Questo piccolo spazio sui blog italiani a tema jazzistico nasce con l'intento di accomunare, e se possibile, contribuire ad una migliore conoscenza e diffusione della musica Jazz.
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Provate a pensare a tutti i musicisti che hanno calcato i palcoscenici del jazz e, nel gioco affascinante delle DUE voci, hanno scritto alcune delle più belle pagine di questa musica.
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Louis Armstrong & Jack Teagarden,
Charlie Parker & Dizzy Gillespie,
Stephane Grappelli & Django Reinhardt,
Miles Davis & John Coltrane,
Chet Baker & Gerry Mulligan,
Gianni Basso & Oscar Valdambrini.
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Anche nel “vocal jazz” i duetti hanno trovato grandi interpreti,
come ha amabilmente descritto con passione l’amico
Il “segreto” di tanto successo è nella magica miscela che, a volte, si viene a creare. Voci diverse e contrapposte come un sax baritono denso e pastoso e una tromba leggera e fluttuante, unisoni indimenticabili, travolgenti corse e sfide creative…
Infine ci sono i capolavori in Duo,
cioè quelle unioni che sono irripetibili,
che inventano paesaggi sonori,
che sono in equilibrio tra l’origine del suono e la sua elaborazione più moderna, addirittura extraterrestre, nel senso di appartenenza ad universi sconosciuti e segreti che celiamo dentro di noi e che gli occhi – e le orecchie - devono ancora scoprire.
Come Interstellar Space [13]
di John Coltrane & Rashied Ali,
probabilmente il suo unico lavoro veramente free,
in cui la piena libertà espressiva permette al sax tenore di delineare costellazioni di melodia, nell’immenso spazio ritmico scoperto dalle percussioni.
inclassificabile, energia allo stato puro….
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o “ MU ” [14],
registrato a Parigi da Don Cherry & Ed Blackwell,
che ha aperto nuove strade, isolando la cellula base del duo e
moltiplicandola per tutte le voci dei suoi strumenti
Ed è questo il disco che ha dato spunto a questo post,
nell’occasione della sua ristampa in vinile a tiratura limitata da parte dello stesso produttore AUDION, editore di libri dedicati all’alta fedeltà, amante degli amplificatori valvolari (che producono in pochissimi pezzi) e dell’analogico,
il caro, vecchio giradischi.
Da qualche mese hanno costituito un’associazioneche si prefigge di conservare e salvare dalla distruzione apparecchiature audio e supporti di riproduzione obsoleti, organizzare mostre, istituire musei dedicati all’audio, alla sua storia ed alla sua evoluzione.
E non è un caso che ci sia un produttore “anomalo” dietro questa realizzazione,
un editore che promuove l’interesse per l’ascolto della musica e la sua corretta riproduzione con mezzi elettronici, perché anche questo è un disco “anomalo” dove
1 suono + 1 suono = l’eco di mille sfumature.
Paolo e Furio si conoscono nel 1985, ed il rapporto umano sfocia in un proficuo sodalizio musicale con il battesimo all’inaugurazione di un’enoteca a Sassari.
I due suonano al Petit Opportun di Parigi, con Aldo Romano
con il quale incideranno diversi dischi [16].
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Poi, nel 1987 esce “OPALE” [17], primo progetto a loro nome, dedicato a Gil Evans,
registrato con Francesco Tattara alla chitarra elettrica,
che delinea la poetica del duo.
La ricerca si snoda attraverso l’idioma musicale e utilizza i nuovi linguaggi elettronici,
la voluta assenza di ruoli prefissati permette lo sviluppo di interessanti sperimentazioni.
Il successivo “EVENING SONG” [18] inciso a Bologna nel ’91,
afferma la loro musica nel panorama del jazz europeo, fissando
– paradossalmente –
le caratteristiche del duo in un progetto che non ha punti fermi
se non quello dell’espressione sonora in tutte le sue molteplici forme,
anche attraverso l’ampio uso di tecnologie
“… per consentire a tutti gli esploratori di quella totale poesia sonora che è oggi il jazz, di tradurre in musica i propri dialoghi interiori [19]”
Fresu oltre alla tromba si esprime con il flicorno, la pocket trumpet,
le percussioni e l’harmonizer,
Di Castri racconta con il suo contrabbasso, le percussioni e l’elettronica.
Il duo è tratto.
“URLO” [20],
sonorizzazione dello spettacolo teatrale di Marco Gagliardo,
tratto dal poema di Allen Ginsberg omonimo,
viene inciso nel 1993 per l’etichetta Yvp.
Qui, oltre alla sempre nuova ricerca musicale, agli inediti sviluppi sonori,
è il tempo che viene frammentato,
spezzettato nelle ventisei brevi tracce che compongono il Cd e,
allo stesso tempo, moltiplicato dalle sovraincisioni,
scheggiato dai soli e
ripetuto dalle mille voci del duo.
