
The Prez avrebbe voluto scendere in strada,
attraversare tra le scie luminose delle macchine,
entrare al Birdland,
salutare gli amici,
aprire la sua custodia e suonare,
guardando negli occhi una bellezza al cioccolato o
sbaragliando tutti i saxofonisti che si fossero avvicinati a quel palco.
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Invece se ne stava chiuso nella stanza dell’Alvin,
Lester,
al buio,
in camicia, mutande e cappello,
seduto sul bordo del letto,
con il sax che gli ciondolava tra le gambe.
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Una vita di contraddizioni tra lui e “the Prez”,
che oscillava tra quello che lui sentiva e quello che di lui sentivano gli altri.
Un ondeggiamento continuo, tra l’audace innovazione della musica del Prez e la forma di un uomo di altri tempi, quella di Lester.
Un dondolio perenne.
Swing, almeno questo ce l’ho nel sangue,
pensava Lester,
questo e Lady Violet, diceva the Prez mentre imboccava il sax.
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Soffiò la melodia delicatamente con le sue dita, lunghe e dinoccolate,
che si muovevano agili sui tasti di ottone lucente.
La musica sembrava nascere con facilità dal cuore di Prez,
ma quanto studio e quanta fatica era costata a Lester.
Lui sapeva interpretare a memoria tutti gli standard più famosi,
ma Prez voleva sempre inventare cose nuove, mai due volte la stessa canzone.
A Prez non piaceva ricordare.
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Forse questo era l’unico punto in comune tra loro.
Per Prez i ricordi erano l’ostacolo all’invenzione.
per Lester invece, ricordare era come soffrire.
Soffriva quando inventava la sua voce, morbida e sussurrata, in un’epoca in cui il sax tenore rappresentava la virilità del Jazz.
Quando veniva allontanato dalla sua musica e costretto nei panni militari.
Soffriva quando la moda del bop lo emarginò dai locali del Jazz.
E piangeva quando Lady Day, cantava il blues.
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Soffriva Lester, e si isolava dal mondo, si stordiva con il Whisky, diluiva il dolore con l’eroina.
The Prez trasformò quel dolore in pura poesia, quell’emarginazione in unicità, il pianto ovattato di Lester in un suono bellissimo.
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Quando sentì bussare alla porta, Prez fu sorpreso che qualcuno entrasse in quella stanza di solitudine.
Pensò di alzarsi, accendere la luce, tirare fuori la bottiglia di quello buono, aprire la porta e sorridere al mondo.
Invece Lester rimase sdraiato, pensando ai suoi due bambini, Lester jr e la splendida Concert.
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Quando buttarono giù la porta erano le sedici del 15 marzo 1959.
Lester Young era morto.
Nota alla selezione musicale:
1) “Sometimes I’m Happy” by Lester Young Quartet:
Lester Young (ten. sax), Johnny Guarnieri (p.), Slam Steward (bass), Sidney Catlett (drums)
New York, 28 dicembre 1943.
2) “These Foolish Things” by Lester Young and his Band:
Lester Young (ten. sax), Dodo Marmarosa (p.), Red Callender (bass), Henry Tucker Green (drums)
Los Angeles, dicembre 1945
3) “D.B. Blues” by Lester Young with Nat Cole:
Lester Young (ten. sax), Nat King Cole (p.), Oscar Moore (g.), Johnny Miller (bass), Buddy Rich (drums).
Los Angeles, aprile 1946
4) “Fine and Mellow” by Billie Holiday with the Mal Waldron all Star:
Billie Holiday (voc.), Lester Young, Coleman Hawkins, Ben Webster (ten. sax), Doc Cheatham (tp), Vic Dickenson (trne), Mal Waldron (p.), Danny Barker (g.), Jim Atlas (bass), Jo Jones (drums).
New York, 5 dicembre 1957
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Nota alle illustrazioni:
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Le immagini pubblicate in questo post, sono tratte dal volume
"Billie Holiday" di José Muñoz & Carlos Sampayo
Rizzoli, Milano Libri, luglio 1993
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Video post di Gerovi Jazz:
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