, e distrutti quelli nei depositi della Cetra, Parlophon e Voce del Padrone.

Avvengono sequestri e azioni punitive da parte della polizia fascista, con arresti e distruzione degli strumenti e sequestro dei dischi e degli spartiti.

 

Un altro esempio della censura è su quelle canzoni italiane considerate di fronda al regime.

maramaoAbbiamo parlato di Crapa Pelada riletta da Kramer-Alvaro.

Un altro autore che fu messo sotto sorveglianza per il suo lavoro fu Mario Panzeri, In collaborazione con Kramer nasce “Maramao perché sei morto” (1939), composta dopo la morte del gerarca Costanzo Ciano: il titolo del brano fu scritto da alcuni studenti sul piedistallo del monumento che il governo aveva deciso di costruirgli a Livorno.

Nel 1940 scrisse “Pippo non lo sa”: nel protagonista, si riconosce (o si vuole riconoscere) Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, che amava passeggiare impettito in divisa.

 

Anche tra i cantanti, quelli che scelgono di interpretare il repertorio della canzone americana, vengono mal visti dai tirapiedi del regime. D’esempio è la storia di Natalino Otto (Codognotto il suo vero cognome) che anche questa merita un post a parte. Qui diremmo solo che la sua fù la prima voce di chiara derivazione jazz, dovuto anche al fatto dei suoi frequenti viaggi sulle navi della tratta Genova – New York.  L’avversione nei suoi confronti culmina in una contestazione dei fasci durante una serata con Kramer ed il Quartetto Cetra a Bergamo.

Otto, allontanato dal lavoro in radio, esprime il suo dissenso con l’ironia che lo contraddistingue, in una canzone scritta da Romero Alvaro, unica nel suo genere, dove giocando sul doppio senso Amore e Musica,

i due autori alludono alle censure del fascismo a carico del Jazz.

Questa è la traccia che oggi vi posto:

NO JAZZ voce Natalino Otto,

1944 su etichetta Fonit Cetra

Natalino Otto

Eppure, come abbiamo detto, quelli furono gli anni del culmine della popolarità del Jazz italiano.  

“… esaminando il repertorio inciso dalle orchestre, ci si domanda come, nel periodo tra il 1938 e il 1942, così poco tenero verso la musica americana, molti dei direttori orchestrali riuscissero ad inserire nelle trasmissioni radiofoniche e a incidere brani jazzistici…” [8]

 

Poi, finalmente, la guerra termina nell’aprile del 1945 e con essa anche il fascismo.

 

Il Jazz invece, continua vivo e vegeto.

 

Ma questo è un altro post!

 

 

 

 

 

 

 



[1] Vedi post “Le Origini del Jazz in Italia”

[2] Pino Maffei in “Musica Jazz” del settembre 1952

+1 La bacchetta di Barzizza” 3CD a cura di S. Bonagura, Selez. Del Reader’s Digest/Comuzzi, RDCD 228, 2002

[3] Luca Cerchiari "JAZZ E FASCISMO" Dalla nascita della radio a Gorni Kramer. - 2003 L'EPOS - Collana I suoni del mondo 4

[4] Ezio Levi-Giancarlo Testoni, “Introduzione alla vera musica Jazz”, Magazzino Musicale, Milano 1938

+2 ORCHESTRA DEL CIRCOLO “JAZZ HOT” DI MILANO Columbia (CB 7892) Maggio 1936

 

 

[5] Anton Giulio Bragaglia Jazz Band”, Corbaccio, Milano 1929

[6] per entrambe le citazioni: Riccardo Schwamenthal, postfazione a Mike Zwerin, “Musica Degenerata” – EDT 1993

[7] Vittorio Franchini, “Gorni Kramer. Una vita per la musica” – Fondazione Sanguanini Rivarolo, Rivarolo Mantovano, 1996

[8] Mazzoletti Adriano, “Il Jazz in Italia. Dalle origini al dopoguerra” – Laterza, Roma-Bari, 1983


mercoledì, 07 novembre 2007

Le Origini del Jazz in Italia

ODJB 1917

Il Jazz Italiano, non nasce solamente come un’imitazione di quello nato in America nello stesso periodo,

ma come una confluenza di memorie sinfoniche,

di melodie di canzoni nostrane, e “improvvisazione” jazz.

 Nuove e approfondite ricerche (su tutte, il corposo e unico nel suo genere, libro/documento IL JAZZ IN ITALIA di Adriano Mazzoletti EDT 2004) datano l’arrivo del Jazz in Italia  nel dicembre del 1917, con l’esibizione di un certo pianista americano, Griffith sergente dei marines, con una grossa orchestra allo YMCA, in via Francesco Crispi, di Roma, praticamente negli stessi mesi in cui la Original Dixieland Jazz Band incideva a New York il primo disco di jazz conosciuto al mondo.

Vittorio-Spina-Orchestra

Tra i musicisti di quell’orchestra c’era un giovanissimo banjoista, Vittorio Spina, probabilmente il primo italiano a suonare la nuova musica americana in Italia.

L’anno dopo a Milano, “iniziano le gesta”

di Arturo Agazzi, meglio noto come Mirador.

La diffusione del Jazz,

è strettamente collegata allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, come la Radio ed il disco, ed è grazie a questi che ha lasciato documentata traccia.