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Un lavoro fondamentale questo per i futuri sviluppi del duo Fresu/Di Castri, che firmano tutte le tracce a quattro mani.
Un disco che afferma e anticipa molte delle intuizioni musicali che costituiranno la cifra stilistica dei loro progetti, sia insieme che su percorsi separati.
Intanto la cantabilità di “Light of Mind” e “Lennie’s Idea”,
poi la sperimentazione pura in“Dreams, Drugs and Boxcars”, un brano di sola elettronica che non resta un mero tappeto sonoro, ma che costruisce un moderno lessico musicale, passando per il calore delle origini di “Impulso”, un omaggio al blues. Ma i due si esprimono in perfetta armonia anche in solitudine, come in “Madhouse” per solo contrabbasso e nel fluente “East River” per tromba ed arrivano, dopo un breve minuto rumoristico ancora insieme, a “Oddness and Loveboys Theme” di felliniana, futura memoria. Altre due gemme sono “Beloved”, che ha incastonato al suo interno l’incipit di “Monasterio ‘e Santa Chiara” e la dolce “Mother” che, lievemente, si annuncia con un suono di carillon e si evolve in quella che diventerà, nello stesso anno in Contos, “Ninna Nanna per Vale”.
Poi, finalmente, nel 2000 esce “FELLINI”
La registrazione del LIVE tenuto da Fresu/Di Castri alla Fortezza Medicea nel luglio 1999, al termine dei corsi di perfezionamento annuale di Siena Jazz ai quali i due musicisti partecipano da anni come docenti.
Ed è questa, oltre alla loro storica collaborazione, la “ricetta” che crea un capolavoro.
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Dal vivo il duo è documentato così com’è,
ed è la perfezione.
Il gusto per la sorpresa indica infinite possibilità musicali, la costruzione tematica, continua ed in perenne mutazione racchiude il segreto dell’improvvisazione in jazz.
La classicità delle voci dei loro strumenti evolve nell’equilibrato utilizzo dei nuovi linguaggi elettronici, e scrive e scopre parole nuove avvolte dal fascino di tutte le lingue del mondo, creando un universale esperanto musicale.
Il senso del gioco, il seducente piacere dello scambio completo tra due sensibilità musicali fanno nascere un solo flusso sonoro, impreziosito sì dalle due distinte voci, ma reso unico in questa magica alchimia.
Il feeling tra i due è palpabile e la musica ne gode appieno.
La prima traccia è “Brooklyn”,
quel luogo dell’immaginario sonoro tutto soffi elettronici e percorsi scanditi verso il basso che apriva anche il lavoro del duo di sei anni fa, “Urlo”.
Ma qui, e in tutto il disco, il tempo è dilatato, lasciato libero di fluire quasi senza interruzione di continuità, permettendo così alla musica di evolversi da una traccia all’altra con estrema naturalezza, in un dialogo elaborato quanto semplice e necessario.
La voce di Furio ci accompagna dalla prima traccia a “Everything”, dove la tromba crea subito l’atmosfera del disco, un ampio affresco sull’enfasi melodica, giocato sulla voce dei due strumenti, sulla loro cantabilità. Il basso attraversa anche questo pezzo e, in un coinvolgente reiterato groove scandisce il nuovo tempo di “Open Trio”, lasciando a Fresu la parte verso l’alto, la libertà di scorrere attraverso le molteplici sfumature dello strumento, utilizzando “tutte le cose” che gli passano per la bocca, oltre al soffio, compresi i sonori baci, in un up tempo di fisico coinvolgimento.
Naturalmente, il primo applauso.
Poi c’è “Suenos” Dall’andamento sinuoso e dalla toccante melodia.
Qui Paolo disegna il tema con la tromba aperta, con note lunghe dolcemente legate, che entrano facili nel cuore e si annidano nell’anima.
Il legno di Furio non è mai stato cosi caldo, e reinventa il tema cantando la sua melodia sempre con questo tempo rarefatto, eppure naturale, come un battito vitale ed indimenticabile.
“Fellini”, che da il titolo al disco, è magicamente sospesa tra la cadenza di un tango soleggiato e la dolce malinconia di una spiaggia vuota, al mare d’inverno.
Chiude il disco “Urlo”, che era l’ultima traccia anche nel disco omonimo, che qui ci riporta indietro nel futuro, nel misterioso ed affascinante universo esclusivamente elettronico e rumoristico dal quale tutto è iniziato.
Il Duo apre il cerchio,
e ne esce un capolavoro.
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[1] “Conversation” , Francia 1992 - Dreyfus Jazz FDM 36617-2
[2]“UNDERCURRENT”, NY 1962 – Blue Note CDP 7 90583 2
[3] “There’ll Never Be Another You”, Zagreb 1985 – Timeless CD SJP437
[4] “Old Fashioned” , Roma 1978 – Carosello Jazz from Italy CLE 21043
[5]“Montréal Diary / B”, 2001 – Label Bleu LBLC 6645 / HM 83; "The Third Man", 2006 - ECM 2020