Un inciso è d’obbligo:

per me i DISCHI sono gli unici documenti che attestano l’attendibilità della informazioni sulla musica.

Non avendo potuto ascoltare di persona i “suoni delle origini”, mi rifarò a quelle rare antologie che raccolgono la musica jazz suonata nel nostro paese negli anni precedenti l’avvento del microsolco.

Inoltre, ho la fortuna di conoscere e di avvalermi del lavoro di alcuni “storici” del Jazz in Italia (citati in bibliografia),

che non finirò mai di ringraziare per il tempo dedicato a questa “impresa”.

Mirador on drums

Gli anni che vanno tra il 1919 e il ’24, furono di grande cambiamento e affermazione della musica da ballo in Italia.

La musica d’oltreoceano, quella suonata per intrattenere nei viaggi sulle navi, aveva portato grandi novità ed una propensione al divertimento.

 Le orchestre, sulla scia di quelle americane, si attribuirono nomi tipo “Syncopated” o “Jaz Band” ma la musica era rivolta esclusivamente alla danza e non prevedeva variazioni o improvvisazione spontanea (prerogativa di quello che noi chiamiamo Jazz), ma semplicemente la ripetizione del tema, eseguito a turno da tutti gli strumentisti.

Le discografie più attente, citano diversi dischi di jazz stampati in Italia ma, quasi sempre, erano ristampe di dischi americani, fabbricati appositamente nel nostro paese da grandi label tipo la Columbia, la Grammofono/La Voce del Padrone, la Odeon, in esigue quantità.

FONIT-ITALY-LABEL

Il Jazz italiano inciso nel decennio che và dagli anni ‘20 ai ’30, non solo era pochissimo ma, era inciso da piccole etichette (oggi diremmo indie) come la Fonotecnica, la Persic Fono Roma, la Fonotipia. Quei rari 78 giri sono stati mandati al macero da ignoranti direttori artistici e dirigenti di case discografiche e, successivamente, distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo rende ancora più ardua la reperibilità delle incisioni del periodo 1920-45.

fonotecnica

 

Fino a qualche anno fa quindi, si credeva che il primo disco jazz inciso in Italia era “Venutiana” un’incisione del Maggio 1936 su etichetta Columbia (CB 7892)

dell’ORCHESTRA DEL CIRCOLO “JAZZ HOT” DI MILANO, un complesso di studio riunito per iniziativa di Ezio Levi e Giancarlo Testoni (fondatori del Circolo), con Oscar De Mejo (p), Cosimo Di Ceglie (g), Michele D’Elia (bass) tra gli altri.

Oggi, le ricerche di storici, appassionati e collezionisti, permettono di retrodatare la prima incisione di jazz italiano su disco almeno al 25 aprile 1919.

Si tratta di “At the Jazz Band Ball” di La Rocca e Shields incisa dall’Orchestra milanese del Teatro Trianon diretta dal maestro Nicola Moleti su disco de La Società del Grammofono, etichetta Green Label (R 8371).

Questo non per onore di primati, ma per documentare che

il Jazz in Italia esiste da sempre.

Oggi, è possibile ascoltare parte del materiale inciso in quegli anni sui dischi della serie JAZZ IN ITALY della Riviera Jazz Record, a cura di Adriano Mazzoletti. Qui troviamo le orchestre (Ambassador’s, Blue Star, Di Piramo, Moleti, Carlini, Ferri, Mediolana, Louisiana, Mirador), i grandi solisti (Galli, Rizza, Morea), gli espatriati (Deiro, Rumolino, Abriani, Formiggini, Curti), gli stranieri in Italia (Riviera Five, Herb Flemming, Harry Flemming).

 

Un discorso a parte lo merita il periodo tra il 1938 e il ’45, per le intolleranze ed i divieti del regime fascista.

Ma questo è un altro post.


 La traccia che ascoltate è CRAPA PELADA dell’Orchestra Circolo Ambasciata di Milano, incisa a Milano nel 1936 su Columbia DQ 1873 facciata CB 7502 da: Gorni Kramer (acc., voice), Nino Impallomeni (tp), Aldo Rossi (alto s., cl.), Libero Massara (ten. s), Romero Alvaro (p., vl, voice), Armando Camera (g), Ubaldo Beduschi (bass), Giuseppe “pinun” Ruggeri (drums), Vitorio Belleli (voice).

Il brano è sicuramente memore del sound orchestrale  Ellingtoniano e, più spiccatamente nella melodia di “It Don’t Mean a Thing if it Ain’t Got That Swing” dello stesso Duke, ma nel titolo e nel testo fa satira popolare, con un gusto surreale

(Crapa pelà l’ha fa i turtei

Ghe ne dà minga ai so’ fradei, oh-oh-oh-oh

I suo’ fra dei fan la frittata

Ghe ne dà minga a Crapa pelada,, oh-oh-oh-oh)

e con una moderna interpretazione vocale “scat”,

ritmico-onomatopeica di puro stile jazzistico.

 

Jazz italiano,

appunto.

Gorni Kramer e i suoi Solisti

 

 


postato da: jazzfromitaly alle ore 10:06 | link | commenti (8)
categorie: le origini del jazz in italia